venerdì 28 dicembre 2012

Le impostazioni di ricerca di Google


Come già detto in altre occasioni, i risultati delle ricerche su Google (ma anche su altri motori di ricerca che utilizzano criteri analoghi) non sono neutrali, né identici per ogni utente: più persone che eseguono una stessa ricerca, dunque, otterranno risultati diversi, calibrati in base ad alcuni fattori.
Un primo fattore è la lingua con cui utilizziamo Google, mentre un altro è il paese da cui ci stiamo collegando: un francese che usa la versione in lingua francese di Google, otterrà risultati diversi da un giapponese che utilizza la versione di Google in lingua giapponese, anche se stanno cercando la stessa cosa. Questo criterio era in funzione già da tempo, ma è destinato a diventare sempre più forte dopo l’introduzione del Knowledge Graph, il quale aggiunge ulteriori discriminanti su base geografica, legate alle statistiche di ricerca dei vari paesi. E fin qui, nulla di nuovo.
Altri fattori che determinano il risultato delle nostre ricerche su Google sono legato alla nostra storia personale, cioè alle ricerche che abbiamo compiuto in passato e ai risultati che abbiamo selezionato: i siti che clicchiamo più spesso, o che visitiamo più spesso, tenderanno ad avere una posizione migliore nei risultati delle nostre ricerche, mentre i siti che abbiamo deciso di bloccare non compariranno proprio e abbasseranno nei risultati delle ricerche eventuali altri siti, che si appoggiano o linkano molto questi siti bloccati. Su questi fattori “personali” abbiamo una certa possibilità di controllo, attraverso la pagina delle impostazioni di ricerca di Google.

