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mercoledì 9 gennaio 2013

Let me google that for you


L’argomento di oggi sarà leggero e scherzoso, una pausa rilassante prima di tornare ad argomenti più “sudati” (ho in programma una serie di guide all'uso di Blender e non sarà una passeggiata, né da scrivere né da leggere). Sarà anche una occasione per riflettere su alcuni usi e costumi che la Rete non ha creato, ma che certo ha accentuato.
Avere dubbi, domande e difficoltà varie è cosa del tutto normale. Quando si hanno problemi, le linee di azione possibili sono fondamentalmente due: cercare una soluzione per proprio conto, oppure chiedere ad altre persone. Anche questo è normale. Cercare una soluzione a un problema, al giorno d’oggi, significa molto spesso aprire una finestra di Google (o di Bing, o DuckDuckGo, o qualunque sia il vostro motore di ricerca preferito), digitare una o più parole che descrivano il problema e guardare cosa ne esce: come eseguire una certa operazione col programma X, la lista degli idraulici più vicini a voi, gli orari di treno o aereo, i prezzi di un determinato prodotto, eccetera. E anche qui ci manteniamo nell'ambito della normalità.
Che succede quando invece chiediamo a qualcun altro? Se questa persona conosce già la risposta al nostro problema, allora semplicemente ce la dirà; se non la conosce, probabilmente aprirà a propria volta una finestra di Google (o Bing, eccetera eccetera) e cercherà la risposta. Può darsi che proprio non abbia idea di come risolvere un certo problema, oppure può darsi che voglia assicurarsi della correttezza della sua soluzione, in ogni caso un giro sui motori di ricerca lo si fa quasi sempre. In certi casi, la soluzione è complessa e richiede che i risultati di una ricerca siano combinati con conoscenze precise: è allora normale chiedere aiuto a qualcuno più esperto di noi. Ci sono casi, però, in cui una semplice ricerca può darci la risposta (che probabilmente non sarà quarantadue), ma noi chiediamo lo stesso a qualcun altro, per pigrizia. Let me google that for you è un sito che si rivolge proprio a questi casi.

Come spiegato già nella prima pagina, Let me google that for you è un sito dedicato a tutti coloro che sono troppo pigri per cercare una risposta in prima persona e preferiscono chiedere a qualcuno di cercarla al posto loro. Più precisamente, è dedicato a tutte le persone, a cui di solito sono rivolte queste richieste di aiuto, e suggerisce loro un modo più o meno simpatico (a seconda dei punti di vista) per rispondere a queste richieste. A margine, il sito ha sviluppato anche un merchandising che possiamo tranquillamente ignorare, perché non è di alcun interesse.
Al primo accesso, il sito ci mostrerà una pagina che dovrebbe essere nota a quasi tutti: la classica finestra di ricerca di Google. Anche l’uso è identico a quello di Google: scriviamo ciò che ci interessa cercare e poi lanciamo la ricerca. La differenza è in ciò che avviene dopo: mentre Google ci fornisce la lista delle possibili risposte alla nostra ricerca, Let me google that for you ci risponderà con un link. Questo link può essere aperto direttamente con un click, oppure copiato e spedito a un’altra persona, o ancora incollato in una pagina, in un messaggio e così via. Qualunque sia il modo in cui decideremo di usarlo, il risultato sarà lo stesso: aprendo il link, comparirà una pagina di Google, dove una semplice animazione in JavaScript eseguirà la ricerca che abbiamo scelto, scrivendo le parole all'interno del riquadro di ricerca e premendo il pulsante per avviarla.
Chi è interessato al funzionamento dello script, poi, potrà squartare e vivisezionare la pagina al suo primo caricamento (un bel CTRL+U, subito dopo aver cliccato sul link, oppure un passaggio per la console javascript del vostro browser), per capire come sia gestita l’animazione: di JavaScript ce n’è parecchio e sarà vostro divertimento scoprire a cosa serva ogni script.
A seconda dei punti di vista, questo sito può essere considerato sia come un invito a cercare le risposte con le proprie forze, invece di appoggiarsi sempre ad altri, sia come una presa in giro nei confronti di chi si aspetta la pappa pronta, invece di arrangiarsi da solo. Alternativamente, può anche essere un semplice modo per replicare a un eventuale amico, che ha la tendenza ad abusare di noi e ci rompe le scatole per ogni stupidaggine. A titolo informativo, è possibile imbattersi con una certa frequenza in link provenienti da questo sito sui forum di lingua inglese, soprattutto se di argomento informatico: non lo considero un modo molto simpatico di rispondere, dato che spesso le domande sono poste in buona fede (è legittimo invece usarlo nei confronti di persone assillanti, che continuano a ripetere la stessa domanda, fino a che qualcuno non risponde – di solito in malo modo), ma sono pareri personali.

