martedì 28 febbraio 2012

Google e l’ottimizzazione per motori di ricerca

L’ottimizzazione per motori di ricerca, normalmente abbreviata nella sigla SEO (Search Engine Optimization), consiste in una serie di tecniche per migliorare la visibilità del proprio sito sui motori di ricerca, allo scopo di ottenere una posizione più alta nelle ricerche compiute su Google e affini. È anche un settore in cui girano allegramente truffe, leggende popolari e fuffa di ogni tipo, come siti e servizi che promettono di portarti al primo posto nelle ricerche su Google in una settimana, o di far arrivare milioni di visitatori quotidiani al tuo sito. Forse anche per questo, Google ha deciso di preparare e rilasciare una guida all’ottimizzazione per motori di ricerca, rivolta prima di tutto ai webmaster di poca o media esperienza: l’ultima versione, riveduta e corretta, è uscita giusto qualche giorno fa ed è scaricabile gratuitamente (e in italiano) in formato PDF da questa pagina.
Se non la volete scaricare, la potete anche leggere online, sempre su quella pagina.

Precisiamo: non è una guida definitiva, che in due giorni, porterà il vostro sito nelle posizioni più alte di Google, facendovi guadagnare un traffico mai visto. Molto più semplicemente, la guida contiene una serie di consigli e suggerimenti su come realizzare e migliorare la struttura di un sito, per renderlo più accessibile agli spider di Google (ma non solo ai suoi), ossia quei simpatici bot che trascorrono la propria vita digitale a spostarsi da un sito all’altro, per schedarne i contenuti e raccoglierli in un archivio. Quell’archivio che, poi, i motori di ricerca utilizzeranno per fornire le risposte alle vostre ricerche.
In sostanza, la guida di Google vi indica come migliorare il vostro sito dal punto di vista di un motore di ricerca. Nulla di trascendentale, solo alcuni consigli che possono essere seguiti o ignorati. Siccome però i dipendenti di Google qualcosa ne sanno, in fatto di motori di ricerca, è forse una saggia idea cominciare da qui, invece di buttarsi alla cieca nel magico mondo dell’ottimizzazione del proprio sito. Anche perché sono trenta pagine, scritte in un italiano abbastanza comprensibile anche per i non-nerd, e non vi costerà troppo tempo o troppa fatica.

La guida si apre con una indicazione che dovrebbe essere ovvia, ma che molto spesso è dimenticata, almeno a giudicare da come si presentano parecchi siti: le pagine di un sito devono essere pensate e progettate per gli utenti che le visiteranno, non per i bot dei motori di ricerca. Prima riempiamo una pagina di contenuti, ossia di quelle informazioni che un utente sta cercando, e poi preoccupiamoci anche di aiutare i motori di ricerca a trovarle.
Detto questo, la guida è divisa in sei brevi sezioni, ognuna caratterizzata da un colore diverso e  costituita da una manciata di pagine e quindi molto agile da leggere. Ci sono anche tante figure esplicative, un glossario a piè pagina con la spiegazione dei termini tecnici e molti link ad altre risorse, se proprio l’idea di leggere una guida informatica vi spaventa. Cosa più importante, non troverete formule matematiche di dubbia utilità e di ancor più dubbio gusto.
La prima sezione, “SEO: Concetti di base”, contiene indicazioni sulle scelte più efficaci dei nomi di pagina, ma anche su come inserire una descrizione per il proprio sito o per le varie pagine. Le descrizioni, per intenderci, sono quelle due-tre frasi in italiano (o inglese) che compaiono sotto al risultato di ogni ricerca su Google (se per quel sito esiste una descrizione).
La seconda sezione, “Migliorare la struttura del sito”, contiene ovviamente indicazioni su come migliorare la struttura del proprio sito, ossia su come organizzare le varie pagine, come comporre gli indirizzi di una pagina e così via. Possono sembrare dettagli banali e insignificanti, ma in realtà hanno il loro peso nelle ricerche: anche se deciderete di non mettere in pratica i suggerimenti, sarà comunque utile sapere che anche questi particolari contano.
Con la terza sezione, “Ottimizzare il contenuto”, si lasciano da parte gli indirizzi delle pagine per concentrarsi invece su ciò che è scritto nelle pagine: in altri termini, produrre contenuti di qualità per il nostro sito. Questa è la sezione più importante, se vogliamo che il nostro sito sia ottimizzato anche per i visitatori umani e non solo per i bot di un motore di ricerca: fornire contenuti, contenuti originali e di qualità, dare agli utenti le informazioni che stanno cercando. In questo modo, sarà più facile ottenere la chiave per aumentare la visibilità, ossia i link al nostro sito. Qualunque siano le tecniche che utilizzerete per ottimizzare un sito, la più importante resterà sempre quella di ottenere link su altri siti, che rimandino alle vostre pagine. La Rete è, appunto, una rete e un sito collegato a molti altri siti, sia in entrata che in uscita, è un sito che si trova vicino al centro della Rete. Un sito privo di link, invece, è solo un ramo morto alla periferia della Rete.
La quarta sezione, “Come comportarsi con i crawler web”, è dedicata invece ai bot utilizzati dai motori di ricerca e al modo in cui possiamo interagire con loro attraverso il file “robots.txt”, che dovrebbe trovarsi su ogni sito. Se vogliamo sapere come nascondere una pagina e impedire che sia indicizzata da Google, è qui che dobbiamo cercare.
La quinta sezione, “SEO per cellulari”, è la principale novità introdotta su questo aggiornamento della guida di Google ed è dedicata appunto alla navigazione attraverso i cellulari, che segue regole non sempre e non necessariamente identiche alla navigazione da browser. Se vogliamo che il nostro sito sia accessibile anche da un cellulare, e sia visualizzato decentemente, allora è utile dare una occhiata a quali siano le differenze e a cosa fare per adattarsi.
L’ultima sezione, “Promozione e Analisi”, è dedicata appunto ad altre tecniche per migliorare la visibilità di un sito: niente modifiche o miglioramenti alla struttura, ma la vecchia e odiata pubblicità. Ammetto che non è una sezione molto interessante, almeno per i miei gusti, ma è un aspetto che è bene tenere presente e, se vogliamo, utilizzare a nostro vantaggio. Nella guida troverete alcuni suggerimenti su cosa fare e cosa NON fare, per pubblicizzare il vostro sito. Anche in questo caso, è sempre utile dare una occhiata, sia che decidiate di utilizzare i consigli, sia che decidiate di ignorarli.

