giovedì 29 dicembre 2011

Come funziona MAFIAAFire

Dopo tanto tempo, oggi torniamo a parlare di censura in Rete e di soluzioni per aggirare la censura, con qualsiasi nome essa si presenti. Considerate le varie leggi in discussione sia negli USA, sia qui in Europa a riguardo della cosiddetta “tutela dei diritti d’autore”, con le conseguenti minacce di chiusura per tutti i siti accusati di infrangerle, direi che un ripasso può rivelarsi utile.
Alcuni di voi probabilmente conosceranno già MAFIAAFire, almeno per averlo sentito nominare, ma vediamo di procedere con una breve spiegazione per tutti coloro che, invece, non lo conoscono e non lo hanno mai sentito prima d’ora. Intanto, che cosa non è MAFIAAFire: non è nulla che abbia qualcosa a che fare con MafiaWars e non è nulla che abbia a che fare con la criminalità. Al contrario, è uno strumento del tutto legale (per adesso).
MAFIAAFire è un addon sviluppato per Firefox e oggi disponibile anche per Google Chrome, il cui scopo è rendere più semplice l’accesso a siti, che sono stati bloccati per “intervento divino”. In altri termini, offre un sistema per aggirare il blocco che alcuni governi hanno imposto a siti che, secondo loro, sono colpevoli di violare il copyright di Pincopallino. Provate ad accedere a ThePirateBay in Italia, oppure all’indirizzo alternativo LaBaia, e capirete a cosa mi stia riferendo. Quando si trova davanti a casi simili, MAFIAAFire non vi manda verso l’indirizzo principale del sito (che è bloccato), ma vi devia verso un indirizzo alternativo, se presente: in questo modo, potrete accedere al contenuto del sito, come se non ci fosse alcun blocco.
L’oscuramento di un sito, nella maggior parte dei casi, avviene impedendo il collegamento diretto al sito in questione. Prendiamo l’esempio di ThePirateBay. Quando un utente cerca di collegarsi al sito ThePirateBay dall’Italia, non raggiungerà la pagina del sito, ma una pagina in cui si dice che il sito è stato bloccato dalla Guardia di Finanza per ordine del tribunale tal dei tali, eccetera eccetera, oppure si troverà di fronte a un blocco dei DNS. Il sito è ancora al suo posto, ma sulla strada che conduce al sito è stato inserito un filtro, che intercetta le connessioni provenienti dal territorio italiano e le manda a sbattere contro quella pagina.
Come aggirarlo? Una soluzione è quella di utilizzare un proxy, come abbiamo già visto: se il blocco ha una natura geografica, allora è probabilmente la soluzione migliore. Un’altra possibile soluzione è quella che ci propone MAFIAAFire: utilizzare un mirror site, ossia un sito “specchio”, collocato a un indirizzo diverso, ma che ci riflette sul sito che stavamo cercando.
Rispetto a un proxy, MAFIAAFire richiede un minimo di lavoro in più da parte del gestore del sito, il quale dovrà disporre di almeno un indirizzo alternativo che MAFIAAFire utilizzerà per permettere l’accesso al sito reale a tutti quegli utenti che si troverebbero bloccati. MAFIAAFire contiene infatti una lista di siti bloccati o a rischio blocco, assieme ai possibili indirizzi alternativi per quei siti. Quando digitiamo il nome di un sito nella barra degli indirizzi, MAFIAAFire controllerà prima di tutto se il sito sia incluso nella sua lista: se il sito non è incluso, la navigazione procede normalmente; se il sito è incluso, MAFIAAFire devierà automaticamente la connessione al sito secondario, così da aggirare la strada bloccata. Una cosa che potreste fare anche voi, perché nessuno vi vieta di digitare manualmente l’indirizzo alternativo, una volta che avete verificato che l’indirizzo principale non funziona, ma MAFIAAFire cerca di renderlo più semplice e “user-friendly” a suo parere, rendendo l’intero procedimento automatico e inavvertito dall’utente.

Sia chiaro, MAFIAAFire non è una soluzione universale e infallibile per ogni tipo di blocco o di censura. MAFIAAFire funziona soltanto coi siti che sono presenti nella sua lista e che dispongono di almeno un indirizzo di accesso alternativo: se queste condizioni non si verificano, il sito resterà per voi inaccessibile e dovrete ricorrere ad altri sistemi, come Tor o un proxy. D’altro canto, la lista di MAFIAAFire è aggiornata regolarmente e il proprietario di un sito può inviare in ogni momento una richiesta per l’aggiunta del proprio sito e degli indirizzi alternativi: la procedura è molto simile a quella richiesta da Google per verificare la proprietà di un sito (anzi, diciamo pure che è “ispirata” da quella).
In sintesi, MAFIAAFire non mi pare ancora la soluzione finale che i suoi autori vorrebbero, ma si tratta di uno strumento semplice, la cui esistenza quasi non si avverte sul proprio browser, e che sarà di aiuto agli utenti “normali” (cioè a tutti coloro che non sono nerd e non aspirano a diventarlo), per continuare ad accedere a siti, principalmente di torrent, senza sbattere il naso contro qualche schermata a cura di questo o quel tribunale. Se ti bloccano la porta principale, passa dall’ingresso sul retro: questo il principio di MAFIAAFire. La navigazione con Tor rimane tutto un altro paio di maniche, ma dopotutto rispondono a due esigenze molto diverse tra loro.

Da qui potete scaricare la versione per Firefox.
E da qui potete scaricare la versione per Google Chrome.

