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giovedì 2 maggio 2013

Navigazione ed email anonime con Anonymouse


Dopo l’excursus sui cookies del precedente post, tornerò oggi a dedicarmi a privacy e anonimato, due temi molto vicini all'utilizzo e alla gestione dei cookies: nello specifico, lo farò parlando di un servizio per la navigazione anonima e per la spedizione di e-mail anonime, attivo già da parecchi anni ma, temo, non molto famoso. Questo servizio è Anonymouse.
Anonymouse è prima di tutto un sito e attraverso quel sito possiamo utilizzare tutti i suoi servizi, senza bisogno di installare programmi o configurare il browser in modo strano e complicato. Basta accedere al sito, entrare nella sezione che ci interessa e fare ciò che dobbiamo fare.
La pagina iniziale del sito, riprodotta qui sopra, potrebbe non ispirare molta fiducia e sollevare più di un dubbio sulla sicurezza e sull'affidabilità del servizio; grafica a parte, però, il sito funziona ed è mediamente affidabile. Non lo utilizzerei per questioni di vita o di morte, sia chiaro, ma per avere un buon anonimato in circostanze normali è molto più comodo (e molto più veloce) di Tor Browser, soprattutto se dobbiamo soltanto collegarci a un paio di siti in modo “protetto”. Vedremo poi alcuni esempi di questo.
Per procedere oltre, dobbiamo cliccare su una delle due bandiere, a seconda della lingua e del paese che preferiamo: arriveremo alla stessa pagina, ma cambierà la lingua in cui i testi saranno scritti. Se scegliamo l’inglese, la pagina si presenterà così:
Siamo già all'interno di uno dei tre servizi offerti, ossia AnonWWW, per la navigazione anonima. A questo punto, tutto funziona come un qualsiasi altro web-proxy , ossia un proxy con cui si interagisce attraverso un sito web, senza bisogno di impostarne i dati all'interno del nostro browser. Di fatto, Anonymouse è un proxy, ma con una maggiore attenzione all'anonimato rispetto a un proxy tradizionale e una minore attenzione alla crittografia, almeno nella sua versione gratuita. Per utilizzarlo, scriviamo o copiamo nel riquadro l’indirizzo del sito che vogliamo raggiungere e premiamo il tasto “Invio” (oppure clicchiamo su “surf anonymously”, come preferiamo). Dopo un breve caricamento, si aprirà la pagina che volevamo raggiungere.
Cosa ha fatto di particolare Anonymouse? Invece di connettersi direttamente al sito, ha svolto un normale lavoro da proxy, ossia ha inviato la nostra richiesta al suo server, la ha ripulita da ogni nostro dato personale e infine l’ha girata al sito che volevamo raggiungere. In questo modo, a collegarsi al sito non saremo noi direttamente, ma sarà il server di Anonymouse; di conseguenza, anche le comunicazioni che il sito ci invierà saranno prima di tutto filtrate da Anonymouse e poi inoltrate a noi. Fungendo da intermediario, il server di Anonymouse blocca lo scambio di dati personali tra noi e il sito di destinazione, garantendoci così un forma di anonimato: non un anonimato assoluto e impossibile da aggirare, sia chiaro, perché un anonimato del genere non esiste, ma è più che sufficiente per circostanze normali. Usatelo pure per collegarvi ai siti porno, insomma, ma non affidatevi ad Anonymouse se state pensando di ricattare il vostro capo o svolgere altre azioni ad alto rischio per la propria incolumità: sarete anche anonimi per il sito di destinazione, ma non lo sarete per il vostro provider (ossia l’azienda che vi fornisce il servizio di connessione). Solo la versione a pagamento di Anonymouse vi fornisce qualche tutela sul fronte-provider, garantendo anche una connessione criptata.
Pur nei suoi limiti, Anonymouse presenta comunque una discreta utilità per gli utenti italiani, soprattutto quelli colpiti dalla ennesima caccia alle streghe in nome della proprietà intellettuale e del copyright, ossia per gli orfani di torrent e della cara, vecchia baia dei pirati. Come dicevo in precedenza, Anonymouse è praticamente un proxy, o almeno svolge funzioni sufficientemente simili a un proxy standard, da permetterci di assimilarlo a uno di essi. Trattandosi dunque di un proxy, lo possiamo utilizzare anche per connetterci a siti che, in condizioni normali, sarebbero inaccessibili dal nostro paese: un esempio tra tutti, i siti legati a torrent e simili. Attraverso Anonymouse, ad esempio, possiamo rapidamente accedere a ThePirateBay, giusto per nominarne uno, ma anche a molti altri siti di torrent. Non è l’unico modo per accedervi, sia chiaro, ma è sempre meglio avere uno strumento in più per farlo, piuttosto che uno in meno.
Oltre al servizio di navigazione, però, Anonymouse offre anche altri due servizi: AnonEmail e AnonNews. A cosa servano di preciso, dovrebbe essere chiaro anche solo leggendo i nomi: AnonEmail permette di inviare e-mail anonime, mentre AnonNews permette di accedere e postare in modo anonimo sui newsgroups. Entrambi hanno una interfaccia parecchio simile, per non dire identica, per cui mi limiterò a postare una immagine di AnonEmail, a titolo di esempio (anche perché è il servizio che, probabilmente, interesserà al maggior numero di possibili lettori).
Il suo utilizzo è molto semplice: nel campo “To” scrivete l’indirizzo del destinatario, nel campo “Subject” scrivete il titolo della e-mail e nel campo “Message” scrivete il contenuto del messaggio. Alla fine, cliccate su “Send anonymously” per spedire il tutto. Niente di diverso da un normale servizio di e-mail basato sul web. Nel caso di AnonNews, a cambiare è soltanto il primo campo, dove dovrete scrivere l’indirizzo del newsgroup su cui volete postare, invece del destinatario della e-mail. Il funzionamento del servizio, invece, è esattamente lo stesso che già abbiamo visto per AnonWWW: il messaggio è inviato prima al server di Anonymouse, ripulito da ogni dato che possa consentire il riconoscimento del mittente (ma NON rimuoverà il vostro nome, se avete firmato la e-mail: non bisognerebbe scrivere il proprio nome in un messaggio anonimo...) e infine inoltrato al destinatario. 
Nel complesso, è un buon servizio per un uso rapido e occasionale, molto buono se vogliamo accedere a un sito di torrent senza faticare troppo, ma non un servizio che consiglierei per questioni serie e vitali. Averlo a portata di mano, magari tra i “preferiti”, può comunque fare sempre comodo.

giovedì 16 agosto 2012

Bloccare il Flash con FlashControl


Il Flash, così come il JavaScript, è una creatura onnipresente nei siti web di oggi: ovunque ci sia bisogno di un contenuto interattivo, ecco che ci ritroviamo con un bell’elemento in Flash, appiccicato dentro la pagina: dai video, ai giochini, fino alle immagini a scorrimento e a pulsanti di vario genere, tutto realizzato rigorosamente in Flash, nella maggior parte dei casi. Si spera che, con l’adozione del famoso (e famigerato) HTML5, la situazione possa cambiare, ma per adesso questo è lo stato delle cose. Sempre come il JavaScript, anche il Flash può essere utile, di tanto in tanto e assunto in dosi moderate, ma molto più spesso è utilizzato in forme invasive e moleste, da presunti webmaster che ritengono molto originale e simpatico inserire video che partono da soli all’apertura di una pagina, per esempio, oppure amano spararci musica a tutto volume mentre siamo sul loro sito. Siccome queste trovate “geniali”, oltre a essere moleste, sprecano anche parecchie risorse dei computer che si ritrovano ad aprire simili pagine, vediamo oggi come fare a disinnescare il Flash, per utilizzarlo soltanto quando davvero ci serve a qualcosa. Nello specifico, mi riferirò al browser Google Chrome, che dispone di una discreta gestione del Flash (almeno per i miei gusti).
La soluzione più drastica è quella di disattivare i plugin relativi al Flash. Un plugin è una piccola “aggiunta” al browser, per consentirgli di visualizzare alcuni tipi di contenuti che, altrimenti, non potrebbe visualizzare: esistono plugin per far funzionare le applet Java, plugin per utilizzare Google Earth, plugin per il Flash e così via. In Google Chrome, potete trovare la lista completa dei plugin installati nel vostro browser all’indirizzo chrome://plugins/, che vi aprirà una pagina con l’elenco. Sotto a ogni plugin troverete la scritta “Abilita” (se è disattivato), oppure “Disabilita” (se è attivato): cliccandola, potrete passare da uno stato all’altro, ossia attivare o disattivare un plugin a vostra scelta. Quelli relativi al Flash sono di solito all’inizio della lista.
Una soluzione meno drastica, ma molto efficace, è l’utilizzo di una estensione per Google Chrome, che vi permetta di scegliere di volta in volta se permettere o bloccare il Flash inserito in una pagina. Una estensione che svolge questo lavoro è FlashControl.