Nella scheda dei risultati di ricerca, la prima opzione che troviamo è quella relativa all'attivazione o disattivazione del filtro SafeSearch, che serve a filtrare e bloccare tutti quei risultati di ricerca che sono valutati come “di natura sessuale”: un classico filtro per la cosiddetta salvaguardia dei bambini”, insomma, che anche Google mette a disposizione dei tuoi utenti. Come per tutti i filtri di questo tipo, i risultati di ricerca da bloccare sono scelti in base ai calcoli di un algoritmo: non è garantito quindi che tutti i siti “sconvenienti” saranno bloccati, proprio come non è garantito che saranno bloccati soltanto i siti di quel tipo. Gli errori sono sempre possibili e questo filtro non è comunque sufficiente a sostituire un controllo genitoriale, come è specificato nella stessa pagina in cui si descrive il SafeSearch. A ogni modo, chi lo volesse usare potrà anche regolarne la severità, utilizzando l’apposita barra.
Previsioni Google Instant è una voce che riguarda quei suggerimenti di ricerca, ma anche quei risultati di ricerca, che appaiono mentre stiamo ancora scrivendo ciò che vogliamo cercare: sono un tentativo di risparmiarci tempo  e proporci in anticipo ciò che potremmo voler cercare, a volte con risultati parecchio buffi. È possibile decidere se attivare questa funzione, nonché specificare come utilizzarla: le tre opzioni sono “sempre attiva”, “mai attiva”, oppure “attiva solo quando la connessione è sufficientemente veloce”. In questo ultimo caso, l’impostazione è attiva, di base, ma è pronta a disattivarsi automaticamente se la nostra connessione dovesse diventare troppo lenta; si riattiverà poi quando la connessione sarà tornata decente.
Subito sotto è possibile anche specificare quanti risultati vogliamo per ogni pagina, da un minimo di dieci a un massimo di cento: come è ovvio, questo determinerà quanti risultati avremo in ogni pagina di ricerca su Google. Scendendo ancora, possiamo decidere cosa succederà, quando cliccheremo su uno dei risultati di ricerca: di base, le nuove pagine si apriranno nella stessa scheda in cui abbiamo effettuato la ricerca, ma possiamo decidere di farle aprire in una nuova scheda selezionando appunto la voce “Apri ogni risultato selezionato in una nuova finestra del browser”.
Le ultime due  voci sono decisamente più interessanti e coinvolgono in modo molto più diretto il nostro account su Google (se ne abbiamo uno): per modificare entrambe, infatti, sarà obbligatorio l’accesso al nostro account. Inoltre, entrambe le voci hanno un grosso peso sia sui risultati di ricerca, sia sulla nostra privacy (la seconda voce in particolare).
Blocco di risultati indesiderati ci consente di creare una lista con un massimo di 500 siti che dovranno essere bloccati, per qualunque motivo noi vogliamo. Se blocchiamo un sito, le sue pagine saranno escluse dai risultati delle nostre ricerche e potrebbero essere penalizzati nei risultati anche tutti quei siti che, per qualsiasi motivo, si appoggiamo molto ai siti da noi bloccati. Inoltre, Google specifica anche che le nostre “liste nere” potrebbero essere utilizzate (ma non si sa con quale peso) per la regolazione intera delle ricerche; in termini più comprensibili, un sito bloccato da molti utenti potrebbe anche subire una qualche penalità nelle ricerche di altre persone.
Cronologia delle ricerche è una funzione che, a seconda dei punti di vista, può essere utile, oppure inquietante. Google registra tutti i risultati delle nostre ricerche, proprio come un browser registra tutte le pagine che abbiamo visitato: in entrambi i casi, questa è chiamata “cronologia”. Nel caso di Google, questa cronologia è salvata all'interno del nostro account e da lì possiamo decidere se attivare la funzione (normalmente è attiva), disattivare la funzione, cancellare alcuni risultati o cancellare tutti i risultati. Questa funzione può avere una sua utilità, nel caso in cui noi vogliamo ritrovare i risultati di una nostra vecchia ricerca, ma presenta anche aspetti meno piacevoli. Oltre ai vari dibattiti sulla privacy, la cronologia delle nostre ricerche influenza i risultati delle nostre prossime ricerche, adattandole a quelli che sono i nostri gusti e le nostre preferenze, oppure agli argomenti che, in passato, abbiamo ritenuto più utili. In altri termini, se voi cercate spesso argomenti porno e, anche nelle ricerche normali, tendente a cliccare tutti i risultati che sembrano porno, Google deciderà che voi siete pervertiti e nelle vostre future ricerche i risultati porno saranno favoriti rispetto agli altri, adeguandosi ai vostri interessi. Giusto per fare un esempio, sia chiaro. Anche questo dimostra come i risultati delle ricerche su Google non siano neutri, ma dipendano dalla storia personale di ogni utente.
Nella sezione Lingue del menu di sinistra possiamo specificare la lingua da utilizzare (come è ovvio), nel caso in cui questa lingua sia diversa da quella in cui stiamo utilizzando Google. La sezione Posizione, invece, determinerà quanto sarà precisa la geolocalizzazione dei risultati di Google. Di base, Google cerca sempre di fornirci risultati che siano quanto più possibile pertinenti al luogo in cui ci troviamo: se cerchiamo locali o negozi, ad esempio, come primi risultati dovremmo trovare quelli geograficamente più vicini a noi. Anche il luogo su cui si aprirà Google Maps dipende da questo. È una funzione su cui è dunque necessario spendere qualche parola in più.
Aprendo questa scheda, abbiamo la possibilità di inserire l’indirizzo preciso del luogo in cui ci troviamo, se vogliamo inserirlo. Se lasciamo in bianco questo spazio, Google cercherà comunque di scoprire dove ci troviamo, perché “Google fornisce sempre i risultati che ritiene siano più pertinenti alla ricerca effettuata” e “la località è uno dei fattori che utilizziamo per fornire questi risultati pertinenti”, eccetera eccetera: parola di Google. Se stiamo utilizzando un cellulare, la localizzazione è molto semplice e precisa: basterà guardare la cella da cui ci stiamo collegando. Nel caso di un computer, o di una connessione non mobile, Google utilizzerà il nostro indirizzo IP, per cercare di individuare la zona da cui ci stiamo collegando; i risultati saranno inevitabilmente approssimativi. Altra possibilità è quella di ricorrere alla Google Toolbar, se l’abbiamo installata: una delle sue funzioni è “la mia posizione” e si può immaginare benissimo a cosa serva.
Non è possibile disattivare la geolocalizzazione dei risultati; anche se non specifichiamo il luogo in cui ci troviamo, Google cercherà lo stesso di scoprirlo. Per limitare i danni, può essere utile scrivere comunque una località, ma limitandosi al paese (per esempio, “Italia”). Se proprio vogliamo evitare ogni tipo di localizzazione, dovremo ricorrere a un proxy (anche se così troveremo risultati pertinenti al paese in cui si trova il proxy, che per noi potrebbero essere inutili) , oppure utilizzare un altro motore di ricerca, come DuckDuckGo.