venerdì 4 gennaio 2013

Whois, ossia chi è il proprietario di un sito


Se avete bisogno di verificare l’affidabilità e la correttezza delle informazioni presenti su un sito, magari perché sospettate una possibile truffa; se un sito ha pubblicato informazioni false sul vostro contro, oppure lesive della vostra reputazione, o comunque dati che vorreste far sparire; se un sito sta diffondendo spam o virus, e voi lo volete fermare; se siete stalker o semplici curiosi e volete sapere tutto sulla identità della persona che gestisce un certo sito; se vi trovate in una qualunque di queste situazioni, o in molte altre, la prima cosa che dovrete fare è scoprire chi sia il proprietario del sito, o chi sia l’intestatario, per poter poi agire nei suoi confronti, in qualunque modo intendiate agire. Oggi mi occuperò appunto di questo: trovare l’identità del proprietario di un sito.
Chi è il mago di Oz, nascosto dietro il paravento di un sito? Fin dai tempi in cui Internet si chiamava ancora ARPANET ed era riservato a pochi eletti, esiste uno strumento molto semplice per scoprire a chi sia intestato un determinato spazio in Rete, che sia un indirizzo IP, il nome di un dominio (DNS), o altro: sorprendentemente ma anche no, questo strumento risponde al nome di WHOIS. Quando il Web era giovane, questa formula magica era digitata nella linea di comando dei sistemi operativi UNIX, seguita dall'indirizzo del sito e da eventuali altri parametri; oggi che la linea di comando è guardata con sospetto dalla maggioranza degli utenti e spesso condannata a vivere in apposite riserve, esistono programmi con interfaccia grafica per eseguire le stesse operazioni, ma anche siti internet specializzati in questo tipo di ricerca. Per semplicità, oggi mi occuperò soltanto di questi ultimi, anche perché sono i più usati dalle persone comuni.
Il sistema più semplice per trovare l’identità della persona a cui è intestato un sito, e che quindi dovrà anche rispondere, nel bene o nel male, del contenuto del sito stesso, è rivolgerci al nostro vecchio amico Google. Digitiamo come argomento di ricerca “whois nome-del-sito” e uscirà una pletora di pagine, che ci propongono informazioni più o meno complete e accurate sul sito da noi ricercato. Le informazioni in questione sono le più varie, ma normalmente includono l’indirizzo IP del sito, il tipo di server su cui gira, la data della prima registrazione del dominio, la data dell’ultimo rinnovo del dominio (se presente), la data di scadenza della registrazione, i dati della persona fisica o dell’azienda a cui è intestata la registrazione, i dati della società che ha concesso il dominio, eccetera. Spesso ma non necessariamente, troveremo anche informazioni sul traffico del sito, visitatori totali o medi, posizione occupata nelle varie classifiche di gradimento della Rete (Alexa, PageRank, eccetera), e altri dati che possono essere più o meno interessanti, a seconda dei casi. Siccome però il nostro obiettivo iniziale era trovare il proprietario del sito, fermiamoci a osservare i dati sulla persona a cui è intestata la registrazione.
A seconda del sito che stiamo utilizzando per la ricerca WHOIS, la posizione di questi dati può cambiare. Se prendiamo come esempio il sito www.who.is, dal nome estremamente fantasioso ma anche molto facile da ricordare, nei risultati delle sue ricerche avremo due zone da guardare: le Registrar Info sono di solito informazioni sulla società che ha fornito il nome del dominio, mentre la sezione Raw Registrar Data ci mostrerà il nome della persona fisica, oppure dell’azienda, a cui è intestato il nome del dominio, ossia la persona che lo ha “affittato” e che, al momento, è intestatario del contratto. Può non essere la persona che scrive nel sito, ma è comunque la persona che dovremo contattare per prima, in caso di questioni legali. Oltre al nome, troveremo anche tutti i dati necessari per contattarlo: numero di telefono, numero di fax, indirizzo e-mail e anche indirizzo di casa, se si tratta di una persona fisica (se è un’azienda, troveremo invece l’indirizzo della sua sede).
A seconda del tipo di sito su cui eseguiamo la nostra ricerca, i risultati possono essere più o meno sorprendenti o interessanti. Poche persone al mondo saranno sorprese, scoprendo che il sito www.microsoft.com è intestato alla Microsoft Corporation, oppure che il sito www.apple.com è intestato alla Apple Inc. (se eseguite la ricerca, troverete anche i numeri per contattarle e l’indirizzo a cui si trovano le rispettive sedi), ma potrebbe essere interessante scoprire che avevano registrato i rispettivi domini in un’epoca in cui, qui in Italia, solo una manciata di persone era consapevole dell’esistenza di internet. Maggiori sorprese, invece, possono venire dalle ricerche sui siti personali, ossia quei siti il cui dominio corrisponde al nome di una persona: in questi casi, succede a volte di scoprire che il dominio è intestato a perfetti sconosciuti, che in apparenza hanno poco o nulla a che fare col proprietario “di fatto”. Prestanome per eludere il fisco e le querele? Ai posteri l’ardua sentenza, se mai dovessero essere interessati.
Alcuni siti di ricerche WHOIS includono anche dati supplementari, interessanti per chi gestisce il sito e per poche altre persone. I già citati dati sul flusso di traffico, ad esempio, o sulla posizione occupata dal sito nelle graduatorie nazionali (o mondiali), in quanto a numero di visitatori. In certi casi, si hanno anche stime o meno inaccurate sul possibile valore del sito in questione (solitamente espresso in dollari), sempre sulla base del traffico di visitatori. Se siete proprietari del sito, potreste anche trovare gratificante sapere quale sia il suo valore stimato, ma è meglio prendere con le pinze questo dato e non attribuirvi troppa importanza.
Sul piano della privacy, alcuni potrebbero essere poco felici di scoprire quante informazioni personali siano liberamente accessibili con una ricerca WHOIS: se siete proprietari di un sito, i dati forniti al momento della registrazione sono lì, in Rete, a disposizione di chiunque li cerchi. Questi dati, come già detto, sono nome, cognome, indirizzo e-mail, indirizzo di casa (o di ufficio, a seconda di cosa  avete indicato), numero di telefono, eventuale numero di fax. D’altro canto, se avete una partita IVA, sono più o meno le stesse informazioni che siete tenuti a inserire nelle vostre fatture (perché rilasciate una regolare fattura, giusto?). Per chiunque sia preoccupato, però, esistono anche società che offrono registrazioni private per i domini, ma questo discorso lo lascio agli esperti di diritto internazionale.

venerdì 28 dicembre 2012

Le impostazioni di ricerca di Google


Come già detto in altre occasioni, i risultati delle ricerche su Google (ma anche su altri motori di ricerca che utilizzano criteri analoghi) non sono neutrali, né identici per ogni utente: più persone che eseguono una stessa ricerca, dunque, otterranno risultati diversi, calibrati in base ad alcuni fattori.
Un primo fattore è la lingua con cui utilizziamo Google, mentre un altro è il paese da cui ci stiamo collegando: un francese che usa la versione in lingua francese di Google, otterrà risultati diversi da un giapponese che utilizza la versione di Google in lingua giapponese, anche se stanno cercando la stessa cosa. Questo criterio era in funzione già da tempo, ma è destinato a diventare sempre più forte dopo l’introduzione del Knowledge Graph, il quale aggiunge ulteriori discriminanti su base geografica, legate alle statistiche di ricerca dei vari paesi. E fin qui, nulla di nuovo.
Altri fattori che determinano il risultato delle nostre ricerche su Google sono legato alla nostra storia personale, cioè alle ricerche che abbiamo compiuto in passato e ai risultati che abbiamo selezionato: i siti che clicchiamo più spesso, o che visitiamo più spesso, tenderanno ad avere una posizione migliore nei risultati delle nostre ricerche, mentre i siti che abbiamo deciso di bloccare non compariranno proprio e abbasseranno nei risultati delle ricerche eventuali altri siti, che si appoggiano o linkano molto questi siti bloccati. Su questi fattori “personali” abbiamo una certa possibilità di controllo, attraverso la pagina delle impostazioni di ricerca di Google.