martedì 27 dicembre 2011

Convalidare un EPUB sul proprio computer

Abbiamo già visto che esistono almeno due test, per controllare il contenuto di un Epub e verificare che non ci siano errori, oppure verificare dove siano gli errori, per poterli poi correggere.
Il primo test è quello che possiamo eseguire direttamente all’interno di Sigil, cliccando sul pulsante che ci si presenta come una V verde. In questo modo, eseguiremo sul nostro Epub il test della FlightCrew, che non è il test di convalida ufficiale, ma che è comunque utile per localizzare gli errori e correggerli subito, visto che siamo già all’interno di Sigil.
Il secondo test, ufficiale, è lo EpubCheck, che possiamo eseguire all’interno del sito della ThreePress.
Per eseguirlo, è sufficiente caricare un Epub privo di DRM e attendere il responso. Ne abbiamo già parlato. In alternativa, è possibile scaricare lo strumento per eseguire il test di convalida e utilizzarlo sul nostro computer, senza bisogno di collegarci al loro sito e caricare files. Anzi, diciamo pure che sono loro stessi a consigliarci calorosamente di scaricare tutto e lavorare sul nostro computer, se abbiamo in programma di produrre (e convalidare) parecchi Epub.
C’è però un problema. Lo strumento per testare e convalidare gli Epub è un file JAR eseguibile, il che lo rende adatto a ogni sistema operativo, ma lo rende anche piuttosto complicato da usare, per chi non è pratico. Il file in questione, infatti, non possiede una interfaccia grafica, ma deve essere eseguito dalla linea di comando, operazione che molti di voi non avranno più effettuato dallo scorso millennio, soprattutto se siete utenti Windows.
Sperando di semplificare l’operazione, ho dunque provveduto a creare una semplicissima interfaccia grafica, da cui è possibile caricare un Epub, testarlo utilizzando lo EpubCheck ufficiale e, nel caso, vedere la lista degli errori trovati. Anche l’interfaccia è in Java, per cui funziona su qualsiasi sistema operativo, purché sia installata la Java Virtual Machine.
Lo potete scaricare da qui:
EpubCheck versione 3.0b5 (aprile 2012)
L’utilizzo dovrebbe essere molto semplice. Dopo aver estratto tutto il contenuto della cartella compressa, troverete tre oggetti: una cartella “lib”, un file “Avvio” e un altro file “Convalida”.
La cartella “lib” contiene tutti i “pezzi” dello EpubCheck, gli stessi che potete scaricare anche dal sito ufficiale e che potete utilizzare dalla linea di comando. Al momento, è la versione 1.2 dello EpubCheck, ma la versione successiva è già in lavorazione e in fase beta: sarà lo EpubCheck 3, che dovrà funzionare anche per lo Epub3, un nuovo formato di cui nessuno sentiva la mancanza e che contribuirà parecchio a peggiorare il livello qualitativo degli Epub, ma a cui dovremo prepararci. La plasticosa inutilità delle Apps invaderà anche il mondo degli ebooks: questo il riassunto dello Epub3. Ma lasciamo perdere. A ogni modo, non appena lo EpubCheck 3 sarà distribuito in forma stabile e definitiva, provvederò ad adattare l’interfaccia grafica, per usarla anche con quel formato.
Il file Convalida è l’interfaccia grafica vera e propria. Si tratta di un JAR di piccole dimensioni (10 KB) e che potrete eseguire con un doppio click (su Windows) o col metodo previsto dal vostro sistema operativo: funzionerà ovunque, basta che sia installato il Java. Nell’interfaccia potrete caricare lo Epub da convalidare, effettuare la convalida e vedere il responso.
Il file Avvia è un piccolo eseguibile, per tutti gli utenti Windows che non riescono a eseguire i file JAR con un doppio click: con un doppio click su questo file dovreste riuscire ad avviarlo.
Per il resto, non c’è molto da dire. Il file dello EpubCheck 1.2 è quello ufficiale, che potete scaricare anche da threepress.org/document/epub-validate/ (l’ho scaricato appunto da lì), io mi sono limitato a costruire una semplice interfaccia per utilizzarlo in modo più semplice, invece di doverlo eseguire da linea di comando. Anche il responso che vi darà è quello ufficiale, per cui sarà criptico proprio come quello che otterrete eseguendo il test online. Sul sito della Threepress, oltre allo EpubCheck, sarà eseguito anche il test di controllo denominato EpubPreflight, che non serve ai fini della convalida, ma che verifica eventuali problemi nella dimensione del file. Peccato però che non sia distribuito assieme allo EpubCheck e, soprattutto, che non sia distribuito il suo codice sorgente, il che rende parecchio complicato integrarlo in questa interfaccia. Vedrò comunque di cercare un sistema efficace per aggiungerlo.

Aggiornamento
Dato che anche il sito ufficiale ha introdotto la versione 3 dello EpubCheck, anche se non ha ancora raggiunto la forma finale (è la beta 4), ho provveduto a inserire anche l'interfaccia per questo test, che presenta alcune differenze di struttura rispetto al precedente. Per un utente, però, il funzionamento è lo stesso.

martedì 20 dicembre 2011

Guida al nuovo Diario di Facebook

Fresco, innovativo, chiaro, semplice, affascinante, immediato: questi sono solo alcuni degli aggettivi che non userò per descrivere il Diario di Facebook, la novità che da pochi giorni è arrivata a prendere il posto del vecchio Profilo. La volta scorsa lo avevo già presentato in breve, spiegando anche come fare per attivarlo subito (se proprio si vuole); oggi vedremo invece cosa succede al momento dell’attivazione e quali sono i primi passi per configurarlo ed evitare che, magari, un fornaio della Papuasia possa avere accesso a tutte le nostre foto.

Abbiamo dunque cliccato anche noi il pulsante tentatore, per attivare subito il Diario. Cosa succederà adesso? Tralasciando le facili risposte come “moriremo tutti”, ecco la prima cosa che ci apparirà:

E fin qui, niente di strano, a parte il nuovo aspetto del profilo. Abbiamo a disposizione sette giorni, prima che il Diario diventi visibile al pubblico: in questi sette giorni possiamo lavorarci, sistemarlo, nascondere tutto ciò che deve essere nascosto e insomma rimettere in ordine la casa, prima che sia aperta ai nostri amici. Il passaggio dal Profilo al Diario non sarà dunque immediato, ma avremo a disposizione una settimana, per abituarci e imparare a usarlo. Se siamo ardimentosi, però, niente ci impedisce di renderlo subito visibile a tutti, cliccando su “Pubblica ora”.
Scegliamo invece di fare prima un giro turistico, cliccando su “Esplora”.

La copertina è la prima novità, cioè una immagine di grandi dimensioni, larga almeno 720 pixel, che comparirà nella parte alta del Diario, come una specie di testata o banner. Possiamo scegliere la foto che vogliamo e usarla come copertina, con una raccomandazione: la copertina è pubblica. Se è pubblica, significa che tutti la vedranno, anche un perfetto sconosciuto. È dunque bene scegliere con cura l’immagine che vogliamo mettere...
A parte questo, l’unico requisito è che sia larga almeno 720 pixel.

Sotto la copertina, troveremo due riquadri, che parleranno di noi. A sinistra ci sarà un riassunto delle nostre informazioni personali (che abbiamo scelto di rendere visibili con le impostazioni di privacy), mentre a destra troviamo un riassunto delle principali sezioni del Diario: Amici, Foto, Mappa e “Mi piace”.
“Amici” contiene un collage con le foto di profilo di sei nostri amici, “Foto” contiene una nostra foto in anteprima, “Mappa” contiene riferimenti geografici dove siamo stati taggati e “Mi piace” contiene la lista di tutte le pagine che “ci piacciono”, i nostri interessi e così via.