sabato 25 febbraio 2012

Adobe Digital Editions e i files ACSM


Adobe Digital Editions (spesso abbreviato in ADE) è il principale lettore di ebook per computer. Non è l’unico, ovviamente, ma è quello con cui avrete a che fare più spesso, soprattutto se siete soliti acquistare ebooks sui siti delle varie case editrici e vi ritrovate dunque a dover interagire con un ebook protetto dai famigerati DRM.
Quando si acquista un ebook protetto da DRM, la prima cosa da fare per poterlo leggere è aprirlo attraverso Adobe Digital Editions. Fanno ovviamente eccezione i libri acquistati su Amazon e destinati al Kindle, spesso distribuiti in un formato non supportato da Adobe Digital Editions, ma in generale il passaggio obbligato è attraverso il nostro caro amico ADE, per ottenere un ebook leggibile. Per essere più precisi, il passaggio attraverso Adobe Digital Editions è obbligatorio per ottenere un ebook, perché ciò che riceviamo al momento dell’acquisto di un ebook non è l’ebook stesso, ma un file con estensione ACSM. Che è una cosa molto diversa.
Se Adobe Digital Editions è installato correttamente, se lo abbiamo attivato col nostro ID Adobe, se non ci sono problemi di sincronizzazione tra orologio del computer e orologio del server del sito, e se non si verifica tutta una serie di altri possibili incidenti di percorso, non avremo mai alcun contatto diretto coi file ACSM e dunque non ce ne dovremo preoccupare. Qualche volta, però, un incidente di percorso si verifica e così dobbiamo occuparcene. Vediamo dunque più nel dettaglio cosa sono i files ACSM e come funzionano.
Prima di tutto, un file ACSM non è un ebook. La sigla ACSM sta per Adobe Content Server Manager e questo dovrebbe darci già un indizio sulla funzione di questo file: non è un ebook, ma un file che si occupa di scaricare il nostro ebook. Più precisamente, il suo lavoro consiste nel mettersi in contatto col server su cui si trova lo ebook, registrare lo ebook con il nostro profilo Adobe (in pratica lo intesta a noi) e poi scaricarlo all'interno di Adobe Digital Editions. A questo punto, Adobe Digital Editions potrà confrontare la registrazione dello ebook, verificare che sia identica alla proprie registrazione (in pratica, controlla che lo ID con cui abbiamo registrato Adobe Digital Editions sia lo stesso con cui abbiamo acquistato lo ebook) e procede a decrittare il contenuto del nostro ebook, consentendoci così di leggerlo. Il file ACSM andrà allegramente perduto, perché ormai ha svolto il suo lavoro, e nella cartella “My Digital Editions” troveremo il nostro ebook, in formato PDF oppure Epub, a seconda di cosa abbiamo acquistato.
A cosa serve tutto questo giro contorto? In pratica, a nulla: è uno dei pedaggi che dobbiamo pagare, come utenti, all’esistenza dei DRM e al loro diffuso impiego nel campo editoriale. Quando acquistiamo un ebook, invece di scaricare direttamente il nostro ebook e poi farne quello che vogliamo, dobbiamo scaricare un piccolo file ACSM e passarlo attraverso Adobe Digital Editions (operazione che, per lo meno, avviene in automatico, se tutto funziona a dovere) in modo da fargli recuperare il nostro ID Adobe (ossia il profilo con cui ci siamo registrati al momento dell’installazione di Adobe Digital Editions). Il file ACSM scaricherà quindi lo ebook vero e proprio, marchiandolo col nostro ID, e solo a quel punto lo potremo leggere su un numero limitato di dispositivi sui quali Adobe Digital Editions è stato attivato con lo stesso ID con cui abbiamo acquistato lo ebook. Tutto molto semplice e lineare, giusto?
Come ho detto, potrebbero però verificarsi incidenti di percorso, al momento dell’acquisto di un ebook. In questo caso, invece del libro ci ritroveremo per le mani un minuscolo file ACSM (in media si aggira sui 2 KB di dimensione), che non sappiamo come utilizzare. Le alternative non sono molte: possiamo solo aprire il file ACSM con Adobe Digital Editions e aspettare che si colleghi al server, per scaricare lo ebook. Se nel mezzo riusciamo anche a risolvere il problema che ci ha impedito il download diretto, allora sarà molto meglio, ma questa è la parte più complicata, perché i problemi possono essere causati dagli eventi più strani: una delle più diffuse cause di errore, per esempio, è dovuta a una possibile differenza tra l’orario del nostro computer e l’orario del server su cui si trova l’ebook, differenza che rende impossibile la sincronizzazione (e che si può risolvere sistemando ora e/o data del nostro computer).
Un’ultima cosa. Se dopo aver scaricato e convalidato correttamente il vostro ebook vi illudete di poterlo leggere ovunque, allora vi sbagliate di grosso. C’è un limite al numero di lettori su cui potete leggere lo ebook, come ho già detto, e il limite è 6 se non è stato modificato di recente: questo limite è causato dai DRM. Una volta che lo ebook è apparso nella cartella “My Digital Editions”, infatti, non abbiamo ottenuto un normale file PDF o Epub, ma un file criptato. Se proviamo ad aprirlo in un qualsiasi altro modo che non si attraverso un Adobe Digital Editions attivato col nostro ID, ciò che ci apparirà sarà un file illeggibile. Questo perché i DRM applicati a un ebook, di solito, consistono proprio in una forma di crittografia, che Adobe Digital Editions provvederà a decrittare di volta in volta, attraverso la chiave che è stata generata al suo interno al momento della registrazione del programma e che è collegata al nostro ID.
Normalmente non è possibile rimuovere questa protezione e ricavare un ebook pulito, o almeno non con mezzi leciti, ma esiste almeno uno script realizzato in Python che si occupa proprio di questo: rimuovere la protezione dagli ebook. Tutto ciò è considerato illegale dalle case editrici, per cui non vi fornirò dettagli su come fare, ma potete trovare facilmente sia lo script, sia una guida su come si utilizza, attraverso una semplice ricerca con Google, se ne avete bisogno e credete sia necessario agire in questo senso. Se sceglierete questa strada, "remove drm from epub" è probabilmente la frase migliore da cercare su Google...