lunedì 24 dicembre 2012

Il nuovo Registro Attività di Facebook


Dopo aver esaminato la volta scorsa le ennesime modifiche alle impostazioni sulla privacy di Facebook, modifiche in effetti più grafiche che sostanziali, oggi daremo una occhiata al nuovo aspetto con cui ci si presenta il Registro Attività, per concludere le sorprese che Facebook ci ha lasciato sotto l’albero di natale.
Anche in questo caso, c’è da dire che i cambiamenti sono soprattutto grafici. Ecco infatti come si presenta adesso la pagina principale del Registro Attività:

La prima cosa che notiamo è la scomparsa del menu a tendina, sostituito da un menu permanente nella colonna di sinistra della pagina: c’è qualche novità nelle voci che compongono il menu, ma per il resto il funzionamento è lo stesso a cui dovremmo ormai esserci abituati. Il Registro Attività è uno strumento per controllare tutto ciò che condividiamo e abbiamo condiviso su Facebook e il menu ci serve appunto a filtrare per categorie la montagna di materiale composta da foto, video, messaggi, commenti, link, nuove amicizie e tutto ciò che può costituire una nostra attività su Facebook. cliccando sulla voce “Foto”, ad esempio, vedremo l’elenco di tutte le foto e gli album che abbiamo condiviso; la voce “Commenti” ci mostrerà tutti i commenti che abbiamo scritto su qualsiasi tipo di post, nostro o altrui; la voce “Post in cui sei taggato” ci mostrerà la lista di tutti i post in cui compare un tag rivolto a noi, sia che lo abbiamo messo noi stessi, sia che lo abbiano messo altre persone; eccetera eccetera. Il luogo in cui questi elenchi appariranno è la parte centrale della pagina.
Sulla colonna di destra, invece, troviamo un calendario, dove sono elencati gli anni della nostra “vita” su Facebook, dal momento dell’iscrizione fino a oggi: cliccando sul numero dell’anno, si aprirà un sottomenu con l’elenco dei mesi. Esattamente come per il menu della colonna di sinistra, anche questo serve a filtrare le nostre attività, ma in questo caso il criterio è il periodo in cui sono state eseguite: combinando le due colonne, possiamo dunque vedere tutti i commenti che abbiamo scritto nel mese di ottobre del 2010, per esempio, e il risultato ci apparirà sempre nella parte centrale della pagina. Va poi ricordato che questa cronologia ci mostra la data in cui le notizie e le attività sono state inserite su Facebook, non la data in cui sono state svolte: se un evento si è svolto il 20 giugno, ma noi lo abbiamo pubblicato su Facebook il 3 luglio, allora lo troveremo inserito nel mese di luglio. E fin qui, nulla di nuovo.
Oltre a mostrarci cosa abbiamo fatto, commentato o condiviso, il Registro Attività ci permette anche di modificare, nascondere o rimuovere qualsiasi nostra attività. Se guardiano nella sezione centrale della pagina, dove appaiono le varie attività da noi svolte, nell'angolo in alto a destra di ogni attività troveremo due icone: la prima ci permette di regolare la privacy di quell'attività  decidendo chi potrà vederla, mentre la seconda ci permette di modificarne la visibilità all'interno del nostro diario. Come impostazione di base, tutte le attività sono visibili nel diario: qui possiamo decidere se lasciarle così come sono, metterle in evidenza (cliccando sull'icona a stella), oppure nasconderle dal nostro diario. Nascondendo un’attività, la renderemo soltanto invisibile sul nostro diario, ma potrà ancora essere vista altrove: se è un commento al post di un amico, ad esempio, altre persone potranno continuare a leggerlo tra i commenti di quel post, ma non troveranno la notizia relativa sul nostro diario. Se vogliamo che un’attività sparisca del tutto, la dovremo eliminare.
Come si può vedere, il Registro Attività continua a funzionare esattamente come prima: le modifiche introdotte sono solo grafiche e non riguardano il suo funzionamento. In altri termini, Facebook ha aggiunto un po’ di zucchero per gli occhi, nel tentativo di rendere più bello e appetibile il registro e, forse, anche più facile da utilizzare, ma questo ultimo aspetto è da verificare sul campo. Di un certo interesse, però, è la seconda voce che troviamo nel menu di sinistra, ossia “Controllo del diario”: se abbiamo scelto di attivare il controllo del tag, è qui che potremo trovare tutti i post in cui siamo stati taggati e che attendono la nostra approvazione. Cliccando sulla icona a forma di ingranaggio, nella parte alta della pagina, si aprirà questa finestrella:

Qui possiamo attivare o disattivare il controllo dei tag. Se è attivo, ogni volta che un amico ci taggherà in un post, noi dovremmo ricevere una notifica (come al solito), ma il tag non apparirà automaticamente nel nostro diario: finirà invece in questa sezione del Registro Attività, ad attendere il nostro giudizio. All'interno della sezione “Controllo dei tag”, vedremo dunque la lista dei tag in sospeso e per ognuno potremo decidere se approvarne la pubblicazione, oppure nasconderlo. Qualunque sia la nostra scelta, riguarderà soltanto la visibilità di quel post sul nostro diario: il nostro tag potrà essere visto altrove (per esempio nei profili di chi ha pubblicato il post, oppure sui profili delle altre persone taggate), ma non sarà visibile nel nostro profilo.
In conclusione, le modifiche al Registro Attività sono più che altro un restauro della componente grafica, pensato forse per facilitare la vita a chi ha poca dimestichezza coi menu a tendina (quelli in cui devi cliccare qualcosa, per far uscire la lista delle opzioni) e preferisce avere tutto sotto gli occhi, a portata di click. Le proprietà del Registro non cambiano, il suo funzionamento neppure: sarà forse argomento delle prossime modifiche, visto che a ogni manciata di mesi c’è qualche cambiamento, in meglio o in peggio a seconda dei punti di vista.

venerdì 21 dicembre 2012

Facebook, ennesime modifiche alla privacy


Era ormai da qualche mese che non mi ritrovavo a dover scrivere un articolo su questo argomento e, in realtà, non ne sentivo la mancanza. Giusto in questi giorni, però, Facebook sta introducendo sui vari profili italiani le sue ultime modifiche alle impostazioni sulla privacy, stavolta presentate come “impostazioni più facili da trovare”, e così sarà necessaria una nuova guida alle impostazioni sulla privacy di Facebook, per aggiornare tutte le precedenti che ho già scritto. Procediamo con ordine.
La prima novità è grafica e riguarda il nuovo aspetto dell’angolo in alto a destra nelle pagine di Facebook: a destra della classica voce “Home” troviamo adesso due icone, che rappresentano la prima un lucchetto (o qualcosa di simile) e la seconda un ingranaggio. L’ingranaggio permette di accedere al solito menu con Impostazioni account, Impostazioni sulla privacy, Esci, eccetera: ormai le dovremmo conoscere a memoria. Il lucchetto, invece, ci aprirà un primo menu con alcune delle impostazioni di privacy che Facebook ritiene siano le più usate/importanti/cercate e, al di sotto di queste impostazioni selezionate, una voce Vedi altre impostazioni.

Le impostazioni selezionate sono divise in tre gruppi: Chi può vedere le mie cose, Chi può contattarmi e Qualcuno mi infastidisce. Chi può vedere le mie cose compare identica anche nelle impostazioni generali sulla privacy, per cui la tratterò più avanti. Chi può contattarmi contiene due elementi: Chi può inviarmi messaggi su Facebook e Chi può inviarmi richieste di amicizia. Entrambe erano già presenti nelle vecchie impostazioni ed entrambe dovrebbero essere sufficientemente chiare e comprensibili già dal nome. Curiosamente, l’opzione per controllare chi possa inviarci richieste di amicizia si trova soltanto qui e non è ripetuta nella pagina con tutte le impostazioni sulla privacy, forse per scelta o forse per errore: se vogliamo modificarla, dunque, è qui che dobbiamo cercare. Qualcuno mi infastidisce, invece, contiene un rapido accesso alla funzione per bloccare un utente; anche questa la ritroveremo più avanti, in forma più completa.
Cliccando su Vedi altre impostazioni, poi, si aprirà la nuova pagina con tutte le varie impostazioni di privacy, esattamente come succede cliccando su Impostazioni sulla privacy: in pratica, le possiamo raggiungere da due punti diversi. Non so quanto possa servire questa novità, ma passiamo oltre e guardiamo quali siano queste nuove impostazioni.
Una volta aperta la pagina delle impostazioni sulla privacy, ecco cosa ci apparirà:

Nel menu che troviamo sulla destra, questa scheda corrisponde alla voce Privacy. Come è ovvio, il livello su cui saranno impostate le varie voci dipende dal profilo, ma le voci di base sono le stesse per tutti. Vediamo a cosa servono.
Chi può vedere le mie cose contiene tre voci che servono a gestire la visibilità generale dei nostri post e che sono anticipate nelle voci ad accesso veloce, raggiungibili cliccando sulla icona a forma di lucchetto: ci permettono di scegliere una impostazione di base per tutti i post, ma siamo sempre liberi di modificare questa impostazione nei singoli post. In pratica, qui scegliamo le regole generali, mentre possiamo gestire le eccezioni ogni volta che pubblichiamo qualcosa. Chi può vedere i tuoi post futuri, ad esempio, serve proprio a questo: scegliamo la visibilità base che avranno tutti i post che pubblicheremo. Se la impostiamo su “Amici”, ciò che pubblicheremo avrà sempre “amici” come impostazione predefinita; al momento della pubblicazione, saremo però liberi di modificare la visibilità di ogni singolo post, per esempio se vogliamo condividere una cerca cosa con un pubblico più ampio o più ristretto. Le altre due voci di questa sezione sono le stesse che esistevano già, ma con nomi leggermente modificati: con la prima possiamo guardare i post in cui gli amici ci hanno taggato, mentre con la seconda possiamo modificare in un colpo solo la visibilità di tutti i vecchi post. Nihil sub sole novi, insomma.
Chi può contattarmi è sempre lo stesso: qui possiamo decidere chi potrà vedere il pulsante “Messaggio” nel nostro profilo e quindi potrà contattarci in questo modo. Come ho già detto, è una delle due voci che troviamo in anteprima, cliccando sulla icona a forma di lucchetto: stranamente, però, in questa pagina non è riportata anche l’opzione per decidere chi possa inviarci richieste di amicizia. Sospetto che sia solo un errore di Facebook, perché non trovo spiegazioni logiche per escluderla, a ogni modo la possiamo trovare tra le impostazioni in anteprima, come ho già detto. È però possibile raggiungerla in un settore diverso nel nostro profilo, alla faccia della semplificazione: cliccando sulla icona dove riceviamo le richieste di amicizia (in alto a sinistra, accanto alla scritta facebook) e poi sulla voce “Impostazioni”.
Chi può cercarmi contiene impostazioni che conosciamo già e che servono a limitare (o allargare, a seconda dei casi) la visibilità del nostro profilo nelle ricerche. Possiamo dunque scegliere chi potrà trovarci utilizzando il nostro nome, il nostro indirizzo e-mail o il nostro numero di telefono, tutti dati che possono essere utilizzati per cercarci, se li abbiamo inseriti su Facebook. L’ultima voce, poi, deciderà se il nostro profilo possa essere trovato o meno, utilizzando un motore di ricerca esterno, come Google. C’è poi da notare una cosa, per quanto riguarda le ricerche per nome. Forse in seguito alle segnalazioni ricevute, stavolta Facebook ha fornito una informazione mancante: “La maggior parte delle persone su Facebook non dispone più di questa impostazione. Per le persone che la hanno ancora, l'impostazione scomparirà a breve.” In pratica, la voce Chi può cercare il tuo diario per nome è destinata a sparire da tutti i profili perché, spiega Facebook, “con il passare del tempo, l'utilità di questa impostazione è diminuita, dal momento che oggi ci sono sempre più modi di accedere al tuo diario, ad esempio tramite i tag alle foto e altri tipi di ricerca. Questa impostazione, quindi, è stata sostituita da nuovi strumenti per controllare chi può vedere i tuoi contenuti.” Una posizione alquanto discutibile, ma questo è il volere di Facebook.
Nella colonna di sinistra, la sezione successiva è Diario e aggiunta di tag, che si apre su questa pagina:

Anche in questo caso, poco o niente cambia, rispetto al passato, ma in diversi casi Facebook ha cambiato i nomi e l’ordine delle impostazioni, tanto per farle sembrare nuove.
Chi può aggiungere cose sul mio diario include due voci: Chi può scrivere sul tuo diario e Vuoi controllare i post in cui ti taggano gli amici. Le conoscevamo già entrambe e non credo sia necessario spiegarne di nuovo il funzionamento, anche perché sono abbastanza chiare nella loro formulazione: con la prima possiamo decidere chi ha il permesso di pubblicare messaggi sul nostro diario, mentre con la seconda possiamo controllare i post in cui qualcuno ci tagga, prima che siano visibili nel nostro profilo (utile se sospettiamo che i nostri amici ci possano taggare in foto imbarazzanti).
Chi può vedere le cose che sono sul mio diario, anche in questo caso, contene solo impostazioni già viste e usate in passato. La prima serve a vedere un’anteprima del nostro diario, così come appare a una persona X: è il solito “visualizza come”, che permette di vedere il proprio profilo dalla prospettiva di un amico o di un perfetto sconosciuto. Chi può vedere i post in cui sei taggato sul tuo diario e Chi può vedere cosa pubblicano gli altri sul tuo diario, invece, sono le solite impostazioni per determinare la visibilità degli elementi pubblicati da altri, che compaiono sul nostro diario. È comunque opportuno sottolineare che queste impostazioni servono solo a decidere ciò che sarà visibile sul nostro diario: i vari post potrebbero essere visibili anche altrove, sul diario di altri amici, e qui non possiamo farci nulla.
Come faccio a gestire i tag aggiunti dalle persone e i suggerimenti di tag, oltre a vincere il premio per la sezione dal nome più lungo, contiene invece qualche novità. La prima voce ci permette di controllare i tag che altre persone possono aggiungere ai nostri elementi (foto, video, post, eccetera), prima che siano attivi: possiamo così autorizzare o cancellare questi tag, a seconda dei nostri gusti. La seconda voce, Quando qualcuno ti tagga in un post eccetera eccetera, decide se e come la visibilità di un post cambierà, quando qualcuno ti tagga in quel post. Di base, se sei taggato in un post, tutti i tuoi amici potranno vedere quel post, indipendentemente dalle impostazioni di base che sono state scelte per quel post: per questo la voce in questione è impostata su Amici. Modificandola, cambieranno anche le persone extra, che potranno vedere i post in cui ti taggano. Se i tuoi amici sono già inclusi nella visibilità base del post, quello che sceglierai in questa voce sarà ininfluente; se i nostri amici non potrebbero vere quel post, invece, sarà questa voce a decidere se potranno vederlo o meno.
La sezione Blocco della colonna di sinistra, infine, contiene tutte le varie possibilità per bloccare persone, applicazioni e altro. Si presenta così:

Come vedete, sono tutte scritte in italiano e precedute da una spiegazione abbastanza precisa di come funzionino: non dovrebbe dunque essere necessario aggiungere altro.

MediaFire: aggiornamenti e altro


Ho già parlato in due precedenti articoli di MediaFire, il sito e servizio che offre sia una “cassetta di sicurezza” online, cioè uno spazio in cui poter depositare i propri files, sia uno strumento per la condivisione di materiale, in quanto ogni file inserito è abbinato a un link da cui poterlo scaricare: un primo articolo era dedicato a una presentazione generale del servizio e un secondo articolo era dedicato a un aggiornamento, in seguito a modifiche grafiche del sito di riferimento. Oggi sarà la volta di un nuovo aggiornamento, abbinato anche a una descrizione più completa dei vari servizi offerti.
Prima di tutto, guardiamo i servizi di base, disponibili a chiunque si registri con un account gratuito.
Se in precedenza lo spazio a disposizione era indefinito, in quanto da nessuna parte si specificava la capienza massima dell’account, dopo gli ultimi aggiornamento abbiamo un tetto ben preciso, anche se sufficientemente alto da non causare gravi problemi. Il tetto è infatti di 50 GB, come specificato nella colonna di sinistra di ogni pagina, subito sotto la lista delle cartelle in cui avete suddiviso i files da voi caricati; se non avete creato alcuna cartella supplementare, sarà comunque presente la cartella My Files, che funziona come cartella di base del vostro spazio ed è generata automaticamente al momento della registrazione. Guardando sotto al riquadro delle cartelle, troverete una barra che vi indica la quantità di spazio disponibile (50 GB, per gli account gratuiti) e la quantità di spazio che avete già occupato.
Sempre restando nella colonna di sinistra, il pulsante “Upload” serve a caricare nuovi files nella cartella in cui vi trovate, mentre il pulsante “Create” serve a creare nuove sottocartelle. Come si può vedere, questa sezione è stata parecchio snellita, con le varie modifiche, e adesso è ridotta all'essenziale  non dovreste avere problemi a trovare ciò che vi serve.
Spostandoci verso destra, invece, troviamo la lista di tutti i files che abbiamo caricato nel nostro account, oltre alla lista delle cartelle che abbiamo creato (se ne abbiamo create): di base, le cartelle occuperanno le prime posizioni della lista, dopodiché verranno i vari files, sempre in ordine alfabetico. È comunque possibile modificare queste impostazioni di base, utilizzando i filtri che troviamo nella parte alta della pagina, sulla destra.
Una novità che troveremo, e che non è per nulla inaspettata o sorprendente, è una stretta sulle condivisioni di materiale protetto da copyright. In seguito ai problemi che hanno avuto MegaUpload e altri siti di condivisione, i superstiti hanno pensato che, per tutelare la propria incolumità, sarebbe stato opportuno controllare il materiale caricato e prevenire il rischio di diventare un nuovo “centro di contrabbando”. Se decidete di caricare su MediaFire uno MP3 protetto da copyright (tipo una canzone) o cose simili, ci sono buone probabilità che il vostro file sarà bollato così:

Quella © che compare accanto ai normali pulsanti sta a indicare che il file è protetto da copyright altrui: voi avete il permesso di scaricarlo, ma non potrete utilizzare il suo link per condividerlo con altre persone. L’analisi del materiale caricato è svolta in modo automatico, adottando una strategia simile a quella utilizzata dagli antivirus per individuare virus all'interno di un programma: se caricate normalmente un file protetto da copyright, ci sono ottime probabilità che sarà individuato e bloccato in questo modo, ma potete tentare di aggirare il problema caricandolo in una cartella compressa (ZIP, oppure RAR), meglio ancora se protetta da una password.
A parte questo, i tre pulsanti che compaiono accanto a ogni file sono i soliti: il primo ci permette di modificare le opzioni di quel file, il secondo ci serve per scaricare il file e il terzo per condividerlo con altri, copiando il link a cui quel file è abbinato. La lista delle opzioni disponibili per ogni file, a cui possiamo accedere cliccando sul pulsante a forma di ingranaggio, è questa:

A parte la lingua inglese, non dovrebbero costituire un problema, dato che sono più o meno sempre le stesse. Di un certo interesse è la penultima, ossia Password Protect, che ci permette di proteggere il file con una password.
Normalmente, i files che carichiamo su MediaFire non sono di pubblico dominio e non sono rintracciabili con una ricerca su Google o su motori appositi, come FilesTube. Il discorso cambia, però, se decidiamo di condividere un certo file su un sito, un forum o altro luoghi simili: se copiamo il link abbiano a un file e lo inseriamo in una pagina accessibile pubblicamente, come può esserlo appunto la pagina di un forum o di un sito, allora il nostro file potrà essere indicizzato da Google ed essere visibile nei motori di ricerca.
Guardando infine alla barra superiore, che compare nella parte alta di ogni pagina, le voci più interessanti sono le prime tre, ossia My Files, My Account e Upgrade:

My Files ci porta all'elenco di tutti i nostri files caricati su MediaFire ed è la pagina a cui arriviamo normalmente, una volta eseguito l’accesso al sito. È la sezione di cui ho parlato finora, per cui non credo ci sia altro da aggiungere.
My Account, invece, permette di gestire e modificare l’account con cui ci siamo registrati al sito, nonché svariate opzioni relative sia ai nostri dati personali, sia al funzionamento del sito: possiamo ad esempio scegliere se utilizzare il Flash per caricare un file, oppure le risorse dello HTML5 (utile se ci troviamo su un dispositivo che non supporta il Flash). È possibile anche selezionare una connessione più sicura, attraverso lo https, ma con un’avvertenza: non sempre funziona. Se di punto in bianco MediaFire smette di funzionare, è lentissimo a caricarsi o vi dà altri problemi simili, è molto probabile che dovrete disattivare la connessione via https, per risistemare le cose.
Upgrade, infine, può essere utile se non ci bastano le funzioni della versione base di MediaFire e siamo disposti a passare alle versioni a pagamento: le opzioni a nostra disposizione saranno allora tre, ossia Personal, Pro e Business.
Personal garantisce l’eliminazione delle pubblicità sul sito, sia per il proprietario dell’account sia per chi scarica da uno dei link condivisi; aumenta la dimensione massima dei files caricabili, portandola dai 200 MB dell’account gratuito a 1 GB; l’account non sarà mai eliminato per inattività; permette di scaricare in un colpo solo intere cartelle, eccetera.
Pro mantiene e potenzia tutte le impostazioni precedenti: si passa da 50 GB a 250 GB di spazio disponibile, mentre la dimensione massima per i files da caricare sale a 4 GB.
Business, infine, porta lo spazio disponibile a 1000 GB e la dimensione massima di un singolo file sale a 10 GB.
L’elenco completo delle varie funzioni disponibili per ogni tipo di account, inclusi i costi, lo potete comunque trovare nell'apposita pagina di confronto, su MediaFire.