Nella scheda dei risultati di ricerca, la prima opzione che troviamo è quella relativa all'attivazione o disattivazione del filtro SafeSearch, che serve a filtrare e bloccare tutti quei risultati di ricerca che sono valutati come “di natura sessuale”: un classico filtro per la cosiddetta salvaguardia dei bambini”, insomma, che anche Google mette a disposizione dei tuoi utenti. Come per tutti i filtri di questo tipo, i risultati di ricerca da bloccare sono scelti in base ai calcoli di un algoritmo: non è garantito quindi che tutti i siti “sconvenienti” saranno bloccati, proprio come non è garantito che saranno bloccati soltanto i siti di quel tipo. Gli errori sono sempre possibili e questo filtro non è comunque sufficiente a sostituire un controllo genitoriale, come è specificato nella stessa pagina in cui si descrive il SafeSearch. A ogni modo, chi lo volesse usare potrà anche regolarne la severità, utilizzando l’apposita barra.
Previsioni Google Instant è una voce che riguarda quei suggerimenti di ricerca, ma anche quei risultati di ricerca, che appaiono mentre stiamo ancora scrivendo ciò che vogliamo cercare: sono un tentativo di risparmiarci tempo  e proporci in anticipo ciò che potremmo voler cercare, a volte con risultati parecchio buffi. È possibile decidere se attivare questa funzione, nonché specificare come utilizzarla: le tre opzioni sono “sempre attiva”, “mai attiva”, oppure “attiva solo quando la connessione è sufficientemente veloce”. In questo ultimo caso, l’impostazione è attiva, di base, ma è pronta a disattivarsi automaticamente se la nostra connessione dovesse diventare troppo lenta; si riattiverà poi quando la connessione sarà tornata decente.
Subito sotto è possibile anche specificare quanti risultati vogliamo per ogni pagina, da un minimo di dieci a un massimo di cento: come è ovvio, questo determinerà quanti risultati avremo in ogni pagina di ricerca su Google. Scendendo ancora, possiamo decidere cosa succederà, quando cliccheremo su uno dei risultati di ricerca: di base, le nuove pagine si apriranno nella stessa scheda in cui abbiamo effettuato la ricerca, ma possiamo decidere di farle aprire in una nuova scheda selezionando appunto la voce “Apri ogni risultato selezionato in una nuova finestra del browser”.
Le ultime due  voci sono decisamente più interessanti e coinvolgono in modo molto più diretto il nostro account su Google (se ne abbiamo uno): per modificare entrambe, infatti, sarà obbligatorio l’accesso al nostro account. Inoltre, entrambe le voci hanno un grosso peso sia sui risultati di ricerca, sia sulla nostra privacy (la seconda voce in particolare).
Blocco di risultati indesiderati ci consente di creare una lista con un massimo di 500 siti che dovranno essere bloccati, per qualunque motivo noi vogliamo. Se blocchiamo un sito, le sue pagine saranno escluse dai risultati delle nostre ricerche e potrebbero essere penalizzati nei risultati anche tutti quei siti che, per qualsiasi motivo, si appoggiamo molto ai siti da noi bloccati. Inoltre, Google specifica anche che le nostre “liste nere” potrebbero essere utilizzate (ma non si sa con quale peso) per la regolazione intera delle ricerche; in termini più comprensibili, un sito bloccato da molti utenti potrebbe anche subire una qualche penalità nelle ricerche di altre persone.
Cronologia delle ricerche è una funzione che, a seconda dei punti di vista, può essere utile, oppure inquietante. Google registra tutti i risultati delle nostre ricerche, proprio come un browser registra tutte le pagine che abbiamo visitato: in entrambi i casi, questa è chiamata “cronologia”. Nel caso di Google, questa cronologia è salvata all'interno del nostro account e da lì possiamo decidere se attivare la funzione (normalmente è attiva), disattivare la funzione, cancellare alcuni risultati o cancellare tutti i risultati. Questa funzione può avere una sua utilità, nel caso in cui noi vogliamo ritrovare i risultati di una nostra vecchia ricerca, ma presenta anche aspetti meno piacevoli. Oltre ai vari dibattiti sulla privacy, la cronologia delle nostre ricerche influenza i risultati delle nostre prossime ricerche, adattandole a quelli che sono i nostri gusti e le nostre preferenze, oppure agli argomenti che, in passato, abbiamo ritenuto più utili. In altri termini, se voi cercate spesso argomenti porno e, anche nelle ricerche normali, tendente a cliccare tutti i risultati che sembrano porno, Google deciderà che voi siete pervertiti e nelle vostre future ricerche i risultati porno saranno favoriti rispetto agli altri, adeguandosi ai vostri interessi. Giusto per fare un esempio, sia chiaro. Anche questo dimostra come i risultati delle ricerche su Google non siano neutri, ma dipendano dalla storia personale di ogni utente.
Nella sezione Lingue del menu di sinistra possiamo specificare la lingua da utilizzare (come è ovvio), nel caso in cui questa lingua sia diversa da quella in cui stiamo utilizzando Google. La sezione Posizione, invece, determinerà quanto sarà precisa la geolocalizzazione dei risultati di Google. Di base, Google cerca sempre di fornirci risultati che siano quanto più possibile pertinenti al luogo in cui ci troviamo: se cerchiamo locali o negozi, ad esempio, come primi risultati dovremmo trovare quelli geograficamente più vicini a noi. Anche il luogo su cui si aprirà Google Maps dipende da questo. È una funzione su cui è dunque necessario spendere qualche parola in più.
Aprendo questa scheda, abbiamo la possibilità di inserire l’indirizzo preciso del luogo in cui ci troviamo, se vogliamo inserirlo. Se lasciamo in bianco questo spazio, Google cercherà comunque di scoprire dove ci troviamo, perché “Google fornisce sempre i risultati che ritiene siano più pertinenti alla ricerca effettuata” e “la località è uno dei fattori che utilizziamo per fornire questi risultati pertinenti”, eccetera eccetera: parola di Google. Se stiamo utilizzando un cellulare, la localizzazione è molto semplice e precisa: basterà guardare la cella da cui ci stiamo collegando. Nel caso di un computer, o di una connessione non mobile, Google utilizzerà il nostro indirizzo IP, per cercare di individuare la zona da cui ci stiamo collegando; i risultati saranno inevitabilmente approssimativi. Altra possibilità è quella di ricorrere alla Google Toolbar, se l’abbiamo installata: una delle sue funzioni è “la mia posizione” e si può immaginare benissimo a cosa serva.
Non è possibile disattivare la geolocalizzazione dei risultati; anche se non specifichiamo il luogo in cui ci troviamo, Google cercherà lo stesso di scoprirlo. Per limitare i danni, può essere utile scrivere comunque una località, ma limitandosi al paese (per esempio, “Italia”). Se proprio vogliamo evitare ogni tipo di localizzazione, dovremo ricorrere a un proxy (anche se così troveremo risultati pertinenti al paese in cui si trova il proxy, che per noi potrebbero essere inutili) , oppure utilizzare un altro motore di ricerca, come DuckDuckGo.