mercoledì 22 febbraio 2012

Breve presentazione di LibreOffice

Visto che qualche giorno fa è stata rilasciata la sua versione 3.5, approfitterò di questa occasione per parlare un poco di LibreOffice, la suite di programmi per ufficio alternativa a Microsoft Office, ma anche a OpenOffice.
LibreOffice è nato da una scissione all'interno del gruppo di lavoro di OpenOffice, scissione che si è verificata verso la fine del 2010 in seguito all'acquisizione della Sun Microsystem  (azienda che seguiva lo sviluppo di OpenOffice) da parte della Oracle. Al di là di queste note storiche, LibreOffice nasce come una variante di OpenOffice o, a seconda dei punti di vista, come un erede che ha scelto di proseguire sulla propria strada. Come risultato, tutto ciò che si poteva provare già su OpenOffice è presente anche su LibreOffice, con l’aggiunta degli sviluppi successivi alla biforcazione di questi due progetti. Di conseguenza, al momento LibreOffice e OpenOffice sono ancora molto vicini, ma in futuro la distanza tra loro è destinata ad aumentare, adesso che procedono per strade differenti. Se consideriamo anche la travagliata storia recente di OpenOffice, col passaggio da Sun Microsystem a Oracle e infine ad Apache, è probabile che il futuro sarà più luminoso per LibreOffice che non per il fratello OpenOffice.
Caratteristica principale di LibreOffice è il suo essere gratuito e open-source, come già OpenOffice. Lo potete installare, usare e “manomettere” senza problemi di licenze o costi. Al momento, è la suite di scelta per diverse distribuzioni Linux, come Fedora, ma ne esistono naturalmente varianti per i sistemi operativi Windows e Macintosh: l’importante è scegliere quella giusta al momento dello scaricamento, problema che comunque non si dovrebbe porre perché il sito stesso vi suggerirà la versione adatta al vostro computer. Al momento, poi, risente ancora di una certa dipendenza dal Java, per cui sarà bene che lo abbiate installato, per poter utilizzare correttamente LibreOffice, in particolare su Macintosh e Linux. Su Windows, invece, non è richiesto espressamente il Java tra i requisiti di sistema (anche perché Windows ha finora incluso quasi sempre una Java Virtual Machine, anche se non molto aggiornata), ma non vi farà certo male averlo.