Appena sopra i due riquadri, da sinistra verso destra, troviamo: la nostra immagine di profilo, il nostro nome (nel caso lo avessimo dimenticato) e due pulsanti: Aggiorna informazioni e Registro attività.
Aggiorna Informazioni contiene le nostre informazioni personali (le vecchie Info) e cliccando questo pulsante le possiamo modificare, come prima si faceva con “Modifica profilo”. Per ogni informazione, poi, possiamo assegnare la visibilità.
Registro attività e il nostro “diario di bordo”, ossia una raccolta di tutti i nostri post e di tutte le nostre attività da quando ci siamo iscritti a Facebook. Ne ho già parlato nell’articolo precedente, per cui non mi dilungherò adesso; ricorderò soltanto che è visibile solo a noi e che, per ogni notizia contenuta, sulla destra troveremo un pulsantino che ci permetterà di mostrarla sul Diario pubblico (quello che vedranno i nostri amici), oppure di nasconderla.

Scendendo, troviamo una linea verticale, che attraversa il nostro Diario: è la Timeline. Su quella linea compaiono alcuni pallini, che corrispondono a una nostra attività: un post che abbiamo condiviso, nuove amicizie, foto che abbiamo caricato, eccetera. Per ogni pallino, troveremo in una delle due colonne ai lati della Timeline un riquadro contenente la notizia in questione.
Nella parte destra del Diario troviamo anche una colonna con varie date: cliccando su anno, mese e giorno possiamo rivedere ciò che abbiamo fatto in quella particolare data. Se proprio siamo interessati.
Alcune cose che possiamo fare con queste notizie.
Passando il puntatore del mouse su una notizia, ci appariranno alcune icone. Se clicchiamo sulla stella, la notizia sarà mostrata a schermo intero. Se clicchiamo invece sulla matita, la notizia sarà nascosta dal nostro Diario. In pratica, la stella serve a evidenziare una notizia che consideriamo importante (c’è anche una apposita sezione “Avvenimento importante”, nella parte sinistra), mentre la matita serve a nasconderla. Passando il mouse su un puntino della Timeline, poi, vedremo in primo piano la notizia che corrisponde a quel puntino.

Cosa fare prima di rendere pubblico il nuovo Diario? Prendere a testate il muro può essere una risposta, ma non è una soluzione. Semmai, possiamo cominciare scegliendo una immagine innocua e usarla come copertina. Possiamo scegliere qualsiasi immagine come copertina, in effetti, anche se Facebook esorta a non utilizzare pubblicità e affini: considerato però che la copertina sarà visibile a tutti, è saggio scegliere una foto che sia almeno non compromettente. Potrebbe essere meglio non mettere una vostra foto in mutande, insomma, o una in cui state vomitando l’anima dopo una festa, dato che sarà visibile anche a parenti, insegnanti e datori di lavoro (se sono su Facebook).
Dopo aver sistemato la copertina, passiamo al Registro delle attività, dove potremmo ritrovare notizie di due anni fa, che noi abbiamo dimenticato ma che sono ancora perfettamente visibili sul nostro profilo, se qualcuno si prende la briga di cercarle. Setacciamo bene le varie notizie del Registro e nascondiamo tutto ciò che è meglio nascondere. Non c’è fretta, abbiamo a disposizione sette giorni per agire, prima che il Diario diventi visibile.
Una cosa che molto probabilmente dovremo fare è modificare la visibilità degli Amici. Di base, il Diario ha una impostazione pubblica per la lista dei nostri amici: controlliamo che il passaggio non abbia modificato la privacy scelta da noi. Clicchiamo dunque su Amici e poi su Modifica, nella parte alta della pagina: da lì potremo, se necessario, correggere la visibilità.
Le Foto non dovrebbero aver subito variazioni, ma è sempre bene controllare. Vedremo però che è apparso un nuovo album, intitolato Immagini di copertina (indovinate il contenuto), la cui visibilità è pubblica e non la possiamo modificare: come dicevo, le immagini di copertina sono pubbliche e pubbliche rimangono. Scegliete con cura.
Nella parte alta del Diario, infine, troviamo sempre una barra, che scorrerà quando noi facciamo scorrere la schermata: contiene il nostro nome e altre voci. Cliccando su Diario, potremo accedere al menu con le varie sezioni del nostro Diario (Informazioni, Amici, Foto, Mappa, Mi piace), mentre cliccando su Now possiamo accedere alla colonna delle date, la stessa che appare nel lato destro del Diario.
Per il resto, il grosso del lavoro consiste nello spulciare il Registro e nascondere tutte le notizie che non vogliamo rimangano visibili sul nostro Diario: attività noiosa, ma che giustifica i sette giorni concessi da Facebook, prima che il Diario sostituisca definitivamente anche per gli altri il nostro Profilo.

venerdì 16 dicembre 2011

Facebook - Come funziona il Diario (Timeline)

Dopo una spasmodica attesa, ma anche no, è infine arrivata a disposizione di tutti la famosa Timeline, di cui avevo già parlato al momento della presentazione ufficiale, in settembre. Il fatto che l’uscita dell’aggiornamento si avvenuta tre mesi dopo la presentazione potrebbe non essere un bellissimo segno, perché è probabile che ci fossero molti errori da correggere, ma magari è stata solo una forma di prudenza da parte di Facebook, oppure ha voluto farci il regalo di Natale. Meglio non indagare. Comunque sia andata, la Timeline è qui.

Dalla pagina di presentazione della Timeline, che per l’Italia è stata ribattezzata Diario, possiamo attivarla anche subito, se proprio lo desideriamo, cliccando sul pulsante verde con la scritta “Ottieni il diario”, che troviamo in basso a destra nella pagina. Nessuno ci obbliga a farlo, per adesso, ma è bene sapere che, presto o tardi, nel profilo di Facebook troveremo un messaggio che ci avviserà della disponibilità del Diario, invitandoci ad attivarlo. È meglio studiare subito come funziona il nemico, per evitare brutte sorprese dopo.
Il Diario è la nuova forma che assumerà il Profilo di Facebook. Alcune immagini di come si presenterà le potete vedere sulla pagina di presentazione, giusto per farvi una idea, e sono certo che a nessuno piacerà, più o meno come accade per tutte le modifiche introdotte da Facebook. Io, per adesso, mi limito a sospendere stoicamente il giudizio.