sabato 15 dicembre 2012

Come funziona il Knowledge Graph di Google


Agli inizi di dicembre, Google ha presentato l’estensione anche per l’Italia di un nuovo strumento di ricerca, ossia il cosiddetto Knowledge Graph. Questo strumento era disponibile in lingua inglese fin dal mese di maggio, ma adesso è stato esteso anche ad altri sette linguaggi: spagnolo, francese, tedesco, portoghese, giapponese, russo e italiano. Per ovvie ragioni geografiche, mi interesserò soltanto di questo ultimo caso, dato che è quello che modificherà almeno in parte  le nostre ricerche.
Prima di tutto, vediamo cosa sia in concreto il Knowledge Graph, per capire poi meglio come funzioni. Potremmo descriverlo come un database di conoscenza, finalizzato a costruire una rete semantica di concetti e di “cose”, ma ho la sensazione che non sarebbe molto chiaro per tutti.  Un modo più chiaro, ma in parte fuorviante, di definirlo è dire che, da adesso in poi, Google non cercherà più parole e frasi che corrispondano alle stringhe di testo da noi inserite, ma cercherà i concetti alla base di ciò che noi scriviamo. Se noi scriviamo la parola “cane” nel motore di ricerca, Google non si limiterà a cercare tutte le pagine in cui compare quella parola, ma separerà prima di tutto i diversi significati che la parola “cane” può possedere (animale, costellazione, parte di un’arma da fuoco, eccetera) e ci offrirà un assaggio dei risultati disponibili per ogni concetto: starà poi a noi, in un secondo momento, selezionare il concetto che ci interessa, per accedere a una più vasta raccolta di risultati, basati soltanto su quel particolare significato che noi vogliamo.
La nostra ricerca di esempio darà quindi questa prima pagina di risultati:

Nella parte centrale vediamo una serie di risultati “tradizionali”, in cui i vari possibili significati della parola “cane” si mischiano; nella colonna di destra, invece, troviamo la lista dei significati in questione: cliccando su uno di questi, potremo lanciare una nuova ricerca, limitata soltanto a quel significato da noi scelto.
Per avere un modello ancora più semplice da capire, pensiamo a un normalissimo dizionario. Per ogni parola, un dizionario ci riporterà tutti i significati disponibili, ognuno contraddistinto da un numero; grazie al Knowledge Graph, Google farà la stessa cosa, riportandoci nella colonna di destra la lista dei possibili significati della parola da noi cercata. Riconoscere e catalogare i diversi valori semantici delle parole è il primo passo di questa nuova versione di Google: un passo fondamentale, perché permette di ordinare e definire meglio la ricerca, ma altri ne seguono logicamente.
Per ottenere un vero database di conoscenza, non basta distinguere e separare i vari significati delle parole, ma è necessario poi inserirli nei rispettivi campi semantici, ossia metterli in relazione con le altre parole appartenenti allo stesso contesto. Rimanendo all'esempio “cane”, una volta che abbiamo definito il significato posseduto dalla parola, dovremo poi inserirla nel suo contesto e vedere a quali altre parole si collega: l’animale, ad esempio, potrebbe ricondurci ad altri canidi, come il lupo o la volpe, ma anche ad altri animali domestici come il gatto o il criceto; la costellazione ci porterà invece all'astronomia  a svariate altre costellazioni e, magari, anche ai miti corrispondenti a ognuna di esse; la parte della pistola ci aprirà invece il mondo delle armi da fuoco. In questo modo, costruiremo dunque una rete semantica, ossia costruiremo una serie di relazioni che uniscono più parole sulla base del loro significato e del campo a cui appartengono. Da qui il discorso si potrebbe allargare a una intera branca dell’intelligenza artificiale, ma per il momento non mi avventurerò in quel campo: limitiamoci alle novità di Google.
Il Knowledge Graph è dunque l’insieme di tutte queste relazioni che uniscono tra loro parole e concetti: una mappa che ricostruisce i rapporti tra parole e concetti, raggruppandole per contesto e per aree di significati affini. Almeno in teoria. In pratica, però, l’effettiva estensione di questa mappa è ancora limitata, dato l’enorme numero di parole, di concetti, e la necessità di raggrupparle per lingua e per zona geografica: una stessa parola può avere significati diversi in lingue diverse, ma può anche avere significati diversi in località diverse, dove pure si parla la stessa lingua. La portata effettiva del nuovo sistema di ricerca è destinata ad aumentare e migliorare col tempo, ma non aspettiamoci subito miracoli. Anche per questo, accanto a ogni scheda troveremo anche un link per segnalare errori o aggiungere informazioni, così da contribuire a migliorare il sistema.
Più ancora di quanto avveniva in precedenza, i risultati che otterremo col nuovo sistema di ricerca saranno dipendenti dal luogo in cui ci troviamo e, dunque, dalla precisione con cui Google riuscirà a localizzarci. Il primo passaggio è ovviamente quello di guardare il dominio di Google che stiamo utilizzando: utilizzare il Google francese ci darà risultati molto più diversi rispetto al Google italiano o a quello inglese, perché la ricerca semantica sarà tarata sugli interessi e le abitudini del paese di riferimento. I passaggi successivi saranno l’analisi del nostro indirizzo IP, del linguaggio del browser, ma anche del linguaggio che utilizziamo per le nostre ricerche. In pratica, Google farà del suo meglio per trovarci e fornirci, di conseguenza, i risultati più adatti al contesto in cui noi stessi siamo inseriti. Usando strumenti per renderci anonimi e mascherare la nostra posizione, come è ovvio cambieranno anche i risultati delle ricerche.
Dopo la localizzazione, si passa alle statistiche: la rete semantica di Google ci fornirà risultati osservando anche quali siano i principali argomenti di ricerca della zona in cui ci troviamo. Se in Italia la parola “cane” è associata soprattutto all'animale  allora saranno i risultati inerenti a quel campo semantico a predominare; se in un altro paese si cerca più spesso la costellazione, allora saranno predominanti quei risultati. E così via. I risultati delle ricerche, utilizzando il Knowledge Graph, promettono di essere filtrati in modo da essere quanto più possibile rilevanti per quel particolare luogo, quel particolare linguaggio e quella particolare cultura; vedremo se sarà davvero così.
Come ultima nota, è possibile che al momento non vi appaiano le schede nella colonna destra di Google, se avete eseguito l’accesso al vostro account di Google al momento della ricerca. In questo caso, provato a uscire dal vostro account e ripetete la ricerca. In alcuni casi, anche l’estensione AdBlock per Google Chrome sembra causare problemi di questo tipo: potreste quindi doverla disattivare temporaneamente, se non riuscite a vedere le schede nella colonna destra. Non escludo l'esistenza di altri problemi analoghi, ma ancora non me ne sono capitati.