FlashControl dispone di un buon numero di opzioni che permettono di decidere se e come visualizzare il Flash all’interno di una pagina, ma di queste parlerò a breve; intanto, diciamo che, di base, qualsiasi contenuto in Flash sarà bloccato: al suo posto, nella pagina vedremo qualcosa di questo tipo:
Significa appunto che, in quella porzione di pagina, si trova un elemento in Flash: può essere un video, un gioco, una pubblicità o qualsiasi altra cosa. Se non ci interessa vederlo o usarlo, lasciamo tutto così come è e ci risparmieremo sia di consumare banda per scaricare l’elemento, sia di consumare RAM e CPU per farlo funzionare. Se invece siamo interessati a quell'elemento, basta cliccare sul riquadro grigio: in questo modo, l’elemento sarà caricato normalmente e noi potremo vedere il video, divertirci col giochino, eccetera, a seconda dei casi. In breve, FlashControl impedisce che un elemento in Flash sia caricato e avviato automaticamente: per avviarlo servirà il nostro consenso, da esprimere con un semplicissimo click sulla superficie bloccata.
Questo è il suo funzionamento di base, ma abbiamo a disposizione parecchi strumenti per personalizzarlo: possiamo ad esempio creare una lista nera con siti che dovranno sempre essere bloccati, oppure una lista bianca di siti su cui il Flash è sempre permesso, oppure possiamo cambiare l’aspetto del riquadro che indica un elemento bloccato, e così via. tutto ciò lo possiamo ottenere su Google Chrome passando da Impostazioni -> Estensioni e cliccando Opzioni subito sotto al nome di FlashControl. Si aprirà così una pagina per configurare FlashControl.
Qui sopra vediamo la pagina di configurazione nella versione “Simple”, per gli utenti che non amano molto perdere tempo a configurare qualcosa e preferiscono un pannello con due opzioni in croce: gli utenti normali, insomma. Le impostazioni disponibili sono
Enable FlashControl, per attivare o disattivare questa estensione;
Enable address bar menu, per inserire o togliere una piccola icona nella barra degli indirizzi (della icona parlerò poi);
Default behavior, per dirgli cosa fare davanti a un elemento in Flash (bloccarlo o autorizzarlo).
Tutto molto semplice e alla portata di chiunque, come potete vedere: avete tre cose da scegliere e con queste tre scelte potete gestire tutto il Flash che incontrate, ricordando poi che basterà un click per sbloccare qualsiasi elemento bloccato. Se poi vi sentite avventurosi, potete affrontare anche i due livelli successivi di personalizzazione: Moderate e Advanced. A titolo di esempio, ecco come appare il pannello di controllo, in versione Advanced:
Le opzioni della versione Simple sono rimaste, nel riquadro in alto a sinistra, ma parecchie altre opzioni e schede si sono aggiunte. Nella parte bassa, Appearance ci permette ad esempio di decidere che faccia avrà il “blocco” del Flash, ossia che aspetto dovrà avere il rettangolo grigio che indica un elemento bloccato: dovreste avere opzioni a sufficienza per soddisfare il vostro gusto estetico. Le schede Whitelist e Blacklist, invece, ci permettono di creare liste coi siti da autorizzare sempre, oppure da bloccare sempre (le liste nere e le liste bianche, di cui parlavo prima), mentre Info contiene una raccolta di link con informazioni più dettagliate su FlashControl, oltre alle pagine su cui segnalare eventuali problemi con l’estensione. In linea di massima, comunque, il pannello Simple sarà sufficiente per la maggior parte degli utenti, che vogliono solo bloccare il Flash.
Se avete scelto di abilitare l’icona nella barra degli indirizzi, poi, vedrete una piccola icona col simbolo del Flash (una F in campo rosso) in fondo a destra, nella barra degli indirizzi: cliccando questa icona, avrete accesso a una versione “ristretta” del pannello di controllo. Questo è ciò che apparirà, se avete impostato il pannello su Simple:
Abbiamo cinque pulsanti rossi:
Allow this page consente di autorizzare in un colpo solo tutti gli elementi in Flash presenti nella pagina che state visitando; se li avete autorizzati, al suo posto troverete la scritta Block this page, che invece blocca tutti gli elementi nella pagina.
Whitelist e Blacklist permettono di aggiungere alla lista dei siti sempre autorizzati (lista bianca) o dei siti sempre bloccati (lista nera) la pagina in cui vi trovate; se la pagina è già stata inserita in una di quelle due liste, troveremo la scritta Unwhitelist o Unblacklist, per rimuoverla rispettivamente dalla lista bianca o nera.
Disable FlashControl disattiva l’estensione: se è già disattivata, al suo posto troverete Enable FlashControl che vi permette di riattivarlo.
Preference aprirà la pagina col pannello di controllo, di cui ho già parlato in precedenza.
Se avete scelto di utilizzare il pannello di controllo in una versione più avanzata, allora troverete anche altri pulsanti, tra cui Open Resources Panel: cliccando questo pulsante, si aprirà una piccola finestra con informazioni più dettagliate su quale tipo di risorse stia utilizzando il Flash presente in quella pagina, come le stia utilizzando e per confezionare filtri su misura per quel particolare sito.

martedì 5 giugno 2012

Buono a sapersi: la guida di Google alla sicurezza online

Buono a sapersi, detto anche Good to Know per chi soffre di anglofilia acuta, è un servizio di Google realizzato in collaborazione con la Polizia di stato. Più precisamente, è una guida alla sicurezza e alla gestione consapevole dei propri dati in Rete, rivolta a un pubblico di medio-bassa competenza informatica (persone normali e non-nerd, insomma) e suddivisa in quattro grandi sezioni, in base al tipo di informazioni contenute. Come è logico aspettarsi, essendo stata realizzata da Google, si concentra soprattutto sulle funzioni del motore di ricerca Google e del browser Google Chrome, ma la maggior parte dei consigli può essere adattata anche ad altri strumenti, senza difficoltà.
Le quattro sezioni in cui è suddivisa la guida, come possiamo vedere nell'immagine soprastante, sono “La tua sicurezza online”, “I tuoi dati sul Web”, “I tuoi dati su Google” e “Gestione dei tuoi dati”: i nomi dovrebbero essere descrittivi a sufficienza, per poterne intuire anche il contenuto, ma vediamo comunque di spiegarlo in breve.
La tua sicurezza online si occupa della protezione vera e propria: come evitare phishing, malware e accidenti vari. Una pagina che tutti dovrebbero leggere e studiare con attenzione è quella dedicata alle password, che contiene suggerimenti su come creare password robuste e più difficili da scoprire. Password che non siano 12345, insomma. Un altro suggerimento che si potrebbe aggiungere a quelli forniti da Google è l’utilizzo di passphrase, al posto di password: non una singola parola ma una breve frase, insomma, purché sia facile da ricordare per voi e ignota ad altri. Ovviamente, però, la solidità di qualsiasi password è subordinata a quella dell’utente che la crea: se cominciate a condividerla e spedirla a destra e a manca, qualsiasi password avrà la sicurezza della porta di Moria.
Altro problema da considerare, e che la guida affronta in questa sessione, è al sicurezza della rete con cui vi state collegando. In altri termini, come comportarsi a seconda del tipo di connessione di cui disponiamo: la connessione di casa non ha lo stesso livello della connessione libera che potremmo trovare in un aeroporto, o in altri spazi pubblici. A seconda del luogo da cui ci si connette, ci sono semplici norme di comportamento da considerare, che troverete nella guida, assieme a suggerimenti su come gestire la password di accesso alla vostra rete domestica.
A ogni modo, rimane sempre valido il principio generale della sicurezza informatica: il più potente strumento di sicurezza, ma anche la più grande falla nella sicurezza, si trova dentro il cranio di ogni utente. Google può anche dare suggerimenti su come comportarsi, per evitare virus e truffe, ma alla fine sarete voi a dovervi ricordare di seguire i suggerimenti.
I tuoi dati sul Web è una sezione dedicata ai metodi utilizzati dai vari siti per raccogliere informazioni sui visitatori e adattarsi alle loro preferenze. In pratica, si parla di cookies e di cosa può raccontare su di noi il nostro indirizzo IP. Le tecniche di raccolta e di immagazzinamento dei dati personali, a cui ricorrono molti siti, possono essere utili o dannose, a seconda dei punti di vista: utili perché un sito può fornirti un servizio migliore, sapendo chi sei e quali sono le tue preferenze, i tuoi interessi e la tua lingua; dannose perché i tuoi dati personali sono schedati da quel sito. A ogni modo, in questa sezione potete trovare maggior informazioni su come funzioni il meccanismo e farvi una idea più precisa, anche se ovviamente il tutto è presentato dalla prospettiva di Google.
I tuoi dati su Google, invece, è dedicata al rapporto tra noi utenti e i servizi offerti da Google, nello specifico. E qui ce n’è per tutti i gusti. Si va dal funzionamento della rete pubblicitaria di Google, che cerca di offrire pubblicità su misura a ogni utente, al funzionamento del log delle nostre ricerche, ossia al “registro” su cui Google salva le ricerche che effettuiamo e i risultati da noi scelti, per poterci poi offrire risultati personalizzati. Avevo già parlato brevemente di questo, in un articolo sulla bolla di ricerca: qui lo trovate messo in relazione anche all’uso della cronologia sul Web.
Per quanto riguarda la pubblicità su Google, nella apposita pagina della sezione sono disponibili le informazioni su come Google utilizzi i nostri dati, per confezionare appositi ads contestuali: pubblicità su misura, in base alla pagina su cui ci troviamo e ai nostri interessi in quel settore. Lo stesso principio che regola la scelta degli annunci pubblicitari su AdSense, insomma. Ci sono poi pagine dedicate anche agli altri servizi offerti da Google e al modo in cui essi interagiscono e raccolgono i nostri dati personali. In breve, questa sezione è dedicata a come Google faccia ricorso al data mining, ossia alle tecniche per raccogliere e correlare tra loro informazioni di vario genere.
Sempre qui, possiamo anche trovare le norme sulla privacy di Google, assieme all'invito a leggerle.
Gestione dei tuoi dati, infine, è dedicata al modo in cui regolarsi coi vari servizi che immagazzinano i nostri dati e li utilizzano per offrirci servizi. Soprattutto, ci dice come disattivare le impostazioni che non ci piacciono o che riteniamo poco sicure per noi. La gestione delle preferenze per gli annunci pubblicitari, per esempio, contiene le informazioni su come disattivare la personalizzazione degli annunci ed è inoltre disponibile un plugin (una estensione, insomma) per Google Chrome, che permette di disattivare la pubblicità su misura per tutte le reti pubblicitarie che utilizzano lo stesso meccanismo di Google. La pagina relativa ai cookies ci spiega come eliminarli e ci rimanda ad altre informazioni su come gestire i cookies all'interno di Google Chrome. E così via.
Di un certo interesse è poi il servizio “Io sul Web”, che ci permette di gestire la condivisione di nostre informazioni personali, effettuate da altri. possiamo ad esempio scegliere di ricevere un avviso via e-mail, ogni volta che qualcuno pubblica il nostro nome da qualche parte nel Web, oppure ogni volta che il nostro indirizzo e-mail è reso pubblico, e così via. Sempre attraverso questo servizio possiamo chiedere la rimozione di informazioni personali sul nostro conto, pubblicate da altri.
Molte pagine della guida “Buono a sapersi”, infine, sono accompagnate da un video in inglese, con sottotitoli in italiano (anche se probabilmente avreste preferito un video cecoslovacco, con sottotitoli in tedesco), per spiegare meglio il funzionamento di alcuni servizi e di alcuni passaggi della guida stessa.