Copertina

Ciò che noterete subito sarà la grande immagine nella parte superiore della pagina: quella è la copertina. Non sostituirà l’attuale immagine del Profilo, o almeno non del tutto, ma di certo sarà la prima cosa che si noterà, entrando nel nostro Diario, soprattutto perché dovrà avere una larghezza minima di 720 pixel, il che è decisamente superiore rispetto all’attuale immagine di profilo. L’immagine del profilo continuerà a essere usata nelle miniature e accanto al nostro nome, mentre la copertina servirà come “tappetino d’ingresso” per tutti quelli che accederanno al nostro Diario.
La scelta della copertina dipenderà da noi, proprio come già succede per l’immagine di profilo. Potremo inserire la foto che preferiamo, sia pescandola tra i nostri album, sia caricandola dal nostro computer, con un’avvertenza: proprio come l’immagine del profilo, anche la copertina sarà pubblica. Tutti quelli che visualizzeranno il nostro Profilo, siano amici o estranei, potranno vedere la copertina; è dunque saggio scegliere qualcosa che sia personale sì, ma non troppo. Niente e nessuno vi vieta di mettere come copertina una vostra foto al mare, per esempio (anzi, Facebook stesso lo suggerisce, dicendo che “un modo semplice per garantire che la tua immagine di copertina sia unica è quello di scegliere una foto della tua vita, ad esempio una foto di matrimonio, un giorno in spiaggia o una festa di compleanno”: tenete però presente che, in questo modo, chiunque si troverà con metà schermo riempito dalla vostra foto in costume, se visiterà il vostro profilo (anzi, il Diario).

Registro delle Attività

Sotto la Copertina troveremo un pulsante con la scritta “Registro delle Attività”. Il Registro delle attività è una sezione visibile soltanto al proprietario del Diario, cioè soltanto a noi, e contiene un elenco di tutte le nostre attività su Facebook, proprio come il nome suggerisce, distribuite in base alla data in cui sono state attuate. Il Registro delle attività riporterà tutto, incluso quello che abbiamo scelto di nascondere al pubblico, perché il suo scopo è proprio quello di ricordarci ed elencarci tutto ciò che abbiamo fatto su Facebook.
Dal Registro delle attività possiamo riguardarci tutta la cronologia della nostra vita su Facebook, se proprio lo vogliamo, e potremo filtrarla in base al tipo di azione: una lista per tutti gli aggiornamenti di stato, una per i link condivisi e così via. naturalmente, a nostro uso e consumo. Vedremo inoltre tutti i post che sono in attesa della nostra approvazione (per esempio quelli in cui siamo taggati, se abbiamo scelto di controllare i tag), ma soprattutto potremo decidere quali notizie vogliamo che siano mostrate nel Diario, potendo pescare nel calderone della nostra intera vita facebookiana.
Di fatto, ciò che era stato presentato come Timeline è proprio questa sezione del nuovo profilo, unita alla sua controparte pubblica, che vedremo dopo.
Per ogni notizia contenuta nel Registro delle attività, poi, potremo svolgere svariate attività, come ad esempio controllare il pubblico con cui l’avevamo condivisa, eliminarla, segnalarla come spam, modificare la data e così via.

Informazioni di base

Sempre sotto la Copertina, troviamo anche il pulsante Aggiorna Info, che serve appunto a visualizzare a modificare (se vogliamo) le nostre informazioni di base, cioè quelle che si trovavano prima sotto la sezione Info. Nel Diario, le categorie sono:
-Informazioni di base (sesso, data di nascita, lingue, orientamento politico e religioso)
-Informazioni di contatto (indirizzo e-mail, nome visualizzato, numero di telefono, indirizzo, sito Web)
-Lavoro e istruzione
-Casa (città natale e città attuale)
-Relazioni e famiglia
-Citazioni preferite
-Su di te
Tutte cose che conoscete già, per cui non dovrebbero darvi problemi. A destra di ogni voce, come al solito, troviamo il link Modifica, che ci permetterà di modificarne il contenuto, e ne potremo anche decidere la visibilità al pubblico, sempre utilizzando lo strumento di selezione (quel menu per regolare la privacy, insomma).
Nella sezione Interessi e Preferenze troveremo tutto ciò che abbiamo scelto come nostro interesse, ma anche tutte le Pagine che seguiamo, ossia tutte le pagine su cui abbiamo cliccato il pulsante “Mi piace”: lo specifico subito, sperando di prevenire le varie domande su “dove sono le pagine che mi piacciono”.
Sempre a scopo preventivo, dirò che gli Amici sono visibili a tutti, come impostazione di base. Si può però scegliere di nascondere la lista degli amici, sempre utilizzando lo strumento di selezione del pubblico per decidere chi la potrà vedere. Per modificare la visibilità della lista degli Amici, cliccate innanzitutto sul riquadro "Amici", che trovate subito sotto la Copertina. Nella pagina che si aprirà, cliccando su "Modifica",  si potrà impostare la visibilità della lista intera. Le liste create da noi, invece, non saranno visibili in nessun caso, perché servono solo ad aiutarci a distribuire meglio i contatti. Gli amici in comune con chi visita il vostro Diario, infine, saranno sempre e comunque visibili.

Diario

E arriviamo così al diario vero e proprio, quello che sarà visibile alle altre persone. Se il Registro delle attività è una raccolta di tutta la nostra vita su Facebook, rivolta però soltanto a noi, il Diario è la sua versione per il pubblico. Potremo decidere noi cosa far apparire nel Diario e cosa invece non vogliamo che appaia; inoltre, per ogni notizia contenuta nel Diario potremo scegliere a chi sarà visibile, sempre utilizzando il solito strumento di selezione del pubblico.
Il Diario è il nuovo Profilo. Le informazioni di base su di noi, di cui ho parlato poco fa, sono incluse nel Diario, proprio come adesso le Info sono parte del Profilo. Il Registro delle attività, invece, lo possiamo immaginare come il “dietro le quinte” del Diario, ossia una sezione disponibile soltanto a noi, dove possiamo decidere cosa far comparire in scena (cioè nel Diario) e cosa invece lasciare nascosto.
Il Diario si presenta con un menu delle date a destra, su cui sono indicati i vari anni; cliccando su un anno, vedremo la lista dei mesi; cliccando su un mese, ci appariranno in primo piano tutte le nostre attività di quel mese specifico, o almeno tutte le attività che abbiamo scelto di mostrare nel Diario. Questo è il sistema più semplice per navigare nel Diario. È anche possibile scorrerlo dall’alto in basso, ma potrebbe rivelarsi un’attività parecchio lunga e noiosa, se abbiamo un Diario brulicante di notizie.
Posizionando la freccia del mouse su una qualsiasi notizia, ci apparirà una lista di opzioni relative a quella notizia, ma le principali sono “Mostra nel diario” e “Nascondi dal diario”. Credo che sia chiaro a tutti a cosa servano. Potremo inoltre modificarne la data (in alcuni casi), eliminarla, segnalarla come spam e così via. Infine, ma ormai dovrebbe essere sottinteso, per ogni notizia è sempre possibile selezionare il tipo di pubblico che la vedrà. In caso di dubbi su come potrebbe apparire il diario a una determinata persona, rimane la funzione “Visualizza come”, che permette appunto di vedere il nostro diario “come se” fossimo un determinato amico.
Nota finale. Chi può scrivere sul nostro Diario, cioè lasciare un messaggio in bacheca? Soltanto noi e i nostri amici.
E per ora, questo può bastare...

