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martedì 7 maggio 2013

Come funziona Google Fonts

Google Fonts è l’ennesimo servizio extra, offerto da Google, dopo Google Mail (per gli amici Gmail), Google Maps, Google Docs, Google Translate e Google eccetera eccetera. Nello specifico, questo servizio è una collezione di font (al momento oltre seicento), a disposizione di chiunque voglia utilizzarli nel proprio sito, senza doversi preoccupare troppo di litigare col CSS: per certi versi, lo possiamo vedere come un discount per font.
L’idea di base, così come il suo funzionamento, è molto semplice: accediamo al sito del servizio, passiamo in rassegna la lista di font, alla ricerca di quelli che più ci piacciono, indichiamo quali vogliamo usare nel nostro sito e Google confezionerà per noi due righe di codice, da aggiungere alle nostre pagine. Questo codice sarà un link a un foglio di stile esterno, nel quale sono indicate tutte le specifiche dei font da noi scelti; quando un visitatore apre una pagina, su cui noi abbiamo inserito il codice, Google si occuperà di inviare i font. Niente fogli di stile CSS da modificare per incorporare font, insomma: solo due righe da aggiungere a ogni pagina.
Come possiamo vedere sopra, il sito del servizio è in inglese e ha una grafica molto spartana, in linea con la tradizione di Google. La parte centrale della pagina è occupata da una vetrina, in cui ci è mostrato l’aspetto dei vari font, con una frase come anteprima: il senso della frase può essere ignorato, guardiamo solo come si presenta.
Possiamo studiare tutti i font disponibili facendo scorrere verso il basso il contenuto della vetrina, ma è una operazione che potrebbe diventare presto alquanto noiosa, dato che sono 625 (al momento, ma è un numero che aumenterà); molto più semplice e veloce è utilizzare la colonna sinistra della pagina, dove troviamo un riquadro di ricerca e una serie di opzioni, mediante le quali possiamo filtrare le categorie di font. Alla fine della colonna sinistra, peraltro, è presente anche la voce “Show all styles”, che ci mostrerà tutte le varianti disponibili per ogni font: le varianti possibili sono normale, corsivo, grassetto, piccolo, eccetera, solo alcuni dei quali saranno inizialmente visibili in anteprima, nella vetrina.
Se conosciamo già il nome del font che stiamo cercando, scriviamolo nel riquadro di ricerca. Se non lo conosciamo, o vogliamo semplicemente guardare cosa abbia da offrirci Google nei vari settori, possiamo procedere coi filtri.
Il menu per categoria, (cliccando su “All categories”), ci permette di filtrare i risultati in base alle categorie in cui i font sono suddivisi: Serif, cioè caratteri con piccole decorazioni (ad esempio Times New Roman), Sans-Serif, cioè caratteri senza decorazioni (ad esempio Arial), Display, Handwriting e così via.
Le voci successive ci permettono di filtrare i font in base alle caratteristiche fisiche che possiedono. Thickness li ordina in base alla larghezza delle linee che li compongono, Slant li ordina in base alla inclinazione dei caratteri, Width in base alla grandezza complessiva del font e a quanto “riempie” la linea di testo.
Scripts, infine, ci permette di cercare i font per alfabeto: tutti i font disponibili per l’alfabeto latino, tutti quelli per l’alfabeto greco, russo, arabo, eccetera.
Nella vetrina centrale, sopra e sotto la frase di esempio, ogni font presenta anche altri elementi: sopra il font troviamo il tipo di stile usato nell'anteprima (di solito normal, ossia la versione di base), mentre sotto la fase ci sono molti altri dati e pulsanti, che dovremo esaminare nello specifico.
La prima cosa che troviamo è il nome del font: Roboto Slab, Meie Script, eccetera (i nomi sono quelli dei primi due nella immagine soprastante, non me li sto inventando). A seguire, un numero ci informa di quanti stili sono disponibili per questo font, dopodiché troviamo il nome dell’autore. Fin qui, sono dati interessanti, ma di poca utilità pratica, per chi li vuole inserire nella propria pagina; i pulsanti successivi cambiano le cose.
Il primo pulsante che troviamo sotto a un font, sulla destra, è un quadrato con una freccia verso il basso: cliccandolo, possiamo vedere tutti gli stili disponibili per quel font. Ovviamente, se un font possiede un solo stile, questo pulsante non ci sarà.
Il secondo pulsante (quadrato con freccia che punta a destra) è “Quick Use”: cliccandolo, si aprirà un pannello, tramite cui potremo ottenere rapidamente il codice per aggiungerlo alla nostra pagina. Del pannello parlerò più avanti.
Il terzo pulsante, “Pop out”, ci offre una panoramica più completa sul font, mostrandoci tutte le lettere disponibili e fornendoci altre informazioni sul font. È sempre utile cliccarlo, prima di scegliere, giusto per evitare brutte sorprese, come la mancanza di una particolare lettera: un font che non prevede vocali accentate, ad esempio, può essere utile per la lingua inglese, ma potrebbe causare qualche problema in un testo in italiano, dove le lettere accentate sono parecchie.
Ultimo tasto, grande, grosso e blu, è “Add to collection”, che ci introduce a un secondo utilizzo del sito: oltre a pescare un singolo font e andarcene col nostro codice, possiamo anche raccogliere vari font, inserirli nel carrello come se fossimo al supermercato e poi, alla fine della spesa, farci dare un codice completo da Google, inclusivo di tutti i font che abbiamo scelto. Cliccando “Add to collection”, inseriamo il font nel nostro carrello e procediamo con lo shopping. Non c’è limite al numero di font che possiamo prendere, se non il buon gusto: un sito con font diversi in ogni pagina potrebbe non essere gradito a tutti i visitatori.
La nostra collezione di font è visibile nella parte bassa del sito: a mano a mano che aggiungiamo font, il numero accanto a font famiglie aumenterà e potremo osservare nei dettagli il contenuto del nostro carrello della spesa, cliccando sulla freccia che vediamo a sinistra della scritta. Aprendo i riquadro con la collezione, peraltro, ci appariranno altri tre pulsanti, in basso sulla destra: Choose, Review e Use. Review ci permette di fare un confronto tra i font selezionati, oltre a mostrarci altre informazioni sui font, ma il più importante è Use: cliccandolo, arriveremo al pannello cui accennavo in precedenza. Adesso parlerò del pannello.
Il pannello corrisponde all'ultima fase di personalizzazione dei font selezionati, prima di copiare il codice da inserire nelle pagine in cui li useremo. Le prime due sezioni di questo pannello sono appunto dedicate alla scelta dello stile (corsivo, grassetto e così via, a seconda degli stili disponibili per ogni font) e alla scelta del set di caratteri, a seconda del tipo di alfabeto che ci serve. Una volta selezionato tutto, la terza sezione ci fornisce il codice da inserire: questo codice è un link, che punta al foglio di stile contenente le indicazioni sul tipo di font e lo dovremo copiare nella sezione <head> delle pagine in cui quel font sarà usato. La quarta ultima sezione, infine, ci mostra come dovrà essere utilizzato il font nel foglio di stile scritto da noi; il codice fornito da Google renderà soltanto disponibile il font, starà poi a noi indicare nel foglio di stile CSS dove e come dovrà essere usato, proprio come facciamo coi font in dotazione.