sabato 13 ottobre 2012

La cronologia delle ricerche su Facebook


Probabilmente tutti si saranno già accorti di una novità innocua, introdotta in questi giorni su Facebook, e cioè gli emoticon “grafici” nei commenti ai post: una novità di cui si avvertiva da tempo la mancanza e che senza dubbio rivoluzionerà le nostre vite. Sempre in questi giorni, però, è in corso di attivazione anche un’altra modifica, molto meno innocua e più difficile da localizzare, soprattutto perché si annida in una sezione di Facebook che, in condizioni normali, non si visita spesso e per molti utenti è ancora un oggetto misterioso: il registro attività. Questa modifica consiste nell'introduzione di una cronologia di tutte le nostre ricerche su Facebook. Una cronologia accessibile a noi, è meglio specificare, e per adesso disponibile soltanto nella versione di Facebook per computer: gli utenti di Facebook Mobile dovranno aspettare.
L’introduzione della cronologia delle ricerche su Facebook è stata presentata verso la fine di settembre, ma la sua attivazione sui vari profili ha proceduto, come al solito, a macchie di leopardo: per alcuni è attiva già dall'inizio del mese, per altri è stata appena attivata, altri ancora la vedranno più avanti. In ogni caso, prima o poi toccherà a tutti, proprio come il Diario. Per vedere se nel vostro profilo è già attiva, sarà sufficiente entrare nel Registro attività e cliccare sul pulsante che si trova in alto a destra: vi uscirà un menu di questo tipo

Come vedete, verso la fine della lista c’è anche la voce “Cerca”. Selezionando quella voce, si aprirà la cronologia delle nostre ricerche su Facebook, suddivisa per ora, giorno, mese e anno, più o meno come accade per qualsiasi altra sezione del registro attività. La cronologia delle ricerche, come il nome stesso suggerisce, contiene una lista di tutto ciò che abbiamo cercato su Facebook e corrisponde alla funzione analoga che troviamo in un motore di ricerca tipo Google. Con alcune differenze, a cui accennerò poi. Un esame della nostra cronologia, peraltro, ci dirà anche quando sia stata attivata per noi questa funzione: basta vedere a quando risale il primo dato presente. Il fatto che la cronologia si estenda nel passato fino al momento della nostra iscrizione a Facebook, in una sequenza di mesi vuoti che pare uscita da una scena di Shining, lascia supporre che, come per i messaggi e le sessioni di chat, anche le ricerche compiute su Facebook fossero schedate fin dall'inizio  ma soltanto adesso è stato notificato agli utenti. Il che non sarebbe strano, trattandosi di un’abitudine consolidata presso la maggioranza delle aziende del settore.
Sulla destra di ogni elemento della cronologia vediamo due icone: la prima è un lucchetto e ci informa che quell'elemento è visibile soltanto a noi (l’intera cronologia è accessibile soltanto a noi, almeno su questo lato dello schermo), mentre la seconda è un segnale di divieto. Cliccando su questo segnale di divieto, possiamo rimuovere l’elemento corrispondente della cronologia. In modo molto più pratico, però, possiamo cancellare l’intero contenuto della cronologia, cliccando sul pulsante “Cancella ricerche”, che troviamo nella parte alta della pagina. Non è specificato che tipo di cancellazione sia, ma sulla base dei precedenti possiamo ipotizzare che si tratti di una cancellazione “debole”: l’elemento rimosso sparirà dunque dalla lista visibile a noi, ma è tutto da dimostrare che sparirà anche dai server di Facebook.
A titolo informativo, al momento non è possibile disattivare questa funzione. In futuro, magari, sarà possibile bloccare il salvataggio delle ricerche su Facebook, ma per adesso possiamo solo cancellare le ricerche dopo che Facebook le ha registrare e inserite nella nostra cronologia. E qui c’è una prima differenza, rispetto alla cronologia delle ricerche di Google: Google ti permette di disattivare questa funzione e impedire che le ricerche siano registrate in una cronologia, mentre Facebook non te lo permette, per adesso. In futuro si vedrà: lo schema classico con cui Facebook introduce le sue novità prevede prima una imposizione forzata della novità e poi, eventualmente, in base alla reazione degli utenti, può decidere di riconsiderare e/o modificare alcune opzioni di questa novità, correggendo un poco il tiro.
Ma a cosa serve, in concreto, questa cronologia delle ricerche? Nel caso di un motore di ricerca, per noi utenti può essere utile, di tanto in tanto, recuperare i risultati di una vecchia ricerca, per non doverla ripetere e, soprattutto, per essere certi di ritrovare quel particolare risultato che ci serve, ma che abbiamo dimenticato di salvare. È più o meno la stessa logica alla base della Cronologia in un browser: non ricordiamo più il nome di quella pagina, che avevamo visitato due settimane fa, e così apriamo la cronologia e la cerchiamo lì in mezzo. La cronologia di un motore di ricerca funziona come un diario delle nostre ricerche. Nel caso di un sito come Facebook, invece, l’utilità di una cronologia è alquanto limitata, per il momento. Considerato, però, che Facebook e Google non sono proprio in un rapporto di amicizia e che Facebook, pian piano, si sta preparando a entrare nel mondo delle ricerche (cosa che certo non avverrà a breve, ma in futuro avverrà), l’aver introdotto una cronologia delle ricerche rappresenta solo una tappa di questa fase di espansione.
Nel caso di Google, inoltre, la cronologia delle ricerche è utilizzata anche per personalizzare i risultati delle nostre ricerche, adattandosi ai nostri gusti e interessi: se dalla storia delle nostre ricerche risulta che noi siamo particolarmente interessati a un determinato campo, allora Google ci proporrà tra le prime posizioni i risultati di ricerca che provengono dal campo di nostro interesse; se di solito scegliamo i risultati che si trovano su un determinato sito (Wikipedia, per esempio), allora i risultati presi da quel sito saranno nelle prime posizioni delle nostre ricerche. E così via. Avevo già accennato a questa struttura, parlando di DuckDuckGo.
Nel caso di Facebook, tutto ciò accade già. Quando cerchiamo una persona, infatti, Facebook ci suggerisce per prime quelle persone che cerchiamo più spesso, oppure con cui interagiamo di più (a conferma che Facebook ha registrato le ricerche fin dall'inizio  ma solo adesso ci mostra la cronologia): l’introduzione della cronologia di ricerca, dunque, appare piuttosto superflua, per adesso, ma acquisterà un peso maggiore quando le funzioni di ricerca di Facebook si espanderanno. Staremo a vedere.
Infine, la cronologia delle ricerche ben si spossa con le teorie complottistico-paranoiche (di cui non tratterò, perché non sono di mio interesse) e col data mining, a cui ho già accennato altrove e che rappresenta la vera potenza di un social network, sul piano commerciale e non solo. Parlare del data mining, però, significherebbe aprire una parentesi fin troppo grande e provvederò magari in un’altra occasione: in una sintesi estrema, il data mining permette la ricostruzione di un profilo quanto più possibile accurato di una persona, sulla base delle informazioni che quella stessa persona rende pubbliche attraverso la sua interazione col mondo che la circonda. Lascio a voi immaginare come questo si possa adattare a Facebook.