martedì 13 dicembre 2011

Qualche suggerimento per Calibre

Oggi torneremo a occuparci di ebook e in particolare di Calibre, il valido programma di conversione a cui abbiamo già dedicato altri articoli. L’argomento di questo saranno quei passaggi del processo di conversione che più spesso sembrano causare problemi agli utenti.
Con Calibre possiamo convertire un file di testo in vari formati ebook, dallo EPUB, al MOBI, al PDF. Anche il file di partenza può presentarsi in più formati, ma per un buon risultato sarebbe meglio utilizzare soltanto files in formato HTML o RTF, cioè i formati che provocano meno problemi in fase di conversione. Potete anche provare a convertire un file DOC, DOCX o un PDF, se proprio vi sentite avventurosi, ma è improbabile che sarete soddisfatti del risultato: molto meglio salvarlo prima come RTF (nel caso di un documento di Office e varianti) o in HTML.
Per procedere con la conversione in ebook, dovremo prima di tutto importare il file che vogliamo convertire, cliccando su “Aggiungi libri”, dopodiché dovremo evidenziarlo nella lista dei libri, aggiungere copertina e metadati cliccando su “Modifica Metadati” e infine procedere con la conversione vera e propria, cliccando su “Converti libri”. Ci troveremo davanti una pagina di questo tipo:

Al centro apparirà la copertina del nostro futuro ebook. Se non abbiamo ancora caricato la copertina, cosa che potevamo fare benissimo nella sezione “Modifica Metadati”, possiamo farlo adesso, selezionando una nuova immagine in “Cambia immagine di copertina”.
In alto, troveremo due voci: “Formato di input” e “Formato di output”. Il formato di input è il formato del file che stiamo per convertire e non è modificabile, mentre il formato di output è il formato in cui sarà creato il nostro ebook. Possiamo scegliere quello che preferiamo, anche se nella maggior parte dei casi useremo Calibre per creare un EPUB o un MOBI (il formato dei dispositivi Kindle).
A destra, ci sono i vari metadati del nostro file: titolo, autore, editore, eccetera. Se ancora non li abbiamo inseriti, questo è il momento giusto per farlo.
Una volta conclusa questa parte preliminare, clicchiamo su “Visualizzazione” e prepariamoci: adesso arriveranno le cose serie.

Qui abbiamo una serie di opzioni che ci permettono di decidere quale sarà la formattazione del testo, nel nostro ebook. È meglio controllarle con cura e stare attenti a cosa facciamo, se non vogliamo poi ritrovarci col testo allineato a sinistra, rientri mancanti, righe vuote tra un capoverso e l’altro e così via.
Per la maggior parte di queste opzioni, è possibile ricevere un aiuto da Calibre stesso. Se spostiamo il puntatore del mouse sopra una voce, ci apparirà una finestra (in italiano) con una breve descrizione di quella voce e del suo funzionamento. Se non avete voglia di leggerle tutte, ecco alcuni consigli per un ebook standard (senza formattazioni particolari o caratteri inconsueti).
- Selezionate la voce “Rimuovi spazi tra i paragrafi”, per evitare di ritrovarvi con righe bianche tra un paragrafo e l’altro. Selezionando questa voce, si attiverà anche la possibilità di scegliere la larghezza del rientro della prima riga, che potrete regolare a vostro piacimento. Tenete presente che l’unità di misura utilizzata è lo em, che corrisponde alla dimensione del carattere da voi utilizzato nel testo: 1 em corrisponde allo spazio di un carattere, 0.5 em allo spazio di mezzo carattere, e così via.
- Come “Giustificazione del testo”, potete selezionare “Originale” se volete mantenere la stessa formattazione già presente nel vostro file, oppure potete passare ad “Allinea a sinistra” o a “Testo giustificato”.
- Può essere utile selezionare “Ottimizzazione punteggiatura”, se avete scritto il vostro file con un programma che ha l’abitudine di formattare automaticamente la punteggiatura (come Word).

“Elaborazione euristica” è una sezione che, nella maggior parte dei casi, potete ignorare e vivere tranquilli. Potete provare a usarla soltanto se il primo tentativo di conversione (o i primi tentativi di conversione) ha dato pessimi risultati e un testo formattato in modo orrendo. Siccome però si tratta di un sistema che procede per stime basate su modelli, sarebbe preferibile lasciarlo perdere e usare invece correzioni “a mano”, per adattarle in modo più preciso alle necessità del nostro testo.

“Imposta pagina” è un altro passaggio che non dovrebbe dare problemi. Serve a decidere la struttura base della pagina del nostro futuro ebook, a seconda del tipo di lettore su cui intendiamo usarlo. Se non vogliamo creare un ebook su misura per un determinato lettore, possiamo lasciare le impostazioni di default e andranno benissimo.
Passiamo così al “Rilevamento della struttura”.

“Rimuovi la prima immagine” serve in un caso molto particolare: se il nostro file possiede già una immagine iniziale e questa immagine non corrisponde alla copertina da noi impostata. Non so quante volte vi capiterà di usarla, ma non si sa mai...
Se invece non vogliamo o non possiamo usare una immagine di copertina, allora possiamo selezionare “Inserisci i metadati come prima pagina del libro”: in questo modo, Calibre creerà una copertina composta dai metadati del file, ossia titolo, autore e quant’altro abbiamo inserito. Non sarà una copertina molto bella, ma può essere utile se stiamo producendo un documento quale una relazione, una tesina o altri tipi di testo che non richiedono copertine elaborate.
Con la sezione “Indice” siamo vicini alla conclusione.

Se nel nostro file è già presente un indice funzionante, lasciamo stare questa sezione: serve a generare automaticamente un indice, in base ai nomi dei capitoli che Calibre rileverà durante la conversione.
La parte più interessante di questa pagina è la seconda metà, dove troviamo le voci “Livello 1 indice (espressione XPath)” e seguenti. Per molti di voi saranno voci misteriose, suppongo, ma servono a indicare a Calibre come riconoscere ed etichettare i livelli del testo. I livelli del testo, di solito, corrispondono a sezioni, capitoli e sottocapitoli. Se cliccate sulla bacchetta magica accanto a ognuna di queste voci, potrete accedere a una finestra di aiuto, che dovrebbe suggerirvi come compilare la voce corrispondente.
Personalmente, preferisco costruire l’indice usando Sigil, che mi permette di farlo “a mano”, senza affidarmi ad algoritmi e altre espressioni regolari, ma è questione di gusti.