mercoledì 16 maggio 2012

Tails, un sistema operativo a base Tor


Dopo aver parlato di vari strumenti per garantirsi forme più o meno forti di anonimato in Rete, come Tor, Freenet e I2P, concluderò il discorso presentando quello che si potrebbe definire il “set del perfetto paranoico”: parlerò di Tails, The Amnesic Incognito Live System.
Tails è un sistema operativo Live, che può essere installato su un DVD, una chiave USB o altri tipi di supporti esterni tramite cui si possa avviare un computer: appartiene insomma alla stessa famiglia di Puppy Linux, per intenderci, ossia è un sistema operativo che funziona da supporto esterno, senza sfiorare il disco fisso del computer su cui è avviato. Più in particolare, Tails nasce dalla fusione di due precedenti progetti, Incognito LiveCD e Amnesia, e al momento si presenta come una derivazione della versione Live di Debian Squeeze, sviluppata per includere numerosi programmi di anonimato e crittografia, così da rendere il più possibile sicure e private le comunicazioni e in generale l’utilizzo di questo sistema operativo. La versione di Tails disponibile al momento è la 0.11, che deriva dalla versione 6.0.4 di Debian ed è praticamente identica alla versione di Debian con Gnome come desktop: sono stati rimossi alcuni dei programmi in dotazione e altri ne sono stati aggiunti, per adattarsi al diverso sistema di utilizzo. Niente giochi, insomma, ma tanta crittografia.
Se alla base di Tails c’è Debian, perché io l’ho definito nel titolo un sistema operativo a base Tor? Perché Tor è utilizzato più o meno ovunque nel sistema operativo, per garantire l’anonimato. Ogni applicazione inclusa in Tails è già configurata per collegarsi alla Rete solo attraverso Tor, a cominciare dal browser, che in questo caso è Iceweasel, proprio come abbiamo già visto per Debian. Tra le applicazioni di Tails, inoltre, è inclusa anche l’interfaccia grafica Vidalia, per utilizzare al meglio Tor: la trovate nella sezione “Internet” del menu “Applicazioni” e si aprirà come piccola icona nel lato sinistro della barra in alto, col solito aspetto di una cipolla. Filtrando tutto attraverso Tor, la navigazione con Tails è più lenta del normale, ma questo è il prezzo da pagare per l’anonimato garantito da Tor.
Tor è certo il principale, ma non l’unico strumento messo a disposizione da Tails. Per chi preferisce, è già incluso nel sistema operativo anche I2P, di cui ho già parlato, accessibile con un click sempre dalla sezione “Internet” del menu “Applicazioni”. Il browser di serie è Iceweasel, come detto, già equipaggiato con alcune estensioni utili per migliorare la sicurezza del browser ed evitare spiacevoli “buchi” nella protezione: Adblock Plus per occuparsi delle pubblicità, CookieMonster per la gestione dei cookies distribuiti dai siti, FireGPG per integrare e facilitare l’utilizzo del sistema di crittografia GnuPG, HTTPS-Everywhere per assicurarsi la navigazione crittografata attraverso la rete https, invece del consueto http, NoScript per bloccare il JavaScript e i rischi che porta con sé, e altro ancora. In pratica, è già tutto configurato per farvi navigare nel modo più sicuro e anonimo possibile sulla rete Tor.
Come gestore delle comunicazioni email, è disponibile il programma Claws Mail, che naturalmente è già fornito di un supporto per la crittografia con GnuPG, in modo da renderne l’utilizzo il più semplice possibile; per il resto è un comune programma per la posta e non avrete problemi a orientarvi. Le funzioni di chat sono supportate da Pidgin, che assomiglia più o meno al classico Messenger e che permette anche comunicazioni sui canali IRC, mentre è disponibile anche un feed aggregator, Liferea, e altre applicazioni che possono sempre tornare utili.
La crittografia è accessibile un po’ ovunque nel sistema operativo. L’abbiamo già vista integrata negli strumenti di navigazione, ma può anche essere utilizzata per crittografare determinate porzioni di un disco, oppure per proteggere singoli files. Lo strumento di base a cui ricorre Tails è GnuPG, la versione GNU di OpenPGP, che a propria volta è la versione opensource di PGP (Pretty Good Privacy), un programma di crittografia noto e utilizzato già da una ventina di anni e forse il più diffuso al mondo. È un sistema di crittografia a doppia chiave, pubblica e privata, e su Tails lo potete utilizzare sia per le vostre email, sia per i documenti.
Se invece preferite crittografare una porzione del disco fisso, oppure di un supporto rimovibile, c’è un programma anche per questo ed è LUKS, a cui potete accedere dal menu “Applicazioni” e che consentono sia di creare, sia di utilizzare i dischi criptati. In aggiunta, è tuttora disponibile anche il programma TrueCrypt, sempre per crittografare documenti, anche se il suo utilizzo è sconsigliato ed è destinato a sparire in futuro, perché considerato non abbastanza “aperto” per gli standard degli sviluppatori. Al momento è mantenuto solo per rendere accessibili i files che potrebbero essere già stati crittografati con TrueCrypt, ma per il futuro è consigliabile ricorrere a uno strumento diverso, giusto per sicurezza: ne troverete in abbondanza su Tails.
Florence è una tastiera virtuale, su schermo, che può essere utilizzata se temete che sul vostro computer (o sul computer che state usando) sia stato installato un keylogger, ossia uno di quei simpatici programmino che registrano ogni tasto che premete: sui computer pubblici (internet point) di paesi particolarmente rigidi potrebbero essere installati, per esempio. Altro programma da non dimenticare, se si vuole produrre un documento privo di informazioni su di noi, è MAT, che si occupa di rimuovere i metadati dai documenti. La maggior parte dei files, infatti, contiene molte più informazioni su noi di quante vorremmo farne sapere, ed è il caso delle foto, per esempio, o dei documenti prodotto con una suite da ufficio (Office, OpenOffice, LibreOffice): se vogliamo diffondere un documento anonimo, è saggio togliere il nostro nome che potrebbe essere stato aggiunto tra le proprietà del file. Inutile specificare che è poi disponibile anche Nautilus, per la cancellazione sicura di files, riscrivendo più volte la porzione di disco fisso su cui si trovavano: più o meno come fa Eraser, di cui ho già parlato tempo addietro.
Oltre a tutti i programmi per crittografia, anonimato e sicurezza, Tails dispone anche dei normali programmi da sistema operativo, perché Tails è a tutti gli effetti un sistema operativo completo. Non ci sono giochini, d’accordo, e questo potrebbe rattristare molte persone, ma quasi tutti gli altri programmi di serie con Debian sono rimasti anche con Tails: OpenOffice, Audacity, GIMP, Scribus, Brasero, eccetera. Di fatto, Tails è una versione di Debian Live che è stata ripulita dal superfluo, per sostituirlo con gli strumenti di sicurezza e anonimato: tutto ciò che è già stato detto su Debian vale anche per Tails.
Per installarlo su una chiave USB si può utilizzare tranquillamente UNetBootin, a patto di aver già scaricato il file ISO. La chiave prodotta in questo modo non sarà modificabile, cioè non si potranno salvare altri programmi mentre vi è installato Tails, ma questo può essere sia un bene che un male, a seconda dei punti di vista: non potrete salvare documenti nello spazio libero, ma non sarà neppure possibile modificare o alterare la vostra copia di Tails. Una chiave USB modificabile la si può creare con l’apposito programma, che troverete all'interno di Tails, se proprio volete farlo.
Quando chiudere Tails e vi preparate a rimuovere la chiave USB su cui è installato, Tails provvederà a eseguire una pulizia della memoria del computer ospite, per cancellare ogni traccia del vostro utilizzo; questo rende la chiusura di Tails più lenta rispetto a Debian Live, ma il tempo perso è ripagato con una maggiore sicurezza, perché non si potranno recuperar informazioni sul vostro utilizzo del computer una volta che ve ne sarete andati.