Come già OpenOffice, anche LibreOffice è composto da sei programmi, che sono identici almeno come nome: nei contenuti si differenziano per lo sviluppo che LibreOffice ha portato avanti dopo la scissione di un anno e mezzo fa, ma per adesso le differenze sono esigue.
Writer, come suggerisce il nome, è il word processor di LibreOffice. Se non sapete cosa sia un word processor, pensate a Microsoft Word: stessa cosa. Rispetto a Word, l’interfaccia di Writer è un poco diversa e potreste aver bisogno di un paio di giorni per abituare l’occhio, ma per il resto potete fare più o meno le stesse cose con entrambi i programmi. Include anche funzioni di completamento automatico delle parole, formattazione automatica e controllo di ortografia, insomma tutte quelle funzioni che, a seconda dei vostri gusti, avrete già amato o odiato con Word: anche qui le potrete disabilitare, se preferite. Per il resto, la principale differenza è che potrete salvare i vostri documenti nel formato PDF senza bisogno di avere Adobe Acrobat installato.
Calc è il foglio elettronico di calcolo, in pratica una versione alternativa di Microsoft Excel. Come già per Writer, potete farci più o meno le stese cose che fate già col “cugino” della Microsoft: se siete familiari con Excel, non avrete problemi a usare Calc, sempre dopo aver superato l’eventuale spaesamento dato dalla differenza nella grafica, se siete particolarmente sensibili a questi aspetti in un programma.
Impress è il corrispondente di PowerPoint, ossia un programma per la creazione di presentazioni multimediali. Oltre a poter salvare i vostri progetti in un formato compatibile con PowerPoint, potrete anche salvarli in formato SWF, cioè come presentazione in Flash, se proprio ci tenete. In questo caso, come è ovvio avrete poi bisogno di Adobe Flash per visualizzare il risultato.
Questi sono i tre programmi che un utente normale utilizzerà più spesso. In aggiunta, ci sono altri tre programmi più esoterici, che probabilmente molti non toccheranno mai se non per pura curiosità di vedere cosa siano.
Draw, come il nome suggerisce, è un programma di grafica, sì, ma di grafica vettoriale. Corrisponde a Microsoft Visio e lo potrete utilizzare anche per la creazione di vari tipi di diagrammi, illustrazioni 3D e via dicendo. Alcune delle sue funzionalità lo fanno assomigliare un poco anche a Microsoft Publishing, se conoscete questo programma.
Base è un programma per la creazione e gestione di database. Se avete mai trafficato con Microsoft Access, allora avete anche una idea di cosa si possa fare con Base, incluso utilizzarlo come interfaccia per interagire con MySQL e vari altri tipi di database; se non avete mai trafficato con Microsoft Access e non sapete neppure cosa sia un database, potrete ignorare questo programma e vivere felici.
Math, infine, è un editor per formule matematiche, che corrisponde più o meno a Equation Editor su Windows. Con questo programma è possibile appunto realizzare anche le formule ed equazioni più complesse, che di solito saltate a piè pari quando le trovate in mezzo a una pagina, e potrete poi importare le vostre creazioni in altri programmi come Writer e Calc, per mostrarle orgogliosi agli amici.

Questi sei programmi di base, poi, possono essere arricchiti con una vasta scelta di espansioni, che corrispondono più o meno agli addons di Firefox (giusto per darvi una idea) e che vi permetteranno di aggiungere nuove funzioni ai programmi, a seconda delle vostre esigenze. In realtà, al momento non sono ancora così tante le estensioni progettate per LibreOffice nello specifico, ma la maggior parte delle estensioni di OpenOffice può essere riciclata anche in questo ambiente, senza problemi di compatibilità. Un esempio è PDF Import, estensione che vi permette di modificare qualsiasi documento in formato PDF e che, immagino, potrebbe interessare parecchi di voi.

venerdì 17 febbraio 2012

Burnbit e i file torrent

Molti di voi probabilmente conosceranno già BitTorrent e i file torrent. O almeno, mi auguro che molti di voi li conoscano già.
BitTorrent è una tecnologia per la distribuzione di contenuti in P2P, ossia un sistema per condividere files attraverso la rete del P2P (tipo eMule, per intenderci). I torrent sono piccoli files, caratterizzati dall’estensione .torrent, che contengono informazioni relative al file da condividere. Senza addentrarci nei dettagli tecnici su come funzioni il sistema, possiamo dire che la condivisione di un file consiste nello scaricare prima di tutto il torrent corrispondente al file che ci interessa e poi aprirlo con un programma come uTorrent: questo programma leggerà i dati contenuti nel torrent, si collegherà alla Rete per cercare copie del file che vogliamo scaricare e poi comincerà a scaricarlo, prelevandone un pezzo da ogni fonte. Come risultato, potremo scaricare il file da più punti, il che può assicurare una maggiore velocità di download, oltre a una maggiore stabilità.
Un torrent è utilizzato spesso come alternativa al download diretto, soprattutto per files di grandi dimensioni. Un download diretto consiste nello scaricare un file direttamente dal server s cui si trova: se sono in molti a voler scaricare quel file nello stesso periodo, è facile che si verifichino rallentamenti o altri problemi dovuti al traffico. Utilizzando un torrent, invece, solo una parte del file sarà scaricata direttamente dal server, mentre il resto pro verrà da chi ha già scaricato quel file e adesso lo condivide, con un notevole risparmio del server e una velocità maggiore di scaricamento.
Burnbit è un sito che si propone di facilitare questo procedimento.