L’ultima sezione da tenere presente è quella dell’Output. Ciò che troverete in questa sezione dipende dal formato in cui avete scelto di convertire il vostro file. A titolo di esempio, ecco come si presenta il caso “Output EPUB”:

Se invece state convertendo il vostro file in MOBI, troverete una pagina completamente diversa, adattata alle caratteristiche del formato MOBI. Risulta dunque piuttosto complicato dare indicazioni generale su come comportarsi, ma le varie voci sono abbastanza documentare e dovrebbe essere chiaro cosa selezionare, a seconda del tipo di ebook che state producendo.

giovedì 8 dicembre 2011

Come funziona ProGuard

ProGuard è un programma che, probabilmente, soltanto pochi lettori troveranno utile e/o interessante, perché si rivolge a un settore molto specifico, ma anche piuttosto ristretto, di utenti: chi programma in Java. ProGuard, infatti, è un semplice programma per restringere, offuscare e ottimizzare il codice Java, in vista della distribuzione al pubblico. In pratica, permette di ridurre le dimensioni di un JAR eseguibile, compattando le classi e “potando” i rami secchi, e in più maschera classi, campi e metodi, per complicare la vita a chiunque voglia smontare il JAR e risalire al codice originario.
Sia chiaro, non rende impossibile il reverse-engineering, ma lo rende più difficile. Una sicurezza al 100% non esiste e non si otterrà mai, né in questo né in altri campi, perché una persona competente e determinata riuscirà comunque a trovare un modo, proprio come esiste comunque un modo di introdursi in una casa, nonostante lucchetti e allarmi, anche a costo di demolire una parete. Ciò non significa, però, che dobbiamo lasciare la porta spalancata. ProGuard fa proprio questo, oltre a pulire e comprimere il codice: chiude la porta a chiave e costringe a faticare di più chiunque voglia entrare.
A parte questo, è ottimo anche per ridurre le dimensioni di un JAR, se vogliamo distribuire un nostro programma in un contesto dove le dimensioni ridotte sono preferibili: applet e cellulari, per esempio.

ProGuard è un programma gratuito, open-source, e distribuito con licenza GNU GPL. Inoltre, è realizzato e distribuito in Java, il che lo rende multipiattaforma senza bisogno di modifiche: funzionerà allo stesso modo su qualsiasi sistema operativo e dispositivo, purché sia installata la Java Virtual Machine. Potete scaricarlo dal sito ufficiale.
Al momento, la versione completa è la 4.6, che però ha un problema: non supporta l’ultima versione del Java, ossia il Java 7 (1.7, se preferite). Se siete già passati a quella, vi conviene scaricare la nuova versione di ProGuard, ossia la 4.7: è ancora in fase beta, per cui potrebbe contenere bug o presentare altri problemi; per quanto ho potuto verificare io, però, funziona bene.
Dopo averlo scaricato, non ci sarà nulla da installare, basterà estrarre il contenuto della cartella compressa e sarete pronti a usarlo. Una volta estratto, vi troverete di fronte ad alcune cartelle, che contengono tutto ciò che ci serve: il codice sorgente (src), la documentazione (docs), ma soprattutto i JAR eseguibili (lib). Entriamo dunque nella cartella lib, dove dovremmo trovare tre file JAR: proguard.jar, proguardgui.jar e retrace.jar.
Proguard.jar e proguardgui.jar sono le due versioni di ProGuard, per compattare e offuscare il codice: la prima funziona da linea di comando, la seconda ha una comoda interfaccia grafica (GUI). Retrace.jar, invece, serve a de-offuscare il codice, ossia a recuperare il codice originario da un file offuscato (o almeno a tentare). Ma vediamo più in dettaglio come si usa ProGuard.
Per avviare la versione da linea di comando, sarà sufficiente scrivere:
java -jar proguard.jar
e aggiungere le eventuali opzioni. Suppongo però che la maggior parte di voi preferirà usare la versione con interfaccia grafica, per cui mi concentrerò su quella. Per avviarla, se il Java è installato correttamente, basta un doppio click sulla sua icona (su un sistema Windows). Altrimenti, sempre su un sistema Windows, potete entrare nella cartella bin e cliccare sul file batch proguardgui, oppure potete digitare questo testo da linea di comando:
java -jar proguardgui.jar [-nosplash]
Il risultato è lo stesso e vi si aprirà questa finestra.

Puro stile Java, come vedete. In alto a sinistra troviamo alcuni pulsanti, che corrispondono alle varie fasi del processo di compressione/offuscamento.
Input/Output serve a selezionare il file JAR su cui vogliamo lavorare (input) e il luogo in cui vogliamo salvare il risultato dell’operazione (output).
Shrinking serve a impostare le opzioni per il compattamento del JAR.
Obfuscation serve a impostare le opzioni per l’offuscamento del codice.
Optimization serve a impostare le opzioni per ottimizzare il codice (non l’avreste mai detto, eh?).
Information serve a specificare alcune opzioni su cui volete essere informati nel corso del processo.
Process salva le impostazioni e avvia il processo di compattamento-offuscamento-ottimizzazione di ProGuard.
ReTrace serve a svolgere l’operazione opposta: de-offuscare il codice offuscato.
In basso a destra troviamo anche il pulsante “Load configuration”, che serve a caricare una precedente configurazione di ProGuard, che potremmo aver salvato. Se è la prima volta che lo usiamo, però, ovviamente non ci sarà nessuna configurazione salvata. Dovremo quindi seguire tutta la procedura. Clicchiamo dunque il pulsante “Next”, che troviamo lì accanto.

