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domenica 28 aprile 2013

Breve guida ai tipi di cookies


Premessa generale: questo non è un testo di cucina e i cookies di cui parlo sono quelli che, a ogni visita, i siti infilano nei browser dei propri utenti. Se uno strano scherzo di Google vi ha spediti qui, mentre cercavate ricette per i biscotti, forse è il caso di passare al risultato di ricerca successivo.
I cookies sono piccoli files, raramente superiori a una manciata di KB (la dimensione massima effettiva è 4095 bytes, ossia 4 KB), che il nostro browser tende ad accumulare mentre navighiamo in Rete, più o meno come un cane accumula le pulci. Questi piccoli files sono un gentile pensiero, offertoci dai siti che visitiamo, per ricordarsi del nostro. E per altri motivi, che variano da sito a sito e da cookie a cookie. Un cookie “standard” è una specie di timbro, grazie a cui un sito può riconoscerci: se non abbiamo un timbro, il sito ci vedrà come visitatori giunti lì per la prima volta e provvederà a marchiarci; se abbiamo già un timbro, il sito lo riconoscerà, saprà che siamo già passati di lì e si regolerà di conseguenza.
Un cookie, tipicamente, contiene una traccia della nostra identità, ma non solo: altri dati che possono essere memorizzati in un cookie sono i nostri dati di accesso a un sito (quando eseguite l’accesso a Facebook, per esempio, un cookie si ricorderà di questo e vi manterrà nel vostro account anche quando riaprirete il browser, se non ricorderete di fare logout alla fine della sessione), le preferenze che potremmo aver impostato per un sito (lingua, fuso orario, eccetera), ma anche le pagine che abbiamo visitato in un sito, eccetera. In breve, il cookie medio contiene un riassunto della nostra “vita” sul sito che lo ha collocato: leggendo questo riassunto, il sito può adattarsi meglio alle nostre abitudini, ai nostri interessi e alle nostre richieste, rifilandoci molto spesso le pubblicità che sono più in sintonia con noi e che, di conseguenza, hanno più probabilità di farci abboccare. Al nostro accesso, il sito pesca il suo cookie del nostro browser, ne invia le informazioni al server e, in base a queste informazioni, modificherà eventualmente i contenuti da mostrarci.
Come si può intuire, il controllo dei cookies è basilare, per chiunque sia interessato ad anonimato e privacy: coi cookies abilitati e attivi, lasciamo impronte digitali ovunque, il che potrebbe non essere ottimale, per chi si preoccupa di anonimato e privacy. I gestori di un sito potranno anche promettere di non utilizzare mai quei dati e non divulgarli mai (e di solito lo promettono, magari con le dita incrociate dietro la schiena), ma le nostre impronte digitali resteranno. Per questo motivo, i browser offrono solitamente la possibilità di controllare da quali siti vogliamo accettare cookies, quali dovranno essere bloccati, quali vogliamo cancellare, eccetera. Una buona norma sarebbe anche cancellare i cookies alla fine della sessione, ossia quando abbiamo finito di navigare, ed è una operazione che è sempre eseguita in automatico, se utilizziamo la modalità anonima, in incognito o comunque sia chiamata al nostro browser. Se li lasciamo nel browser, i cookies prima o poi moriranno per conto proprio, perché hanno una data di scadenza, ma spesso sarà necessario più di un anno, prima che un cookie muoia di morte naturale. Sempre che, nel frattempo, non saremo tornati su quel sito, rinnovandolo.
Esistono vari tipi di cookies, ognuno deputato a una funzione particolare. Se guardiamo ad esempio la lista dei cookies memorizzati all'interno di Google Chrome, che troviamo sotto chrome://settings/cookies, per ogni dominio possiamo vedere il numero dei cookies e, cliccando su quella sezione, anche il tipo di cookie, scritto in un rettangolo di colore più chiaro. In base al nome, possiamo capire anche quale sia la sua funzione. Un caso particolare, però, è rappresentato da Local storage, che non è un cookie, anche se lo troviamo elencato assieme a loro: local storage è una funzione introdotta dallo HTML5, che permette a un sito di memorizzare alcuni dati sul nostro computer, per velocizzare il caricamento o per altri scopi (un gioco, ad esempio, potrebbe registrare i nostri salvataggi come local storage, per recuperarli al nostro ritorno). Eccettuato dunque Local storage, tutti gli altri nomi che vedrete saranno tipi di cookie. Alcuni dovrebbero essere sufficientemente chiari, come language (provate a indovinarne la funzione), mentre altri hanno nomi alquanto criptici. Vedremo dunque di elencarne alcuni, tra i più diffusi.
Uno dei maggiori produttori e distributori di cookies è sicuramente Google Analytics, uno strumento molto amato e usato dai webmaster, per “misurare l’interazione degli utenti col sito”, ossia per vedere cosa fanno gli utenti mentre visitano un sito: che pagine visita l’utente X, da dove ci è arrivato, quanto tempo ci resta, cosa clicca all'interno della pagina, eccetera. Siccome tutto ciò è effettuato attraverso il collocamento e al lettura di cookies, è inevitabile ritrovarsi con un certo numero di cookies in più, dopo aver visitato un qualsiasi sito che utilizza Google Analytics: procederò dunque con una brevissima presentazione dei principali cookies collocati da questo strumento.
_ga: la sua aspettativa di vita è di 2 anni e serve a distinguere fra loro gli utenti.
__utma: aspettativa di vita di due anni, aggiornato ogni volta che i dati sono inviati a Google Analytics, serve a distinguere gli utenti e le varie sessioni di un utente.
__utmb: determina le nuove sessioni di attività su un sito, ossia le varie nostre visite.
__utmc: cancellato alla chiusura del browser, è un “gemello” del precedente, ma è usato per interagire con altre parti di Google Analytics.
__utmv: memorizza i dati di alcune variabili, che l’utente di un sito può modificare.
__utmz: registra il modo in cui un utente è arrivato al sito e spesso va a braccetto coi cookies di varie pubblicità.
La sfilza di cookies che cominciano con bb, come bblastvisit, bbpassword, bblastactivity, e varianti sul tema, sono collegati ad alcuni modelli di forum, proprio come i cookies sul tema phpbb, kunena, e compagnia bella. Questi cookies sono impostati dai forum che visitiamo, registrando il nostro accesso, la nostra ultima attività e così via; sono anche i responsabili delle funzione che ci permettono di passare direttamente agli ultimi messaggi non letti in una discussione, oppure ci mostrano i nuovi messaggi dalla nostra ultima visita.
Allo stesso modo, anche siti come YouTube utilizzano cookies per registrare le nostre preferenze, gli ultimi video che abbiamo visto, eccetera; in particolare, recently_watched_video_id_list ricorda la lista degli ultimi video da noi visti su un determinato browser. Sempre in tema di Google, un dominio a cui prestare attenzione è doubleclick.net, al cui interno è registrato il cookie id, cioè il principale (ma non l’unico) cookie utilizzato da Google per gestire la sua pubblicità. Altri cookies pubblicitari usati da Google, e che possono essere trovati più o meno ovunque in giro per i vari siti, sono _drt_, FLC, NID, exchange_uid, ma anche il cookie __gads è spesso a braccetto con quello di doubleclick, mentre PREF è un cookie che si occupa delle preferenze nei risultati di ricerca (e non solo), anche per tutti quegli utenti che non hanno eseguito l’accesso al proprio account Google.
Cliccando sul rettangolino contenente il nome di un cookie, su Google Chrome, è inoltre possibile esaminarlo più da vicino, ottenendo informazioni sul dominio a cui è collegato, la sua data di creazione, la data di scadenza e altro, tra cui un pulsante per rimuoverlo.