Siccome soltanto alcuni siti ci offrono la possibilità di scaricare tramite torrent, come alternativa al download diretto, Burnbit si propone come mezzo per risolvere questo problema, permettendoci di creare una versione torrent per qualsiasi file scaricabile via HTTP. In teoria. In pratica non ci si riesce proprio con tutti i file, ma il sito è ancora allo stadio sperimentale, per cui è possibile che in futuro il servizio migliori e funzioni davvero per qualsiasi file.
A ogni modo, se abbiamo bisogno di scaricare un file particolarmente pesante e il download diretto non ci dà affidamento, oppure non è la soluzione ottimale per noi, possiamo utilizzare Burnbit per crearne una versione torrent e poi scaricare quella. Il procedimento è comunque piuttosto semplice e permette anche di controllare se il file che ci interessa esiste già in formato torrent, per evitare doppioni e soprattutto lavoro superfluo. In fondo, è proprio il motto del sito: “se un file esiste, c’è la sua versione torrent. Altrimenti, la produrremo noi.”
Se vogliamo inserire un file, dunque, la prima cosa da fare è cercare se esiste già. basta inserire il nome del file nel riquadro di ricerca e vedere cosa ne esce. Se otteniamo il risultato che ci interessa, allora basta scaricare il suo torrent e aprirlo con uTorrent o qualsiasi altro programma stiamo utilizzando per i file torrent. Se il file non esiste ancora, allora lo creeremo noi.
La prima cosa da fare è copiare il link per il download diretto del file, che nella maggior parte dei casi possiamo ottenere con un semplice “tasto destro del mouse + copia link” nel sito distributore del file che ci interessa. Dopo aver incollato il link, clicchiamo il pulsante “Burn” e aspettiamo. Il tempo di attesa è variabile e dipende da molti fattori: può bastare un minuto come può volerci un quarto d’ora, insomma. Alla fine, Burnbit avrà prodotto il torrent corrispondente al nostro file. A questo punto, basterà cliccare su “Download torrent”, scaricare il file torrent, aprirlo col programma che utilizziamo e poi goderci lo scaricamento.

Tutto questo a cosa serve?
Per chi distribuisce un file, creare un torrent e appoggiarsi alla rete P2P per distribuire i propri files è un ottimo sistema per alleggerire il traffico sul proprio server. Lo scaricamento di un file, infatti, avverrà solo in parte dal sito che lo ospita, mentre il resto sarà fornito dagli altri utenti che condividono il torrent.
Per chi scarica, invece, dovrebbe essere possibile ottenere una velocità maggiore di download, proprio perché il traffico si diluisce ed è possibile scaricare il file da più punti contemporaneamente. In ogni caso, la velocità minima non sarà mai inferiore a quella di un download diretto, per cui vale sempre la pena di fare un tentativo: se troveremo altri utenti che stanno condividendo quel file, la velocità a cui lo riceveremo aumenterà; se non li troveremo, lo scaricheremo comunque dal server principale, per cui ci arriverà alla stessa velocità di un download diretto.
Naturalmente, in un periodo di caccia alle streghe come il nostro, rimane sempre la domanda: tutto ciò è legale? E la risposta è molto semplice: sì, il torrent è legale. La tecnica di condivisione tramite torrent è legale; semmai, può essere illegale il contenuto che stiamo condividendo. Se siamo legittimi proprietari di qualcosa, nulla ci vieta di condividerlo con altri; se cerchiamo di condividere qualcosa che non ci appartiene legittimamente (il concetto di “legittimo” è parecchio aleatorio e discutibile, ma non è questa la sede adatta per farlo...), invece, è un altro paio di maniche.
Proprio per questo Burnbit vieta esplicitamente l’inserimento di file coperti da copyright, ma anche di file pornografici, e si impegna a rimuovere questi contenuti anche su richiesta dei detentori del copyright. Questo almeno come dichiarazione di intenti, poi si vedrà.

sabato 11 febbraio 2012

Sigil 0.5.2: novità delle ultime versioni

Di nuovo cambiamenti per Sigil, che conferma ancora una volta di essere un progetto vivo e vegeto, procedendo spedito lungo il suo percorso di sviluppo. Forse anche troppo spedito, sotto certi aspetti: nel giro di due settimane ne sono uscite ben tre nuove versioni, l’ultima delle quali è di fatto solo una serie di correzioni, per tappare i bug spuntati con le altre due. Vediamo dunque come è la situazione adesso, con la versione di Sigil 0.5.2, uscita giusto ieri.
Se il passaggio dallo 0.3 allo 0.4 ci aveva portato discreti cambiamenti grafici, con l’introduzione della finestra di sinistra, dedicata all’Indice dei libri, e la possibilità di modificare direttamente praticamente tutti i files contenuti in un Epub, l’arrivo della versione 0.5 ha stravolto il menu di Sigil ed è questo il primo cambiamento che noteremo.