Il primo passaggio è Input/Output. Nella metà alta della finestra dovremo cliccare su Add input, per selezionare il file (o anche la cartella) su cui vogliamo lavorare. Add output ci permette di scegliere dove vogliamo salvare il risultato finale. Nella metà bassa della finestra, invece, dovremo aggiungere le eventuali librerie extra. Di base, troveremo già la libreria della nostra versione di Java, ma potremmo aver bisogno di aggiungere altre librerie, se il JAR su cui vogliamo lavorare le utilizza. Una volta selezionato tutto ciò che deve essere selezionato, clicchiamo Next.
Siamo al capitolo Shrinking. Contiene svariate voci e sarebbe piuttosto lungo descriverle tutte, a una a una. Se tutto ciò che vedete è misterioso, lasciate le impostazioni di base e proseguite. Tutto funzionerà bene. Se sapete cosa state facendo, potete modificare liberamente.
Subito dopo troviamo Obfuscation. Anche qui, vale quanto detto in precedenza: se sapete cosa state facendo, modificate a seconda delle vostre necessità. Se non capite nulla di ciò che vedete, lasciate le opzioni di base. Se seguite la via degli smanettoni e volete sperimentare, sperimentate pure. Una voce che potreste voler deselezionare è “Use mixed-case class names”: in certi casi potrebbe darvi problemi e provocare un messaggio di avvertimento, in fase di offuscamento. Dipende comunque dal vostro JAR e dalle librerie che potreste aver caricato.
Nella sezione Optimization troverete una lista di opzioni per migliorare e ripulire il vostro codice: a ognuna di quelle voci corrisponde una componente che ProGuard ripulirà, se risulterà inutilizzata. Vale quanto detto prima: nel dubbio, lasciate così com’è. Se però volete sperimentare e capire meglio il funzionamento del programma, potete eseguire anche qui vari tentativi: il file originale non sarà modificato, per cui potrete cancellare e rifare, se il risultato non vi soddisferà.
Information contiene altre opzioni, per ricevere segnalazioni di errore, pre-verificare il codice prima di modificarlo e così via. Sempre la solita storia: modificate a vostro rischio.
Process, infine, ha due tasti fondamentali, in basso a destra: “Save configuration” ci permette di salvare le impostazioni che abbiamo scelto, per riutilizzarle in futuro e non dover rifare tutto, mentre “Process!” avvia il processo di compressione e offuscamento del codice.
Dopo aver cliccato Process!, ProGuard comincerà a lavorare sul nostro JAR. La durata del processo dipende soprattutto dalle dimensioni del file: può andare da un paio di secondi a qualche minuto. Alla fine, riceveremo eventuali messaggi di errore (se qualcosa è andato male), oppure ci informerà sul processo concluso: troveremo così il nostro JAR, ristretto e offuscato, nella cartella in cui abbiamo deciso di salvarlo (la cartella di output), pronto per essere distribuito.

domenica 4 dicembre 2011

Algoritmi genetici: che cosa sono

Gli algoritmi genetici sono una famiglia di modelli computazionali ispirati alle teorie darwiniane dell’evoluzione. Definiti così, probabilmente non vi diranno nulla, per cui procederemo con una spiegazione più semplice (spero) di cosa siano gli algoritmi genetici e di quale sia il loro utilizzo.
Tanto per cominciare, gli algoritmi genetici sono utilizzati dai computer su altri programmi, per cui nessun essere vivente ne subisce danni e non hanno nulla in comune con l’ingegneria genetica. Sono invece una tecnica per trovare soluzioni a particolari problemi che, usando altri algoritmi più tradizionali, sarebbero di difficile soluzione. In particolare, gli algoritmi genetici sono molto usati nel campo dell’intelligenza artificiale.
Ma cos’è un algoritmi genetico e perché è genetico? Adesso ci arriviamo. Un algoritmo è un sistema di calcolo che serve a dare una risposta a un determinato problema. Un esempio di algoritmo che conoscete molto bene e che probabilmente usate molto spesso è quello che permette di scoprire la strada più breve tra un punto A e un punto B (pensate a Google Map o a un qualsiasi navigatore). In questo caso, l’algoritmo di ricerca registra il punto di partenza, il punto di arrivo e “prova” le varie strade che congiungono i due punti, fino ad aver trovato la strada ottimale. Allo stesso modo, un algoritmo può risolvere problemi di altra natura, tentando varie soluzioni fino a che non ha trovato quella migliore.
Un algoritmo genetico cerca di ottimizzare e migliorare questa ricerca, utilizzando una soluzione ispirata alla biologia e all’evoluzione. Come in natura sopravvivono e si moltiplicano gli esemplari più adatti al loro ambiente, così in un algoritmo genetico sono le soluzioni più adatte a essere portate avanti, fino a che non si arriva alla soluzione ottimale per il problema.
Quando si trova di fronte a un problema, un algoritmo genetico produce una prima “generazione” di possibili soluzioni al problema, composte in maniera puramente casuale. Dopo averle prodotte, le valuta sulla base del risultato a cui si deve arrivare: chi ci è andato più vicino, avrà maggiori probabilità di sopravvivere e riprodursi, tramandando alla prossima generazione il proprio patrimonio genetico. Di generazione in generazione, dunque, la popolazione dovrebbe arrivare sempre più vicina alla soluzione ottimale del problema, fino a trovare la risposta (che in questo caso non è necessariamente 42).
Un algoritmo genetico produce dunque una popolazione virtuale, il cui scopo nella vita è trovare la soluzione a un problema. Grazie al meccanismo di selezione dei migliori, ogni generazione ottiene risultati migliori rispetto alla precedente, fino ad arrivare a un punto dove non è più possibile migliorarsi: quella sarà la soluzione ottimale.
Entriamo più nello specifico. Il problema iniziale è scomposto in una serie di piccoli elementi, ognuno dei quali rappresenta un possibile frammento della soluzione: questi elementi sono chiamati geni. Una sequenza di geni rappresenta una possibile soluzione ed è chiamata genoma. Ogni genoma è contenuto in un cromosoma, che è un “individuo” della popolazione.
Un algoritmo genetico crea dunque una popolazione di cromosomi, combinando in modo casuale i geni di cui dispone. Dopo averli creati, esamina il genoma dei vari cromosomi e guarda quanto questo genoma sia vicino alla soluzione che deve trovare: più il genoma è vicino e più alte saranno le probabilità che quel cromosoma si possa riprodurre.
La riproduzione consiste nel selezionare due cromosomi, prelevare da ognuno una parte del suo genoma e unirlo, per creare un nuovo cromosoma, che sarà composto in parti più o meno uguali dal genoma dei due genitori. Di tanto in tanto, a questa fase può essere applicata una mutazione, che consiste spesso nell’invertire la posizione di due geni all’interno del genoma: un processo che vuole imitare quanto accade in natura e che serve a introdurre una novità, per evitare che a ripetersi siano sempre gli stessi modelli.
Dopo aver prodotto in questo modo una nuova generazione di cromosomi, si riparte col processo di valutazione e riproduzione. Tutto ciò può sembrare molto dispendioso e lungo, ma in realtà un algoritmo genetico di solito ottiene risultati in tempi molto più brevi, rispetto a un algoritmo di altro tipo. Inoltre, può trovare soluzioni anche a quei problemi che sarebbe difficile sottoporre ad algoritmi più tradizionali.
Un esempio classico di applicazione degli algoritmi genetici è il problema del commesso viaggiatore (in inglese Traveling Salesman Problem, abbreviato in TSP). Il problema è il seguente: un commesso viaggiatore deve visitare un certo numero di città, una dopo l’altra, e deve farlo seguendo la strada più breve, senza ripassare mai per la stessa città.
Un algoritmo genetico lo risolve in questo modo. Ogni città corrisponde a un gene. Il genoma di ogni cromosoma sarà dunque formato da una sequenza diversa delle città da attraversare: un possibile itinerario, insomma, cioè una possibile soluzione. Per valutare un cromosoma, si guarderà la lunghezza totale del percorso che rappresenta, ossia la distanza che c’è tra ogni città, seguendo l’ordine in cui sono disposte nel suo genoma. Il nostro scopo è quello di trovare il percorso più breve, quindi i cromosomi con una distanza complessiva più bassa saranno i “migliori”, mentre quelli con una distanza complessiva più alta saranno i “peggiori”.
I cromosomi che rappresentano un percorso più breve avranno maggiori probabilità di produrre i cromosomi della prossima generazione: in questo modo, a ogni generazione ci si dovrebbe avvicinare sempre più al traguardo ideale, ossia un cromosoma che possieda tutte le città, disposte in modo da ridurre al minimo la distanza da percorrere. La fase di riproduzione consisterà nell’unire i genomi di due cromosomi, per produrre un cromosoma che sia la sintesi dei loro percorsi, mentre la mutazione consisterà nello scambiare di posizione due città, all’interno del percorso.