mercoledì 24 aprile 2013

Pulire il computer con CCleaner – Aggiornamento


È passato ormai parecchio tempo dal mio primo articolo dedicato a CCleaner (oltre due anni, per essere più precisi) e, siccome nel frattempo i suoi sviluppatori non sono rimasti a guardarsi le mani, ma lo hanno aggiornato di continuo, inserendo nuove funzioni, è forse il caso di prenderlo di nuovo in esame e vedere cosa sia cambiato e come sia oggi questo programma.
Prima di tutto, presentiamolo. CCleaner è un programma di servizio, che permette di mantenere pulito il computer, almeno sui piano dei contenuti (non lo spolvera ancora al nostro posto, se è a questo che stavate pensando), ma anche di svolgere altre piccole attività legate alla gestione del computer, che normalmente richiederebbero qualche peregrinazione tra le pieghe del Pannello di Controllo di Windows. CCleaner nasce come programma per aiutare la manutenzione del sistema operativo Windows, che spesso rischia di diventare ingestibile se abbiamo la mania di installare e disinstallare nuovi programmi di continuo (il Registro di Sistema piange, ogni volta che lo fate): con una pulizia regolare, oltre a liberare spazio su disco, possiamo anche ridurre le probabilità di schermate blu e altri crash di sistema, ma anche contenere il calo progressivo di velocità, sia in fase di accensione, sia durante il resto del tempo. Precisiamo che non fa miracoli, ma una corretta igiene del computer ne allungherà l’aspettativa di vita.
Di recente, CCleaner è stato reso disponibile anche per sistemi operativi Macintosh, forse perché l’aumento degli utenti (e soprattutto degli utenti non specialisti) ha reso necessario prepararsi a una certa manutenzione anche di questi sistemi. Dubito comunque che, in futuro, ne uscirà mai anche una versione per sistemi operativi a base Linux, ma staremo a vedere. A parte questo, CCleaner è disponibile in due versioni, gratuita e a pagamento: qui ci occuperemo della versione gratuita, che è la più usata.
Ecco come si presenta, su un sistema operativo Windows:
Nella parte alta, che qui ho tagliato perché non ci interessa, sono indicate alcune informazioni generali sul programma e sul computer: versione del programma, sistema operativo del computer, tipo di processore, quantità di RAM, eccetera. Sono dati che presumibilmente dovremmo già conoscere, ma ci sono comunque ricordati, per sicurezza. La parte più interessante è quella inferiore, cioè il pannello del programma vero e proprio.
Sulla sinistra vediamo indicate quattro sezioni: Pulizia, Registro, Strumenti e Opzioni. Già dal nome, dovrebbe essere facile intuire a cosa servano, ma procederò con una spiegazione più dettagliata, soffermandomi in particolare sulle novità.
Pulizia è dove ci occupiamo della pulizia del disco fisso, ossia l’eliminazione di files temporanei, files cestinati e tutto che i vari programmi producono di continuo e che, dopo un certo periodo, può essere eliminato senza problemi (o almeno, di solito è senza problemi). Col pulsante Analizza possiamo avviare una prima scansione del sistema, con un preventivo dello spazio che può essere liberato, suddiviso per voci; il pulsante Avvia pulizia, invece, avvierà la pulizia (strano, ma vero). Questa sezione è poi volta suddivisa in due schede: Windows e Applicazioni.
Nella scheda Windows troviamo tutti quei programmi, in dotazione in un sistema operativo Windows, su cui CCleaner può agire: cliccando sul quadratino accanto a ogni voce, la possiamo selezionare o deselezionare, decidendo così se sottoporla o meno alla pulizia. Le varie voci dovrebbero essere autodescrittive, ma per il reparto “Avanzate” abbiamo anche un popup esplicativo, che appare quando selezioniamo una voce e ci avvisa di possibili “effetti collaterali”.
Nella scheda Programmi troviamo una lista di programmi che non sono di base inclusi in Windows, ma che potremmo avere installato: programmi come Firefox, Google Chrome, i vari prodotti Adobe, ma anche Windows Media Player, che non è considerato parte integrante del sistema operativo, anche se è sempre presente al suo interno. Come per la scheda precedente, ogni voce può essere selezionata o deselezionata con un click, per includerla o meno nella pulizia. Come nota a margine, segnalo che compattare il database di un browser è operazione piuttosto lenta: se la selezionate, siate pronti ad aspettare un poco più a lungo.
Registro è una sezione dedicata alla pulizia del registro di sistema di Windows, operazione molto importante, ma anche molto delicata. Anche in questo caso, possiamo selezionare le varie voci da sottoporre a scansione, ognuna corrispondente a una porzione del registro; il pulsante Trova problemi esegue una scansione delle parti di registro che abbiamo selezionato e ci elenca tutti i problemi che potrebbe aver trovato; Ripara selezionati, infine, ci permette di procedere con la riparazione dei problemi trovati, che di solito consiste nella potatura delle chiavi di registro non utilizzate. Prima di cancellarle, però, abbiamo la possibilità di salvare una copia di backup, nel caso qualcosa dovesse andare storto: è utile farlo. Per utilizzare la copia di backup, in caso di bisogno, basterà poi un doppio click sul file corrispondente, per aggiungere di nuovo al registro le chiavi contenute nella copia.
Strumenti è un’altra sezione suddivisa in cinque schede, che in parte ripetono funzioni già incluse in Windows, ma spesso nascoste nei meandri del Pannello di controllo. È il caso ad esempio della prima scheda, ossia Disinstallazione, che ci mostra una lista di tutti i programmi installati sul nostro computer: selezionando un programma dalla lista, possiamo decidere di disinstallarlo o rinominarlo.
Avvio si è evoluto parecchio nel corso della storia di CCleaner e adesso presenta una serie di sottoschede, ognuna dedicata a un particolare problema. La prima, Windows, ci mostra l’elenco di tutti i programmi eseguiti all'avvio del computer: la lentezza del computer in fase di avvio è dovuta in parte al numero di programmi che deve eseguire, per cui da qui possiamo sveltire le operazioni, disattivando quei programmi che consideriamo non essenziali. Successivamente, troviamo una o più schede dedicate ai browser in uso sul nostro computer: Internet Explorer, Firefox, Google Chrome, e così via. Per ognuno, abbiamo una lista di applicazioni o estensioni, che sono avviate all'apertura del browser e che, di conseguenza, ne possono rallentare il caricamento: anche in questo caso, possiamo attivarle o disattivarle a nostro piacere. Procedendo, arriviamo ai Processi pianificati, che sono operazioni eseguite da Windows a intervalli regolari e periodicamente, in gran parte legato alla ricerca di aggiornamenti per questo o quel programma. A chiudere, troviamo il Menu contestuale, ossia quel menu che appare quando clicchiamo su qualcosa col tasto destro del mouse: a differenza dei precedenti, dove potevamo attivare o disattivare operazioni, qui possiamo attivare o disattivare le voci del menu.
Ricerca file è una novità e ci permette di cercare files doppi nel nostro computer; per files doppi si intendono naturalmente i files identici, che potrebbero essere presenti i più copie nel nostro disco fisso, per un qualsiasi motivo.
Ripristino sistema ci mostra la lista di tutti i punti di ripristino creati dal sistema operativo (o anche da noi) nel corso della sua attività. A esclusione dell’ultimo punto di ripristino, che non possiamo toccare, tutti gli altri possono essere eliminati, se vogliamo liberare spazio: starà poi a voi decidere se eliminarli e quali eliminare.
Bonifica drive permette di spazzare tutto lo spazio vuoto presente in un disco; volendo, permette anche di spazzare tutto il disco, il che equivale a una formattazione, ma in questo caso si perderà tutto il suo contenuto. La pulizia dello spazio libero, invece, serve ad assicurarsi che i files da noi cancellati rimangano cancellati, rendendone via via più difficile il recupero (più alto è il numero di sovrascrittura e più difficile sarà recuperare qualcosa); incidentalmente, di tanto in tanto ci si può ritrovare con più spazio libero di quanto ce ne fosse in precedenza, dopo questa operazione. In linea generale, la pulizia dello spazio libero su un disco è utile per ragioni di privacy o sicurezza, ma non è una priorità se non avete problemi di questo genere.
Opzioni, infine, racchiude tutte le impostazioni di CCleaner che potete personalizzare, per adattare il programma alle vostre preferenze e necessità. Sono tutte molto descrittive e non dovrebbero dare problemi particolari di comprensione. Sempre da qui, inoltre, possiamo avviare una ricerca di aggiornamenti del programma, oppure scegliere di passare alla versione Pro di CClenaer (ossia la versione a pagamento).

sabato 13 aprile 2013

Google e la gestione account inattivo


La Gestione account inattivo è un nuovo indispensabile (attenzione: ironia in corso) servizio di Google, presentato e introdotto l’11 aprile su tutti i profili di Google: come il nome suggerisce, questo servizio permette di decidere il futuro dei nostri dati regalati a Google (foto, video, e-mail, informazioni personali, eccetera), quando decidiamo o siamo costretti a chiudere il nostro account. È curioso notare come Google presenti questo servizio sotto il titolo “Plan your digital afterlife with Inactive Account Manager”, come se la morte fosse l’unica occasione in cui una persona normale potrebbe decidere di voler chiudere il proprio account su Google, ma lasciamo perdere. In effetti, la morte è una di quelle occasioni in cui il nostro account può essere disattivato, in base a come decidiamo di impostare la Gestione account inattivo, ma non è l’unica occasione in cui ci può servire: funziona benissimo anche se, per un qualsiasi motivo, decidiamo di chiudere il nostro account e vogliamo fare piazza pulita, oppure se abbiamo più account e vogliamo qualcosa che ci ricordi l'esistenza degli account secondari. Continuando magari a vivere, già che ci siamo.
Qualcuno potrebbe ricordare il servizio di account commemorativo, offerto da Facebook quando uno dei suoi utenti tira le cuoia, ma la Gestione account inattivo è un poco diversa e non raggiunge quel livello di tristezza. Con questo servizio di Google, infatti, possiamo stabilire cosa fare quando smettiamo di utilizzare il nostro account (per qualsiasi motivo), ma anche il tempo che dovrà trascorrere, prima che il nostro account sia considerato inattivo: possiamo decidere, ad esempio, che il nostro account dovrà essere considerato inattivo, se non vi accediamo più da X mesi, e possiamo decidere cosa dovrà succedere al nostro account, una volta scaduto questo tempo. Ma vediamo più in dettaglio il suo funzionamento.
Prima di tutto, accediamo alla pagina delle impostazioni del nostro account Google. Nella sezione centrale della pagina, verso il basso, troveremo adesso questa scritta, a introdurre il nuovo servizi di Gestione account:
Gestione dell'account
Stabilisci che cosa vuoi fare del tuo account quando smetti di utilizzare Google.
Leggi ulteriori informazioni e passa alla configurazione.
Se “leggiamo ulteriori informazioni e passiamo alla configurazione”, cliccando sul link, la nuova pagina si presenterà con questo aspetto.
Guardando, ma soprattutto leggendo la colonna di destra, troviamo già riassunte tutte le informazioni che ci servono, a proposito del funzionamento del servizio, nonché un indizio molto preciso su come sarà strutturata la pagina successiva, dove potremo configurare il servizio. Anche la sezione centrale della pagina ci fornisce informazioni utili, ma è più che altro una presentazione generale del servizio. Per procedere alla configurazione, clicchiamo sul pulsante Configurazione (qualcosa che nessuno di voi avrebbe mai immaginato, vero?).
Avvisami
Questa è la prima sezione delle impostazioni, dove dobbiamo inserire un numero di cellulare e un indirizzo e-mail alternativo, a cui saremo contattati prima di procedere con qualsiasi operazione di chiusura del nostro account. È ovvio che, se progettiamo di utilizzare questo servizio per disattivare il nostro account una volta morti, fornire il nostro indirizzo e il nostro numero di cellulare potrebbe essere piuttosto inutile, dato che per allora saremo già morti e, a quanto mi risulta, da morti è difficile rispondere al telefono o leggere le e-mail. In ogni caso, è obbligatorio inserire un numero di cellulare (sì, Google ha una certa fissazione per i nostri numeri e cerca di ottenerli in ogni occasione e con qualsiasi scusa): a quel numero sarà inviato un SMS, prima di procedere con le successive operazioni di disattivazione.
Periodo di timeout
Qui dovremo decidere quanto tempo dovrà trascorrere dal nostro ultimo accesso, prima che un account possa essere considerato come inattivo: le possibili scelte sono 3 mesi, 6 mesi, 9 mesi e 1 anno. Se non accediamo al nostro account Google per questo periodo di tempo, il servizio di Google ci avviserà che il nostro account sta per essere considerato come “inattivo”, con tutto ciò che ne consegue: l’avviso sarà inviato un mese prima dello scadere dei termini. Se abbiamo impostato 6 mesi, ad esempio, Google ci manderà l’avviso quando saranno trascorsi 5 mesi dal nostro ultimo accesso.
Invia una notifica
Bene, il tempo è scaduto, noi siamo stati avvisati e il nostro account è rimasto inattivo: cosa succede adesso? Lo decidiamo qui, almeno in parte. possiamo specificare un massimo di 10 persona, che noi consideriamo “amici fidati”, e che saranno avvisati della inattività del nostro account. In caso di nostra morte, è probabile che questi amici fidati se ne siano già accorti, dopo tutti questi mesi, ma non indaghiamo: potrebbero vivere dall'altra parte del mondo, ad esempio, o non essere particolarmente interessati a noi (begli amici...). A ogni modo, agli amici fidati che noi indicheremo sarà notificata la nostra inattività. Inoltre, possiamo anche inviare loro i dati del nostro account, se così vogliamo, oltre alla semplice notifica; nello specifico, possiamo inviare agli amici fidati i dati di questi servizi di Google: Gmail, YouTube, Picasa (gli album), Google+ (contatti, cerchie, profili, pagine e stream), Blogger, Google Voice, Google Drive, ma soprattutto i nostri +1 (chissà che felici...). Infine, possiamo impostare una risposta automatica, da inviare a chi ci scriverà su Gmail.
Elimina account
Una volta sistemato tutto quanto, possiamo decidere che il nostro account dovrà essere eliminato, se è diventato inattivo. L’eliminazione riguarderà sia i nostri dati personali, sia le nostre attività pubbliche, come i video condiviso su YouTube, i post su Blogger o Google+, e così via.
E questo è quanto. Un servizio utile? Dipende dai punti di vista e dalle nostre abitudini. Se ci vogliamo liberare di un account su Google, il modo migliore è eliminarlo dalla pagina delle impostazioni, cliccando su “Chiudi l'account ed elimina tutti i servizi e le informazioni associati”, per cui la gestione account inattivo non serve. Resta dunque l’uso del servizio per preparare il nostro “testamento digitale” di Google, come ci è suggerito dalla presentazione stessa, ammesso che per noi sia davvero importante sapere cosa sarà dei nostri video di YouTube, quando saremo carne in decomposizione dentro a una cassa, oppure un mucchietto di ceneri dentro a un’urna. Se però il destino post mortem della nostra identità digitale ci preoccupa davvero, e se non ci fidiamo a lasciarne la gestione a un nostro erede, allora sì, il servizio potrebbe anche avere una sua utilità...