lunedì 11 giugno 2012

Altre funzioni di Google Maps

Google Maps è un servizio che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni, almeno nelle sue funzioni di base: la maggior parte di noi lo avrà probabilmente utilizzato almeno una volta, per trovare un posto o per studiare un percorso, e magari anche per osservare l’aspetto delle strade con le immagini di Street View. Oltre a queste funzioni, però, ne esistono anche altre, che potremmo aver utilizzato più raramente o di cui magari non ci siamo nemmeno accorti. È di queste funzioni “supplementari” che parlerò oggi.
In alto a destra vediamo un quadrato, che in questo caso è etichettato come “Mappa”: cliccandolo ci si può spostare tra la visualizzazione come mappa e la visualizzazione satellitare. Come è facile intuire, il nome nell'etichetta cambierà a seconda della nostra scelta. Passando il puntatore del mouse su questo quadrato, possiamo anche fare apparire ulteriori opzioni: “Earth”, che ci permette di passare alla visualizzazione mediante Google Earth, e un menu con voci supplementari, dove prima vedevamo soltanto “Traffico”. Un menu che può tornarci molto comodo, se stiamo pianificando un viaggio o una vacanza: a seconda delle voci che selezioniamo, potremo aggiungere alla mappa le informazioni corrispondenti, che possono riguardare il meteo, il traffico sulle principali strade, o anche le webcam disponibili in zona, per poter guardare in diretta ciò che succede nel posto che ci interessa.
Ecco un esempio di come ci appare la mappa, aggiungendo le informazioni sul traffico:

Ed ecco invece come ci appare, aggiungendo le informazioni sul meteo:

Ovviamente, a seconda della zona che abbiamo inquadrato, le informazioni saranno più o meno precise e dettagliate. Se invece ci sentiamo un po’ guardoni e vogliamo dedicarci a un po’ di (in)sano voyeurismo, possiamo aggiungere alla mappa la localizzazione delle varie webcam disponibili, ottenendo questo:
Ogni quadrato rappresenta una o più webcam, collocate in quella zona.
Prossimamente, inoltre, le mappe di Google saranno anche disponibili in modalità offline per i cellulari Android, così da poterle consultare e utilizzare senza bisogno di essere connessi. Non è specificato ancora a partire da quando e non è specificato in quali paesi (dovrebbero essere un centinaio, all'inizio, ma non è detto che l'Italia sia tra questi): staremo dunque a vedere.
Le mappe di Google possono essere corrette e personalizzate da noi utenti, se necessario; Google stesso ci invita a farlo, per ottenere mappe sempre più vicine alla realtà. Lo strumento principale che ci mette a disposizione per questo lavoro è Map Maker, attraverso il quale si possono aggiungere luoghi nelle mappe, aggiornarli e inserire tutte le informazioni che riteniamo necessarie per quella località. Le nostre modifiche dovranno poi essere verificate e approvate, per assicurarsi che non ci stiamo inventando località inesistenti: una volta approvate, saranno visibili a tutti gli utenti di Google Maps.
Al momento, Map Maker è disponibile per le mappe di circa 180 paesi nel mondo, quasi tutti non europei: ancora niente mappe italiane, insomma. Mi riserverò eventualmente di parlarne in modo più approfondito in futuro, quando anche l’Italia sarà stata aggiunta alle mappe che si possono modificare.
In alternativa a Map Maker, esistono altri sistemi per modificare o correggere una mappa, se vogliamo aggiungere luoghi di qualche tipo, che non compaiono sulla mappa di una zona.
Per aggiungere una località commerciale, come un negozio, un ristorante, un albergo e simili, il modo più semplice è utilizzare Google Places, se sei il proprietario di quell’attività commerciale. Nel caso vi siate posti la domanda, la risposta è sì, esiste un "Google" per quasi qualsiasi cosa.
Per le località non commerciali, Google suggerisce di segnalare un problema, trascinare il segnalino sulla posizione dove vogliamo aggiungere qualcosa, selezionare “Un luogo o un punto di riferimento” come risposta alla domanda “Quale elemento non è corretto?”, selezionare “Il luogo non è in elenco” come risposta alla domanda “Quale luogo?” e inserire poi tutti i dettagli sul luogo da aggiungere nella sezione “Descrizione problema”. O almeno, in teoria dovrebbe funzionare così, ma come si può verificare anche questa opzione non sembra ancora disponibile per l'Italia (potrebbe però diventarlo nell'immediato futuro).
Se il bidimensionale non ci soddisfa, una nuova funzione in via di perfezionamento ed estensione ci permetterà di visualizzare mappe ed edifici in formato tridimensionale. Per il momento, possiamo ad esempio divertirci col Modellatore 3D per edifici, uno strumento che ci permette di creare e “montare” edifici, utilizzando le riprese aeree realizzate da Google e assemblando i blocchi che compongono l’edificio. A cosa serve tutto ciò, in concreto? A creare edifici e mappe tridimensionali, che potranno poi essere inserite in Google Earth, se approvate.
Una descrizione completa di questo strumento andrebbe ben al di là dello spazio di questo articolo, per cui vi rimando per il momento alla guida offerta da Google. Aggiungo solo che questa funzione è disponibile soltanto per un numero limitato di luoghi; l’aspetto positivo è che alcune località italiane sono incluse in questo elenco ristretto.
Infine, come per gli altri servizi di Google, anche per Google Maps sono disponibili i suggerimenti personalizzati di ricerca. In pratica, quando cerchiamo una località su Google Maps, Google può suggerirci luoghi che, in base ai risultati delle nostre ricerche precedenti, potrebbero essere di nostro interesse, oppure potrebbero essere proprio l’oggetto della nostra ricerca: se non ricordiamo il nome preciso di un luogo, oppure il suo indirizzo preciso, ma abbiamo già eseguito ricerche simili, Google potrebbe suggerirci il luogo che stiamo cercando. La stessa cosa che accade nelle normali ricerche, insomma, ma stavolta utilizzando riferimenti geografici.