martedì 20 marzo 2012

Connessioni più sicure con HTTPS Everywhere

Torniamo a parlare di sicurezza e privacy (ma soprattutto sicurezza) con un programma che è una semplice estensione, disponibile al momento sia per Firefox (dove è nato) sia per Google Chrome (dove è ancora in fase beta): HTTPS Everywhere. Una estensione molto semplice, che svolge un lavoro per certi versi superfluo, dato che nella maggior parte dei casi potremmo farlo noi stessi “a mano”. Considerata però la pigrizia e/o la distrazione media di un utente, forse è meglio scaricare questa estensione, installarla nel browser e lasciare che al resto pensi lei, giusto per non correre il rischio di dimenticarsene.
Il lavoro svolto da questa estensione è quello di forzare una connessione https su qualunque sito sia disponibile, cioè su qualsiasi sito che supporti una connessione https. E non tutti la supportano. HTTPS Everywhere non serve a creare una connessione sicura, se questa connessione non esiste; se però c’è una possibilità di utilizzare una connessione sicura, vi indirizzerà verso quella, invece di farvi proseguire lungo la strada insicura. La strada sicura è la https, mentre la strada insicura è la http. Come è facile da immaginare, la http è molto più usata rispetto alla https. Ma vediamo più in dettaglio cosa siano http, https e quale differenza ci sia.
Sono moderatamente convinto di averne già parlato in precedenza, ma siccome non ho voglia al momento di spulciarmi tutti gli articoli passati lo ripeterò qui. Semplificando molto il discorso, si possono identificare due tipi di canali attraverso cui passano i dati di ogni connessione alla Rete: il canale HTTP e il canale HTTPS. Costituiscono anche la prima parte dell’indirizzo di qualsiasi sito, per cui è abbastanza semplice riconoscerli: basta guardare nella barra degli indirizzi del nostro browser e controllare se la scritta comincia per http:// oppure per https://. La differenza è data da una sola lettera, a prima vista, ma è una lettera fondamentale, dato che quella s sta per “secure”.
E cosa cambia? Le connessioni che passano attraverso il canale HTTP sono in chiaro, ossia tutti i dati scambiati tra computer e sito internet sono visibili, non protetti: chiunque sia fornito di tempo, voglia e capacità potrebbe facilmente intercettarle e leggerle. La maggior parte delle connessioni si svolge in chiaro, quindi potenzialmente visibile da chiunque. Molto spesso, ciò non costituisce un problema immediato, se non utilizzate la vostra connessione per attività illegali (nota: scaricare files protetti da copyright è considerato illegale in quasi tutti i paesi del mondo). Potrebbe però costituire un problema a lungo termine, se qualcuno decidesse di registrare tutte le vostre attività, per avere qualcosa da utilizzare contro di voi in qualsiasi momento futuro. Scenario paranoico ma non troppo, se consideriamo che i veri motori della diffusione di internet sono stati il porno (di qualsiasi tipo) e la cosiddetta “pirateria”, due campi non sempre ben visti dalla società.
Lungo il canale HTTPS, invece, lo scambio di dati è criptato. Da un lato, questo aumenta parecchio la difficoltà per chi vuole intercettare e registrare le comunicazioni, dato che poi si ritroverebbe tra le mani un flusso di dati da decrittare: molto spesso, è sufficiente a impedire che qualcuno possa curiosare nelle nostre attività (se non siamo criminali ricercati, ovvio). Da un altro lato, utilizzare una connessione criptata può permettere di aggirare alcuni tipi di filtri internet, cioè quelli che bloccano o intercettano le comunicazioni facendo uso di parole chiave: essendo tutto criptato, diventa molto più complicato analizzare il flusso di dati alla ricerca di queste parole chiave.

HTTPS Everywhere è sviluppato e mantenuto congiuntamente da due organizzazioni a cui la sicurezza e l’anonimato stanno molto a cuore: la EFF (Electronic Frontier Foundation) e Tor Project (gli sviluppatori di Tor, di cui ho già parlato più volte). Potete appunto scaricarlo dal sito della EFF, perché nella normale collezione di addons per Firefox non lo troverete.
Per il resto, si installa e funziona come qualsiasi altra estensione di Firefox o di Google Chrome.
Una volta installato, si manifesterà come una piccola icona dalla forma strana all’interno della barra degli indirizzi (su Chrome), oppure come icona a forma di X nella barra di Firefox. Di solito, non vi darà alcun fastidio e si limiterà a svolgere il suo lavoro in silenzio e con molta discrezione; il suo lavoro è reindirizzarvi su una connessione HTTPS, nei siti che la supportano. Voi potrete continuare a scrivere gli indirizzi dei siti che volete visitare, sicuri o insicuri che siano, e HTTPS Everywhere cercherà per voi una eventuale connessione sicura per quei siti.
Qualcosa cambierà, a dire il vero. Nel caso di Google, per esempio, sarete reindirizzati verso Google Encrypted, ossia la versione protetta del motore di ricerca: ci sarà qualche piccola differenza grafica, ma per il resto funzionerà allo stesso modo. Tra parentesi, è anche la versione di Google che vedrete, collegandovi a esso attraverso Tor.
Una lista completa dei siti che supportano connessioni https la potete trovare tra le “Opzioni” di HTTPS Everywhere e vi apparirà una pagina di questo tipo:
In caso di problemi insolubili con uno o più siti, da qui potrete disattivare l’estensione per quel particolare sito, se avete bisogno di accedervi a ogni costo. Potete anche modificare e personalizzare la lista e le regole di funzionamento, ma nella maggior parte dei casi non ne avrete bisogno. Come per altri campi, anche qui vale il principio del “se non sai cosa stai per fare, non farlo”: è una regola aurea che vi risparmierà molti problemi coi computer.

sabato 10 settembre 2011

Cosa sono i bot

In campo informatico, con il termine bot si indica un’ampia categoria di programmi, in forme e scopi differenti, sono utilizzati per svolgere automaticamente attività troppo faticose, o troppo noiose, per gli esseri umani. Il loro impiego più frequente si trova proprio nella Rete internet, dove svolgono lavori che sono sia semplici, sia ripetitivi: il più tipico è l’indicizzazione dei siti e dei loro contenuti, che consiste in pratica nel saltellare da una pagina all’altra, seguendo i link interni, e copiare tutto il suo contenuto, per catalogarlo nell'archivio di un motore di ricerca. Lo stesso termine bot, tra l’altro, deriva proprio dal campo in cui sono più spesso utilizzati, ossia la Rete: è una abbreviazione di web robots, il cui significato dovrebbe essere abbastanza chiaro.
Ah, una precisazione: un bot non è necessariamente un software vero e proprio, cioè un programma completo e indipendente. Molto spesso, anzi, i bot sono semplici script, ossia piccole porzioni di codice, programmate per svolgere un solo compito o poco più e ripeterlo potenzialmente all’infinito.
Come succede per qualsiasi strumento, anche i bot possono essere utilizzati sia in modo utile, sia in modo dannoso. Bot utili sono, ad esempio, quelli utilizzati dai motori di ricerca per ordinare il contenuto dei propri archivi e per “schedare” il contenuto della Rete: se non esistessero, sarebbe alquanto difficile poter trovare qualcosa, fra miliardi di pagine. Altri bot potrebbero, invece, fornirti le informazioni di base su un servizio a cui ti sei appena iscritto (le informazioni sono le stesse per ogni nuovo utente, per cui è semplice sviluppare un bot che te le fornisca), oppure darti il benvenuto in una chat, con le tipiche frasi di rito, o eseguire al tuo posto altre operazioni molto semplici e ripetitive, come controllare periodicamente una pagina, cliccare un determinato pulsante e così via.
A metà tra il positivo e negativo, invece, troviamo quei bot che si usano per automatizzare le attività nei giochi online, che molto spesso sono appunto caratterizzati da una sequenza di azioni da ripetere più e più volte, con poche varianti. In questo caso, un bot ci risparmia di certo fatica e tempo, lavorando al nostro posto, ma spesso è anche considerato un imbroglio (scam, in gergo) e punito dai gestori del gioco stesso, se scoperto.
Decisamente negativi, infine, sono gli usi dei bot per svolgere attività come setacciare siti e forum, alla ricerca di indirizzi e-mail: una pratica molto comune, collegata allo spamming, che permette allo spammer di vendemmiare in breve tempo una grande quantità di indirizzi, che saranno poi soggetti alle sue “attenzioni” (ossia inondati di messaggi pubblicitari, o peggio). Connesso allo spamming, vi è anche l’uso di bot per pubblicare in automatico semplici messaggi di testo su forum, blog o altro, accompagnandoli con link pubblicitari. In questi casi, di solito si utilizzato i captcha per contrastarli, ossia quelle finestrelle in cui si richiede di inserire un codice composto di lettere e numeri, per autorizzare la pubblicazione di un commento (o altro): un umano riesce a farlo senza problemi, un bot no.
Altro sistema molto negativo per utilizzare i bot lo troviamo all’interno della categoria “malware”, di cui abbiamo già parlato. Un worm, infatti, oltre a essere un virus (nel senso generico del termine), incorpora anche alcune funzioni tipiche di un bot, come ad esempio il sistema attraverso il quale si moltiplica e si diffonde. Un buon worm, infatti, dopo aver infettato un computer, provvederà a raccogliere gli indirizzi e-mail presenti nella rubrica del computer e spedirà una copia di se stesso a ognuno di questi indirizzi, per infettare anche loro. Inoltre, nelle varianti più recenti (come il virus della chat di Facebook), il worm presente nel computer infetto aprirà conversazioni con gli amici della persona infetta, spedendo loro un semplice messaggio di testo e un link da cliccare, simulando di essere il proprietario del computer infetto (beh, almeno nei limiti in cui un bot può fingersi reale).
Spinto agli estremi, il sistema sopra descritto può creare un botnet, ossia una rete di computer infetti dallo stesso worm e controllati quindi dal “proprietario” del worm. Questi computer potranno poi essere utilizzati come se fossero bot essi stessi, ossia per eseguire le operazioni che il controllore del botnet deciderà di far loro eseguire. Il risultato supremo che si può ottenere in questo modo e, per esempio, la creazione di un botnet capace di colpire e “affondare” siti internet attraverso un preciso attacco DoS (Denial of Service) oppure DDoS (Diffused Denial of Service). In pratica, una serie di “connessioni a raffica” a un sito internet, per intasarlo di traffico e costringere il suo server a chiudere i battenti per un periodo più o meno lungo. Siccome l’unica operazione richiesta è quella di collegarsi più volte di fila a un sito, è un perfetto lavoro per bot.