sabato 13 aprile 2013

Google e la gestione account inattivo


La Gestione account inattivo è un nuovo indispensabile (attenzione: ironia in corso) servizio di Google, presentato e introdotto l’11 aprile su tutti i profili di Google: come il nome suggerisce, questo servizio permette di decidere il futuro dei nostri dati regalati a Google (foto, video, e-mail, informazioni personali, eccetera), quando decidiamo o siamo costretti a chiudere il nostro account. È curioso notare come Google presenti questo servizio sotto il titolo “Plan your digital afterlife with Inactive Account Manager”, come se la morte fosse l’unica occasione in cui una persona normale potrebbe decidere di voler chiudere il proprio account su Google, ma lasciamo perdere. In effetti, la morte è una di quelle occasioni in cui il nostro account può essere disattivato, in base a come decidiamo di impostare la Gestione account inattivo, ma non è l’unica occasione in cui ci può servire: funziona benissimo anche se, per un qualsiasi motivo, decidiamo di chiudere il nostro account e vogliamo fare piazza pulita, oppure se abbiamo più account e vogliamo qualcosa che ci ricordi l'esistenza degli account secondari. Continuando magari a vivere, già che ci siamo.
Qualcuno potrebbe ricordare il servizio di account commemorativo, offerto da Facebook quando uno dei suoi utenti tira le cuoia, ma la Gestione account inattivo è un poco diversa e non raggiunge quel livello di tristezza. Con questo servizio di Google, infatti, possiamo stabilire cosa fare quando smettiamo di utilizzare il nostro account (per qualsiasi motivo), ma anche il tempo che dovrà trascorrere, prima che il nostro account sia considerato inattivo: possiamo decidere, ad esempio, che il nostro account dovrà essere considerato inattivo, se non vi accediamo più da X mesi, e possiamo decidere cosa dovrà succedere al nostro account, una volta scaduto questo tempo. Ma vediamo più in dettaglio il suo funzionamento.
Prima di tutto, accediamo alla pagina delle impostazioni del nostro account Google. Nella sezione centrale della pagina, verso il basso, troveremo adesso questa scritta, a introdurre il nuovo servizi di Gestione account:
Gestione dell'account
Stabilisci che cosa vuoi fare del tuo account quando smetti di utilizzare Google.
Leggi ulteriori informazioni e passa alla configurazione.
Se “leggiamo ulteriori informazioni e passiamo alla configurazione”, cliccando sul link, la nuova pagina si presenterà con questo aspetto.
Guardando, ma soprattutto leggendo la colonna di destra, troviamo già riassunte tutte le informazioni che ci servono, a proposito del funzionamento del servizio, nonché un indizio molto preciso su come sarà strutturata la pagina successiva, dove potremo configurare il servizio. Anche la sezione centrale della pagina ci fornisce informazioni utili, ma è più che altro una presentazione generale del servizio. Per procedere alla configurazione, clicchiamo sul pulsante Configurazione (qualcosa che nessuno di voi avrebbe mai immaginato, vero?).
Avvisami
Questa è la prima sezione delle impostazioni, dove dobbiamo inserire un numero di cellulare e un indirizzo e-mail alternativo, a cui saremo contattati prima di procedere con qualsiasi operazione di chiusura del nostro account. È ovvio che, se progettiamo di utilizzare questo servizio per disattivare il nostro account una volta morti, fornire il nostro indirizzo e il nostro numero di cellulare potrebbe essere piuttosto inutile, dato che per allora saremo già morti e, a quanto mi risulta, da morti è difficile rispondere al telefono o leggere le e-mail. In ogni caso, è obbligatorio inserire un numero di cellulare (sì, Google ha una certa fissazione per i nostri numeri e cerca di ottenerli in ogni occasione e con qualsiasi scusa): a quel numero sarà inviato un SMS, prima di procedere con le successive operazioni di disattivazione.
Periodo di timeout
Qui dovremo decidere quanto tempo dovrà trascorrere dal nostro ultimo accesso, prima che un account possa essere considerato come inattivo: le possibili scelte sono 3 mesi, 6 mesi, 9 mesi e 1 anno. Se non accediamo al nostro account Google per questo periodo di tempo, il servizio di Google ci avviserà che il nostro account sta per essere considerato come “inattivo”, con tutto ciò che ne consegue: l’avviso sarà inviato un mese prima dello scadere dei termini. Se abbiamo impostato 6 mesi, ad esempio, Google ci manderà l’avviso quando saranno trascorsi 5 mesi dal nostro ultimo accesso.
Invia una notifica
Bene, il tempo è scaduto, noi siamo stati avvisati e il nostro account è rimasto inattivo: cosa succede adesso? Lo decidiamo qui, almeno in parte. possiamo specificare un massimo di 10 persona, che noi consideriamo “amici fidati”, e che saranno avvisati della inattività del nostro account. In caso di nostra morte, è probabile che questi amici fidati se ne siano già accorti, dopo tutti questi mesi, ma non indaghiamo: potrebbero vivere dall'altra parte del mondo, ad esempio, o non essere particolarmente interessati a noi (begli amici...). A ogni modo, agli amici fidati che noi indicheremo sarà notificata la nostra inattività. Inoltre, possiamo anche inviare loro i dati del nostro account, se così vogliamo, oltre alla semplice notifica; nello specifico, possiamo inviare agli amici fidati i dati di questi servizi di Google: Gmail, YouTube, Picasa (gli album), Google+ (contatti, cerchie, profili, pagine e stream), Blogger, Google Voice, Google Drive, ma soprattutto i nostri +1 (chissà che felici...). Infine, possiamo impostare una risposta automatica, da inviare a chi ci scriverà su Gmail.
Elimina account
Una volta sistemato tutto quanto, possiamo decidere che il nostro account dovrà essere eliminato, se è diventato inattivo. L’eliminazione riguarderà sia i nostri dati personali, sia le nostre attività pubbliche, come i video condiviso su YouTube, i post su Blogger o Google+, e così via.
E questo è quanto. Un servizio utile? Dipende dai punti di vista e dalle nostre abitudini. Se ci vogliamo liberare di un account su Google, il modo migliore è eliminarlo dalla pagina delle impostazioni, cliccando su “Chiudi l'account ed elimina tutti i servizi e le informazioni associati”, per cui la gestione account inattivo non serve. Resta dunque l’uso del servizio per preparare il nostro “testamento digitale” di Google, come ci è suggerito dalla presentazione stessa, ammesso che per noi sia davvero importante sapere cosa sarà dei nostri video di YouTube, quando saremo carne in decomposizione dentro a una cassa, oppure un mucchietto di ceneri dentro a un’urna. Se però il destino post mortem della nostra identità digitale ci preoccupa davvero, e se non ci fidiamo a lasciarne la gestione a un nostro erede, allora sì, il servizio potrebbe anche avere una sua utilità...

mercoledì 9 gennaio 2013

Let me google that for you


L’argomento di oggi sarà leggero e scherzoso, una pausa rilassante prima di tornare ad argomenti più “sudati” (ho in programma una serie di guide all'uso di Blender e non sarà una passeggiata, né da scrivere né da leggere). Sarà anche una occasione per riflettere su alcuni usi e costumi che la Rete non ha creato, ma che certo ha accentuato.
Avere dubbi, domande e difficoltà varie è cosa del tutto normale. Quando si hanno problemi, le linee di azione possibili sono fondamentalmente due: cercare una soluzione per proprio conto, oppure chiedere ad altre persone. Anche questo è normale. Cercare una soluzione a un problema, al giorno d’oggi, significa molto spesso aprire una finestra di Google (o di Bing, o DuckDuckGo, o qualunque sia il vostro motore di ricerca preferito), digitare una o più parole che descrivano il problema e guardare cosa ne esce: come eseguire una certa operazione col programma X, la lista degli idraulici più vicini a voi, gli orari di treno o aereo, i prezzi di un determinato prodotto, eccetera. E anche qui ci manteniamo nell'ambito della normalità.
Che succede quando invece chiediamo a qualcun altro? Se questa persona conosce già la risposta al nostro problema, allora semplicemente ce la dirà; se non la conosce, probabilmente aprirà a propria volta una finestra di Google (o Bing, eccetera eccetera) e cercherà la risposta. Può darsi che proprio non abbia idea di come risolvere un certo problema, oppure può darsi che voglia assicurarsi della correttezza della sua soluzione, in ogni caso un giro sui motori di ricerca lo si fa quasi sempre. In certi casi, la soluzione è complessa e richiede che i risultati di una ricerca siano combinati con conoscenze precise: è allora normale chiedere aiuto a qualcuno più esperto di noi. Ci sono casi, però, in cui una semplice ricerca può darci la risposta (che probabilmente non sarà quarantadue), ma noi chiediamo lo stesso a qualcun altro, per pigrizia. Let me google that for you è un sito che si rivolge proprio a questi casi.

Come spiegato già nella prima pagina, Let me google that for you è un sito dedicato a tutti coloro che sono troppo pigri per cercare una risposta in prima persona e preferiscono chiedere a qualcuno di cercarla al posto loro. Più precisamente, è dedicato a tutte le persone, a cui di solito sono rivolte queste richieste di aiuto, e suggerisce loro un modo più o meno simpatico (a seconda dei punti di vista) per rispondere a queste richieste. A margine, il sito ha sviluppato anche un merchandising che possiamo tranquillamente ignorare, perché non è di alcun interesse.
Al primo accesso, il sito ci mostrerà una pagina che dovrebbe essere nota a quasi tutti: la classica finestra di ricerca di Google. Anche l’uso è identico a quello di Google: scriviamo ciò che ci interessa cercare e poi lanciamo la ricerca. La differenza è in ciò che avviene dopo: mentre Google ci fornisce la lista delle possibili risposte alla nostra ricerca, Let me google that for you ci risponderà con un link. Questo link può essere aperto direttamente con un click, oppure copiato e spedito a un’altra persona, o ancora incollato in una pagina, in un messaggio e così via. Qualunque sia il modo in cui decideremo di usarlo, il risultato sarà lo stesso: aprendo il link, comparirà una pagina di Google, dove una semplice animazione in JavaScript eseguirà la ricerca che abbiamo scelto, scrivendo le parole all'interno del riquadro di ricerca e premendo il pulsante per avviarla.
Chi è interessato al funzionamento dello script, poi, potrà squartare e vivisezionare la pagina al suo primo caricamento (un bel CTRL+U, subito dopo aver cliccato sul link, oppure un passaggio per la console javascript del vostro browser), per capire come sia gestita l’animazione: di JavaScript ce n’è parecchio e sarà vostro divertimento scoprire a cosa serva ogni script.
A seconda dei punti di vista, questo sito può essere considerato sia come un invito a cercare le risposte con le proprie forze, invece di appoggiarsi sempre ad altri, sia come una presa in giro nei confronti di chi si aspetta la pappa pronta, invece di arrangiarsi da solo. Alternativamente, può anche essere un semplice modo per replicare a un eventuale amico, che ha la tendenza ad abusare di noi e ci rompe le scatole per ogni stupidaggine. A titolo informativo, è possibile imbattersi con una certa frequenza in link provenienti da questo sito sui forum di lingua inglese, soprattutto se di argomento informatico: non lo considero un modo molto simpatico di rispondere, dato che spesso le domande sono poste in buona fede (è legittimo invece usarlo nei confronti di persone assillanti, che continuano a ripetere la stessa domanda, fino a che qualcuno non risponde – di solito in malo modo), ma sono pareri personali.