venerdì 4 gennaio 2013

Whois, ossia chi è il proprietario di un sito


Se avete bisogno di verificare l’affidabilità e la correttezza delle informazioni presenti su un sito, magari perché sospettate una possibile truffa; se un sito ha pubblicato informazioni false sul vostro contro, oppure lesive della vostra reputazione, o comunque dati che vorreste far sparire; se un sito sta diffondendo spam o virus, e voi lo volete fermare; se siete stalker o semplici curiosi e volete sapere tutto sulla identità della persona che gestisce un certo sito; se vi trovate in una qualunque di queste situazioni, o in molte altre, la prima cosa che dovrete fare è scoprire chi sia il proprietario del sito, o chi sia l’intestatario, per poter poi agire nei suoi confronti, in qualunque modo intendiate agire. Oggi mi occuperò appunto di questo: trovare l’identità del proprietario di un sito.
Chi è il mago di Oz, nascosto dietro il paravento di un sito? Fin dai tempi in cui Internet si chiamava ancora ARPANET ed era riservato a pochi eletti, esiste uno strumento molto semplice per scoprire a chi sia intestato un determinato spazio in Rete, che sia un indirizzo IP, il nome di un dominio (DNS), o altro: sorprendentemente ma anche no, questo strumento risponde al nome di WHOIS. Quando il Web era giovane, questa formula magica era digitata nella linea di comando dei sistemi operativi UNIX, seguita dall'indirizzo del sito e da eventuali altri parametri; oggi che la linea di comando è guardata con sospetto dalla maggioranza degli utenti e spesso condannata a vivere in apposite riserve, esistono programmi con interfaccia grafica per eseguire le stesse operazioni, ma anche siti internet specializzati in questo tipo di ricerca. Per semplicità, oggi mi occuperò soltanto di questi ultimi, anche perché sono i più usati dalle persone comuni.
Il sistema più semplice per trovare l’identità della persona a cui è intestato un sito, e che quindi dovrà anche rispondere, nel bene o nel male, del contenuto del sito stesso, è rivolgerci al nostro vecchio amico Google. Digitiamo come argomento di ricerca “whois nome-del-sito” e uscirà una pletora di pagine, che ci propongono informazioni più o meno complete e accurate sul sito da noi ricercato. Le informazioni in questione sono le più varie, ma normalmente includono l’indirizzo IP del sito, il tipo di server su cui gira, la data della prima registrazione del dominio, la data dell’ultimo rinnovo del dominio (se presente), la data di scadenza della registrazione, i dati della persona fisica o dell’azienda a cui è intestata la registrazione, i dati della società che ha concesso il dominio, eccetera. Spesso ma non necessariamente, troveremo anche informazioni sul traffico del sito, visitatori totali o medi, posizione occupata nelle varie classifiche di gradimento della Rete (Alexa, PageRank, eccetera), e altri dati che possono essere più o meno interessanti, a seconda dei casi. Siccome però il nostro obiettivo iniziale era trovare il proprietario del sito, fermiamoci a osservare i dati sulla persona a cui è intestata la registrazione.
A seconda del sito che stiamo utilizzando per la ricerca WHOIS, la posizione di questi dati può cambiare. Se prendiamo come esempio il sito www.who.is, dal nome estremamente fantasioso ma anche molto facile da ricordare, nei risultati delle sue ricerche avremo due zone da guardare: le Registrar Info sono di solito informazioni sulla società che ha fornito il nome del dominio, mentre la sezione Raw Registrar Data ci mostrerà il nome della persona fisica, oppure dell’azienda, a cui è intestato il nome del dominio, ossia la persona che lo ha “affittato” e che, al momento, è intestatario del contratto. Può non essere la persona che scrive nel sito, ma è comunque la persona che dovremo contattare per prima, in caso di questioni legali. Oltre al nome, troveremo anche tutti i dati necessari per contattarlo: numero di telefono, numero di fax, indirizzo e-mail e anche indirizzo di casa, se si tratta di una persona fisica (se è un’azienda, troveremo invece l’indirizzo della sua sede).
A seconda del tipo di sito su cui eseguiamo la nostra ricerca, i risultati possono essere più o meno sorprendenti o interessanti. Poche persone al mondo saranno sorprese, scoprendo che il sito www.microsoft.com è intestato alla Microsoft Corporation, oppure che il sito www.apple.com è intestato alla Apple Inc. (se eseguite la ricerca, troverete anche i numeri per contattarle e l’indirizzo a cui si trovano le rispettive sedi), ma potrebbe essere interessante scoprire che avevano registrato i rispettivi domini in un’epoca in cui, qui in Italia, solo una manciata di persone era consapevole dell’esistenza di internet. Maggiori sorprese, invece, possono venire dalle ricerche sui siti personali, ossia quei siti il cui dominio corrisponde al nome di una persona: in questi casi, succede a volte di scoprire che il dominio è intestato a perfetti sconosciuti, che in apparenza hanno poco o nulla a che fare col proprietario “di fatto”. Prestanome per eludere il fisco e le querele? Ai posteri l’ardua sentenza, se mai dovessero essere interessati.
Alcuni siti di ricerche WHOIS includono anche dati supplementari, interessanti per chi gestisce il sito e per poche altre persone. I già citati dati sul flusso di traffico, ad esempio, o sulla posizione occupata dal sito nelle graduatorie nazionali (o mondiali), in quanto a numero di visitatori. In certi casi, si hanno anche stime o meno inaccurate sul possibile valore del sito in questione (solitamente espresso in dollari), sempre sulla base del traffico di visitatori. Se siete proprietari del sito, potreste anche trovare gratificante sapere quale sia il suo valore stimato, ma è meglio prendere con le pinze questo dato e non attribuirvi troppa importanza.
Sul piano della privacy, alcuni potrebbero essere poco felici di scoprire quante informazioni personali siano liberamente accessibili con una ricerca WHOIS: se siete proprietari di un sito, i dati forniti al momento della registrazione sono lì, in Rete, a disposizione di chiunque li cerchi. Questi dati, come già detto, sono nome, cognome, indirizzo e-mail, indirizzo di casa (o di ufficio, a seconda di cosa  avete indicato), numero di telefono, eventuale numero di fax. D’altro canto, se avete una partita IVA, sono più o meno le stesse informazioni che siete tenuti a inserire nelle vostre fatture (perché rilasciate una regolare fattura, giusto?). Per chiunque sia preoccupato, però, esistono anche società che offrono registrazioni private per i domini, ma questo discorso lo lascio agli esperti di diritto internazionale.

venerdì 28 dicembre 2012

Le impostazioni di ricerca di Google


Come già detto in altre occasioni, i risultati delle ricerche su Google (ma anche su altri motori di ricerca che utilizzano criteri analoghi) non sono neutrali, né identici per ogni utente: più persone che eseguono una stessa ricerca, dunque, otterranno risultati diversi, calibrati in base ad alcuni fattori.
Un primo fattore è la lingua con cui utilizziamo Google, mentre un altro è il paese da cui ci stiamo collegando: un francese che usa la versione in lingua francese di Google, otterrà risultati diversi da un giapponese che utilizza la versione di Google in lingua giapponese, anche se stanno cercando la stessa cosa. Questo criterio era in funzione già da tempo, ma è destinato a diventare sempre più forte dopo l’introduzione del Knowledge Graph, il quale aggiunge ulteriori discriminanti su base geografica, legate alle statistiche di ricerca dei vari paesi. E fin qui, nulla di nuovo.
Altri fattori che determinano il risultato delle nostre ricerche su Google sono legato alla nostra storia personale, cioè alle ricerche che abbiamo compiuto in passato e ai risultati che abbiamo selezionato: i siti che clicchiamo più spesso, o che visitiamo più spesso, tenderanno ad avere una posizione migliore nei risultati delle nostre ricerche, mentre i siti che abbiamo deciso di bloccare non compariranno proprio e abbasseranno nei risultati delle ricerche eventuali altri siti, che si appoggiano o linkano molto questi siti bloccati. Su questi fattori “personali” abbiamo una certa possibilità di controllo, attraverso la pagina delle impostazioni di ricerca di Google.