Gli spider di Google

Una categoria molto particolare di bot è costituita dagli spider di Google, ma anche degli altri motori di ricerca (spesso raccolti sotto l’etichetta di web crawler, come alternativa a spider). Questi spider sono programmi che hanno il compito di setacciare di continuo la Rete, per catalogare le pagine e i siti web, trovare i nuovi e aggiornare i vecchi. Si spostano da una pagina all'altra utilizzando i link all’interno delle pagine stesse e, in questo modo, ricostruiscono la struttura del sito, che sarà poi spedita al motore di ricerca. Raggiungono una pagina, la scorrono per intero, ne copiano il contenuto (che finirà nella cache di Google) e poi seguono uno alla volta i link che, da quella pagina, portano ad altre pagine, ripetendo la stessa operazione.
Questa operazione è l’indicizzazione di un sito e serve appunto a inserirne le pagine nel “catalogo” del motore di ricerca, così da poterle poi proporre tra i risultati di una ricerca. Data la noiosità estrema del lavoro e la ripetitività monotona, è molto più semplice affidarla a un sistema automatico, che non si annoia e non si lamenta, a differenza di un essere umano: questo sistema automatico è appunto costituito dai bot. Tra l’altro, l’indicizzazione delle pagine è ripetuta a intervalli più o meno regolari, per aggiornare il contenuto dell’archivio del motore di ricerca, ed è un altro buon motivo per lasciare che se ne occupino i bot.
I siti stessi, poi, hanno la possibilità di controllare e indirizzare, almeno in parte, l’attività di uno spider, attraverso l’uso del file robots.txt, che dovrebbe trovarsi nella root di ogni sito (ossia nella cartella “base”). In particolare, si può utilizzare il file robots.txt per dire agli spider quali pagine o quali cartelle non debbano essere indicizzate. Non è detto che vi ascolteranno, perché gli spider interpretano i file robots.txt come consigli e non come ordini, ma di solito lo faranno.

sabato 28 maggio 2011

VirusTotal: estensioni e avvertimenti

Completiamo dunque il discorso sul servizio VirusTotal, cominciato la volta scorsa.
Come dicevamo, esistono anche due estensioni per browser, che ci permettono di utilizzare VirusTotal già mentre stiamo navigando in internet, senza attendere di scaricare un file sul nostro computer. In linea di massima, qualcosa di simile lo fa anche l’applicazione VirusTotal Uploader, che però, per quanto piccolo, è pur sempre un programma da scaricare e installare: se non vogliamo riempire il computer con troppe cose, allora possiamo ricorrere alle due estensioni per browser.

VTzilla

VTzilla, come può suggerire il nome stesso, è l’estensione di VirusTotal per il browser Mozilla Firefox. Naturalmente è gratuita e si può scaricare dal sito di VirusTotal, a questa pagina:
Con questa estensione, possiamo eseguire una scansione dei files che vogliamo scaricare, prima che siano disponibili sul nostro computer. Possiamo anche scansire direttamente un indirizzo, per verificare che non contenga brutte sorprese. Ma vediamo come funziona.
Si installa come qualsiasi altra estensione di Firefox e non dovrebbe dare problemi. Una volta installata, il suo funzionamento sarà integrato con il menu contestuale, ossia il menu che appare quando clicchiamo col tasto destro del mouse, oltre che con la finestra per lo scaricamento dei files. La voce che si aggiungerà al menu, di solito, sarà “Scan with VirusTotal”, o l’equivalente nella lingua del vostro browser, eventualmente.
Come utilizzarlo è molto semplice. Per eseguire il controllo di un link, ed assicurarci che non sia un link di phishing o cose simili, basta cliccare sul link con il tasto destro del mouse e scegliere la voce “Scan with VirusTotal” (o come si chiamerà, a seconda della lingua). A questo punto, si aprirà una finestrella che vi mostrerà i risultati della scansione per il link che avete scelto.
Per controllare un file prima di scaricarlo, il procedimento è altrettanto semplice. Quando state per scaricare un file, vedrete una nuova voce nella finestra di download, oltre alle classiche “Apri” e “Salva”. Come è facile intuire, la voce sarà “Scan with VirusTotal” (o equivalenti). Selezionandola, il file in questione sarà preventivamente controllato da VirusTotal: a seconda del risultato, potrete poi decidere se scaricarlo o meno.
Infine, VTzilla aggiungerà una barra a Firefox (una toolbar), che potrete usare per una scansione preventiva di un sito, prima di accedere. Una funzione utile, se avete l’abitudine di girare per siti di dubbia fama e dubbia legalità. Basta inserire l’indirizzo del sito nella barra e poi cliccare “Scan current site”. Con il pulsante “Search VirusTotal”, invece, potrete cercare nel database di VirusTotal le informazioni su un particolare file, o su un indirizzo.

VTchromizer

VTchromizer è l’estensione per Google Chrome, che potete scaricare dal sito di VirusTotal:
Il suo funzionamento è grossomodo uguale a quello di VTzilla; la differenza è data più che altro dal fatto che si deve adattare alle differenze tra i due browser. Come VTzilla, anche VTchromiser si integra nel menu contestuale, aggiungendo appunto la voce “Scan with VirusTotal” al menu che vi appare col tasto destro del mouse, ma a differenza di VTzilla non aggiunge alcuna voce alla finestra di download dei file, perché Google Chrome non lo consente.
Per controllare un link, il processo è dunque lo stesso che abbiamo già visto: cliccate sul link con il tasto destro del mouse, scegliete “Scan with VirusTotal” e aspettate il risultato.
Per controllare un file, invece, non potrete utilizzare il sistema presentato per VTzilla, ma dovrete ricorrere di nuovo al trucco di controllare il link da cui potete scaricare il file: cliccatelo con tasto destro e scegliete la voce per la scansione con VirusTotal. Dopodiché, a seconda del risultato, potrete decidere di scaricare il file stesso.
Al posto della barra, VTchromizer aggiungerà una icona nella parte in alto a destra di Google Chrome, accanto alla barra degli indirizzi. Cliccando su quella icona, potrete utilizzare le stesse opzioni già viste per VTzilla, ossia scansire un sito internet prima di entrarvi (inserendo l’indirizzo nell’apposizo spazio), oppure cercare nel database di VirusTotal le informazioni disponibili su un file, un sito o altro.

VirusTotal e TotalVirus

Un ultimo avvertimento. In circolazione potreste trovare un programma dal nome molto simile, ossia TotalVirus Scanner, o TotalVirus Protector, il quale si offrirà dapprima di eseguire una scansione online del vostro computer, per più chiedervi di installare una versione gratuita del programma, per eliminare questo o quel virus. Non fatelo.
TotalVirus, Scanner o Protector che sia, è un rogue antispyware, un tipo di malware che abbiamo già visto in precedenza. In altri termini, è un programma che finge di essere un antivirus, o un antimalware, ma in realtà è un virus esso stesso. Gioca sull’assonanza con antivirus reali, utilizza un nome che possa richiamare un prodotto autentico, ma è solo un inganno. Meglio fare sempre molta attenzione al nome esatto di un programma.
Siccome rimuovere un rogue antispyware è alquanto fastidioso, è molto meglio evitarlo e non farsi infettare. Se però è già troppo tardi e siete stati infettati, un programma che vi potrà aiutare a ripulire il vostro computer è Malwarebytes Anti-Malware, di cui abbiamo già parlato per il virus che infestava la chat di Facebook: vi rimando a quell’articolo per altre informazioni su Malwarebytes.

giovedì 19 maggio 2011

Guida a ZoneAlarm

ZoneAlarm è uno dei più noti e usati firewall in circolazione. Anche se attualmente offre più servizi a pagamento, tra cui anche un antivirus e altre forme di protezione per il computer, resta sempre disponibile la versione gratuita del suo firewall ed è di questa che parlerò oggi.


Sito ufficiale
Pagina per il download

Un avvertimento, prima di cominciare: i primi giorni di utilizzo potranno essere molto fastidiosi, perché vi sarà richiesto di concedere o negare l’accesso a internet a tutti i programmi che userete. Questo significa che vi apparirà di continuo una finestrella in basso a destra, con la descrizione del programma che richiede l’autorizzazione e la fatidica domanda del firewall: accetto o nego?
Impostare un firewall è soprattutto questione di pazienza. Dopo aver concesso o negato l’autorizzazione ad accedere a internet per i programmi che usate più spesso, e dopo aver memorizzato la vostra scelta, le domande saranno più rare e per la maggior parte del tempo potrete dimenticarvi di avere un firewall. Questo non vale solo per ZoneAlarm, ma per ogni altro firewall.
L’installazione, in teoria, non dovrebbe costituire un problema, dato che più o meno è uguale a ogni altro programma. Qualche problema in più, invece, lo potreste avere cercando di capire come funzioni ZoneAlarm. Ci concentreremo su questo aspetto.
Una volta installato, nella barra delle applicazioni dovreste trovare una nuova icona, una Z blu: è l’icona di ZoneAlarm, che cambierà spesso aspetto quando siete collegati a internet. Con un doppio clic possiamo aprire la finestra principale del programma, ossia questa:

Sulla sinistra vediamo quattro voci principali del menu: Overview, Firewall, Program Control e Alerts & Logs.

Overview ci fornisce una panoramica generale sul funzionamento di ZoneAlarm ed è a propria volta suddivisa in tre sezioni. Main è la pagina principale: ci mostra quali opzioni sono attive (solo il firewall, nella versione gratuita) e quali servizi sono disponibili sul sito di ZoneAlarm (la colonna di destra). Inoltre, cliccando sulla scritta “Guarda come”, in alto, possiamo vedere quanti attacchi dall’esterno sono stati bloccati da ZoneAlarm. Sarà sicuramente una cifra molto alta, ma non è nulla di spaventoso: in gran parte sono ping inviati dai siti che visitiamo, cioè qualcosa di innocuo, ma una parte è costituita da programmi che “sondavano” le porte del nostro computer, per vedere se ne avevamo dimenticata aperta qualcuna. Questi, invece, non sono innocui.
Product Info contiene informazioni sulla nostra copia di ZoneAlarm, ossia a nome di chi è stata registrata, tra quanto scade (se è a pagamento, ma non è il nostro caso) e quale versione è.
Preferences ci permette di impostare come effettuare gli aggiornamenti del programma: è meglio se li impostate come “automatically”. Possiamo inoltre scegliere se caricare ZoneAlarm all’avvio del computer (Load ZoneAlarm at startup, opzione consigliata); se non lo facciamo, è bene ricordarsi di attivarlo prima di collegarsi a internet.