Come possiamo vedere, sono cambiate sia i nomi delle varie voci di menu, sia soprattutto i contenuti, con elementi che sono stati spostati allegramente da una voce all’altra, stravolgendo spesso anche le convenzioni seguite dai programmi a finestra, relativamente all’uso dei menu. Ma andiamo a vedere nel dettaglio.
File include grossomodo i soliti elementi di tutti i menu file: nuovo, apri, salva, eccetera. Con una variazione. Al suo interno, infatti, troviamo anche “Convalida Epub”, che ci permette di sottoporre il nostro Epub a un controllo utilizzando il test FlightCrew, un test alternativo (ma non riconosciuto da tutti) rispetto allo EpubCheck. Un elemento che c’entra ben poco con File, ma lasciamo stare, anche perché saranno in pochi a usarlo dal menu: la sua funzione è infatti duplicata dal pulsante a forma di V verde, che troviamo nella barra degli strumenti. Basta cliccare quella V e sottoporremo il nostro Epub al test, proprio come succedeva nelle precedenti versioni di Sigil.
Modifica contiene le solite voci di ogni altro Modifica: taglia, copia, incolla, eccetera. E fin qui nulla da dire. Al suo interno, però, sono stati trasferiti anche altri elementi, che prima si trovavano in altri menu. È il caso di Editor dei Metatag, che ci consente di modificare le informazioni del nostro Epub (data di creazione, di pubblicazione, ISBN, editore, lingua, eccetera), ma soprattutto ci sono finite le Preferenze, che di solito rientrano in Strumenti (voce che peraltro manca, in Sigil). Da Preferenze possiamo soprattutto vedere e modificare le scorciatoie da tastiera, ossia le combinazioni di tasti per la scelta rapida di un elemento. Opzione di grande importanza, per chi privilegia la tastiera al mouse. Tutte le funzioni di Sigil, infatti, sono abbinate a una particolare combinazione di tasti: da qui è possibile modificare le combinazioni di tasti e sceglierne altre, più adatte a noi e alle nostre abitudini.
Visualizza non presenta particolarità degne di nota. Ci permette di passare da una visualizzazione all’altra, mentre lavoriamo sul nostro Epub, alternando Vista Libro, Vista Codice e Vista Mista. Inoltre, ci permette anche de scegliere quali finestre vogliamo vedere e quali nascondere, tra le quattro che ci sono proposte di default, ossia la finestra Naviga tra i Libri (a sinistra), la finestra centrale (che non si può rimuovere), la finestra Tavola dei Contenuti (a destra) e la finestra Risultati della Validazione (in basso).
Formato contiene tutte le opzioni che ci permettono di modificare forma e aspetto del testo, come il grassetto, il corsivo, l’allineamento del testo, e così via. Insomma, tutte voci che troviamo duplicate anche nella barra degli strumenti, sotto forma di pulsanti, e per questo suppongo che sarà un menu poco usato.
Impostazioni Veloci sarà ancora meno usato, perché contiene soltanto due voci, entrambi replicate nella barra degli strumenti: Ripulisci con HTML Tidy (che corrisponde all’icona a forma di scopa) e Controlla gli Errori di Formattazione (icona a forma di segnale di stop). Sono due opzioni di Sigil già attive e che sarebbe meglio lasciare così come sono, perché servono ad avvisarci di eventuali errori nel codice, come ad esempio tag HTML aperti e non chiusi, e più in generale a mantenere pulito e in ordine il codice dei nostri Epub.
Finestra è un’altra voce di menu che mi lascia alquanto perplesso. Al suo interno troviamo più che altro i comandi per passare da un file all’altro all’interno della finestra centrale (cioè per muoverci tra i files che abbiamo aperto, più o meno come si fa tra le schede di un browser), comandi che sono e saranno da pochissime persone, visto che basta un clic del mouse per passare da una scheda all’altra, oppure lo si può fare con una combinazione di tasti. Altro menu destinato a fare la muffa, per come si presenta.
Aiuto, infine, è il classico menu che contiene le informazioni sul programma, il manuale d’uso e quant’altro possa servire a un utente in difficoltà (più o meno).

In breve, non c’è niente di rivoluzionario, almeno in superficie. Qualcosa di più interessante lo troviamo al momento dell’installazione, quando possiamo scegliere di abbinare Sigil al formato Epub, per aprire un Epub in Sigil semplicemente con un doppio clic. Per il resto, sono soprattutto migliorie nel funzionamento del programma, correzioni di bug e un generale miglioramento della stabilità, visto che con le versioni precedenti poteva capitare un crash improvviso, passando da un Epub all’altro. Non è detto che il problema sia risolto definitivamente, ma per adesso sembra più stabile, sotto questo profilo.
Infine, continua a mancare la possibilità di inserire direttamente un link all’interno di una pagina: se lo vogliamo fare, siamo ancora costretti a mettere mano al codice e aggiungere i tag appropriati, come già abbiamo visto. In un futuro più o meno lontano, magari anche questo sarà risolto.