venerdì 4 gennaio 2013

Whois, ossia chi è il proprietario di un sito


Se avete bisogno di verificare l’affidabilità e la correttezza delle informazioni presenti su un sito, magari perché sospettate una possibile truffa; se un sito ha pubblicato informazioni false sul vostro contro, oppure lesive della vostra reputazione, o comunque dati che vorreste far sparire; se un sito sta diffondendo spam o virus, e voi lo volete fermare; se siete stalker o semplici curiosi e volete sapere tutto sulla identità della persona che gestisce un certo sito; se vi trovate in una qualunque di queste situazioni, o in molte altre, la prima cosa che dovrete fare è scoprire chi sia il proprietario del sito, o chi sia l’intestatario, per poter poi agire nei suoi confronti, in qualunque modo intendiate agire. Oggi mi occuperò appunto di questo: trovare l’identità del proprietario di un sito.
Chi è il mago di Oz, nascosto dietro il paravento di un sito? Fin dai tempi in cui Internet si chiamava ancora ARPANET ed era riservato a pochi eletti, esiste uno strumento molto semplice per scoprire a chi sia intestato un determinato spazio in Rete, che sia un indirizzo IP, il nome di un dominio (DNS), o altro: sorprendentemente ma anche no, questo strumento risponde al nome di WHOIS. Quando il Web era giovane, questa formula magica era digitata nella linea di comando dei sistemi operativi UNIX, seguita dall'indirizzo del sito e da eventuali altri parametri; oggi che la linea di comando è guardata con sospetto dalla maggioranza degli utenti e spesso condannata a vivere in apposite riserve, esistono programmi con interfaccia grafica per eseguire le stesse operazioni, ma anche siti internet specializzati in questo tipo di ricerca. Per semplicità, oggi mi occuperò soltanto di questi ultimi, anche perché sono i più usati dalle persone comuni.
Il sistema più semplice per trovare l’identità della persona a cui è intestato un sito, e che quindi dovrà anche rispondere, nel bene o nel male, del contenuto del sito stesso, è rivolgerci al nostro vecchio amico Google. Digitiamo come argomento di ricerca “whois nome-del-sito” e uscirà una pletora di pagine, che ci propongono informazioni più o meno complete e accurate sul sito da noi ricercato. Le informazioni in questione sono le più varie, ma normalmente includono l’indirizzo IP del sito, il tipo di server su cui gira, la data della prima registrazione del dominio, la data dell’ultimo rinnovo del dominio (se presente), la data di scadenza della registrazione, i dati della persona fisica o dell’azienda a cui è intestata la registrazione, i dati della società che ha concesso il dominio, eccetera. Spesso ma non necessariamente, troveremo anche informazioni sul traffico del sito, visitatori totali o medi, posizione occupata nelle varie classifiche di gradimento della Rete (Alexa, PageRank, eccetera), e altri dati che possono essere più o meno interessanti, a seconda dei casi. Siccome però il nostro obiettivo iniziale era trovare il proprietario del sito, fermiamoci a osservare i dati sulla persona a cui è intestata la registrazione.
A seconda del sito che stiamo utilizzando per la ricerca WHOIS, la posizione di questi dati può cambiare. Se prendiamo come esempio il sito www.who.is, dal nome estremamente fantasioso ma anche molto facile da ricordare, nei risultati delle sue ricerche avremo due zone da guardare: le Registrar Info sono di solito informazioni sulla società che ha fornito il nome del dominio, mentre la sezione Raw Registrar Data ci mostrerà il nome della persona fisica, oppure dell’azienda, a cui è intestato il nome del dominio, ossia la persona che lo ha “affittato” e che, al momento, è intestatario del contratto. Può non essere la persona che scrive nel sito, ma è comunque la persona che dovremo contattare per prima, in caso di questioni legali. Oltre al nome, troveremo anche tutti i dati necessari per contattarlo: numero di telefono, numero di fax, indirizzo e-mail e anche indirizzo di casa, se si tratta di una persona fisica (se è un’azienda, troveremo invece l’indirizzo della sua sede).
A seconda del tipo di sito su cui eseguiamo la nostra ricerca, i risultati possono essere più o meno sorprendenti o interessanti. Poche persone al mondo saranno sorprese, scoprendo che il sito www.microsoft.com è intestato alla Microsoft Corporation, oppure che il sito www.apple.com è intestato alla Apple Inc. (se eseguite la ricerca, troverete anche i numeri per contattarle e l’indirizzo a cui si trovano le rispettive sedi), ma potrebbe essere interessante scoprire che avevano registrato i rispettivi domini in un’epoca in cui, qui in Italia, solo una manciata di persone era consapevole dell’esistenza di internet. Maggiori sorprese, invece, possono venire dalle ricerche sui siti personali, ossia quei siti il cui dominio corrisponde al nome di una persona: in questi casi, succede a volte di scoprire che il dominio è intestato a perfetti sconosciuti, che in apparenza hanno poco o nulla a che fare col proprietario “di fatto”. Prestanome per eludere il fisco e le querele? Ai posteri l’ardua sentenza, se mai dovessero essere interessati.
Alcuni siti di ricerche WHOIS includono anche dati supplementari, interessanti per chi gestisce il sito e per poche altre persone. I già citati dati sul flusso di traffico, ad esempio, o sulla posizione occupata dal sito nelle graduatorie nazionali (o mondiali), in quanto a numero di visitatori. In certi casi, si hanno anche stime o meno inaccurate sul possibile valore del sito in questione (solitamente espresso in dollari), sempre sulla base del traffico di visitatori. Se siete proprietari del sito, potreste anche trovare gratificante sapere quale sia il suo valore stimato, ma è meglio prendere con le pinze questo dato e non attribuirvi troppa importanza.
Sul piano della privacy, alcuni potrebbero essere poco felici di scoprire quante informazioni personali siano liberamente accessibili con una ricerca WHOIS: se siete proprietari di un sito, i dati forniti al momento della registrazione sono lì, in Rete, a disposizione di chiunque li cerchi. Questi dati, come già detto, sono nome, cognome, indirizzo e-mail, indirizzo di casa (o di ufficio, a seconda di cosa  avete indicato), numero di telefono, eventuale numero di fax. D’altro canto, se avete una partita IVA, sono più o meno le stesse informazioni che siete tenuti a inserire nelle vostre fatture (perché rilasciate una regolare fattura, giusto?). Per chiunque sia preoccupato, però, esistono anche società che offrono registrazioni private per i domini, ma questo discorso lo lascio agli esperti di diritto internazionale.

venerdì 28 dicembre 2012

Le impostazioni di ricerca di Google


Come già detto in altre occasioni, i risultati delle ricerche su Google (ma anche su altri motori di ricerca che utilizzano criteri analoghi) non sono neutrali, né identici per ogni utente: più persone che eseguono una stessa ricerca, dunque, otterranno risultati diversi, calibrati in base ad alcuni fattori.
Un primo fattore è la lingua con cui utilizziamo Google, mentre un altro è il paese da cui ci stiamo collegando: un francese che usa la versione in lingua francese di Google, otterrà risultati diversi da un giapponese che utilizza la versione di Google in lingua giapponese, anche se stanno cercando la stessa cosa. Questo criterio era in funzione già da tempo, ma è destinato a diventare sempre più forte dopo l’introduzione del Knowledge Graph, il quale aggiunge ulteriori discriminanti su base geografica, legate alle statistiche di ricerca dei vari paesi. E fin qui, nulla di nuovo.
Altri fattori che determinano il risultato delle nostre ricerche su Google sono legato alla nostra storia personale, cioè alle ricerche che abbiamo compiuto in passato e ai risultati che abbiamo selezionato: i siti che clicchiamo più spesso, o che visitiamo più spesso, tenderanno ad avere una posizione migliore nei risultati delle nostre ricerche, mentre i siti che abbiamo deciso di bloccare non compariranno proprio e abbasseranno nei risultati delle ricerche eventuali altri siti, che si appoggiano o linkano molto questi siti bloccati. Su questi fattori “personali” abbiamo una certa possibilità di controllo, attraverso la pagina delle impostazioni di ricerca di Google.

Nella scheda dei risultati di ricerca, la prima opzione che troviamo è quella relativa all'attivazione o disattivazione del filtro SafeSearch, che serve a filtrare e bloccare tutti quei risultati di ricerca che sono valutati come “di natura sessuale”: un classico filtro per la cosiddetta salvaguardia dei bambini”, insomma, che anche Google mette a disposizione dei tuoi utenti. Come per tutti i filtri di questo tipo, i risultati di ricerca da bloccare sono scelti in base ai calcoli di un algoritmo: non è garantito quindi che tutti i siti “sconvenienti” saranno bloccati, proprio come non è garantito che saranno bloccati soltanto i siti di quel tipo. Gli errori sono sempre possibili e questo filtro non è comunque sufficiente a sostituire un controllo genitoriale, come è specificato nella stessa pagina in cui si descrive il SafeSearch. A ogni modo, chi lo volesse usare potrà anche regolarne la severità, utilizzando l’apposita barra.
Previsioni Google Instant è una voce che riguarda quei suggerimenti di ricerca, ma anche quei risultati di ricerca, che appaiono mentre stiamo ancora scrivendo ciò che vogliamo cercare: sono un tentativo di risparmiarci tempo  e proporci in anticipo ciò che potremmo voler cercare, a volte con risultati parecchio buffi. È possibile decidere se attivare questa funzione, nonché specificare come utilizzarla: le tre opzioni sono “sempre attiva”, “mai attiva”, oppure “attiva solo quando la connessione è sufficientemente veloce”. In questo ultimo caso, l’impostazione è attiva, di base, ma è pronta a disattivarsi automaticamente se la nostra connessione dovesse diventare troppo lenta; si riattiverà poi quando la connessione sarà tornata decente.
Subito sotto è possibile anche specificare quanti risultati vogliamo per ogni pagina, da un minimo di dieci a un massimo di cento: come è ovvio, questo determinerà quanti risultati avremo in ogni pagina di ricerca su Google. Scendendo ancora, possiamo decidere cosa succederà, quando cliccheremo su uno dei risultati di ricerca: di base, le nuove pagine si apriranno nella stessa scheda in cui abbiamo effettuato la ricerca, ma possiamo decidere di farle aprire in una nuova scheda selezionando appunto la voce “Apri ogni risultato selezionato in una nuova finestra del browser”.
Le ultime due  voci sono decisamente più interessanti e coinvolgono in modo molto più diretto il nostro account su Google (se ne abbiamo uno): per modificare entrambe, infatti, sarà obbligatorio l’accesso al nostro account. Inoltre, entrambe le voci hanno un grosso peso sia sui risultati di ricerca, sia sulla nostra privacy (la seconda voce in particolare).
Blocco di risultati indesiderati ci consente di creare una lista con un massimo di 500 siti che dovranno essere bloccati, per qualunque motivo noi vogliamo. Se blocchiamo un sito, le sue pagine saranno escluse dai risultati delle nostre ricerche e potrebbero essere penalizzati nei risultati anche tutti quei siti che, per qualsiasi motivo, si appoggiamo molto ai siti da noi bloccati. Inoltre, Google specifica anche che le nostre “liste nere” potrebbero essere utilizzate (ma non si sa con quale peso) per la regolazione intera delle ricerche; in termini più comprensibili, un sito bloccato da molti utenti potrebbe anche subire una qualche penalità nelle ricerche di altre persone.
Cronologia delle ricerche è una funzione che, a seconda dei punti di vista, può essere utile, oppure inquietante. Google registra tutti i risultati delle nostre ricerche, proprio come un browser registra tutte le pagine che abbiamo visitato: in entrambi i casi, questa è chiamata “cronologia”. Nel caso di Google, questa cronologia è salvata all'interno del nostro account e da lì possiamo decidere se attivare la funzione (normalmente è attiva), disattivare la funzione, cancellare alcuni risultati o cancellare tutti i risultati. Questa funzione può avere una sua utilità, nel caso in cui noi vogliamo ritrovare i risultati di una nostra vecchia ricerca, ma presenta anche aspetti meno piacevoli. Oltre ai vari dibattiti sulla privacy, la cronologia delle nostre ricerche influenza i risultati delle nostre prossime ricerche, adattandole a quelli che sono i nostri gusti e le nostre preferenze, oppure agli argomenti che, in passato, abbiamo ritenuto più utili. In altri termini, se voi cercate spesso argomenti porno e, anche nelle ricerche normali, tendente a cliccare tutti i risultati che sembrano porno, Google deciderà che voi siete pervertiti e nelle vostre future ricerche i risultati porno saranno favoriti rispetto agli altri, adeguandosi ai vostri interessi. Giusto per fare un esempio, sia chiaro. Anche questo dimostra come i risultati delle ricerche su Google non siano neutri, ma dipendano dalla storia personale di ogni utente.
Nella sezione Lingue del menu di sinistra possiamo specificare la lingua da utilizzare (come è ovvio), nel caso in cui questa lingua sia diversa da quella in cui stiamo utilizzando Google. La sezione Posizione, invece, determinerà quanto sarà precisa la geolocalizzazione dei risultati di Google. Di base, Google cerca sempre di fornirci risultati che siano quanto più possibile pertinenti al luogo in cui ci troviamo: se cerchiamo locali o negozi, ad esempio, come primi risultati dovremmo trovare quelli geograficamente più vicini a noi. Anche il luogo su cui si aprirà Google Maps dipende da questo. È una funzione su cui è dunque necessario spendere qualche parola in più.
Aprendo questa scheda, abbiamo la possibilità di inserire l’indirizzo preciso del luogo in cui ci troviamo, se vogliamo inserirlo. Se lasciamo in bianco questo spazio, Google cercherà comunque di scoprire dove ci troviamo, perché “Google fornisce sempre i risultati che ritiene siano più pertinenti alla ricerca effettuata” e “la località è uno dei fattori che utilizziamo per fornire questi risultati pertinenti”, eccetera eccetera: parola di Google. Se stiamo utilizzando un cellulare, la localizzazione è molto semplice e precisa: basterà guardare la cella da cui ci stiamo collegando. Nel caso di un computer, o di una connessione non mobile, Google utilizzerà il nostro indirizzo IP, per cercare di individuare la zona da cui ci stiamo collegando; i risultati saranno inevitabilmente approssimativi. Altra possibilità è quella di ricorrere alla Google Toolbar, se l’abbiamo installata: una delle sue funzioni è “la mia posizione” e si può immaginare benissimo a cosa serva.
Non è possibile disattivare la geolocalizzazione dei risultati; anche se non specifichiamo il luogo in cui ci troviamo, Google cercherà lo stesso di scoprirlo. Per limitare i danni, può essere utile scrivere comunque una località, ma limitandosi al paese (per esempio, “Italia”). Se proprio vogliamo evitare ogni tipo di localizzazione, dovremo ricorrere a un proxy (anche se così troveremo risultati pertinenti al paese in cui si trova il proxy, che per noi potrebbero essere inutili) , oppure utilizzare un altro motore di ricerca, come DuckDuckGo.