Firewall ci permette di impostare i livelli di sicurezza di ZoneAlarm. Nella finestra Main troviamo due voci, ossia Internet Zone Security e Trusted Zone Security: la prima è il livello di sicurezza per internet, la seconda è il livello di sicurezza per le aree “fidate”, che di solito corrispondono a eventuali reti locali (come la rete dell’ufficio o della scuola). La prima, ossia il livello di sicurezza per internet, va sempre impostato su High, che è il massimo; la seconda potete anche lasciarla a Medium. La voce Zones, invece, ci mostra le zone che sono attive sul nostro computer, divise in Internet e Trusted.

Program Control ci permette di controllare l’accesso a internet dei nostri programmi.

La sezione Main ci permette di impostare alcune norme generali di comportamento per i programmi. La barra Program Control regola come ZoneAlarm debba comportarsi coi programmi in generale: l’opzione High è disponibile solo per le versioni a pagamento di ZoneAlarm e controlla eventuali abusi da parte dei programmi più usati; l’opzione Medium è quella che dovremmo impostare sempre e prevede che tutti i programmi debbano chiederci il permesso, prima di accedere a internet; le opzioni Low e Off corrispondono al tentativo del firewall di imparare da solo come gestire i programmi (low) e alla completa disattivazione del controllo dei programmi (off). Meglio evitarli.
SmartDefense Advisor è invece un sistema per configurare alcuni programmi, per i quali è disponibile un suggerimento ufficiale: di solito si occupa di gestire i componenti fondamentali del nostro sistema operativo. Se lo impostiamo su Auto, farà tutto da solo, seguendo i suggerimenti che ha trovato per quel programma; se lo impostiamo su Manual, invece, chiederà a noi come agire, indicandoci però i suggerimenti; se lo impostiamo su Off, infine, lo disattiviamo. Infine, l’opzione Automatic Lock serve a impostare un blocco automatico dei collegamenti a internet, in occasioni che possiamo scegliere noi cliccando Custom: quando si attiva lo screensaver, per esempio, oppure dopo un certo periodo di inattività.
Sotto la voce Programs, invece, troviamo un elenco di tutti i programmi che hanno richiesto almeno una volta l’accesso a internet, accompagnati dalle impostazioni scelte per quel programma: Access significa la richiesta di accedere alle aree Trusted e a internet, mentre Server significa la richiesta di agire come server in quelle zone. Inoltre, una X rossa significa che quella determinata operazione è bloccata; un ? blu significa che dovrà chiedere ogni volta; una V verde significa che l’accesso è stato garantito automaticamente. Possiamo cambiare in ogni momento l’impostazione per un programma, semplicemente cliccando col tasto sinistro sulla voce che vogliamo cambiare e poi selezionando una delle tre opzioni che ci appariranno (le stesse elencate sopra). Per ogni programma troviamo in basso una breve descrizione.

Alerts  & Logs, infine, registra tutte le attività del nostro firewall, cioè tutti i tentativi di collegarsi al nostro computer da qualche fonte esterna. Per ogni “attacco” è registrato il livello di minaccia, l’orario e l’indirizzo IP da cui è arrivato.

lunedì 16 maggio 2011

A cosa serve il firewall

Il firewall è una componente di sicurezza essenziale per ogni computer che si colleghi a internet o anche solo a un altro computer; è così fondamentale, che ormai molti sistemi operativi ne includono già uno, al momento dell’installazione (e spesso non è di grande qualità, ma questo è un altro paio di maniche).
Una precisazione linguistica. Il firewall NON È un “muro di fuoco”, ma un muro tagliafuoco, ossia una parete ignifuga, resistente alle fiamme e utilizzata in costruzioni che richiedono elevati standard di sicurezza, almeno in teoria, come ospedali e simili; il muro di fuoco, semmai, è un incantesimo del D&D e anche in quel caso si chiama “wall of fire”.
Lo scopo del firewall, come suggerisce il nome, è appunto quello di creare una barriera di sicurezza tra il nostro computer e internet, una barriera che filtra tutte le comunicazioni che cercano di attraversarla, in entrata e in uscita, e lascia passare soltanto quelle autorizzate. Questo per dirla in modo molto semplice.
Esistono due tipi fondamentali di firewall: lo hardware e il software.
Un firewall di tipo hardware è utilizzato di solito per proteggere una rete di computer, come ad esempio una rete aziendale, oppure la rete di una scuola. In questo caso, tutti i computer di una azienda, o di una scuola, sono collegati tra loro a formare una rete interna, ma non sono collegati direttamente alla rete esterna, cioè a internet. Per collegarsi a internet, devono passare attraverso un router (di solito), il quale funziona un po’ come uno snodo ferroviario: riceve le comunicazioni dai computer interni e li gira verso la Rete internet; riceve le comunicazioni da internet e li gira verso il computer interno a cui sono dirette. Il firewall si troverà naturalmente in corrispondenza di questo snodo: a volte è incluso nel router stesso, altre volte è un apparecchio esterno, collegato al router. Il suo compito resta comunque quello di filtrare tutto il traffico in entrata e in uscita, per decidere cosa sia possibile lasciar passare e cosa invece sia meglio bloccare: una valvola di sicurezza, tra internet e la rete interna.
Un firewall di tipo software è quello con cui avremo più spesso a che fare, almeno sul nostro computer di casa. In pratica, è un programma che può essere già presente nel sistema operativo, oppure può essere installato in seguito, e che ha il compito di controllare tutte le richieste di accesso al nostro computer, così come le richieste di accesso a internet effettuate dagli altri programmi installati sul nostro computer. Anche in questo caso, controlla cosa entra nel nostro computer e controlla cosa esce.
Un firewall di tipo software è anche definito “firewall personale”, proprio perché è installato direttamente sul computer che lo utilizza e l’utente stesso può regolare le sue impostazioni, per decidere quanto deve essere rigido, a quali programmi concedere il permesso di collegarsi a internet e quali programmi bloccare. Regolare le impostazioni di un firewall è certo la parte più noiosa e difficile, per chi non è molto pratico di computer, ma è anche la più importante, se non vogliamo in seguito avere brutte sorprese.
Come regola generale, concediamo l’accesso a internet solo ai programmi che conosciamo e riconosciamo, e solo se la loro richiesta ha un senso. Per esempio, è ovvio che il nostro browser (che sia Internet Explorer, Firefox, Chrome o quant’altro) avrà bisogno di accedere a internet, se vogliamo usarlo: il compito di un browser è appunto quello di navigare nei siti internet, per cui gli dovremo concedere il permesso di collegarsi a internet. Allo stesso modo, se utilizziamo un programma per scaricare le e-mail sul nostro computer, avrà bisogno del permesso di collegarsi sia in entrata (per ricevere le e-mail), sia in uscita (per spedire le e-mail). Altri programmi, invece, avranno bisogno di poter accedere a internet solo per eventuali aggiornamenti, anche se ci chiederanno l’accesso in ogni altra occasione (e noi rifiuteremo): il Prato fiorito (versione politically correct del vecchio Campo minato), per esempio, non ha alcun bisogno di connettersi a internet: se ci chiede di potersi collegare, mandiamolo a quel paese senza tanti pensieri e neghiamogli il permesso.
Se un programma cerca di collegarsi a internet in un momento in cui, apparentemente, non ha alcun bisogno di collegarsi, allora è sempre meglio negargli il permesso. Può darsi che voglia solo comunicare col suo sito di riferimento, per vedere se ci siano novità, ma è sempre più prudente negare il permesso, in caso di dubbio: una lieve paranoia è utile a non essere infettati e a non fare entrare sconosciuti nel nostro computer. Quando un programma sul nostro computer chiede di poter accedere a internet, infatti, esiste sempre la possibilità che questo programma sia un virus, che abbiamo preso senza accorgercene, oppure che sia un programma infettato da un virus: in questo caso, l’accesso a internet gli servirà per comunicare con il creatore del virus, passargli le nostre informazioni, oppre aprirgli la porta e farlo entrare nel nostro computer. Sia chiaro, nella maggior parte dei casi il motivo non sarà questo, ma se il programma che chiede l’accesso ha un nome strano, oppure se abbiamo l’abitudine di installare software “crackato” senza averlo almeno controllato con un antivirus, allora le probabilità di un virus aumenteranno.
Riassumendo, un firewall personale serve a controllare tutte le richieste di accesso al nostro computer e tutte le richieste fatte dai nostri programmi per accedere a internet: potranno passare solo le richieste che noi autorizzeremo.

Firewall come censore

Se il firewall è molto utile per la sicurezza del nostro computer, esiste però un altro uso che si può fare di questo strumento ed è molto meno positivo, per noi. Un firewall, infatti, può essere utilizzato come strumento per la censura in Rete, limitando i siti a cui un utente può accedere e anche gli argomenti che un utente è in grado di trovare. Ricordiamo infatti che il firewall è un filtro: se sul computer di casa lo useremo per filtrare i programmi che entrano o escono, un governo lo utilizzerà per filtrare il traffico in entrata e uscita di un sito iinternet. Il principio è lo stesso.
Nella maggior parte dei casi, questa funzione sarà utilizzata su un firewall di tipo hardware. La rete di una scuola o di una biblioteca, dunque, potrebbe impedirci di accedere a siti porno, se il firewall è impostato per bloccarli; una rete aziendale potrebbe invece aver impostato un blocco per i siti di svago o di giochi online; eccetera eccetera. Di solito, questo avviene attraverso una lista di siti proibiti, che il firewall controlla quando noi cerchiamo di accedere a un sito: se questo è presente nella lista proibita, allora ci bloccherà, altrimenti ci lascerà accedere.
Un caso limite è costituito appunto dai filtri governativi, a cui già accennavo, e che rientrano nella categoria dei firewall. In questo caso, il firewall bloccherà tutte le richieste di accesso a un sito che è stato deciso di censurare, quando queste richieste provengono da un indirizzo IP dello stato che ha imposto il blocco. Se il governo italiano, per esempio, ha deciso che è vietato accedere al sito X, allora tutti quelli che cercheranno di accedere al sito X, usando un indirizzo IP italiano, saranno automaticamente bloccati dal firewall che funziona come filtro. Avevamo già accennato a questo, parlando dei proxy e di come funzionano. Nei casi più estremi, tutto il traffico internet proveniente da uno stato può essere filtrato, ma di solito si utilizzano anche sistemi aggiuntivi ai firewall, per ottenere una maggiore sicurezza e un maggior controllo sulle informazioni.