Nella scheda dei risultati di ricerca, la prima opzione che troviamo è quella relativa all'attivazione o disattivazione del filtro SafeSearch, che serve a filtrare e bloccare tutti quei risultati di ricerca che sono valutati come “di natura sessuale”: un classico filtro per la cosiddetta salvaguardia dei bambini”, insomma, che anche Google mette a disposizione dei tuoi utenti. Come per tutti i filtri di questo tipo, i risultati di ricerca da bloccare sono scelti in base ai calcoli di un algoritmo: non è garantito quindi che tutti i siti “sconvenienti” saranno bloccati, proprio come non è garantito che saranno bloccati soltanto i siti di quel tipo. Gli errori sono sempre possibili e questo filtro non è comunque sufficiente a sostituire un controllo genitoriale, come è specificato nella stessa pagina in cui si descrive il SafeSearch. A ogni modo, chi lo volesse usare potrà anche regolarne la severità, utilizzando l’apposita barra.
Previsioni Google Instant è una voce che riguarda quei suggerimenti di ricerca, ma anche quei risultati di ricerca, che appaiono mentre stiamo ancora scrivendo ciò che vogliamo cercare: sono un tentativo di risparmiarci tempo  e proporci in anticipo ciò che potremmo voler cercare, a volte con risultati parecchio buffi. È possibile decidere se attivare questa funzione, nonché specificare come utilizzarla: le tre opzioni sono “sempre attiva”, “mai attiva”, oppure “attiva solo quando la connessione è sufficientemente veloce”. In questo ultimo caso, l’impostazione è attiva, di base, ma è pronta a disattivarsi automaticamente se la nostra connessione dovesse diventare troppo lenta; si riattiverà poi quando la connessione sarà tornata decente.
Subito sotto è possibile anche specificare quanti risultati vogliamo per ogni pagina, da un minimo di dieci a un massimo di cento: come è ovvio, questo determinerà quanti risultati avremo in ogni pagina di ricerca su Google. Scendendo ancora, possiamo decidere cosa succederà, quando cliccheremo su uno dei risultati di ricerca: di base, le nuove pagine si apriranno nella stessa scheda in cui abbiamo effettuato la ricerca, ma possiamo decidere di farle aprire in una nuova scheda selezionando appunto la voce “Apri ogni risultato selezionato in una nuova finestra del browser”.
Le ultime due  voci sono decisamente più interessanti e coinvolgono in modo molto più diretto il nostro account su Google (se ne abbiamo uno): per modificare entrambe, infatti, sarà obbligatorio l’accesso al nostro account. Inoltre, entrambe le voci hanno un grosso peso sia sui risultati di ricerca, sia sulla nostra privacy (la seconda voce in particolare).
Blocco di risultati indesiderati ci consente di creare una lista con un massimo di 500 siti che dovranno essere bloccati, per qualunque motivo noi vogliamo. Se blocchiamo un sito, le sue pagine saranno escluse dai risultati delle nostre ricerche e potrebbero essere penalizzati nei risultati anche tutti quei siti che, per qualsiasi motivo, si appoggiamo molto ai siti da noi bloccati. Inoltre, Google specifica anche che le nostre “liste nere” potrebbero essere utilizzate (ma non si sa con quale peso) per la regolazione intera delle ricerche; in termini più comprensibili, un sito bloccato da molti utenti potrebbe anche subire una qualche penalità nelle ricerche di altre persone.
Cronologia delle ricerche è una funzione che, a seconda dei punti di vista, può essere utile, oppure inquietante. Google registra tutti i risultati delle nostre ricerche, proprio come un browser registra tutte le pagine che abbiamo visitato: in entrambi i casi, questa è chiamata “cronologia”. Nel caso di Google, questa cronologia è salvata all'interno del nostro account e da lì possiamo decidere se attivare la funzione (normalmente è attiva), disattivare la funzione, cancellare alcuni risultati o cancellare tutti i risultati. Questa funzione può avere una sua utilità, nel caso in cui noi vogliamo ritrovare i risultati di una nostra vecchia ricerca, ma presenta anche aspetti meno piacevoli. Oltre ai vari dibattiti sulla privacy, la cronologia delle nostre ricerche influenza i risultati delle nostre prossime ricerche, adattandole a quelli che sono i nostri gusti e le nostre preferenze, oppure agli argomenti che, in passato, abbiamo ritenuto più utili. In altri termini, se voi cercate spesso argomenti porno e, anche nelle ricerche normali, tendente a cliccare tutti i risultati che sembrano porno, Google deciderà che voi siete pervertiti e nelle vostre future ricerche i risultati porno saranno favoriti rispetto agli altri, adeguandosi ai vostri interessi. Giusto per fare un esempio, sia chiaro. Anche questo dimostra come i risultati delle ricerche su Google non siano neutri, ma dipendano dalla storia personale di ogni utente.
Nella sezione Lingue del menu di sinistra possiamo specificare la lingua da utilizzare (come è ovvio), nel caso in cui questa lingua sia diversa da quella in cui stiamo utilizzando Google. La sezione Posizione, invece, determinerà quanto sarà precisa la geolocalizzazione dei risultati di Google. Di base, Google cerca sempre di fornirci risultati che siano quanto più possibile pertinenti al luogo in cui ci troviamo: se cerchiamo locali o negozi, ad esempio, come primi risultati dovremmo trovare quelli geograficamente più vicini a noi. Anche il luogo su cui si aprirà Google Maps dipende da questo. È una funzione su cui è dunque necessario spendere qualche parola in più.
Aprendo questa scheda, abbiamo la possibilità di inserire l’indirizzo preciso del luogo in cui ci troviamo, se vogliamo inserirlo. Se lasciamo in bianco questo spazio, Google cercherà comunque di scoprire dove ci troviamo, perché “Google fornisce sempre i risultati che ritiene siano più pertinenti alla ricerca effettuata” e “la località è uno dei fattori che utilizziamo per fornire questi risultati pertinenti”, eccetera eccetera: parola di Google. Se stiamo utilizzando un cellulare, la localizzazione è molto semplice e precisa: basterà guardare la cella da cui ci stiamo collegando. Nel caso di un computer, o di una connessione non mobile, Google utilizzerà il nostro indirizzo IP, per cercare di individuare la zona da cui ci stiamo collegando; i risultati saranno inevitabilmente approssimativi. Altra possibilità è quella di ricorrere alla Google Toolbar, se l’abbiamo installata: una delle sue funzioni è “la mia posizione” e si può immaginare benissimo a cosa serva.
Non è possibile disattivare la geolocalizzazione dei risultati; anche se non specifichiamo il luogo in cui ci troviamo, Google cercherà lo stesso di scoprirlo. Per limitare i danni, può essere utile scrivere comunque una località, ma limitandosi al paese (per esempio, “Italia”). Se proprio vogliamo evitare ogni tipo di localizzazione, dovremo ricorrere a un proxy (anche se così troveremo risultati pertinenti al paese in cui si trova il proxy, che per noi potrebbero essere inutili) , oppure utilizzare un altro motore di ricerca, come DuckDuckGo.

sabato 13 ottobre 2012

La cronologia delle ricerche su Facebook


Probabilmente tutti si saranno già accorti di una novità innocua, introdotta in questi giorni su Facebook, e cioè gli emoticon “grafici” nei commenti ai post: una novità di cui si avvertiva da tempo la mancanza e che senza dubbio rivoluzionerà le nostre vite. Sempre in questi giorni, però, è in corso di attivazione anche un’altra modifica, molto meno innocua e più difficile da localizzare, soprattutto perché si annida in una sezione di Facebook che, in condizioni normali, non si visita spesso e per molti utenti è ancora un oggetto misterioso: il registro attività. Questa modifica consiste nell'introduzione di una cronologia di tutte le nostre ricerche su Facebook. Una cronologia accessibile a noi, è meglio specificare, e per adesso disponibile soltanto nella versione di Facebook per computer: gli utenti di Facebook Mobile dovranno aspettare.
L’introduzione della cronologia delle ricerche su Facebook è stata presentata verso la fine di settembre, ma la sua attivazione sui vari profili ha proceduto, come al solito, a macchie di leopardo: per alcuni è attiva già dall'inizio del mese, per altri è stata appena attivata, altri ancora la vedranno più avanti. In ogni caso, prima o poi toccherà a tutti, proprio come il Diario. Per vedere se nel vostro profilo è già attiva, sarà sufficiente entrare nel Registro attività e cliccare sul pulsante che si trova in alto a destra: vi uscirà un menu di questo tipo