sabato 15 dicembre 2012

Come funziona il Knowledge Graph di Google


Agli inizi di dicembre, Google ha presentato l’estensione anche per l’Italia di un nuovo strumento di ricerca, ossia il cosiddetto Knowledge Graph. Questo strumento era disponibile in lingua inglese fin dal mese di maggio, ma adesso è stato esteso anche ad altri sette linguaggi: spagnolo, francese, tedesco, portoghese, giapponese, russo e italiano. Per ovvie ragioni geografiche, mi interesserò soltanto di questo ultimo caso, dato che è quello che modificherà almeno in parte  le nostre ricerche.
Prima di tutto, vediamo cosa sia in concreto il Knowledge Graph, per capire poi meglio come funzioni. Potremmo descriverlo come un database di conoscenza, finalizzato a costruire una rete semantica di concetti e di “cose”, ma ho la sensazione che non sarebbe molto chiaro per tutti.  Un modo più chiaro, ma in parte fuorviante, di definirlo è dire che, da adesso in poi, Google non cercherà più parole e frasi che corrispondano alle stringhe di testo da noi inserite, ma cercherà i concetti alla base di ciò che noi scriviamo. Se noi scriviamo la parola “cane” nel motore di ricerca, Google non si limiterà a cercare tutte le pagine in cui compare quella parola, ma separerà prima di tutto i diversi significati che la parola “cane” può possedere (animale, costellazione, parte di un’arma da fuoco, eccetera) e ci offrirà un assaggio dei risultati disponibili per ogni concetto: starà poi a noi, in un secondo momento, selezionare il concetto che ci interessa, per accedere a una più vasta raccolta di risultati, basati soltanto su quel particolare significato che noi vogliamo.
La nostra ricerca di esempio darà quindi questa prima pagina di risultati:

Nella parte centrale vediamo una serie di risultati “tradizionali”, in cui i vari possibili significati della parola “cane” si mischiano; nella colonna di destra, invece, troviamo la lista dei significati in questione: cliccando su uno di questi, potremo lanciare una nuova ricerca, limitata soltanto a quel significato da noi scelto.
Per avere un modello ancora più semplice da capire, pensiamo a un normalissimo dizionario. Per ogni parola, un dizionario ci riporterà tutti i significati disponibili, ognuno contraddistinto da un numero; grazie al Knowledge Graph, Google farà la stessa cosa, riportandoci nella colonna di destra la lista dei possibili significati della parola da noi cercata. Riconoscere e catalogare i diversi valori semantici delle parole è il primo passo di questa nuova versione di Google: un passo fondamentale, perché permette di ordinare e definire meglio la ricerca, ma altri ne seguono logicamente.
Per ottenere un vero database di conoscenza, non basta distinguere e separare i vari significati delle parole, ma è necessario poi inserirli nei rispettivi campi semantici, ossia metterli in relazione con le altre parole appartenenti allo stesso contesto. Rimanendo all'esempio “cane”, una volta che abbiamo definito il significato posseduto dalla parola, dovremo poi inserirla nel suo contesto e vedere a quali altre parole si collega: l’animale, ad esempio, potrebbe ricondurci ad altri canidi, come il lupo o la volpe, ma anche ad altri animali domestici come il gatto o il criceto; la costellazione ci porterà invece all'astronomia  a svariate altre costellazioni e, magari, anche ai miti corrispondenti a ognuna di esse; la parte della pistola ci aprirà invece il mondo delle armi da fuoco. In questo modo, costruiremo dunque una rete semantica, ossia costruiremo una serie di relazioni che uniscono più parole sulla base del loro significato e del campo a cui appartengono. Da qui il discorso si potrebbe allargare a una intera branca dell’intelligenza artificiale, ma per il momento non mi avventurerò in quel campo: limitiamoci alle novità di Google.
Il Knowledge Graph è dunque l’insieme di tutte queste relazioni che uniscono tra loro parole e concetti: una mappa che ricostruisce i rapporti tra parole e concetti, raggruppandole per contesto e per aree di significati affini. Almeno in teoria. In pratica, però, l’effettiva estensione di questa mappa è ancora limitata, dato l’enorme numero di parole, di concetti, e la necessità di raggrupparle per lingua e per zona geografica: una stessa parola può avere significati diversi in lingue diverse, ma può anche avere significati diversi in località diverse, dove pure si parla la stessa lingua. La portata effettiva del nuovo sistema di ricerca è destinata ad aumentare e migliorare col tempo, ma non aspettiamoci subito miracoli. Anche per questo, accanto a ogni scheda troveremo anche un link per segnalare errori o aggiungere informazioni, così da contribuire a migliorare il sistema.
Più ancora di quanto avveniva in precedenza, i risultati che otterremo col nuovo sistema di ricerca saranno dipendenti dal luogo in cui ci troviamo e, dunque, dalla precisione con cui Google riuscirà a localizzarci. Il primo passaggio è ovviamente quello di guardare il dominio di Google che stiamo utilizzando: utilizzare il Google francese ci darà risultati molto più diversi rispetto al Google italiano o a quello inglese, perché la ricerca semantica sarà tarata sugli interessi e le abitudini del paese di riferimento. I passaggi successivi saranno l’analisi del nostro indirizzo IP, del linguaggio del browser, ma anche del linguaggio che utilizziamo per le nostre ricerche. In pratica, Google farà del suo meglio per trovarci e fornirci, di conseguenza, i risultati più adatti al contesto in cui noi stessi siamo inseriti. Usando strumenti per renderci anonimi e mascherare la nostra posizione, come è ovvio cambieranno anche i risultati delle ricerche.
Dopo la localizzazione, si passa alle statistiche: la rete semantica di Google ci fornirà risultati osservando anche quali siano i principali argomenti di ricerca della zona in cui ci troviamo. Se in Italia la parola “cane” è associata soprattutto all'animale  allora saranno i risultati inerenti a quel campo semantico a predominare; se in un altro paese si cerca più spesso la costellazione, allora saranno predominanti quei risultati. E così via. I risultati delle ricerche, utilizzando il Knowledge Graph, promettono di essere filtrati in modo da essere quanto più possibile rilevanti per quel particolare luogo, quel particolare linguaggio e quella particolare cultura; vedremo se sarà davvero così.
Come ultima nota, è possibile che al momento non vi appaiano le schede nella colonna destra di Google, se avete eseguito l’accesso al vostro account di Google al momento della ricerca. In questo caso, provato a uscire dal vostro account e ripetete la ricerca. In alcuni casi, anche l’estensione AdBlock per Google Chrome sembra causare problemi di questo tipo: potreste quindi doverla disattivare temporaneamente, se non riuscite a vedere le schede nella colonna destra. Non escludo l'esistenza di altri problemi analoghi, ma ancora non me ne sono capitati.

sabato 13 ottobre 2012

La cronologia delle ricerche su Facebook


Probabilmente tutti si saranno già accorti di una novità innocua, introdotta in questi giorni su Facebook, e cioè gli emoticon “grafici” nei commenti ai post: una novità di cui si avvertiva da tempo la mancanza e che senza dubbio rivoluzionerà le nostre vite. Sempre in questi giorni, però, è in corso di attivazione anche un’altra modifica, molto meno innocua e più difficile da localizzare, soprattutto perché si annida in una sezione di Facebook che, in condizioni normali, non si visita spesso e per molti utenti è ancora un oggetto misterioso: il registro attività. Questa modifica consiste nell'introduzione di una cronologia di tutte le nostre ricerche su Facebook. Una cronologia accessibile a noi, è meglio specificare, e per adesso disponibile soltanto nella versione di Facebook per computer: gli utenti di Facebook Mobile dovranno aspettare.
L’introduzione della cronologia delle ricerche su Facebook è stata presentata verso la fine di settembre, ma la sua attivazione sui vari profili ha proceduto, come al solito, a macchie di leopardo: per alcuni è attiva già dall'inizio del mese, per altri è stata appena attivata, altri ancora la vedranno più avanti. In ogni caso, prima o poi toccherà a tutti, proprio come il Diario. Per vedere se nel vostro profilo è già attiva, sarà sufficiente entrare nel Registro attività e cliccare sul pulsante che si trova in alto a destra: vi uscirà un menu di questo tipo