domenica 24 aprile 2011

Stalking e furti di identità su Facebook

Torniamo a occuparci di Facebook e di sicurezza, dopo un periodo di assenza, e lo facciamo con un abbinamento che potrebbe sembrare strano, e forse lo è, ma che ha un suo senso. O almeno, dal mio punto di vista ha un suo senso, ma lo verificheremo strada facendo.
Lo stalking, per dirla in breve, è una forma di persecuzione, messa in atto da una persona (lo stalker) ai danni di un'altra persona, cioè la vittima. Tra le varie forme in cui lo stalking si può attuare, c'è ovviamente anche quella elettronica, attraverso sms, e-mail, eccetera. I tipi di stalker sono i più vari e si va dal semplice innamorato timido, fino al maniaco psicopatico vero e proprio, ma per i dettagli sullo stalking vi rimando semmai ad altre pagine, dove potrete trovare una documentazione più completa, nonché le norme previste dal Codice Penale per il reato di stalking: qui mi basta solo darne una definizione, per procedere col discorso.
Il furto di identità consiste, come il nome stesso suggerisce, nello spacciarsi per un'altra persona, per qualsivoglia motivo. In ambito informatico, il furto di identità si presenta in varie forme, dal semplice furto di nome utente e password per accedere alla posta elettronica, fino alla clonazione di carte di credito, passaporti e molto di più. Nel caso specifico, quello che ci interessa è la clonazione dell'identità di un'altra persona.
Come si combinano stalking, furto di identità e Facebook? Lo vedremo subito.
Con la nascita e la diffusione dei siti di social network, come appunto Facebook, si è accentuata anche l'abitudine di condividere i fatti propri con altre persone, senza che si sia accentuata di pari passo anche la cautela. Anzi, spesso il computer e la distanza ci trasmettono un falso senso di sicurezza, che ci spinge a essere molto più incauti di quanto non saremmo nella "vita reale". E questo può essere pericoloso, perché apre un nuovo possibile fronte di attacco a chiunque fosse interessato a infastidirci, molestarci o spiarci. E i modi che ha a disposizione sono parecchi.

Ma facciamo un esempio pratico.
Immaginiamo che io sia uno stalker o che, quantomeno, io sia ossessionato da una persona e voglia spiarla anche nella sua vita "virtuale". Questa persona la chiameremo Beppa, tanto per usare un nome di fantasia (potevo scegliere nomi più comuni, ma preferisco usarne uno più improbabile). Se io volessi tenermi informato sulle attività di Beppa e spiare i fatti suoi, un buon punto di partenza potrebbe essere quello di iscrivermi a Facebook (se già non lo sono) e richiederle l'amicizia. In questo modo, però, finirei per svelare la mia identità, il che non è positivo, soprattutto se già la sto infastidendo in altri modi; potrei usare una identità falsa, ma in questo caso Beppa potrebbe non accettare la richiesta di amicizia. Come spiarla, senza che mi scopra e senza farla insospettire?
Clonando il profilo di un suo amico.
Se la lista dei suoi amici è pubblica, basta che io la apra e studi un poco i nomi presenti. Il mio obbiettivo è trovare qualcuno che sia in contatto con lei, ma non troppo stretto: vecchi compagni di scuola o di lavoro sono l'ideale, oppure persone conosciute in vacanza, o in altri viaggi. Scelgo un nome (meglio ancora se femminile, perché suscita meno sospetti), copio eventualmente l'immagine del profilo, raccolgo le informazioni che trovo su quella persona e poi creo un nuovo profilo con quel nome e quella identità. Comincio a spedire richieste di amicizia agli amici di Beppa, accompagnandole con un messaggio del tipo "Ciao, sono Pincopallino, ho dovuto rifare il mio profilo di Facebook, perché non riuscivo più ad accedere al vecchio", e in questo modo mi creo una rete di amici in comune con Beppa. Se sono fortunato, tra i vari "amici di amici" ci sarà anche la persona a cui ho copiato l'identità: in questo caso, potrò accedere al suo profilo (se è aperto agli amici di amici) e copiare altre foto e altre informazioni, per rendere più credibile la mia copertura e ricreare in tutto e per tutto un falso profilo identico all'originale. Alla fine, manderò una richiesta di amicizia anche a Beppa, quando il numero degli amici in comune sarà sufficiente a rendermi credibile davanti a lei. Missione compiuta.
In questo modo, non solo ho rubato l'identità a una persona, ma ho anche ottenuto un modo per spiare e "perseguitare" Beppa anche su Facebook, a sua insaputa e senza metterci la mia faccia. Ed è una tecnica che posso ripetere svariate volte, usando sempre nuove identità. Alcuni stalkers preferiscono rubare l'identità della vittima stessa e attaccarla, invece di fingersi amici per spiarla, ma questo è un discorso a parte: dipende dal tipo di persona e da quanto è malata.

Precisiamo: strategie di questo tipo non sono utilizzate solo dagli stalkers, ma anche da comuni maniaci, interessati soltanto a guardare le vostre fotografie personali (meglio ancora se foto di vacanze al mare) e servirsene per i propri fini, qualunque essi siano. In questi casi, basta essere amici di amici per avere accesso a moltissimi album fotografici di gente che non saprà mai nulla di noi, dato che la maggioranza degli utenti lascia le proprie fotografie aperte anche agli "amici di amici", nell'impostare la privacy. Ottieni l'amicizia di un utente con 2000 o 3000 contatti, ed ecco che hai fatto tombola: avrai migliaia di foto e profili da spiare. E a volte non devi neppure clonare l'identità di qualcuno, perché molti utenti accettano qualsiasi richiesta di amicizia, giusto per "fare numero". Naturalmente, essere il bersaglio di uno stalker è ben più grave di avere qualcuno che ruba un paio di foto in costume da bagno dal nostro profilo, ma il meccanismo è lo stesso. E poi, non penso vi farebbe piacere sapere che un pedofilo ha sul proprio computer anche le foto dei vostri figli, che ha potuto prelevare essendo un "amico di amico"...

Come difendersi

Beh, se una persona ha qualche rotella fuori posto, possiamo fare ben poco per aggiustarla. In campo informatico, però, possiamo almeno limitare i danni e cercare di renderle più difficile il "lavoro"; se l'unico modo per fermare uno stalker veramente ossessionato è rivolgersi ai carabinieri, esistono però sistemi per ostacolare e tenere a distanza i maniaci generici o le persone meno ossessionate.
La prima arma di cui disponiamo è una buona gestione della privacy. Rendiamo tutti i nostri dati visibili soltanto agli amici, e non anche agli "amici di amici" (categoria in cui possono rientrare cani e porci): in questo modo, chi volesse visitare il nostro profilo, vedere le nostre foto o altro, dovrà per forza chiederci l'amicizia. Meglio ancora, possiamo utilizzare le liste di amici, per limitare l'accesso ad alcune informazioni e riservarlo solo a chi vogliamo noi: potremmo fare una lista dei nostri famigliari, oppure degli amici intimi, che avranno accesso a tutto il nostro profilo, mentre una lista dei colleghi di lavoro, o delle conoscenze più lontane, avrà accesso solo a determinate sezioni e non potrà vedere altre informazioni. In precedenti articoli ho già parlato di impostazioni sulla privacy e di liste di amici, per cui non mi dilungherò qui.
In secondo luogo, è meglio non aggiungere amici "a caso", tanto per fare numero. Accettiamo richieste di amicizia da persone che conosciamo e riconosciamo: in caso di dubbi sulla loro identità, è opportuno chiedere a loro una conferma, oppure inserirli provvisoriamente in una lista di "sospetti", fino a che non avremo una conferma che sono proprio la persona che dichiarano di essere. Tutto ciò potrà sembrare paranoico, ma in fondo è lo stesso vecchio principio del "non parlare con gli sconosciuti", ripetuto fino alla nausea dalle madri di tutto il mondo e riproposto qui in versione digitale: si tratta solo di applicare anche in Rete gli stessi normali criteri di sicurezza che usiamo nella vita quotidiana.
Se poi ci accorgiamo che qualcuno ha rubato la nostra identità e si spaccia per noi su Facebook, segnaliamo immediatamente il suo profilo (specificando il motivo della segnalazione) e invitiamo quanti più amici possibile a segnalarlo a loro volta: più sono le segnalazioni, più è probabile che Facebook bloccherà in fretta il profilo. Invitiamo anche i nostri contatti a bloccare il profilo falso e rimuoverlo dagli amici. Se poi, oltre ad aver rubato la nostra identità, utilizza poi quel profilo per molestarci, allora non è più un semplice furto di identità, ma uno stalker che ce l'ha con noi: a questo punto, si passa alla denuncia e il nostro stalker se la vedrà coi carabinieri.