Come vedete, verso la fine della lista c’è anche la voce “Cerca”. Selezionando quella voce, si aprirà la cronologia delle nostre ricerche su Facebook, suddivisa per ora, giorno, mese e anno, più o meno come accade per qualsiasi altra sezione del registro attività. La cronologia delle ricerche, come il nome stesso suggerisce, contiene una lista di tutto ciò che abbiamo cercato su Facebook e corrisponde alla funzione analoga che troviamo in un motore di ricerca tipo Google. Con alcune differenze, a cui accennerò poi. Un esame della nostra cronologia, peraltro, ci dirà anche quando sia stata attivata per noi questa funzione: basta vedere a quando risale il primo dato presente. Il fatto che la cronologia si estenda nel passato fino al momento della nostra iscrizione a Facebook, in una sequenza di mesi vuoti che pare uscita da una scena di Shining, lascia supporre che, come per i messaggi e le sessioni di chat, anche le ricerche compiute su Facebook fossero schedate fin dall'inizio  ma soltanto adesso è stato notificato agli utenti. Il che non sarebbe strano, trattandosi di un’abitudine consolidata presso la maggioranza delle aziende del settore.
Sulla destra di ogni elemento della cronologia vediamo due icone: la prima è un lucchetto e ci informa che quell'elemento è visibile soltanto a noi (l’intera cronologia è accessibile soltanto a noi, almeno su questo lato dello schermo), mentre la seconda è un segnale di divieto. Cliccando su questo segnale di divieto, possiamo rimuovere l’elemento corrispondente della cronologia. In modo molto più pratico, però, possiamo cancellare l’intero contenuto della cronologia, cliccando sul pulsante “Cancella ricerche”, che troviamo nella parte alta della pagina. Non è specificato che tipo di cancellazione sia, ma sulla base dei precedenti possiamo ipotizzare che si tratti di una cancellazione “debole”: l’elemento rimosso sparirà dunque dalla lista visibile a noi, ma è tutto da dimostrare che sparirà anche dai server di Facebook.
A titolo informativo, al momento non è possibile disattivare questa funzione. In futuro, magari, sarà possibile bloccare il salvataggio delle ricerche su Facebook, ma per adesso possiamo solo cancellare le ricerche dopo che Facebook le ha registrare e inserite nella nostra cronologia. E qui c’è una prima differenza, rispetto alla cronologia delle ricerche di Google: Google ti permette di disattivare questa funzione e impedire che le ricerche siano registrate in una cronologia, mentre Facebook non te lo permette, per adesso. In futuro si vedrà: lo schema classico con cui Facebook introduce le sue novità prevede prima una imposizione forzata della novità e poi, eventualmente, in base alla reazione degli utenti, può decidere di riconsiderare e/o modificare alcune opzioni di questa novità, correggendo un poco il tiro.
Ma a cosa serve, in concreto, questa cronologia delle ricerche? Nel caso di un motore di ricerca, per noi utenti può essere utile, di tanto in tanto, recuperare i risultati di una vecchia ricerca, per non doverla ripetere e, soprattutto, per essere certi di ritrovare quel particolare risultato che ci serve, ma che abbiamo dimenticato di salvare. È più o meno la stessa logica alla base della Cronologia in un browser: non ricordiamo più il nome di quella pagina, che avevamo visitato due settimane fa, e così apriamo la cronologia e la cerchiamo lì in mezzo. La cronologia di un motore di ricerca funziona come un diario delle nostre ricerche. Nel caso di un sito come Facebook, invece, l’utilità di una cronologia è alquanto limitata, per il momento. Considerato, però, che Facebook e Google non sono proprio in un rapporto di amicizia e che Facebook, pian piano, si sta preparando a entrare nel mondo delle ricerche (cosa che certo non avverrà a breve, ma in futuro avverrà), l’aver introdotto una cronologia delle ricerche rappresenta solo una tappa di questa fase di espansione.
Nel caso di Google, inoltre, la cronologia delle ricerche è utilizzata anche per personalizzare i risultati delle nostre ricerche, adattandosi ai nostri gusti e interessi: se dalla storia delle nostre ricerche risulta che noi siamo particolarmente interessati a un determinato campo, allora Google ci proporrà tra le prime posizioni i risultati di ricerca che provengono dal campo di nostro interesse; se di solito scegliamo i risultati che si trovano su un determinato sito (Wikipedia, per esempio), allora i risultati presi da quel sito saranno nelle prime posizioni delle nostre ricerche. E così via. Avevo già accennato a questa struttura, parlando di DuckDuckGo.
Nel caso di Facebook, tutto ciò accade già. Quando cerchiamo una persona, infatti, Facebook ci suggerisce per prime quelle persone che cerchiamo più spesso, oppure con cui interagiamo di più (a conferma che Facebook ha registrato le ricerche fin dall'inizio  ma solo adesso ci mostra la cronologia): l’introduzione della cronologia di ricerca, dunque, appare piuttosto superflua, per adesso, ma acquisterà un peso maggiore quando le funzioni di ricerca di Facebook si espanderanno. Staremo a vedere.
Infine, la cronologia delle ricerche ben si spossa con le teorie complottistico-paranoiche (di cui non tratterò, perché non sono di mio interesse) e col data mining, a cui ho già accennato altrove e che rappresenta la vera potenza di un social network, sul piano commerciale e non solo. Parlare del data mining, però, significherebbe aprire una parentesi fin troppo grande e provvederò magari in un’altra occasione: in una sintesi estrema, il data mining permette la ricostruzione di un profilo quanto più possibile accurato di una persona, sulla base delle informazioni che quella stessa persona rende pubbliche attraverso la sua interazione col mondo che la circonda. Lascio a voi immaginare come questo si possa adattare a Facebook.

sabato 7 luglio 2012

Facebook e l'utilizzo dei dati personali (II)