Come vedete, verso la fine della lista c’è anche la voce “Cerca”. Selezionando quella voce, si aprirà la cronologia delle nostre ricerche su Facebook, suddivisa per ora, giorno, mese e anno, più o meno come accade per qualsiasi altra sezione del registro attività. La cronologia delle ricerche, come il nome stesso suggerisce, contiene una lista di tutto ciò che abbiamo cercato su Facebook e corrisponde alla funzione analoga che troviamo in un motore di ricerca tipo Google. Con alcune differenze, a cui accennerò poi. Un esame della nostra cronologia, peraltro, ci dirà anche quando sia stata attivata per noi questa funzione: basta vedere a quando risale il primo dato presente. Il fatto che la cronologia si estenda nel passato fino al momento della nostra iscrizione a Facebook, in una sequenza di mesi vuoti che pare uscita da una scena di Shining, lascia supporre che, come per i messaggi e le sessioni di chat, anche le ricerche compiute su Facebook fossero schedate fin dall'inizio  ma soltanto adesso è stato notificato agli utenti. Il che non sarebbe strano, trattandosi di un’abitudine consolidata presso la maggioranza delle aziende del settore.
Sulla destra di ogni elemento della cronologia vediamo due icone: la prima è un lucchetto e ci informa che quell'elemento è visibile soltanto a noi (l’intera cronologia è accessibile soltanto a noi, almeno su questo lato dello schermo), mentre la seconda è un segnale di divieto. Cliccando su questo segnale di divieto, possiamo rimuovere l’elemento corrispondente della cronologia. In modo molto più pratico, però, possiamo cancellare l’intero contenuto della cronologia, cliccando sul pulsante “Cancella ricerche”, che troviamo nella parte alta della pagina. Non è specificato che tipo di cancellazione sia, ma sulla base dei precedenti possiamo ipotizzare che si tratti di una cancellazione “debole”: l’elemento rimosso sparirà dunque dalla lista visibile a noi, ma è tutto da dimostrare che sparirà anche dai server di Facebook.
A titolo informativo, al momento non è possibile disattivare questa funzione. In futuro, magari, sarà possibile bloccare il salvataggio delle ricerche su Facebook, ma per adesso possiamo solo cancellare le ricerche dopo che Facebook le ha registrare e inserite nella nostra cronologia. E qui c’è una prima differenza, rispetto alla cronologia delle ricerche di Google: Google ti permette di disattivare questa funzione e impedire che le ricerche siano registrate in una cronologia, mentre Facebook non te lo permette, per adesso. In futuro si vedrà: lo schema classico con cui Facebook introduce le sue novità prevede prima una imposizione forzata della novità e poi, eventualmente, in base alla reazione degli utenti, può decidere di riconsiderare e/o modificare alcune opzioni di questa novità, correggendo un poco il tiro.
Ma a cosa serve, in concreto, questa cronologia delle ricerche? Nel caso di un motore di ricerca, per noi utenti può essere utile, di tanto in tanto, recuperare i risultati di una vecchia ricerca, per non doverla ripetere e, soprattutto, per essere certi di ritrovare quel particolare risultato che ci serve, ma che abbiamo dimenticato di salvare. È più o meno la stessa logica alla base della Cronologia in un browser: non ricordiamo più il nome di quella pagina, che avevamo visitato due settimane fa, e così apriamo la cronologia e la cerchiamo lì in mezzo. La cronologia di un motore di ricerca funziona come un diario delle nostre ricerche. Nel caso di un sito come Facebook, invece, l’utilità di una cronologia è alquanto limitata, per il momento. Considerato, però, che Facebook e Google non sono proprio in un rapporto di amicizia e che Facebook, pian piano, si sta preparando a entrare nel mondo delle ricerche (cosa che certo non avverrà a breve, ma in futuro avverrà), l’aver introdotto una cronologia delle ricerche rappresenta solo una tappa di questa fase di espansione.
Nel caso di Google, inoltre, la cronologia delle ricerche è utilizzata anche per personalizzare i risultati delle nostre ricerche, adattandosi ai nostri gusti e interessi: se dalla storia delle nostre ricerche risulta che noi siamo particolarmente interessati a un determinato campo, allora Google ci proporrà tra le prime posizioni i risultati di ricerca che provengono dal campo di nostro interesse; se di solito scegliamo i risultati che si trovano su un determinato sito (Wikipedia, per esempio), allora i risultati presi da quel sito saranno nelle prime posizioni delle nostre ricerche. E così via. Avevo già accennato a questa struttura, parlando di DuckDuckGo.
Nel caso di Facebook, tutto ciò accade già. Quando cerchiamo una persona, infatti, Facebook ci suggerisce per prime quelle persone che cerchiamo più spesso, oppure con cui interagiamo di più (a conferma che Facebook ha registrato le ricerche fin dall'inizio  ma solo adesso ci mostra la cronologia): l’introduzione della cronologia di ricerca, dunque, appare piuttosto superflua, per adesso, ma acquisterà un peso maggiore quando le funzioni di ricerca di Facebook si espanderanno. Staremo a vedere.
Infine, la cronologia delle ricerche ben si spossa con le teorie complottistico-paranoiche (di cui non tratterò, perché non sono di mio interesse) e col data mining, a cui ho già accennato altrove e che rappresenta la vera potenza di un social network, sul piano commerciale e non solo. Parlare del data mining, però, significherebbe aprire una parentesi fin troppo grande e provvederò magari in un’altra occasione: in una sintesi estrema, il data mining permette la ricostruzione di un profilo quanto più possibile accurato di una persona, sulla base delle informazioni che quella stessa persona rende pubbliche attraverso la sua interazione col mondo che la circonda. Lascio a voi immaginare come questo si possa adattare a Facebook.

sabato 4 agosto 2012

La piattaforma WebGL Globe e il commercio di armi

Premessa: se non amate il JavaScript, probabilmente questo articolo non vi interesserà. Io non amo il JavaScript, ma per questa volta farò una eccezione e ne parlerò, sia perché il progetto è interessante, sia perché può servire come dimostrazione che il JavaScript può anche essere utilizzato per realizzare qualcosa di utile, invece dei soliti, stupidi effettini di cattivo gusto, che abbondano nella Rete. Tacendo poi degli usi “maligni”, che sono un caso a parte.
WebGL Globe è una piattaforma per la visualizzazione geografica dei dati all’interno di pagine web, realizzata dal Google Data Arts Team come parte di una serie di “esperimenti” volti a mostrare le potenzialità del JavaScript nei browser, in particolare Google Chrome (ovviamente, essendo stato realizzato da Google). Nella pagina dedicata a WebGL Globe, all'interno del sito dedicato a propria volta ai Chrome Experiments, potete vedere alcuni esempi di progetti che hanno utilizzato con successo questa piattaforma. Progetti più o meno utili e/o sensati, ok, ma valgono appunto come esempi: in caso decidiate anche voi di utilizzare questa piattaforma per qualche progetto, avrete la possibilità di sottoporlo poi a Google, se vorrete, ed essere ospitati su quella stessa pagina, in caso siate selezionati.
La piattaforma WebGL Globe, inoltre, è open source, per cui può essere utilizzata e modificata liberamente: potete recuperare il codice da questa pagina e, come vedrete, è basato interamente su JavaScript, mentre per i dati da inserire (essendo appunto una piattaforma per la visualizzazione di dati) il formato di riferimento è il JSON. Ciò che si ottiene con l’uso di questa piattaforma è un mappamondo virutuale, inserito all’interno di una pagina web, che potremo ruotare a nostro piacimento e su cui saranno rappresentati i dati che vi abbiamo inserito, raccolti per zona geografica, nazione e così via, a seconda di cosa stiamo rappresentando. Per averne una idea migliore, procederemo adesso con l’esame di un esempio, realizzato appunto con WebGL Globe.
L’esempio in questione è una “mappa” interattiva del commercio legale di piccole armi, armi leggere e relative munizioni nel mondo, dove per “legale” si intende il commercio autorizzato dal governo di un determinato paese: una mappa realizzata da Google in collaborazione con l’istituto Igarapé, basata sui dati forniti dal Peace Research Institute Oslo. Maggiori informazioni sulla origine e i motivi della mappa le potrete trovare in questo file PDF, inclusa una definizione più precisa di cosa si intenda per arma piccola e arma leggera. Indicativamente, le armi piccole sono quelle per uso individuale (pistole, fucili, eccetera), mentre le armi leggere richiedono due o tre persone (mortai, missili anticarro, eccetera).
All'apertura della pagina che la ospita, la mappa si presenterà così:
Ok, magari non proprio così, perché il paese in evidenza potrebbe non essere l’Italia, ma in ogni caso avrà l’aspetto di un mappamondo, coperto da targhette rettangolari, su cui sono indicati i nomi dei vari paesi e le cifre relative alle importazioni ed esportazioni di armi, effettuate da quel paese nell'anno selezionato da noi. Nel caso dell’Italia, a titolo puramente informativo, possiamo così vedere che, nel 2009, ha esportato armi per circa quattrocento milioni di dollari, in linea coi risultati degli anni precedenti.
Utilizzando la lista di opzioni presentate in basso a destra, possiamo modificare i dati e distinguerli in base al tipo di arma: militare, civile e munizioni, tre categorie che inizialmente ci sono presentate assieme, sia nelle importazioni che nelle esportazioni, ma che possiamo separare deselezionando una o più opzioni, in base ai nostri interessi. La lunga barra che si trova subito sotto il planisfero, invece, serve a spostarsi avanti o indietro nell’arco di tempo preso in considerazione, ossia dal 1992 al 2010: cliccando su un anno, la mappa si aggiornerà e ci mostrerà i dati relativi a quell’anno, per tutti i paesi del mondo che è stato possibile esaminare. Cliccando invece su quel cerchietto bianco a destra della barra, contenente una icona a forma di grafico, vedremo questo:
che è appunto un grafico, come non era difficile immaginare. Più in dettaglio, è un grafico che ci mostra la variazione in percentuale del commercio di armi, sempre nel corso del periodo 1992-2010. I dati sono quelli dello stato preso in esame, se ne abbiamo selezionato uno.
Come trovare uno stato, dunque? In due modi: possiamo ruotare il mappamondo fino a che non lo abbiamo individuato e poi cliccare sulla sua area geografica, oppure possiamo utilizzare la funzione di ricerca, in alto a destra. Il risultato sarà lo stesso. Sempre accanto alla barra di ricerca, tra l’altro, troviamo anche due pulsanti, contrassegnati da un più e un meno: servono naturalmente a ingrandire o rimpicciolire il planisfero.
Questo, in breve, è il risultato che si ottiene, utilizzando WebGL Globe: una mappa interattiva, su cui sono distribuiti i dati che abbiamo deciso di rappresentarvi. Il prodotto finale, poi, potrà essere inserito in una pagina web e sarà visualizzabile da chiunque, senza bisogno di installare alcun componente aggiuntivo: basta solo che il JavaScript sia attivato.