venerdì 20 aprile 2012

DuckDuckGo, ricerche fuori della bolla

O almeno questo è l’obiettivo che si pone il motore di ricerca DuckDuckGo. Lo so, il nome appare incredibilmente stupido, ma lasciamo perdere questo dettaglio: lo ha deciso il suo creatore Gabriel Weinberg e a quanto pare a lui piace così. Non indaghiamo. Guardiamo piuttosto cosa faccia e in che modo sia diverso rispetto a Google e altri motori di ricerca analoghi. Tanto per cominciare, la pagina che ci troviamo davanti, al primo accesso.

Grafica semplice, ridotta all’osso, più o meno come le prime versioni di Google, prima che mille link diversi si ammucchiassero qui e là, tra immagini, video, e-mail, documenti, traduzioni, eccetera eccetera. Contiene ciò che ci si può attendere da un motore di ricerca, ossia un riquadro in cui scrivere l’argomento della nostra ricerca e un pulsante per avviare la ricerca (se proprio non volete premere il tasto “invio”). C’è anche una bizzarra grafica paperosa, ma sono dettagli secondari. Ciò che conta è un altro aspetto, ossia come avviene l’interazione tra utente e motore di ricerca e quali risultati sono proposti all’utente. Ci arriverò per gradi.
Vediamo intanto il risultato di due ricerche qualsiasi, effettuate su DuckDuckGo (d’ora in avanti abbreviato in DDG, per comodità). Nel primo caso, l’oggetto della ricerca è “Debian”, uno dei più noti e utilizzati sistemi operativi a base Linux, per chi non lo sapesse: il risultato è il seguente.
Al primo posto abbiamo un riquadro a sfondo grigio chiaro, con una breve presentazione e descrizione dell’oggetto della nostra ricerca: in questo caso, ci spiega cosa sia Debian. Assieme alla breve spiegazione, ci sono indicati anche alcuni siti per approfondire il discorso, ossia il sito ufficiale del progetto, la relativa pagina di Wikipedia e così via. Questo però non è ancora il risultato della ricerca, ma solo una introduzione; i risultati cominciano subito dopo. E qui c’è la prima differenza evidente con Google.
Il riquadro iniziale, infatti, è costruito utilizzando le informazioni raccolte da siti come Wikipedia e affini, e serve a darci un primo sguardo su ciò che stiamo cercando, una piccola spiegazione di cosa sia e alcuni link ad argomenti correlati. I risultati veri e propri vengono soltanto dopo e sono raccolti da varie fonti, tra cui gli spider di DDG (che sono differenti da quelli usati da Google, per cui anche i risultati delle ricerche e il modo di indicizzare i siti sarà diverso). Inoltre, sulla destra della pagina troviamo anche una lista di approfondimenti sull’argomento che ci interessa e su argomenti correlati, ma questo sarà più chiaro col secondo esempio di ricerca.
In questo secondo esempio, come oggetto di ricerca ho utilizzato “Venezia”. Se adesso guardiamo sul lato destro della pagina, troveremo in alto una piccola mappa (sbagliata, perché si riferisce a una omonima città della Florida) e in basso una serie di approfondimenti relativi ad alcuni temi che potrebbero servire al cercatore, come “hotel”, “meteo”, “guide” e così via. Cliccando uno di questi, lanceremo una nuova ricerca sul tema “venezia hotel”, oppure “venezia meteo” e così via.
La maggiore differenza tra DDG e Google, però, non si trova in questi dettagli visibili, che possono essere più o meno utili e più o meno apprezzati: si trova nel modo in cui i risultati delle ricerche sono selezionati. Google raccoglie i dati sulle nostre ricerche, sia passate che presenti, e li utilizza per filtrare i risultati in base ai nostri interessi stimati e a ciò che potrebbe esserci di maggiore aiuto: in pratica, cerca di ritagliare i suoi risultati su misura per noi, o almeno su misura di ciò che ha potuto sapere sul nostro conto. Procedimento più o meno affine a quello di Amazon, che all’arrivo nel suo sito ci propone subito i prodotti più in linea con la nostra storia di acquisti. Il filtraggio dei risultati sulla base dei nostri interessi è stato definito “filter bubble”, perché serve a costruire attorno a noi una bolla: all’interno le cose che ci piacciono e ci interessano, all’esterno tutto il resto. O almeno, così è stato presentato da diversi attivisti, a cominciare da Eli Pariser, anche se siamo lontani da un accordo sugli effettivi risultati di questa bolla: per alcuni le differenze nei risultati delle ricerche sono grandi, per altri sono modesti e si compensano tra loro. la discussione è aperta ed è meglio che vi formiate la vostra opinione, leggendo entrambe le parti.
Tornando dal teoretico al pratico, DDG vuole eliminare questa bolla, evitando l’operazione che ne sarebbe all'origine: la raccolta delle nostre informazioni e il loro utilizzo per filtrare i risultati. A differenza di Google, infatti, DDG dichiara di non raccogliere nessuna informazione sugli utenti che lo utilizzano: non raccoglie gli indirizzi IP, non archivia informazioni sulle ricerche e utilizza i cookies soltanto quando è inevitabile. Di conseguenza, non possedendo informazioni personali con cui tarare le ricerche, chiunque potrà ottenere gli stessi risultati, invece di ricevere una selezione di risultati adatti ai propri gusti. In breve, DDG è un motore di ricerca che pone la privacy e l’anonimato dei utenti al centro del proprio funzionamento, cercando di rendersi il più possibile neutrale nei confronti dei risultati ottenuti dalle ricerche. O quasi, perché in realtà anche DDG utilizza alcuni filtri nelle sue ricerche, per penalizzare quei siti come eHow, che producono camionate di articoli di bassa qualità per scalare le classifiche di Google, o i siti che imbottiscono le proprie pagine con molta pubblicità e pochi contenuti. Infine, ne esiste anche una versione onion, accessibile dalla navigazione tramite Tor, oltre a una pagina criptata, simile a quella già esistente per Google.