mercoledì 8 febbraio 2012

Le novità dello EPUB 3

Anche se quasi nessuno si è accorto dell’esistenza di una seconda generazione, il formato Epub è ormai arrivato alla terza, cioè lo EPUB 3. O almeno, formalmente ci è arrivato. In concreto, i lavori sono ancora parecchio in corso ed è raro trovare qualche software già adattato agli standard dello EPUB 3, ma in ogni caso il formato esiste ed è virtualmente utilizzabile, purtroppo. Ma lasciamo da parte i giudizi personali e vediamo in cosa consisterebbe questa terza generazione di Epub.
Le attuali specifiche le possiamo leggere in dettaglio (e in inglese) sul sito ufficiale dell’International Digital Publishing Forum, ossia l’organizzazione che si occupa del formato Epub, e le trovate a questa pagina. Descrivono come dovrà essere un EPUB 3 e includono di conseguenza sia le attuali specifiche del formato Epub (o almeno quelle che saranno conservate), sia le novità introdotte. Nella maggior parte dei casi, queste novità si possono riassumere in una frase: lo EPUB 3 supporta la funzione X, che però i lettori potrebbero non supportare. Diciamo che è un coagulo di intenzioni buone e cattive, la cui realizzazione in concreto dipenderà dai singoli lettori su cui i file saranno visualizzati, per cui è tutto da vedere cosa ne uscirà.
E la novità principale è l’apertura allo HTML5, con tutte le conseguenze che comporta. In altri termini, arrivano gli ebooks multimediali, ammesso e non concesso che se ne sentisse il bisogno. Lo EPUB 3 supporta gli elementi audio e video, propri dello HTML5, e permette dunque di inserire sia video, sia brani audio all’interno di un Epub.
Utile? Inutile? Dipende dal tipo di libro e da come sarà usato. Personalmente, non ho mai avvertito il bisogno di arricchire la mia esperienza di lettura di un romanzo con qualche video, ma potrebbe essere utile inserirli ad esempio in un manuale, per spiegare in modo più diretto come fare una determinata cosa. Può essere utile inserire l’audio di un particolare discorso in un libro di storia, ad esempio, e certo in ambito didattico un ebook multimediale potrebbe servire. In altri campi, però, potrebbe rivelarsi un incubo, o nel migliore dei casi qualcosa di inutile. Staremo a vedere. A ogni modo, nello EPUB 3 è possibile inserire video e audio, nello stesso modo in cui li potreste inserire in una pagina web, e questo è quanto.
Sempre tra le buone intenzioni, troviamo il supporto alle tecnologie di ausilio, in particolare per chi ha problemi alla vista. Un EPUB 3 può dunque incorporare meccanismi di text-to-speech, ossia può permettere di ascoltare il testo, se il lettore utilizzato lo consente. Il che avverrà raramente, ma in teoria è possibile.
Sempre per migliorare la fruibilità di un ebook, lo EPUB 3 estende e rafforza il sistema di supporto per le altre lingue e gli altri sistemi di scrittura, cioè tutto quelli che non rientrano nel ristretto mondo dello ASCII e utilizzano di conseguenza caratteri esterni all’alfabeto latino. In teoria. Il punto è sempre lo stesso, anche qui: il formato può supportare i caratteri Unicode, e di conseguenza testi in qualsiasi lingua, ma i lettori di Epub non sono costretti a supportarli. È così possibile che uno Epub, realizzato con caratteri Unicode, sia visualizzato correttamente da un certo lettore, mentre su un altro i caratteri non siano supportati. È poi possibile specificare anche diversi orientamenti di lettura, per esempio da destra a sinistra, oppure in verticale anziché in orizzontale, ma il problema resta sempre lo stesso: vedere se e come i lettori si adegueranno a queste modifiche. Sulla carta sono buoni propositi, ma attendiamo di vedere come saranno realizzati in concreto.
Altra nota dolente: l’ingresso del JavaScript nel formato Epub. All’inizio il JavaScript e altre forme di scripting erano vietate negli Epub. Dalla seconda versione, il divieto si è trasformato in un “non si dovrebbero utilizzare”. Adesso, con la terza versione, siamo giunti al “si possono utilizzare”. E il vaso di Pandora è spalancato. Le specifiche dello EPUB 3 si affrettano subito a sottolineare che lo scripting dovrebbe essere utilizzato solo quando è essenziale all’esperienza dell’utente, perché incrementa i problemi di compatibilità tra i vari lettori, ma l’essenzialità è lasciata aperta e affidata al libero arbitrio di chi produce Ebooks. Il che significa un macello, perché chiunque potrà sentirsi libero di considerare essenziale qualunque scemenza si possa realizzare in JavaScript, come quelle che già infestano gran parte dei siti, col risultato di avere Epub che funzionano soltanto su certi lettori, mentre su altri o non funzionano, o si visualizzano da cani. Lo IDPF lo specifica, dicendo che il ricorso al JavaScript aumenterà i problemi di compatibilità tra i lettori, ma avvisi di questo tipo sono raramente ascoltati, purtroppo.
E sorvoliamo poi sui problemi di sicurezza che l’utilizzo del JavaScript comporta, soprattutto se realizzato in modo mediocre o approssimativo, come succede già su molti siti.

Nel complesso, l’impressione è che lo EPUB 3 voglia proporsi più come un app o un sito internet, che come un libro. Il che non mi entusiasma, anzi. molto dipende da come sarà sviluppato in concreto, ma una semplice stima delle probabilità mi rende assai poco ottimista. Prepariamoci a una futura invasione di ebook che fanno di tutto, tranne lasciarci leggere in pace. Ma soprattutto, ebooks che funzionano soltanto sul lettore X e su tutti gli altri non si potranno visualizzare.
Spero di essere smentito.

Proprio per adattarsi alle specifiche dello EPUB 3, sono in corso modifiche anche allo EpubCheck, il test di convalida per gli ebooks in formato EPUB. La versione 3 dello EpubCheck è ancora in fase beta, anche se ormai pare abbastanza vicina allo stadio finale, tanto da essere già adottata sul sito di riferimento, per chiunque volesse sottoporre a verifica un Epub. Come potrete notare, non si vede più il test EpubPreflight, che già era assente dalla versione scaricabile ma che ancora funzionava per la versione online: solo il tempo ci dirà se sia una rimozione definitiva.
Per adeguarmi, ho provveduto a modificare anche l’interfaccia che avevo in precedenza creato, per eseguire con facilità il test di convalida anche sul proprio computer, utilizzando adesso la versione 3 (beta) del test e adattando la struttura ai cambiamenti apportati alle varie classi. Rimane sempre un file JAR eseguibile, che può funzionare su qualsiasi sistema operativo su cui sia installato il Java. Chi fosse interessato, la può scaricare qui, completa di tutte le librerie dello EpubCheck:

giovedì 2 febbraio 2012

Come utilizzare un VPN

Dopo aver presentato in breve che cosa sia un VPN la volta scorsa, vediamo oggi di completare il discorso con una altrettanto breve spiegazione di come si possano utilizzare in concreto.
VPN è la sigla con cui si indica un particolare tipo di rete privata, che sfrutta la rete pubblica internet per collegare tra loro più computer: attraverso tunnel ricavati nei normali canali di comunicazione, i contatti tra i vari computer sono distinti dal normale flusso di dati e quasi sempre crittografati, per incrementarne la sicurezza. A fare normalmente uso del VPN sono ad esempio le aziende che hanno la necessità di collegare tra loro i computer di più sedi, posizionate in città o stati differenti: possono così realizzare una rete interna a bassi costi e buona efficienza.
Un altro possibile uso di un VPN, su scala privata, è per aumentare la sicurezza delle proprie comunicazioni e, in certi casi, anche per aggirare blocchi imposti alla Rete da un particolare stato. Se infatti il punto di uscita del “tunnel” si trova al di fuori dell’area bloccata, allora una persona interna al blocco può utilizzarlo per aggirare il blocco stesso.

Qualcosa del genere lo abbiamo già visto sia parlando dei proxy, sia parlando di Tor, ed è in effetti un principio molto comune, utilizzato da svariate applicazioni: se mi bloccano la via diretta, prendo una tangenziale e aggiro il blocco. Il VPN è anche un altro modo per attuarlo, tra le altre cose.
Per utilizzare un VPN, abbiamo due possibilità: la prima è appoggiarci a una rete già esistente, la seconda è realizzare una rete nostra. Qualche parola su questi due approcci.

Utilizzare reti già esistenti. Oltre alle reti realizzate e gestite dalle varie aziende che utilizzano questo sistema di comunicazione, esistono anche diversi servizi che offrono la possibilità di connettersi a un VPN, sia gratuitamente sia pagando un canone mensile. A volte richiedono anche l’installazione di un piccolo programma client, per permettere il collegamento al VPN, altre volte invece utilizzano i supporti già esistenti nel vostro sistema operativo. Dipende.
Il servizio VPN gratuito più famoso è senza dubbio Hotspot Shield (almeno al momento), disponibile sia per sistemi operativi Windows, sia per Macintosh. Richiede lo scaricamento di un piccolo programma (circa 6 MB), ma l’installazione è piuttosto semplice e non si differenzia molto dal normale processi di installazione di qualsiasi altro programma. Proprio come qualsiasi altro programma, vi proporrà anche di installare svariati componenti opzionali, come toolbar e affini, che potete tranquillamente ignorare.
Una volta installato, la navigazione con Hotspot Shield funzionerà come la normale navigazione, con la differenza che vi starete muovendo lungo un VPN. Lo avviate con un doppio click sull’icona (se avete installato l’icona sul desktop, altrimenti lo ripescherete dal menu di avvio), dopodiché nella finestra del browser potrete seguire i vari stadi della vostra connessione al servizio; alla fine, vi reindirizzerà a una pagina di benvenuto, con un grosso pulsante “Start” al centro. Come forse avrete capito, basterà cliccare “Start” per cominciare la normale navigazione su VPN.
Altri servizi di questo tipo sono AirVPN (che richiede una registrazione), ItsHidden, Loki Network Project, eccetera. Potete trovare una lista completa alla pagina http://en.cship.org/wiki/VPN.

Realizzare una rete VPN. Se non volete utilizzare una rete già esistente, potete creare la vostra rete personale, da utilizzare con amici e contatti vari (sì, per avere una rete bisogna essere almeno in due, altrimenti avrebbe poco senso). Gli svantaggi di doversi costruire un proprio VPN sono che vi sarà richiesta una maggiore competenza, rispetto a chi invece si collega a una rete già esistente, ma il vantaggio è una maggiore libertà di utilizzo e la certezza che la vostra rete fa e sa proprio quello che volete voi. Utilizzando reti già esistenti, infatti, dovrete giocoforza fidarvi del gestore della rete, un problema che non si applica se la rete è vostra. Però avrete parecchio da sudare, per installarla.
Il servizio più usato per realizzare una propria rete VPN è senza dubbio OpenVPN, programma gratuito, open source e disponibile per tutti i principali sistemi operativi. OpenVPN richiede la presenza di un server e di uno o più client: il server è il computer a cui conducono i vari tunnel creati dal VPN, mentre i client sono i singoli computer che compongono il VPN. Di conseguenza, è il computer server a dover svolgere il lavoro di tramite tra il web fuori dal VPN e la rete di client che formano il VPN ed è necessario che sia un computer fidato (come è facile intuire). Maggiori dettagli sull'installazione e la messa a punto di OpenVPN andrebbero ben al di là dei limiti del presente articolo: potete comunque farvi una prima idea leggendo la descrizione sul sito ufficiale del programma.

Bisogna infine ricordare che, proprio come avevamo già detto per Tor, il traffico che corre lungo un VPN è sì criptato e protetto, ma solo finché si trova al suo interno. Nello specifico, il traffico è protetto finché si muove lungo il tunnel, da una estremità all’altra: una volta uscito dal tunnel, l’ultimo tratto di strada lo percorrerà allo scoperto, proprio come qualsiasi altra comunicazione via internet.