mercoledì 18 luglio 2012

Google World Wonders, esplorare il mondo da casa

Dopo aver parlato di come visitare musei, restandocene in pantofole sulla nostra poltrona preferita, vedremo oggi come sia possibile esplorare anche varie zone del mondo, non necessariamente di facile accesso, sempre restandocene davanti al computer. Google Maps e Google Earth sono certo gli strumenti più semplici da utilizzare, e forse anche i primi che ci possano venire in mente, ma ci sono anche posti in cui Google Maps non ci può portare e posti in cui altri strumenti possono offrirci un servizio migliore. In questi casi, possiamo rivolgerci a Google World Wonders.
Proseguendo con la sua particolare ossessione mappare tutto e rendere ogni tipo di informazione fruibile a distanza, e sotto varie angolature, Google ha sviluppato (e sta tuttora portando avanti) il progetto World Wonders, finalizzato a riprodurre in formato digitale i luoghi di particolare interesse storico, archeologico, naturale e così via. In breve, i siti nominati patrimonio dell’umanità: da qui il nome del progetto, come è facile da intuire. Citando alla lettera, “la missione di Google è organizzare le informazioni disponibili e renderle utili e accessibili a livello universale”: all'interno di questa missione che si sono scelti, World Wonders aspira a replicare in digitale questi luoghi patrimonio dell’umanità e renderli accessibili a tutti, anche per facilitarne lo studio nelle scuole. Alle scuole è infatti dedicata la sezione “Didattica”, come vedremo poi.
Il progetto World Wonders si fonda su Street View, ossia la tecnologia ben nota da Google Maps, che mette a disposizione immagini panoramiche di varie località: da ruotare, ingrandire e visitare come preferiamo. In questo caso, però, anziché le vie di una città, le immagini panoramiche ci mostrano monumenti, siti archeologici e altre zone in cui sarebbe piuttosto difficile accedere in auto: all'interno di queste immagini, però, possiamo muoverci come al solito.
Qui sopra possiamo vedere la pagina d’accesso al sito di World Wonders, in lingua italiana: ebbene sì, l’italiano è disponibile ed è anche utilizzato in forma più diffusa, rispetto ad altri servizi come Art Project. In primo piano, al centro della pagina, possiamo vedere proprio l’ultima aggiunta al sito, ossia le immagini della capanna di Scott, utilizzata come rifugio nel corso delle esplorazioni antartiche di inizio novecento: se volete astrarvi e fuggire dalla calura estiva, immergersi nei ghiacci dell’Antartide può essere un buon punto di partenza.
Nel menu in alto, la voce “Cerca per località” ci permette di esaminare i luoghi disponibili, suddivisi per continente e nazione, mentre la voce “Sfoglia per tema” suddivide il contenuto del sito in base all’argomento, non alla locazione geografica: sarà così possibile cercare le zone archeologiche, invece che i luoghi italiani, giusto per fare un esempio. La navigazione vera e propria, in pratica, si conclude qui e non credo riserverà particolari problemi. Qualche difficoltà in più, eventualmente, potrebbe venire dall’esplorazione dei singoli luoghi, ma di questo parlerò subito.
Ecco la capanna di Scott, ultima aggiunta al progetto World Wonders: sceglierò questo elemento, perché ci offre parecchi strumenti di esplorazione, mentre altri luoghi hanno meno opzioni.
Appena entrati nel luogo da noi scelto, ci troveremo davanti uno schermo simile a quello che vediamo qui sopra: sul lato destro un menu con alcune voci, sul lato sinistro una immagine del luogo. L’immagine è in formato Street View e la possiamo esplorare, ruotare e guardare da tutte le angolazioni, come preferiamo. Inoltre, in basso a sinistra troviamo “Altre visualizzazioni:” e una lista di quattro pallini, uno dei quali è di colore rosso: rappresentano le altre immagini panoramiche accessibili per questa località e possiamo selezionarle semplicemente cliccando sopra uno dei pallini bianchi (il pallino rosso è quello che siamo visitando al momento).
Il menu a destra, invece, ci mostra tutte le informazioni che sono disponibili per questa località geografica. La sezione “Panoramica” è quella in cui ci troviamo al momento dell’accesso ed è appunto la sezione in cui possiamo esaminare le immagini con Street View. In aggiunta, sulla destra ci offre una breve presentazione del luogo, con la sua collocazione geografica e due righe di introduzione. Se clicchiamo su “Informazioni”, invece, avremo informazioni molto più precise su cosa stiamo guardando: una specie di breve guida turistica della località, insomma.
Nella sezione “Video”, se è presente, possiamo trovare e guardare tutti i video relativi alla località che stiamo esaminando: come è facile immaginare, i video provengono da YouTube. La sezione “Fotografie” contiene altre immagini non panoramiche della zona, ossia foto normali che possiamo guardare, ma non ci consentono di muoverci al loro interno. Infine, la sezione "Modelli 3D" ci mette a disposizione gli eventuali modelli tridimensionali della località, realizzati con Google Earth. C’è poi un ultimo riquadro, nell’angolo in basso a destra, che ci mostra la posizione della località all’interno di una mappa mondiale, giusto per farci sapere dive siamo di preciso. In linea di massima, anche queste voci dovrebbero essere sufficientemente chiare e non darvi problemi.
Un’altra sezione da tenere presente è la sezione Didattica, che troviamo nella parte alta della pagina, sulla destra. Come abbiamo già visto parlando di Art Project, anche in questo caso la sezione didattica contiene approfondimenti su varie località: nello specifico, è possibile scaricare liberamente files contenenti informazioni e altro sulle varie località, una funzione pensata appunto per insegnanti e studenti, che dopo aver visitato in forma virtuale un particolare luogo, vogliono sapere di più su ciò che hanno visto. Si tratta principalmente di materiale che Google considera adatto a scuole primarie e secondarie, con suggerimenti su come articolare una lezione relativa al dato luogo, presentazioni e fogli di lavoro per gli studenti. Una idea più precisa ve la potrete fare scaricando e guardando voi stessi il materiale, nel caso siate interessati.

martedì 5 giugno 2012

Buono a sapersi: la guida di Google alla sicurezza online

Buono a sapersi, detto anche Good to Know per chi soffre di anglofilia acuta, è un servizio di Google realizzato in collaborazione con la Polizia di stato. Più precisamente, è una guida alla sicurezza e alla gestione consapevole dei propri dati in Rete, rivolta a un pubblico di medio-bassa competenza informatica (persone normali e non-nerd, insomma) e suddivisa in quattro grandi sezioni, in base al tipo di informazioni contenute. Come è logico aspettarsi, essendo stata realizzata da Google, si concentra soprattutto sulle funzioni del motore di ricerca Google e del browser Google Chrome, ma la maggior parte dei consigli può essere adattata anche ad altri strumenti, senza difficoltà.
Le quattro sezioni in cui è suddivisa la guida, come possiamo vedere nell'immagine soprastante, sono “La tua sicurezza online”, “I tuoi dati sul Web”, “I tuoi dati su Google” e “Gestione dei tuoi dati”: i nomi dovrebbero essere descrittivi a sufficienza, per poterne intuire anche il contenuto, ma vediamo comunque di spiegarlo in breve.
La tua sicurezza online si occupa della protezione vera e propria: come evitare phishing, malware e accidenti vari. Una pagina che tutti dovrebbero leggere e studiare con attenzione è quella dedicata alle password, che contiene suggerimenti su come creare password robuste e più difficili da scoprire. Password che non siano 12345, insomma. Un altro suggerimento che si potrebbe aggiungere a quelli forniti da Google è l’utilizzo di passphrase, al posto di password: non una singola parola ma una breve frase, insomma, purché sia facile da ricordare per voi e ignota ad altri. Ovviamente, però, la solidità di qualsiasi password è subordinata a quella dell’utente che la crea: se cominciate a condividerla e spedirla a destra e a manca, qualsiasi password avrà la sicurezza della porta di Moria.
Altro problema da considerare, e che la guida affronta in questa sessione, è al sicurezza della rete con cui vi state collegando. In altri termini, come comportarsi a seconda del tipo di connessione di cui disponiamo: la connessione di casa non ha lo stesso livello della connessione libera che potremmo trovare in un aeroporto, o in altri spazi pubblici. A seconda del luogo da cui ci si connette, ci sono semplici norme di comportamento da considerare, che troverete nella guida, assieme a suggerimenti su come gestire la password di accesso alla vostra rete domestica.
A ogni modo, rimane sempre valido il principio generale della sicurezza informatica: il più potente strumento di sicurezza, ma anche la più grande falla nella sicurezza, si trova dentro il cranio di ogni utente. Google può anche dare suggerimenti su come comportarsi, per evitare virus e truffe, ma alla fine sarete voi a dovervi ricordare di seguire i suggerimenti.
I tuoi dati sul Web è una sezione dedicata ai metodi utilizzati dai vari siti per raccogliere informazioni sui visitatori e adattarsi alle loro preferenze. In pratica, si parla di cookies e di cosa può raccontare su di noi il nostro indirizzo IP. Le tecniche di raccolta e di immagazzinamento dei dati personali, a cui ricorrono molti siti, possono essere utili o dannose, a seconda dei punti di vista: utili perché un sito può fornirti un servizio migliore, sapendo chi sei e quali sono le tue preferenze, i tuoi interessi e la tua lingua; dannose perché i tuoi dati personali sono schedati da quel sito. A ogni modo, in questa sezione potete trovare maggior informazioni su come funzioni il meccanismo e farvi una idea più precisa, anche se ovviamente il tutto è presentato dalla prospettiva di Google.
I tuoi dati su Google, invece, è dedicata al rapporto tra noi utenti e i servizi offerti da Google, nello specifico. E qui ce n’è per tutti i gusti. Si va dal funzionamento della rete pubblicitaria di Google, che cerca di offrire pubblicità su misura a ogni utente, al funzionamento del log delle nostre ricerche, ossia al “registro” su cui Google salva le ricerche che effettuiamo e i risultati da noi scelti, per poterci poi offrire risultati personalizzati. Avevo già parlato brevemente di questo, in un articolo sulla bolla di ricerca: qui lo trovate messo in relazione anche all’uso della cronologia sul Web.
Per quanto riguarda la pubblicità su Google, nella apposita pagina della sezione sono disponibili le informazioni su come Google utilizzi i nostri dati, per confezionare appositi ads contestuali: pubblicità su misura, in base alla pagina su cui ci troviamo e ai nostri interessi in quel settore. Lo stesso principio che regola la scelta degli annunci pubblicitari su AdSense, insomma. Ci sono poi pagine dedicate anche agli altri servizi offerti da Google e al modo in cui essi interagiscono e raccolgono i nostri dati personali. In breve, questa sezione è dedicata a come Google faccia ricorso al data mining, ossia alle tecniche per raccogliere e correlare tra loro informazioni di vario genere.
Sempre qui, possiamo anche trovare le norme sulla privacy di Google, assieme all'invito a leggerle.
Gestione dei tuoi dati, infine, è dedicata al modo in cui regolarsi coi vari servizi che immagazzinano i nostri dati e li utilizzano per offrirci servizi. Soprattutto, ci dice come disattivare le impostazioni che non ci piacciono o che riteniamo poco sicure per noi. La gestione delle preferenze per gli annunci pubblicitari, per esempio, contiene le informazioni su come disattivare la personalizzazione degli annunci ed è inoltre disponibile un plugin (una estensione, insomma) per Google Chrome, che permette di disattivare la pubblicità su misura per tutte le reti pubblicitarie che utilizzano lo stesso meccanismo di Google. La pagina relativa ai cookies ci spiega come eliminarli e ci rimanda ad altre informazioni su come gestire i cookies all'interno di Google Chrome. E così via.
Di un certo interesse è poi il servizio “Io sul Web”, che ci permette di gestire la condivisione di nostre informazioni personali, effettuate da altri. possiamo ad esempio scegliere di ricevere un avviso via e-mail, ogni volta che qualcuno pubblica il nostro nome da qualche parte nel Web, oppure ogni volta che il nostro indirizzo e-mail è reso pubblico, e così via. Sempre attraverso questo servizio possiamo chiedere la rimozione di informazioni personali sul nostro conto, pubblicate da altri.
Molte pagine della guida “Buono a sapersi”, infine, sono accompagnate da un video in inglese, con sottotitoli in italiano (anche se probabilmente avreste preferito un video cecoslovacco, con sottotitoli in tedesco), per spiegare meglio il funzionamento di alcuni servizi e di alcuni passaggi della guida stessa.