La sezione successiva della Normativa sull’utilizzo dei dati, nell’ultima versione pubblicata da Facebook, è dedicata a un argomento di cui ho già trattato in altre occasioni, ossia la condivisione e la possibilità di essere trovati su Facebook. In altri termini, è il solito discorso sulle impostazioni di privacy, opportunamente riveduto e corretto per adattarsi al nuovo diario.
Lo strumento di selezione del pubblico, ormai, lo dovremmo conoscere tutti: qui ci viene offerto un rapido riassunto del suo funzionamento e di cosa comporti scegliere una voce, anziché un’altra. Ci è anche ricordato che, aggiungendo un tag a un qualsiasi elemento, estendiamo il pubblico di quell’argomento anche al di là di quelle che potevano essere le nostre intenzioni: un tag, infatti, può essere visto dalla persona taggata (ovvio) e da tutti gli amici della persona taggata.
Il paragrafo dedicato alla condivisione sul diario, oltre a ripetere le solite cose, aggiunge anche un breve discorso sul tema: lista degli amici. Un discorso che può essere interessante, dato il numero di richieste di chiarimenti che ho ricevuto di recente su questo tema, ma non un discorso esaustivo: non si sfiora neppure per sbaglio la recente modifica della lista amici, che adesso include sia gli amici attuati, sia i “cadaveri” di vecchi profili disattivati, profili trasformati in pagine e profili rimossi. Aspetteremo forse il prossimo aggiornamento della normativa. A ogni modo, ci è ricordato che:
- possiamo scegliere un pubblico per l’intera lista amici, non per i singoli amici contenuti nella lista;
- chiunque potrà sempre vedere gli amici in comune.
Alcune parti del profilo, inoltre, saranno sempre pubbliche: nome, immagine del profilo, immagine di copertina. Ma anche questa è cosa nota.
Teoricamente, chiunque abbia il nostro indirizzo e-mail o il nostro numero di telefono (se abbiamo abbinato un telefono al nostro profilo) è in gradi di cercarci e trovarci su Facebook. Chiunque, amico o non amico. È possibile comunque modificare questa impostazione e restringere la nostra visibilità, ma dovremo pensarci noi: il percorso per farlo è 
Impostazioni sulla Privacy -> Connessione da parte tua.
Questa sezione della Normativa si conclude con le regole che determinano le condivisioni altrui e il funzionamento delle Pagine, sempre sul piano della privacy. All’interno di una notizia, chiunque può aggiungere un link a qualsiasi cosa, incluso il diario di un altro utente : se il link conduce a un sito esterno, nessun problema (beh, relativamente: dipende dal sito a cui conduce il link); se il link conduce al profilo di un utente, cliccando sul link potremo vedere soltanto ciò che il proprietario del profilo ci ha permesso di vedere, a seconda della categoria a cui apparteniamo (amici, amici di amici, estranei). Il tag è un caso particolare di link: quando qualcuno ci tagga in un elemento, noi abbiamo il diritto di decidere se permettere il tag, oppure rimuoverlo. Se siamo taggati all’interno di un messaggio, oppure di un gruppo privato, soltanto chi può vedere il messaggio o il gruppo potrà anche vedere il tag (in teoria). In tutti gli altri casi, un tag che rimanda a noi sarà visibile anche a tutti i nostri amici.
Per quanto riguarda le Pagine, di base sono considerate pubbliche. Di conseguenza, tutto ciò che facciamo o pubblichiamo su una pagina è automaticamente pubblico, come visibilità: potrà dunque essere visto non solo dai nostri amici, tra gli aggiornamenti che ricevono sul nostro conto, ma anche al di fuori di Facebook. Sempre meglio tenerlo presente. Inoltre, tanto per riportarci un poco nel magico mondo del data mining, ci è ricordato che anche le Pagine possono raccogliere dati su di noi, qualunque sia il loro scopo.
Da qui si passa alla terza sezione della Normativa, dedicata al modo in cui interagiamo con gli altri siti web e con le applicazioni di Facebook. Ovviamente, il tutto filtrato attraverso Facebook stesso: non si parla di ciò che facciamo coi siti, andandoli a visitare direttamente, ma su ciò che facciamo visitandoli attraverso Facebook.
Quando ci troviamo all’interno di Facebook e accediamo a un’applicazione (come i mille giochini che si possono trovare) o a un sito esterno, quel sito o quell’applicazione riceve tutte le nostre informazioni di base, tra cui il nostro codice utente, il codice utente di tutti i nostri amici e le informazioni che abbiamo contrassegnato come pubbliche (o che sono state contrassegnate come pubbliche da Facebook). Molte applicazioni, inoltre, ci chiederanno di concedere una serie di permessi, prima di poterle utilizzare: permesso di accedere a molte altre nostre informazioni, permesso di pubblicare a nome nostro, eccetera eccetera. La lista completa la possiamo vedere al momento del primo utilizzo di una nuova applicazione, oppure la possiamo controllare nella sezione del nostro profilo dedicata alle applicazioni che usiamo. Anche di questo ho già parlato altrove. In seguito possiamo rimuovere alcuni dei permessi concessi al momento dell’attivazione, ma altri saranno sempre obbligatori, almeno finché continueremo a utilizzare quell’applicazione. Come nota a margine, ci viene ricordato che la rimozione di un’applicazione impedirà a quell’applicazione di raccogliere nuovi dati su di noi, ma non cancellerà i dati che ha già raccolto e immagazzinato.
Naturalmente, anche se noi non utilizziamo una certa applicazione, questa potrebbe comunque aver accesso ai nostri dati, attraverso un amico che la utilizza. Di base, quasi tutte le applicazioni chiedono di aver accesso alla lista amici di chi le utilizza e, da lì, accedere ai nostri dati personali che le nostre impostazioni di privacy le permetteranno di vedere: se il nostro amico Tizio autorizza un gioco ad accedere alle informazioni dei suoi amici, il gioco potrà accedere alle informazioni che sono visibili a Tizio.
C’è comunque una via d’uscita e Facebook è così gentile da indicarcela.
Se desideri bloccare completamente le applicazioni, in modo che non ottengano le tue informazioni quando i tuoi amici e altre persone le utilizzano, devi disattivare tutte le applicazioni della Piattaforma. Ciò implica che non potrai più utilizzare giochi, applicazioni o siti Web di terzi integrati in Facebook.
Chiaro, no?
Per quanto riguarda i siti esterni a Facebook, esiste una serie di cosiddetti “plug-in sociali”, che permettono al proprietario di un sito di collegarlo a Facebook. Un esempio molto semplice di plug-in sociale è il pulsante “Mi piace” che troviamo più o meno dappertutto nei siti e che ci permette di segnalare (attraverso Facebook) il nostro apprezzamento per un articolo, una foto, un video o altro. Anche i pulsanti “Condividi”, che troviamo spesso accanto agli articoli, sono un plug-in sociale. Sono dappertutto, insomma, e collegano i vari siti a quell’immenso calderone che è Facebook.
Come per le applicazioni, anche i plug-in sociali possono chiederci varie autorizzazioni, quando li utilizziamo assieme al nostro account di Facebook. inoltre, la Normativa ci ricorda anche un dettaglio molto simpatico, a cui forse alcuni di noi non avevano pensato.
Quando visiti un sito con un plug-in sociale, Facebook riceve delle informazioni. I dati verranno conservati fino a 90 giorni. Dopo tale periodo, rimuoveremo il tuo nome e qualsiasi altra informazione personale dai dati oppure li combineremo con quelli di altre persone in modo che non siano più associati a te.
Invito a prestare attenzione alla parte successiva all'oppure (che ho sottolineato), che inserisce una clausola attraverso cui i nostri dati potranno essere conservati a oltranza.
Alcuni siti, poi, offrono anche la cosiddetta “personalizzazione istantanea”, che ci è presentata come
“uno strumento attraverso cui Facebook aiuta i siti partner interni ed esterni a Facebook a creare per gli utenti un'esperienza più personalizzata e sociale di quella offerta da un plug-in sociale. Quando visiti un sito o un'applicazione che utilizza la personalizzazione istantanea, il sito apprenderà informazioni su di te e sui tuoi amici nel momento in cui vi accedi.”
Non corrisponde alla mia idea di utilizzo di un sito, ma per fortuna al momento è possibile scegliere di disattivare la personalizzazione istantanea, passando per le nostre "Impostazioni sulla privacy". Ci sarebbe molto altro da dire sull’argomento, ma per ragioni di spazio vi invito a leggere direttamente la Normativa su questo punto.
Infine, i motori di ricerca. Come avrete di certo notato, inserendo il nome di una persona in un motore di ricerca (Google, per esempio), tra i primi risultati che otterremo ci potrebbe essere almeno un profilo di Facebook, ma anche più di uno in caso di omonimia. Il nostro nome è pubblico, per impostazione predefinita di Facebook, per cui non è strano che i motori di ricerca lo possano trovare. Abbiamo comunque la possibilità di impedire ai motori di ricerca di trovarci, se preferiamo:
Impostazioni sulla privacy -> Inserzioni, applicazioni e siti web.
Anche dopo aver bloccato i motori di ricerca, potrebbero però rimanere tracce del nostro profilo. La cache di Google, per esempio, conserverà il nostro profilo per un certo periodo, se in precedenza lo avevamo reso accessibile alla ricerca. Potremo comunque fare richiesta a Google stesso e provvederà a rimuovere quella pagina dalla sua cache: di solito è abbastanza rapido nella rimozione.

mercoledì 4 luglio 2012

Facebook e l’utilizzo dei dati personali (I)


Si parla spesso del modo in cui Facebook utilizza i nostri dati personali e sono numerose le leggende metropolitane, più o meno fondate, riguardo alla gestione delle nostre informazioni. Non è di questo che parlerò. Parlerò invece della normativa sull’utilizzo dei dati, uno di quei documenti che tutti hanno accettato, al momento dell’iscrizione a Facebook, ma pochissimi hanno letto per intero. Proprio il mese scorso, la normativa è stata modificata ed è forse il caso di dare una occhiata più da vicino a quali siano i suoi contenuti, per cercare una risposta alla domanda: cosa fa Facebook coi nostri dati personali?

Prima di tutto, segnalerò un paio di link che, sebbene siano di discreta importanza, Facebook relega nelle note finali della sua normativa. Questa è la pagina dedicata alla sicurezza su Facebook, mentre questa è la pagina dedicata alle normative di Facebook. Segnatevi in particolare il secondo link, perché è lì che saranno pubblicati tutti i cambiamenti nella privacy e nelle regole del sito. Dopo la pubblicazione di ogni modifica alle norme, gli utenti avranno a disposizione sette giorni per commentare a favore o contro la modifica: se la notizia di una modifica dovesse ricevere più di 7000 “mi piace”, l’applicazione o meno della modifica sarà messa ai voti. Questa è la nota completa a riguardo:
Possibilità di votare ed esprimere i commentiFatta eccezione per le modifiche per scopi legali o amministrativi o per le correzioni di dichiarazioni imprecise, Facebook ti concede sette (7) giorni per comunicare i tuoi commenti sulla modifica. Se Facebook riceve più di 7.000 commenti su una modifica in particolare, tale modifica verrà messa ai voti. La votazione sarà vincolante nel caso in cui voti oltre il 30% di tutti gli utenti attivi registrati alla data dell'avviso.
Così saprete dove e quando commentare, se una modifica non sarà di vostro gradimento.

Procediamo con la normativa. È una lettura piuttosto noiosa, va detto, ma per chi si interessa al data mining può essere affascinante, soprattutto per i “può”, “potrebbe” con cui Facebook cerca di districarsi nel labirinto del “cosa faccio coi vostri dati”, senza ammettere nulla di compromettente in modo chiaro e definitivo.
La prima parte della normativa è dedicata ai mille modi in cui Facebook riceve informazioni da noi e sul nostro conto, ma tratta anche del mondo in cui queste informazioni saranno aggregate (e di nuovo siamo al data mining puro e semplice) e utilizzate per migliorare i servizi offerti. Come nota curiosa, si specifica che tutti questi dati saranno forniti agli inserzionisti, ma solo dopo aver rimosso il nome e altre informazioni strettamente personali, oppure dopo averli combinati coi dati di altre persone: cosa per nulla rassicurante, dato che la reidentificazione di una persona è più facile di quanto si possa pensare. Ma procediamo.
La sezione dedicata alle informazioni pubbliche è da leggere, rileggere, conservare e appendere sul muro accanto al computer, per aver sempre sotto agli occhi un fattore che, per quanto ovvio, molti si dimenticano di considerare: se scegli di rendere pubbliche le tue informazioni, tutti le potranno vedere, incluse le persone che non sono su Facebook. Quindi, quando pubblicate qualcosa, pensateci molto bene prima di selezionare “pubblico” col famigerato strumento per la selezione del pubblico. Qualsiasi elemento che abbia una visibilità “pubblica” potrà essere associato a te anche al di fuori di Facebook e potrà essere visualizzato in una ricerca su Facebook o su un motore di ricerca pubblico (Google, per intenderci). Alcuni elementi, inoltre, sono sempre pubblici e non possiamo modificarne la visibilità: il nome, l’immagine del profilo (e della copertina, se abbiamo il Diario), la rete, il sesso e il nome utente. Il nome utente è quel nome che compare nell’indirizzo del vostro profilo su Facebook e che compare anche nell’indirizzo e-mail @facebook.com, che è stato imposto a tutti qualche giorno fa. Nel caso non ve ne siate ancora accorti, adesso il vostro indirizzo e-mail ufficiale su Facebook è quello ed è lì che riceverete eventuali notifiche via e-mail (e non solo).
Procedendo con la lettura, arriviamo al modo in cui Facebook utilizzerà le informazioni ricevute sul nostro conto. O almeno, al modo in cui Facebook dichiara che le utilizzerà. Ed è affascinante la vaghezza leopardiana con cui introduce questa sezione: “Facebook utilizza le informazioni ricevute in relazione ai servizi e alle funzionalità offerte a te e ad altri utenti come i tuoi amici, i nostri partner, gli inserzionisti che acquistano inserzioni sul sito e gli sviluppatori che creano giochi, applicazioni e siti Web da te utilizzati”. A seguire, troviamo una serie di esempi più o meno pertinenti agli interessi di un lettore, che magari gradirebbe sapere altro, invece delle solite storie sul fatto che “le tue informazioni personali ci aiuteranno a migliorare il servizio”. Per lo meno, tra gli esempi compare anche che i dati personali saranno utilizzati “per misurare o comprendere l'efficacia delle inserzioni visualizzate da te o da altri”: di nuovo data mining, ma anche una forse inconsapevole citazione di “Il tunnel sotto il mondo” di Frederik Pohl, uno dei migliori racconti che siano mai stati scritti sul tema della pubblicità.
Alquanto grottesca è poi la nota sul fatto che la nostra fiducia è molto importante per Facebook, vista la sua abitudine di imporre cambiamenti di nascosto, tipo la recente modifica nell’indirizzo e-mail. Anche se Facebook potrà fare più o meno di tutto con le informazioni che gli forniamo, le informazioni saranno sempre nostre, ci è ricordato: “memorizziamo i dati per il tempo necessario a fornire i prodotti e servizi a te e ad altri, compresi quelli descritti sopra. Tipicamente, le informazioni associate al tuo account saranno mantenute fino a quando il tuo account non sarà eliminato.” Così parlò Facebook. Da notare l’uso dell’avverbio “tipicamente”, per aggiungere una dose di necessaria vaghezza. Vediamo dunque come si elimina un account, secondo la normativa.
Possiamo disattivare l’account, oppure eliminarlo. Disattivandolo, i nostri dati resteranno tutti dove sono e Facebook potrà continuare a utilizzarli come meglio crede: in ogni momento, infatti, potremmo decidere di riattivare l’account. Per eliminarlo, invece, la procedura è più complicata e i tempi sono molto più lunghi. Prima che l’account sia eliminato, infatti, dovrà trascorrere almeno un mese, mentre alcune informazioni potrebbero essere conservate per novanta giorni (tre mesi), per motivi non precisati. Se dopo questi novanta giorni le informazioni spariranno davvero, poi, è un altro paio di maniche ed è questione di fiducia. Un fattore che non si dovrebbe mai dimenticare è che, caricando qualcosa in Rete, noi ne perdiamo di fatto il controllo diretto. Possiamo eliminare la copia che abbiamo inserito noi, possiamo dare la caccia a eventuali altre copie, ma non avremo mai la certezza che tutte le possibili copie saranno sparite. Finché un file si trova sul disco fisso del nostro computer, noi ne abbiamo il controllo e possiamo eliminarlo in qualsiasi momento; una volta che quel file è stato caricato sul server di qualcun altro, è il proprietario del server ad averne di fatto il controllo e noi potremo solo fidarci delle sue promesse e della sua parola.
Sempre meglio ricordarlo, per evitare problemi.