mercoledì 20 luglio 2011

Summon It semplifica le ricerche

Summon It è un nuovo servizio, che da pochi giorni è uscito in versione ufficiale dopo un periodo di prova. Un servizio di ricerca, che funziona come aggregatore di motori di ricerca, siti e portali, con l’obbiettivo di semplificare il procedimento della ricerca in Rete. Invece di doverci recare su vari siti, per eseguire varie ricerche, Summon It si propone come punto di partenza unico: basterà scrivere ciò che stiamo cercando, selezionare l’ambito in cui cercarlo e otterremo il risultato corrispondente.
Questa è la pagina principale:

Nonostante la lingua inglese, è un servizio italiano, come si può capire anche dalla terminazione in .it del suo indirizzo, che segnala appunto un dominio italiano... e che, in questo caso, costituisce anche una parte del nome: “summon it” (così spieghiamo il gioco di parole, per chiunque non lo avesse capito). Ma passiamo al suo funzionamento, che è meglio.

Come potete vedere, la pagina ci presenta un riquadro per la ricerca (in cui scrivere ciò che cerchiamo) e, sotto, una serie di icone che rappresentano vari siti... e che, suppongo, saranno ignoti alla maggior parte di voi, a parte i più famosi. Ma non è un problema. Queste icone rappresentano i siti su cui, più spesso, ci ritroviamo a cercare materiale o informazioni: abbiamo dunque i motori di ricerca veri e propri (e vediamo appunto che le prime tre sono Google, Bing e Yahoo!), i social network (come Facebook e Twitter), i siti di condivisione video (come YouTube, Vimeo, Metacafé) o di condivisione foto (come Picasa, Flickr, DeviantART), ma anche siti come Wikipedia, IMDb (un database di informazioni cinematografiche), oppure i siti ufficiali di aziende come Apple e Microsoft (che tornano sempre utili, in caso di problemi col nostro computer), o anche Amazon. In breve, le icone rappresentano i siti in cui possiamo cercare attraverso Summon It: in caso di dubbio, basta spostare la freccia del mouse sopra l’icona che ci interessa e ci apparirà il nome del sito. Per ogni icona è anche disponibile una combinazione di tasti per la scelta veloce: nel caso di Google, ad esempio, potrete premere i tasti ALT e 1, invece di cliccare sulla sua icona.
Fin qui, credo che non ci siano problemi. Vediamo come si svolge in pratica una ricerca.

Prima di tutto, dobbiamo ovviamente scrivere ciò che stiamo cercando; è sempre meglio non dare mai niente per scontato, per cui l’ho precisato. Dopodiché, clicchiamo sull’icona che ci interessa, per cercare tra i suoi contenuti. In una nuova pagina, si apriranno i risultati della nostra ricerca.
Esempio: vogliamo cercare informazioni sul romanzo “Guerra e pace”.
Scriviamo dunque “Guerra e pace” come argomento della nostra ricerca. Il passaggio seguente dipende da cosa vogliamo sapere di preciso.
Se vogliamo effettuare una ricerca generica, allora clicchiamo l’icona di un motore di ricerca, come Google o Bing: in una nuova pagina ci apparirà il risultato della ricerca sul motore che abbiamo scelto.
Se vogliamo sapere la trama e cose simili, allora clicchiamo l’icona di Wikipedia e ci si aprirà una pagina coi risultati della ricerca su Wikipedia: troveremo le pagine in cui si parla di Guerra e pace, in questo caso.
Se vogliamo acquistare il libri, allora cliccheremo l’icona di Amazon e, come risultato, avremo le informazioni sul prodotto in vendita presso il sito di Amazon.
Se cerchiamo video, cliccheremo ad esempio l’icona di YouTube e ci usciranno tutti i risultati dei video che contengono riferimenti a Guerra e pace.
E così via. In pratica, lo scopo di Summon It è quello di mettere a nostra disposizione una sola pagina, da cui possiamo lanciare tutte le ricerche che vogliamo, senza bisogno di spostarsi di sito in sito, a seconda di quello che ci interessa. Si potrebbe obiettare che, in effetti, una cosa del genere la possiamo ottenere già con Google, utilizzando la funzione site:, ma avere un sito in cui basta cliccare una icona, invece di dover ricorrere a formule strane, è molto più semplice per la maggior parte degli utenti. Inoltre, con Summon It noi utilizziamo direttamente le funzioni di ricerca dei rispettivi siti: Summon It ha un ruolo da centralinista, raccogliendo i nostri argomenti di ricerca e spedendoli poi ai destinatari (giusto per usare una immagine semplice, invece di perdermi in dettagli più tecnici e meno comprensibili).
Per tutti quelli che sono interessati a scaricare materiale in modo più o meno lecito, sono presenti anche le icone di Torrentz (per cercare i torrent del file che ci interessa) e di FilesTube, il motore di ricerca per siti di condivisione di cui ho già parlato.