venerdì 25 maggio 2012

Google Transparency Report e lo stato della Rete nel mondo


Tra i tanti servizi più o meno utili offerti da Google, che non starò a elencare perché in buona parte li conoscerete già, ce ne sono alcuni di grande interesse ma di scarsa visibilità, almeno al grande pubblico. Il che è un peccato, dato che offrono una occasione molto istruttiva per gettare uno sguardo sul “dietro le quinte” della Rete e sul modo in cui persone e istituzioni interagiscono con e attraverso la Rete stessa. Oggi parlerò di uno di questi servizi: il Transparency Report.
Come il nome stesso ci indica, il Transparency Report di Google è un tentativo, più o meno riuscito a seconda del proprio punto di vista e delle proprie convinzioni, che Google fa per tenere aggiornati i suoi utenti sul modo in cui l’azienda interagisce con persone e istituzioni, per gestire i dati e le informazioni sparse nel mare magnum della Rete. In forma più semplice, il Transparency Report è uno strumento che il signor Google utilizza per dirci: «Ragazzi, negli ultimi tre mesi ho ricevuto tot richieste di rimozione da parte di queste aziende, questi governi e queste istituzioni; sempre nello stesso periodo, ho ricevuto anche tot richieste di fornire informazioni sui miei utenti, da parte di queste aziende, questi governi e queste istituzioni. Questa è la lista completa, a voi trarne le conclusioni che preferite.» Bello o brutto che sia, è sicuramente un servizio molto interessante, almeno a mio parere, e forse sarebbe utile pubblicizzarlo un poco di più.
Come si può vedere già dalla Home, il Transparency Report è diviso in quattro parti: Traffic, Removal Requests, User Data Requests, Map. Ognuna di queste parti contiene dati e grafici, che possono essere passati in rassegna per periodi di tempo e che probabilmente faranno la gioia di molti appassionati di statistiche e numeri. Chi invece non è appassionato di numeri e statistiche, può comunque osservare la distribuzione geografica e cronologica di blocchi e richieste, ripescando anche alcune curiosità, come il video di YouTube per cui nel 2010 la polizia italiana ha chiesto e ottenuto la rimozione, in quanto “ostile al governo in carica”. Ma guardiamo più in dettaglio il contenuto di questi Report.
La sezione Traffic contiene un grafico sull’accessibilità dei vari servizi offerti da Google, suddivisi per tipo di servizio (anzi, per prodotto, come li definisce Google stesso), giorno e nazione. Per conoscere ad esempio l’andamento del traffico su YouTube in Italia, basta selezionare “Italia” come paese, “YouTube” come servizio e poi scorrere il grafico per osservare il giorno e l’orario che ci interessano. In basso, è disponibile anche una lista dei vari blocchi, parziali o totali, subiti da alcuni prodotti di Google nei vari paesi del mondo, con la data in cui il blocco si è verificato. Come si può notare subito, e come era facile prevedere, il 2011 è stato un anno ricco di blocchi nei paesi arabi.
La sezione Removal Requests, come è facile intuire, contiene tutte le richieste di rimozione di contenuti ricevute da Google, relativamente a materiali che violerebbero il copyright di qualcuno o qualcosa, ma anche relative a materiali che infrangono leggi di qualche stato. Le richieste di rimozione sono infatti divise in due grandi blocchi: rimozione per cause legate ai copyright e rimozione per cause legate al governo. Nel blocco “Copyright” sono catalogate tutte le richieste inoltrate da detentori del copyright e da gruppi che coordinano i detentori di copyright. È una sezione molto interessante da studiare, perché ci informa su quali siano le aziende più attive nelle richieste di rimozione, ma anche quali siano le “vittime” preferite, ossia i siti che più spesso ricevono richieste di rimuovere materiali. Non è certo una sorpresa scoprire che ai primi posti si trovano adesso FilesTube, 4shared e i vari aggregatori di torrent. Le richieste di rimozione governativa, invece, si riferiscono ovviamente alle richieste avanzate da un qualche governo, per rimuovere elementi considerati contrari a una qualche legge: la censura vera e propria, insomma. Anche qui ci si può divertire a studiare i paesi più attivi, le percentuali di rimozione e tutto il resto. A titolo informativo, non sono inclusi i dati sui materiali rimossi in proprio da Google, che sono quasi tutti relativi alla pornografia infantile (o almeno così dichiara Google).
La sezione User Data Requests contiene tutti i dati relativi alle richieste di informazioni personali che Google ha ricevuto da agenzie governative e collegati a casi criminali. Per adesso. In futuro potrebbe includere anche altre categorie di richieste, almeno a detta di Google. In pratica, se Google riceve dall’Italia una richiesta di informazioni sul signori Pincopallino, perché è sospettato di essere un pedofilo, questa richiesta sarà inserita tra i dati presenti in questa sezione. Se un paese non è presente in una determinata fascia di tempo, significa che in quel periodo ha effettuato meno di 30 richieste a Google. I dati sono riportati come semplice elenco dei vari paesi, ma è anche possibile scaricare il pacchetto completo dei dati, per poterli consultare o utilizzare come si preferisce.
La sezione Map, infine, ci offre tutti i dati precedenti inseriti in una comoda mappa: ogni stato può essere cliccato e ci apparirà una finestra popup con le informazioni relative all'attività di quello stato, come si può vedere  nell'immagine sottostante.

Oltre a informare e fornire i dati sulle attività dei governi e delle aziende, Google ne approfitta anche per informarci sull'esistenza di servizi che, almeno in parte, permettono di aggirare un blocco completo di internet, eventualità sempre possibile in alcuni paesi. Per chi già non lo sapesse, infatti, esiste un servizio per diffondere messaggi anche in assenza di una connessione internet nella propria area geografica ed è il servizio speak2tweet, tramite cui si può telefonare a un numero e lasciare un messaggio vocale, che sarà immediatamente diffuso su Twitter, indicando la zona di provenienza del messaggio. Sempre chiamando gli stessi numeri, è anche possibile ascoltare i messaggi inviati da altri. Chi ha una connessione internet attiva, invece, li può seguire direttamente su Twitter. 
Se mai doveste averne bisogno, i numeri a cui telefonare sono i seguenti:
+16504194196
+390662207294
+442033184514

venerdì 20 aprile 2012

DuckDuckGo, ricerche fuori della bolla

O almeno questo è l’obiettivo che si pone il motore di ricerca DuckDuckGo. Lo so, il nome appare incredibilmente stupido, ma lasciamo perdere questo dettaglio: lo ha deciso il suo creatore Gabriel Weinberg e a quanto pare a lui piace così. Non indaghiamo. Guardiamo piuttosto cosa faccia e in che modo sia diverso rispetto a Google e altri motori di ricerca analoghi. Tanto per cominciare, la pagina che ci troviamo davanti, al primo accesso.