venerdì 20 aprile 2012

DuckDuckGo, ricerche fuori della bolla

O almeno questo è l’obiettivo che si pone il motore di ricerca DuckDuckGo. Lo so, il nome appare incredibilmente stupido, ma lasciamo perdere questo dettaglio: lo ha deciso il suo creatore Gabriel Weinberg e a quanto pare a lui piace così. Non indaghiamo. Guardiamo piuttosto cosa faccia e in che modo sia diverso rispetto a Google e altri motori di ricerca analoghi. Tanto per cominciare, la pagina che ci troviamo davanti, al primo accesso.

Grafica semplice, ridotta all’osso, più o meno come le prime versioni di Google, prima che mille link diversi si ammucchiassero qui e là, tra immagini, video, e-mail, documenti, traduzioni, eccetera eccetera. Contiene ciò che ci si può attendere da un motore di ricerca, ossia un riquadro in cui scrivere l’argomento della nostra ricerca e un pulsante per avviare la ricerca (se proprio non volete premere il tasto “invio”). C’è anche una bizzarra grafica paperosa, ma sono dettagli secondari. Ciò che conta è un altro aspetto, ossia come avviene l’interazione tra utente e motore di ricerca e quali risultati sono proposti all’utente. Ci arriverò per gradi.
Vediamo intanto il risultato di due ricerche qualsiasi, effettuate su DuckDuckGo (d’ora in avanti abbreviato in DDG, per comodità). Nel primo caso, l’oggetto della ricerca è “Debian”, uno dei più noti e utilizzati sistemi operativi a base Linux, per chi non lo sapesse: il risultato è il seguente.
Al primo posto abbiamo un riquadro a sfondo grigio chiaro, con una breve presentazione e descrizione dell’oggetto della nostra ricerca: in questo caso, ci spiega cosa sia Debian. Assieme alla breve spiegazione, ci sono indicati anche alcuni siti per approfondire il discorso, ossia il sito ufficiale del progetto, la relativa pagina di Wikipedia e così via. Questo però non è ancora il risultato della ricerca, ma solo una introduzione; i risultati cominciano subito dopo. E qui c’è la prima differenza evidente con Google.
Il riquadro iniziale, infatti, è costruito utilizzando le informazioni raccolte da siti come Wikipedia e affini, e serve a darci un primo sguardo su ciò che stiamo cercando, una piccola spiegazione di cosa sia e alcuni link ad argomenti correlati. I risultati veri e propri vengono soltanto dopo e sono raccolti da varie fonti, tra cui gli spider di DDG (che sono differenti da quelli usati da Google, per cui anche i risultati delle ricerche e il modo di indicizzare i siti sarà diverso). Inoltre, sulla destra della pagina troviamo anche una lista di approfondimenti sull’argomento che ci interessa e su argomenti correlati, ma questo sarà più chiaro col secondo esempio di ricerca.
In questo secondo esempio, come oggetto di ricerca ho utilizzato “Venezia”. Se adesso guardiamo sul lato destro della pagina, troveremo in alto una piccola mappa (sbagliata, perché si riferisce a una omonima città della Florida) e in basso una serie di approfondimenti relativi ad alcuni temi che potrebbero servire al cercatore, come “hotel”, “meteo”, “guide” e così via. Cliccando uno di questi, lanceremo una nuova ricerca sul tema “venezia hotel”, oppure “venezia meteo” e così via.
La maggiore differenza tra DDG e Google, però, non si trova in questi dettagli visibili, che possono essere più o meno utili e più o meno apprezzati: si trova nel modo in cui i risultati delle ricerche sono selezionati. Google raccoglie i dati sulle nostre ricerche, sia passate che presenti, e li utilizza per filtrare i risultati in base ai nostri interessi stimati e a ciò che potrebbe esserci di maggiore aiuto: in pratica, cerca di ritagliare i suoi risultati su misura per noi, o almeno su misura di ciò che ha potuto sapere sul nostro conto. Procedimento più o meno affine a quello di Amazon, che all’arrivo nel suo sito ci propone subito i prodotti più in linea con la nostra storia di acquisti. Il filtraggio dei risultati sulla base dei nostri interessi è stato definito “filter bubble”, perché serve a costruire attorno a noi una bolla: all’interno le cose che ci piacciono e ci interessano, all’esterno tutto il resto. O almeno, così è stato presentato da diversi attivisti, a cominciare da Eli Pariser, anche se siamo lontani da un accordo sugli effettivi risultati di questa bolla: per alcuni le differenze nei risultati delle ricerche sono grandi, per altri sono modesti e si compensano tra loro. la discussione è aperta ed è meglio che vi formiate la vostra opinione, leggendo entrambe le parti.
Tornando dal teoretico al pratico, DDG vuole eliminare questa bolla, evitando l’operazione che ne sarebbe all'origine: la raccolta delle nostre informazioni e il loro utilizzo per filtrare i risultati. A differenza di Google, infatti, DDG dichiara di non raccogliere nessuna informazione sugli utenti che lo utilizzano: non raccoglie gli indirizzi IP, non archivia informazioni sulle ricerche e utilizza i cookies soltanto quando è inevitabile. Di conseguenza, non possedendo informazioni personali con cui tarare le ricerche, chiunque potrà ottenere gli stessi risultati, invece di ricevere una selezione di risultati adatti ai propri gusti. In breve, DDG è un motore di ricerca che pone la privacy e l’anonimato dei utenti al centro del proprio funzionamento, cercando di rendersi il più possibile neutrale nei confronti dei risultati ottenuti dalle ricerche. O quasi, perché in realtà anche DDG utilizza alcuni filtri nelle sue ricerche, per penalizzare quei siti come eHow, che producono camionate di articoli di bassa qualità per scalare le classifiche di Google, o i siti che imbottiscono le proprie pagine con molta pubblicità e pochi contenuti. Infine, ne esiste anche una versione onion, accessibile dalla navigazione tramite Tor, oltre a una pagina criptata, simile a quella già esistente per Google.

sabato 3 settembre 2011

Facebook: nuove impostazioni di Privacy

Come preannunciato già da qualche tempo, sono infine arrivate le novità nella gestione della privacy su Facebook. Di conseguenza, dovrò adesso aggiornare la guida alla privacy su Facebook che avevo scritto qualche tempo fa.
Una prima novità la troviamo già nella nostra home e riguarda tutto ciò che condividiamo, o che i nostri amici condividono con noi. Accanto (o meglio, sotto) a ogni elemento che condividiamo, infatti, sono apparse tre nuove icone, che possiamo vedere anche semplicemente scrivendo qualcosa nello spazio “A cosa stai pensando”. In effetti, basta anche solo cliccare su quella sezione, per allargarla e far apparire le tre nuove icone, sotto di essa.

Con la prima icona, a sinistra, possiamo taggare le persone che vogliamo taggare. E fin qui nulla di nuovo, a parte il fatto che adesso c’è un pulsante da usare. C’è però stato un cambiamento nella gestione dei tag e lo vedremo tra poco.

Con la seconda icona, accanto alla prima, possiamo aggiungere il posto in cui ci troviamo, se proprio sentiamo la necessità di annunciarlo al mondo.