giovedì 1 dicembre 2011

Inserire link in un Epub con Sigil

Questo è un argomento che ho già affrontato in alcuni commenti all’articolo sull’uso di Sigil, ma che probabilmente merita una discussione tutta sua, anche per aggirare i limiti imposti da un commento. È piuttosto difficile inserire codice con una formattazione decente, in un commento... A ogni modo, vediamo di procedere con la spiegazione.
Inserire link all’interno di una pagina in HTML è un’azione estremamente semplice. Il tag da usare è il tag <a> e al suo interno va indicato l’indirizzo a cui i link dovrà portare. Racchiudiamo una parola tra il tag di apertura <a> e il tag di chiusura </a> e avremo ottenuto il nostro link.
<a href="indirizzo da raggiungere">parole da cliccare</a>
Prima dell’inizio della malaugurata era dei programmi wysiwyg (what you see is what you get), quando il codice HTML si inseriva a mano e non cliccando un pulsante colorato, chiunque producesse una pagina web conosceva questo e mille altri tag. Adesso non è detto che li si conosca ancora. A ogni modo, in HTML un link si crea così.
Gli Epub, però, non sono realizzati in HTML, ma in XHTML: un linguaggio molto simile, ma non identico. Nel caso di un link a un sito web, il tag <a> funzionerà benissimo e potremo usarlo senza problemi. Se dunque vogliamo inserire nel nostro Epub un link che rimandi per esempio a Wikipedia, o a qualsiasi altra pagina web, basterà utilizzare il formato che abbiamo visto in precedenza.
Apriamo dunque il nostro Epub con Sigil, che al momento è l’unico programma a permetterci di modificare la struttura di un Epub in modo indolore, e cerchiamo il punto in cui dovremo mettere il nostro link. Clicchiamo poi sul pulsante Code View, cioè quello coi simbolo < >. Visualizzeremo il codice XHTML della pagina del nostro Epub. Apparirà qualcosa di questo tipo:

Può essere inquietante, se non siamo abituati al linguaggio, ma non è poi così terribile. Giusto per dare qualche punto di orientamento, due parole rapide sulla struttura di una pagina XHTML. Di base, una pagina è composta così:

<div class="testo">
<h2>Capitolo 1</h2>
   <div class="corpo-capitolo">
     <p>Testo del paragrafo</p>
     <p>Testo del paragrafo</p>
     <p>Testo del paragrafo</p>
     <p>Testo del paragrafo</p>
   </div>
<h2>Capitolo 2</h2>
   <div class="corpo-capitolo">
     <p>Testo del paragrafo</p>
     <p>Testo del paragrafo</p>
     <p>Testo del paragrafo</p>
   </div>
</div>

Eccetera. Il corpo di ogni capitolo è racchiuso tra i tag <div> e </div>, mentre il corpo di ogni paragrafo è racchiuso tra i tag <p> e </p>. Tutto ciò non serve al fine di inserire un semplice link, ma può essere d’aiuto per non perdersi mentre cerchiamo il punto in cui mettere il nostro link. Una volta individuato, basterà usare la struttura che abbiamo già descritto, ossia:
<a href="indirizzo del sito da raggiungere">parole da cliccare</a>
Come indirizzo, usate la forma completa, ossia http:// eccetera.

Se invece vogliamo creare un link interno al nostro Epub, per esempio il link a una nota a fine pagina, dovremo utilizzare un sistema leggermente diverso. Prima di tutto, infatti, dobbiamo fissare il punto di arrivo del nostro link: nel caso di una nota, il punto di arrivo sarà l’inizio della nota. Cerchiamolo all’interno del codice. In quel punto dovremo inserire un riferimento, che servirà poi a dire al nostro link quale parte della pagina dovrà aprire.
Se nel punto di inizio della nota c’è già un tag <div>, allora possiamo modificare quello, altrimenti dovremo inserire un tag <span> nel punto iniziale. Per esempio,
<span id="nota1">1- Inizio della nota</span>.
Lo id è il “nome” della nota, ossia il nome della porzione di testo che sarà raggiunta dal link. Possiamo mettere qualsiasi nome, l’importante è che sia unico: nel caso delle note, una soluzione molto semplice è inserire un nome progressivo, come “nota1”, “nota2” e così via, finché ce ne sono.
Usando invece un tag <div> già esistente, dovremo solo aggiungere lo id, ottenendo quindi un codice di questo tipo:
<div ... id="nota1">
dove i puntini di sospensione indicano eventuali altre specifiche del tag (ad esempio, class).
Dopo aver fissato il punto di arrivo, dovremo fissare il punto di partenza. Spostiamoci dunque nella parte di pagina in cui vogliamo inserire il link e scegliamo la parola che dovrà portare il link, ossia la parola da cliccare per rimandare alla nota. Attorno a quella parola dovremo costruire di nuovo il nostro amico tag <a>, che stavolta assumerà questo aspetto:
<a href="#nota1">parola col link</a>
Come vedete, al posto dell’indirizzo di un sito web, stavolta abbiamo inserito il nome della nota, preceduto dal simbolo #. Se la nota si trova nello stesso file del link, questo funzionerà benissimo; se la nota si trova in un altro file, ma sempre all’interno del nostro Epub, allora dovremo cambiare il testo dello href e inserire href="nomedelfile.xhtml#nota1". Al posto di “nomedelfile”, ovviamente, dovremo mettere il nome del file, mentre l’estensione può essere .xhtml o anche .xhtm. In ogni caso, il nome esatto del file lo potete leggere nell’intestazione della finestra, se la aprite con Sigil.