Grafica semplice, ridotta all’osso, più o meno come le prime versioni di Google, prima che mille link diversi si ammucchiassero qui e là, tra immagini, video, e-mail, documenti, traduzioni, eccetera eccetera. Contiene ciò che ci si può attendere da un motore di ricerca, ossia un riquadro in cui scrivere l’argomento della nostra ricerca e un pulsante per avviare la ricerca (se proprio non volete premere il tasto “invio”). C’è anche una bizzarra grafica paperosa, ma sono dettagli secondari. Ciò che conta è un altro aspetto, ossia come avviene l’interazione tra utente e motore di ricerca e quali risultati sono proposti all’utente. Ci arriverò per gradi.
Vediamo intanto il risultato di due ricerche qualsiasi, effettuate su DuckDuckGo (d’ora in avanti abbreviato in DDG, per comodità). Nel primo caso, l’oggetto della ricerca è “Debian”, uno dei più noti e utilizzati sistemi operativi a base Linux, per chi non lo sapesse: il risultato è il seguente.
Al primo posto abbiamo un riquadro a sfondo grigio chiaro, con una breve presentazione e descrizione dell’oggetto della nostra ricerca: in questo caso, ci spiega cosa sia Debian. Assieme alla breve spiegazione, ci sono indicati anche alcuni siti per approfondire il discorso, ossia il sito ufficiale del progetto, la relativa pagina di Wikipedia e così via. Questo però non è ancora il risultato della ricerca, ma solo una introduzione; i risultati cominciano subito dopo. E qui c’è la prima differenza evidente con Google.
Il riquadro iniziale, infatti, è costruito utilizzando le informazioni raccolte da siti come Wikipedia e affini, e serve a darci un primo sguardo su ciò che stiamo cercando, una piccola spiegazione di cosa sia e alcuni link ad argomenti correlati. I risultati veri e propri vengono soltanto dopo e sono raccolti da varie fonti, tra cui gli spider di DDG (che sono differenti da quelli usati da Google, per cui anche i risultati delle ricerche e il modo di indicizzare i siti sarà diverso). Inoltre, sulla destra della pagina troviamo anche una lista di approfondimenti sull’argomento che ci interessa e su argomenti correlati, ma questo sarà più chiaro col secondo esempio di ricerca.
In questo secondo esempio, come oggetto di ricerca ho utilizzato “Venezia”. Se adesso guardiamo sul lato destro della pagina, troveremo in alto una piccola mappa (sbagliata, perché si riferisce a una omonima città della Florida) e in basso una serie di approfondimenti relativi ad alcuni temi che potrebbero servire al cercatore, come “hotel”, “meteo”, “guide” e così via. Cliccando uno di questi, lanceremo una nuova ricerca sul tema “venezia hotel”, oppure “venezia meteo” e così via.
La maggiore differenza tra DDG e Google, però, non si trova in questi dettagli visibili, che possono essere più o meno utili e più o meno apprezzati: si trova nel modo in cui i risultati delle ricerche sono selezionati. Google raccoglie i dati sulle nostre ricerche, sia passate che presenti, e li utilizza per filtrare i risultati in base ai nostri interessi stimati e a ciò che potrebbe esserci di maggiore aiuto: in pratica, cerca di ritagliare i suoi risultati su misura per noi, o almeno su misura di ciò che ha potuto sapere sul nostro conto. Procedimento più o meno affine a quello di Amazon, che all’arrivo nel suo sito ci propone subito i prodotti più in linea con la nostra storia di acquisti. Il filtraggio dei risultati sulla base dei nostri interessi è stato definito “filter bubble”, perché serve a costruire attorno a noi una bolla: all’interno le cose che ci piacciono e ci interessano, all’esterno tutto il resto. O almeno, così è stato presentato da diversi attivisti, a cominciare da Eli Pariser, anche se siamo lontani da un accordo sugli effettivi risultati di questa bolla: per alcuni le differenze nei risultati delle ricerche sono grandi, per altri sono modesti e si compensano tra loro. la discussione è aperta ed è meglio che vi formiate la vostra opinione, leggendo entrambe le parti.
Tornando dal teoretico al pratico, DDG vuole eliminare questa bolla, evitando l’operazione che ne sarebbe all'origine: la raccolta delle nostre informazioni e il loro utilizzo per filtrare i risultati. A differenza di Google, infatti, DDG dichiara di non raccogliere nessuna informazione sugli utenti che lo utilizzano: non raccoglie gli indirizzi IP, non archivia informazioni sulle ricerche e utilizza i cookies soltanto quando è inevitabile. Di conseguenza, non possedendo informazioni personali con cui tarare le ricerche, chiunque potrà ottenere gli stessi risultati, invece di ricevere una selezione di risultati adatti ai propri gusti. In breve, DDG è un motore di ricerca che pone la privacy e l’anonimato dei utenti al centro del proprio funzionamento, cercando di rendersi il più possibile neutrale nei confronti dei risultati ottenuti dalle ricerche. O quasi, perché in realtà anche DDG utilizza alcuni filtri nelle sue ricerche, per penalizzare quei siti come eHow, che producono camionate di articoli di bassa qualità per scalare le classifiche di Google, o i siti che imbottiscono le proprie pagine con molta pubblicità e pochi contenuti. Infine, ne esiste anche una versione onion, accessibile dalla navigazione tramite Tor, oltre a una pagina criptata, simile a quella già esistente per Google.

lunedì 12 marzo 2012

Facebook: EdgeRank e visibilità dei post

Dopo l’introduzione del discusso e discutibile Riquadro degli Aggiornamenti, la sezione in alto a destra nella Home di Facebook in cui ci appaiono notizie in tempo reale, sono due i luoghi in cui possiamo leggere aggiornamenti e notizie provenienti dai nostri amici e dalle Pagine di cui siamo fan: la sezione “Notizie” della Home e, appunto, il Riquadro degli Aggiornamenti. Queste due zone, però, non funzionano allo stesso modo e non ci mostrano le stesse notizie. Soprattutto, non mostrano lo stesso numero di notizie.
Il Riquadro degli Aggiornamenti mostra quasi tutte le attività dei nostri amici, un fatto che ha già provocato parecchi mugugni e proteste, dopo la sua introduzione: nuove amicizie, nuovi commenti ai post, nuovi “mi piace”, eccetera eccetera. In breve, nel Riquadro troviamo più o meno tutto ciò che gli amici fanno, o almeno tutte le loro azioni che noi potremmo vedere, in un modo o nell’altro.
Le Notizie nella Home, invece, contengono solo alcuni degli aggiornamenti dei nostri amici; contengono anche soltanto alcuni degli aggiornamenti delle Pagine di cui siamo fans. Le notizie che appariranno nella nostra Home sono quelle considerate più importanti per noi, cioè le notizie che siamo più interessati a leggere e a trovare in primo piano. Nella Home abbiamo anche la possibilità di ordinare le notizie sulla base di due fattori: il puro e semplice ordine cronologico, oppure l’ordine di importanza delle notizie.
Ma come è calcolata l’importanza per noi di una notizia? E come è costruito l’ordine di importanza?
La risposta a queste domande si trova nello EdgeRank, l’algoritmo utilizzato da Facebook per classificare l’importanza di una notizia in relazione agli interessi di ogni utente.
La funzione dello EdgeRank è quella di calcolare quanto un post potrebbe essere interessante per un utente di Facebook: i post che otterranno un punteggio migliore, in relazione ai nostri gusti, si guadagneranno anche una posizione di primo piano nella nostra Home. Operazione non molto diversa da quella compiuta da Google, quando ci mostra i risultati di una nostra ricerca: nei primi posti avremo i risultati che maggiormente corrispondono all’argomento da noi cercato, mentre gli altri appariranno via via in ordine decrescente, nelle pagine successive. La differenza è che Google basa la sua classifica dei risultati sulle parole da noi usate nella ricerca (in realtà non solo su quelle, ma semplifichiamo), mentre Facebook ordina i risultati in base alla loro corrispondenza coi nostri gusti. Ma come sono determinati i nostri gusti?
A determinarli provvede appunto lo EdgeRank. Le attività che compiamo quotidianamente sui post, sulle foto, sui video, eccetera, sono l’indicatore dei nostri gusti, almeno per l’algoritmo. A ogni nostra azione è assegnato un punteggio: quando clicchiamo “mi piace” su un post, quando lo commentiamo, quando lo condividiamo, eccetera. Questo punteggio non è definitivo, ma cambia in relazione al tempo trascorso dalla nostra azione: un commento di oggi potrebbe valere 4 punti, un commento di ieri varrà 3,8 punti, un commento di un mese fa ne varrà uno soltanto (numeri messi a caso, giusto per dare una idea). Sommando i punteggi di tutti i post pubblicati da un nostro amico o da una Pagina di cui siamo fans, otterremo un valore numerico del nostro interesse nei confronti di quell’amico o di quella Pagina. Questo è lo EdgeRank di Facebook.
Affinità, Peso e Tempo sono i tre valori da considerare. L’Affinità è la quantità di interazioni che abbiamo con una Pagina o un amico; il Peso è la qualità di interazione (commento, “mi piace”, condivisione); il Tempo è l’età di ogni nostra interazione. Le Pagine e gli amici con cui abbiamo una interazione più frequente, di maggiore qualità e più recente avranno un posto privilegiato nella nostra Home. Il che funziona anche come circolo vizioso, perché la maggiore visibilità dei loro post aumenterà anche le probabilità che noi interagiamo con quei post, rafforzando la loro posizione di “preferiti” (almeno secondo l’algoritmo utilizzato per calcolare le preferenze).
Tutto ciò spiega anche la “fame” di commenti e di “mi piace” che molte Pagine mostrano. Maggiori saranno le nostre azioni sui loro post e maggiore sarà il punteggio che guadagneranno tra i nostri interessi: un maggior punteggio significa più spazio sulla nostra Home, più visibilità e più pubblicità, un fattore-chiave soprattutto per le Pagine che promuovono marchi o prodotti.

Per chiunque sia poi interessato a migliorare il proprio punteggio di EdgeRank e guadagnarsi una posizione migliore tra gli interessi dei propri amici o dei propri fans, i principi sono sempre gli stessi che si ripetono fino alla nausea in tutte le guide più o meno valide sul fatale argomento di “come attirare più visitatori sul proprio sito” o “come autopromuoversi in Rete”: bisogna attirare l’interesse del pubblico, cioè farsi notare.
Video e foto attirano l’attenzione più di un post di solo testo (discutibile, ma è uno di quei principi che nessun autoeletto “guru del marketing” metterebbe in dubbio); chiedere un parere ai lettori aumenta le possibilità di interazione; pubblicare post variegati e non in fotocopia;  aggiungere con moderazione link a elementi esterni (pagine web e simili), per arricchire la discussione; scegliere con cura il tempo giusto per pubblicare un post, in base all'orario in cui si riceve il maggior numero di commenti e “mi piace”; eccetera eccetera. Questi sembrerebbero essere i fattori che più aiutano a ottenere interazione coi lettori e, di conseguenza, a migliorare la propria posizione nel loro EdgeRank; che funzionino davvero, poi, è tutto da dimostrare.