Con la terza icona, proprio accanto al pulsante “Pubblica”, possiamo invece gestire direttamente la privacy relativa al nostro post. Possiamo in pratica decidere a chi sarà visibile il post, prima di pubblicarlo, ma potremo anche modificare la nostra scelta dopo averlo pubblicato. Una funzione che, in realtà, esisteva anche prima, ma che molto spesso passava inosservata.


Detto questo, passiamo a fare un veloce riepilogo delle categorie in cui Facebook suddivide il mondo, per quanto riguarda la gestione della privacy:
Pubblico – ha sostituito la vecchia categoria di “Tutti”, nel tentativo di renderla più chiara. Il risultato, a conti fatti, è lo stesso: se scegliamo “Pubblico”, tutti potranno vedere l’elemento che stiamo pubblicando, o che abbiamo pubblicato. Precisiamo: per “tutti”, si intende “tutti quelli che sono a conoscenza del nostro profilo”. Se pubblichiamo un elemento con l’impostazione “Pubblico”, non apparirà sulle bacheche di tutti gli utenti del mondo; chiunque acceda al nostro profilo, però, potrà vedere quell’elemento.
Amici di amici – non è cambiata e include sempre gli amici dei nostri amici (ma va?). In pratica, se io sono amico con Tizio e anche Caio è amico con Tizio (ma non è mio amico), Caio potrà vedere tutti i miei posto che hanno questa impostazione.
Amici – non è cambiata e mi pare abbastanza ovvia. Solo chi è nostro amico potrà vedere gli elementi con questa impostazione.
Solo io – idem come sopra. Soltanto io potrò vedere questi elementi.
Personalizza – alta categoria invariata. Scegliendo questa, possiamo personalizzare il modo in cui il nostro elemento sarà visualizzato: potremo mostrarlo solo a una lista di persone, oppure nasconderlo a una lista di persone, e varie altre combinazioni.
Una ultima precisazione sulle categorie. Per i minorenni, la massima categoria è quella di “Amici di amici”: non esiste la categoria “Pubblico”. Di conseguenza, tutto ciò che posteranno potrà al massimo essere visto dagli amici dei loro amici, mai da un pubblico più ampio.

Detto questo, passiamo a vedere come è cambiato il pannello per la gestione della privacy. Diciamolo subito: è pressoché irriconoscibile, rispetto a prima. Lo possiamo sempre raggiungere dallo stesso percorso, ossia Account -> Impostazioni sulla privacy, ma adesso non si presenta più come una tabella contorta di opzioni, oppure come una lunga lista di categorie e sottocategorie. Il nuovo aspetto è questo:
Piuttosto schematico, direi.
Troviamo dunque cinque categorie, all’interno delle quali sono raccolte tutte le impostazioni che prima erano sparse un po’ ovunque.
Connessione da parte tua – raccoglie gli elementi che regolano la nostra “rintracciabilità” su Facebook (ossia chi può trovarci, cercando il nostro nome o altri dati), oltre a regole generali su chi possa entrare in contatto con noi. Se scegliamo di modificarla, ci apparirà questa finestra:

Accanto a ogni voce, c’è il classico pulsante per modificare le impostazioni e le possibilità di scelta sono quelle che abbiamo già visto: Pubblico, Amici di amici, Amici, Solo io, Personalizza. Non sempre saranno presenti tutte e cinque le voci (ovviamente).

Funzionamento dei tag – questa è una novità introdotta dal presente aggiornamento. Possiamo regolare il modo in cui i nostri amici ci taggheranno negli elementi che condividono, oltre a poter decidere a chi siano visibili gli elementi in cui siamo taggati. Queste le voci che possiamo modificare:
La prima voce, “Controllo del profilo”, ci permette di scegliere se permettere o negare che un post, in cui siamo stati taggati, finisca sul nostro profilo. Possiamo attivarla, oppure lasciarla disattivata.
La seconda, ossia “Controllo dei tag”, può essere abilitata o disabilitata. Se è abilitata, ogni volta che un nostro amico ci taggherà da qualche parte noi riceveremo una notifica, in cui si sarà chiesto se consentire o negare il tag. Se approviamo il tag, lo potranno vedere sia l’amico che lo ha condiviso, sia i suoi amici: è bene ricordarlo.
La terza, “Visibilità del profilo”, ci permette poi di decidere a chi vogliamo rendere visibili i post in cui siamo taggati, una volta apparsi sul nostro profilo.
La quarta, “Suggerimenti di tag”, al momento non è disponibile, ma riguarda una funzione ancora in fase di sviluppo e test, ossia il suggerimento automatico dei tag nelle foto. Quando un nostro amico pubblicherà una foto, Facebook tenterà di riconoscere gli amici che potrebbero comparire nella foto: se ci riuscirà, suggerirà i nomi da taggare. Questa voce ci permetterà di attivare o disattivare i suggerimenti relativi al nostro nome.
L’ultima, “Gli amici possono registrarti nei luoghi”, ci permette di scegliere se gli amici potranno taggarci nei luoghi in cui si trovano (non l’avreste mai detto, eh?). anche in questo caso, possiamo attivarla o disattivarla.

Applicazioni e siti web – questa sezione non è cambiata e funziona ancora come prima, grossomodo. Possono esserci piccole differenze grafiche, ma per il resto vale quanto già detto nella guida precedente.
Restringi il pubblico per i vecchi post – ci permette di decidere se applicare le modifiche anche ai vecchi post, oppure no.
Elementi bloccati – non è cambiato e contiene ancor ala lista degli elementi che abbiamo bloccato (persone o applicazioni), oltre a darci la possibilità di bloccare altri elementi, se vogliamo.

Altri dettagli sull'argomento nel posto successivo, dedicato alle modifiche nel profilo di Facebook.

Per chi vuole segnalare critiche o altro sulle modifiche alla privacy, questo è il modulo di Facebook, che potete utilizzare:
- commenti alle novità per la privacy

lunedì 2 maggio 2011

Google Encrypted, ricerche più sicure

Google Encrypted
Google Encrypted è una nuova funzione di Google, attiva dall'inizio dell'estate scorsa, finalizzata ad aumentare la sicurezza delle nostre ricerche su Google. Credo però che in pochi si saranno accorti della sua esistenza, perché trovarla non è una cosa immediata. Possiamo però raggiungerla da questo indirizzo: https://encrypted.google.com/

Come vedrete, vi si aprirà una normale pagina di Google, quasi del tutto identica a quella che utilizzate ogni giorno per le vostre ricerche. Le differenze da notare, però, sono almeno due: la prima è il logo di Google, che presenta un lucchetto sopra la "e" (e la scritta "beta" subito sotto); la seconda è quella piccola "s" nella barra degli indirizzi, a indicarci il tipo di connessione che stiamo usando. Una connessione https, non il classico http.
Cosa cambia, dunque?
Da un punto di vista pratico, per gli utenti non c'è alcuna differenza tra usare Google normale o Google Encrypted: le ricerche funzionano allo stesso modo, i risultati sono gli stessi, al massimo una ricerca con Google Encrypted potrebbe essere un poco più lenta rispetto a una con Google normale. Ciò che cambia, invece, è il livello di sicurezza delle nostre ricerche, con il passaggio dal normale protocollo http al protocollo https.
Il protocollo http è quello che utilizziamo normalmente durante la nostra navigazione: lo scambio di dati tra il nostro computer e i vari siti internet non è protetto e, in teoria, può essere sorvegliato, intercettato o spiato da chiunque ne abbia voglia e possieda le competenze e gli strumenti per poterlo fare. Il protocollo https, invece, protegge il flusso di dati con una crittografia asimmetrica SSL, che aumenta la sicurezza delle nostre informazioni. I nostri dati, infatti, non passeranno attraverso un canale scoperto e visibile, come con lo http, ma attraverso un canale crittografato: tecnicamente sarà ancora possibile intercettarli e spiarli, con maggiore difficoltà, ma un eventuale "spione" dovrà poi anche decodificare i dati, prima di poterci capire qualcosa. Se non siete sotto sorveglianza o se non abitate in un paese dalla forte censura, è improbabile che qualcuno farà tutto questo lavoro solo per vedere a quali siti vi stiate collegando, per cui il protocollo https si può considerare sicuro, almeno per le normali comunicazioni. Il protocollo di sicurezza https dovrebbe anche essere utilizzato da tutti i siti, quando eseguite un login e dovete pertanto inserire dati sensibili, come il vostro nome utente e la vostra password; siti di home banking e siti di acquisti, poi, sono obbligati a utilizzare almeno lo https per proteggere i propri clienti, se vogliono essere considerati siti seri e affidabili.
Google Encrypted, dunque, è la versione "protetta" di Google. Tutte le nostre ricerche saranno effettuate attraverso il protocollo https: ciò significa che non sarà possibile intercettare facilmente le nostre ricerche, ma soprattutto significa che le nostre ricerche, se effettuate con Google Encrypted, non saranno memorizzate sul nostro computer e non compariranno nella funzione di autocompletamento in una successiva ricerca (la funzione di autocompletamento, per intenderci, è il vizio che ha Google di completare le parole che stiamo scrivendo in una ricerca, per "suggerirci" quello che cerchiamo). Se utilizziamo un computer condiviso e non vogliamo che altri possano, anche inavvertitamente, vedere cosa abbiamo cercato su Google, questo secondo aspetto può essere interessante; otterremmo risultati analoghi anche cancellando la cache e la cronologia del nostro browser, è ovvio, ma avere a disposizione un "piano B" è sempre utile, nel caso ci dimenticassimo di fare pulizia alla fine della sessione.
Una precisazione. Soltanto i dati sul nostro computer non saranno salvati; Google continuerà a mantenere la sua lista di quello che abbiamo cercato. In altri termini, Google Encrypted ci protegge sì da interventi esterni, ma non impedisce a Google di sapere cosa stiamo facendo.
Infine, se utilizzate Tor per la navigazione, allora vi sarete forse accorti che quasi tutte le vostre ricerche su Google sono automaticamente reindirizzate a Google Encrypted; il che è piuttosto logico, visto che con Tor state già navigando su canali crittografati.