lunedì 11 aprile 2011

Come funziona lo spam

Spam è il termine con cui, in ambito informatico, si indica un messaggio indesiderato, spesso a scopo pubblicitario, che sia spedito via e-mail, oppure pubblicato in un sito internet, forum, blog o altro. Spamming (italianizzato in spammare) è di conseguenza l’attività di chi spedisce questi messaggi (detto invece spammer), spesso in grande quantità.
Le due principali forme di spam sono le e-mail e i messaggi con link annessi.
Nel primo caso, il tipico esempio di spam consiste in quelle simpatiche e-mail pubblicitarie, che noi non abbiamo mai richiesto, e che ci invitano a provare Viagra, Cialis, mirabolanti sistemi per guadagnare migliaia di dollari restandocene seduti a casa a grattarci la pancia, prodotti da acquistare con offerte vantaggiosissime (del tipo “prendi 2, paghi 3”), eccetera eccetera. Di solito, sono in inglese, oppure in un italiano zoppicante e sgrammaticato, da traduttore automatico. Spesso sono anche corredate da immagini pesanti da caricare e in molti casi sgradevoli da guardare. Abbiamo ricevuto tutti questo tipo di e-mail, almeno un centinaio di volte nella nostra vita in Rete, per cui non c’è bisogno di dilungarsi nella descrizione. Possiamo però considerarlo il tipo più “antico” di spam.
Il secondo caso di spam, invece, è più recente e consiste nell’intervenire su forum e blog, per pubblicare messaggi pubblicitari, corredati da link; alcune volte hanno qualcosa in comune con l’argomento di cui si discute in quel forum o in quel blog, molto più spesso non c’entrano un bel niente e servono solo a fare pubblicità gratuita. Servono anche ad aumentare il numero di link che rimandano a una certa pagina o a un certo sito (il sito a cui ci indirizza lo spam), cosa che può dare vantaggi sui motori di ricerca e accrescere il “peso” di quel sito. Più sono i link che rimandano a un certo sito o a una certa pagina, più quel sito sarà tenuto in considerazione dai motori di ricerca (per dirla in modo molto semplificato): da qui la “necessità” di spammare il più possibile.
In entrambi i casi, lo spam si configura come invasivo e non richiesto, oltre che una discreta rottura di scatole. Potremmo dunque chiederci: perché esiste lo spam?
In parte abbiamo già risposto. Pubblicare link in un sito, in un forum o in un blog, infatti, aumenta la visibilità del sito a cui quei link rimandano. Pubblicità, insomma. Lo stesso si può dire anche dei messaggi che riceviamo via e-mail: vogliono pubblicizzarci un prodotto, un servizio, un sito, eccetera. Sotto questo aspetto, possiamo considerare lo spam come l’equivalente digitale dei volantini e delle pubblicità cartacee che intasano le nostre cassette delle lettere.
Ci sono però altri aspetti da considerare. Lo spam può essere utilizzato solo per fare pubblicità, e in questi casi è quasi innocuo; molto fastidioso, ma quasi innocuo. Basta solo cancellare il messaggio e magari munirsi di un buon filtro antispam e potremo contenere i danni. Lo spam, però, può anche essere utilizzato per scopi ben più dannosi, come il phishing oppure la diffusione di virus e malware.
Phishing e spam procedono spesso in coppia, anche perché le e-mail di phishing sono considerabili come spam, per certi versi: rispetto allo spam “puro”, il phishing presenta in più la volontà di nuocere, non solo di truffare il cliente (come è il caso della maggior parte della pubblicità). Se lo scopo di una e-mail di spam è quello di farvi comprare qualcosa di inutile, oppure di farvi iscrivere a un servizio inutile e costoso, una e-mail di phishing punta a rubare direttamente i vostri dati personali. Il metodo di diffusione, però, è molto spesso identico. Del phishing abbiamo già parlato, per cui vi rimando a quell’articolo, per maggiori informazioni.
Lo spam, dicevamo, può essere usato anche per la diffusione di virus e altro malware. Dopotutto, il modo in cui si diffondono i worm può essere considerato a tutti gli effetti come spamming: mandano messaggi di posta, oppure messaggi in chat, con un link da cliccare, per qualunque motivo, e infettano nuovi computer attraverso quel link. Come lo spam, si tratta di messaggi non richiesti, invasivi, con in più una forte componente dannosa. Ma anche di questi abbiamo già parlato in diversi articoli.

Come combattere lo spam

Al primo posto nella lotta allo spam, così come nella lotta al malware, c’è la prevenzione. Il sistema principale per raccogliere indirizzi e-mail, da parte degli spammer (ossia le persone che inviano spam), consiste nel setacciare automaticamente siti internet e luoghi affini, alla ricerca di tutto ciò che sia strutturato come un indirizzo e-mail: evitare di scrivere il nostro indirizzo e-mail è, dunque, un primo sistema per non diventare vittime di spam. Alternativamente, si usa spesso il “trucco” di modificare in parte l’indirizzo, in modo da renderlo più difficile da localizzare per uno spammer: scrivere ad esempio “nomeATindirizzoDOTcom”, invece di “nome@indirizzo.com”. Un sistema più prudente, come abbiamo già visto, è quello di utilizzare indirizzi e-mail temporanei, oppure tenere un indirizzo e-mail secondario e sacrificabile, per non dover mai inserire in una pagina web il nostro indirizzo principale.
Se siamo già caduti vittima di uno spammer, il discorso si complica. Non dobbiamo mai rispondere a una e-mail di spam, né cliccare un qualsiasi link che si possa trovare dentro la e-mail: se infatti rispondiamo, informeremo lo spammer che il nostro indirizzo è valido e attivo e lui ci spedirà ancora più spam; se invece clicchiamo qualche link, rischiamo pure di prenderci un virus in omaggio, oltre a tutto il resto. Cancellare tutti i messaggi di spam, senza aprirli, è il metodo più sicuro. Inoltre, molti servizi di posta hanno già attivo un filtro antispam, per bloccare tutte le e-mail indesiderate prima ancora che noi le possiamo vedere e scaricare sul nostro computer. Se quel filtro non basta, possiamo installarne uno anche noi, per ridurre ancora di più lo spam che ci arriverà.
Ripulire un indirizzo e-mail vittima di spam massiccio, però, è un’attività molto difficile, in certi casi ai limiti dell’impossibile. Per questo è meglio puntare sulla prevenzione, conservare un indirizzo e-mail privato, da non condividere mai su alcuna pagina web, e prepararci ad abbandonare al proprio destino l’indirizzo bersagliato dallo spam, se questo supera un certo livello. La fatica di ripulire tutto sarebbe eccessiva.

sabato 26 marzo 2011

Accorciare e mimetizzare un link

Accorciare un link da condividere è una pratica piuttosto comune, soprattutto per chi usa un social network come Twitter, dove la brevità e il numero dei caratteri sono fondamentali in un messaggio. Gli accorciatori di link sono usati anche in altri contesti, quando vogliamo spedire a qualcuno l’indirizzo di una pagina internet, un’immagine o quant’altro, e preferiamo evitare di ritrovarci, per esempio, con link chilometrici e particolarmente brutti da vedere. Sono usati anche per fare scherzi, ma questo è un altro discorso.
Tutto molto comodo, certo, ma c’è anche un lato negativo in questo processo: una volta accorciato, il link è anche camuffato e siamo così costretti a cliccarlo e aprirlo, per scoprire che link sia. E non è detto che ci riservi sempre belle sorprese, anzi.
Ma vediamo intanto alcuni siti che offrono il servizio di abbreviare i nostri links.

TinyURL
Molto semplice da usare. Al centro della pagina, troverete la scritta ”Enter a long URL to make tiny:”. Copiate il vostro link da accorciare nello spazio sottostante, poi cliccate il pulsante “Make TinyURL!”. In un attimo vi apparirà un link accorciato, che sarò qualcosa del tipo http://tinyurl.com/47iv
Volendo, potete scegliere una parola da fa apparire al posto di lettere e numeri. In questo caso, potrete ottenere links brevi del tipo http://tinyurl.com/Nascosto, o qualsiasi altra parola vogliate usare.

Bit.ly
Stesso procedimento: inserite il vostro link da accorciare e poi cliccate il pulsante “Shorten”.

URLin
Questo siti è in italiano e non dovrebbe dare problemi di comprensione. Il principio non cambia e funziona come gli altri.

Goo.gl
Altro esempio di sito che accorcia i link. Funziona come i precedenti.

...eccetera, eccetera. La lista sarebbe molto lunga e nuovi siti spuntano di continuo, per offrire questo servizio: tenere il conto di tutti sarebbe folle, nonché inutile. Alcuni, inoltre, vi permettono di tenere traccia della diffusione dei vostri links, vedere in quanti lo hanno cliccato e altri dati ancora, come ad esempio bit.ly.
Il problema dei links abbreviati consiste però nel loro utilizzo. Da un link abbreviato, infatti, non possiamo vedere quale sia il link reale: dobbiamo perciò cliccarlo e vedere dove ci porterà. Come è facile da intuire, un link abbreviato è un ottimo sistema per portarci a visitare siti “discutibili”, magari perché un nostro amico ha deciso di farci uno scherzo molto simpatico, oppure può essere usato per farci visitare una pagina infetta, che cercherà di installare un virus nel nostro computer (abbiamo già parlato di questo sistema di infezione, chiamato drive-by).
Giusto per fare un esempio concreto, ecco alcuni links abbreviati. Tutti questi portano alla pagina principale di Google, ma potete vedere benissimo che è impossibile capirlo, in base al link stesso.
http://urlin.it/ec20
http://bit.ly/1GoNYa
http://tinyurl.com/47iv
http://qr.net/f2p
http://www.g2kweb.it/?2901

Vedere links abbreviati

È dunque bene non cliccare mai un link alla cieca. Giusto per andare sul sicuro e non correre rischi. Esiste infatti un servizio opposto, che ci permette di “smascherare” un link abbreviato: entriamo nel sito LongURL,  inseriamo il link accorciato e poi clicchiamo il pulsante “Expand”. In un attimo ci apparirà il link originale e potremo così scoprire che pagina ci attende, senza bisogno di aprirla.
In particolare, questo sistema è utile se avete ricevuto in chat un link di TinyURL. Pare che ultimamente si sia diffuso un link del tipo "tinyurl.com/taggatoo", come variante del virus nella chat di Facebook. Invece di aprirlo direttamente, potete copiare il link, andare su LongURL e inserirlo, per espanderlo e vedere quale sia il vero link. Nella maggior parte dei casi, sarà un link a una pagina potenzialmente dannosa, quindi evitate di aprirlo. Se proprio lo volete aprire, non scaricate nulla dal sito in cui finirete e non accettate di salvare nulla.
Sempre meglio non fidarsi di un link abbreviato, se non vogliamo avere brutte sorprese...