sabato 15 dicembre 2012

Come funziona il Knowledge Graph di Google


Agli inizi di dicembre, Google ha presentato l’estensione anche per l’Italia di un nuovo strumento di ricerca, ossia il cosiddetto Knowledge Graph. Questo strumento era disponibile in lingua inglese fin dal mese di maggio, ma adesso è stato esteso anche ad altri sette linguaggi: spagnolo, francese, tedesco, portoghese, giapponese, russo e italiano. Per ovvie ragioni geografiche, mi interesserò soltanto di questo ultimo caso, dato che è quello che modificherà almeno in parte  le nostre ricerche.
Prima di tutto, vediamo cosa sia in concreto il Knowledge Graph, per capire poi meglio come funzioni. Potremmo descriverlo come un database di conoscenza, finalizzato a costruire una rete semantica di concetti e di “cose”, ma ho la sensazione che non sarebbe molto chiaro per tutti.  Un modo più chiaro, ma in parte fuorviante, di definirlo è dire che, da adesso in poi, Google non cercherà più parole e frasi che corrispondano alle stringhe di testo da noi inserite, ma cercherà i concetti alla base di ciò che noi scriviamo. Se noi scriviamo la parola “cane” nel motore di ricerca, Google non si limiterà a cercare tutte le pagine in cui compare quella parola, ma separerà prima di tutto i diversi significati che la parola “cane” può possedere (animale, costellazione, parte di un’arma da fuoco, eccetera) e ci offrirà un assaggio dei risultati disponibili per ogni concetto: starà poi a noi, in un secondo momento, selezionare il concetto che ci interessa, per accedere a una più vasta raccolta di risultati, basati soltanto su quel particolare significato che noi vogliamo.
La nostra ricerca di esempio darà quindi questa prima pagina di risultati:

Nella parte centrale vediamo una serie di risultati “tradizionali”, in cui i vari possibili significati della parola “cane” si mischiano; nella colonna di destra, invece, troviamo la lista dei significati in questione: cliccando su uno di questi, potremo lanciare una nuova ricerca, limitata soltanto a quel significato da noi scelto.
Per avere un modello ancora più semplice da capire, pensiamo a un normalissimo dizionario. Per ogni parola, un dizionario ci riporterà tutti i significati disponibili, ognuno contraddistinto da un numero; grazie al Knowledge Graph, Google farà la stessa cosa, riportandoci nella colonna di destra la lista dei possibili significati della parola da noi cercata. Riconoscere e catalogare i diversi valori semantici delle parole è il primo passo di questa nuova versione di Google: un passo fondamentale, perché permette di ordinare e definire meglio la ricerca, ma altri ne seguono logicamente.
Per ottenere un vero database di conoscenza, non basta distinguere e separare i vari significati delle parole, ma è necessario poi inserirli nei rispettivi campi semantici, ossia metterli in relazione con le altre parole appartenenti allo stesso contesto. Rimanendo all'esempio “cane”, una volta che abbiamo definito il significato posseduto dalla parola, dovremo poi inserirla nel suo contesto e vedere a quali altre parole si collega: l’animale, ad esempio, potrebbe ricondurci ad altri canidi, come il lupo o la volpe, ma anche ad altri animali domestici come il gatto o il criceto; la costellazione ci porterà invece all'astronomia  a svariate altre costellazioni e, magari, anche ai miti corrispondenti a ognuna di esse; la parte della pistola ci aprirà invece il mondo delle armi da fuoco. In questo modo, costruiremo dunque una rete semantica, ossia costruiremo una serie di relazioni che uniscono più parole sulla base del loro significato e del campo a cui appartengono. Da qui il discorso si potrebbe allargare a una intera branca dell’intelligenza artificiale, ma per il momento non mi avventurerò in quel campo: limitiamoci alle novità di Google.
Il Knowledge Graph è dunque l’insieme di tutte queste relazioni che uniscono tra loro parole e concetti: una mappa che ricostruisce i rapporti tra parole e concetti, raggruppandole per contesto e per aree di significati affini. Almeno in teoria. In pratica, però, l’effettiva estensione di questa mappa è ancora limitata, dato l’enorme numero di parole, di concetti, e la necessità di raggrupparle per lingua e per zona geografica: una stessa parola può avere significati diversi in lingue diverse, ma può anche avere significati diversi in località diverse, dove pure si parla la stessa lingua. La portata effettiva del nuovo sistema di ricerca è destinata ad aumentare e migliorare col tempo, ma non aspettiamoci subito miracoli. Anche per questo, accanto a ogni scheda troveremo anche un link per segnalare errori o aggiungere informazioni, così da contribuire a migliorare il sistema.
Più ancora di quanto avveniva in precedenza, i risultati che otterremo col nuovo sistema di ricerca saranno dipendenti dal luogo in cui ci troviamo e, dunque, dalla precisione con cui Google riuscirà a localizzarci. Il primo passaggio è ovviamente quello di guardare il dominio di Google che stiamo utilizzando: utilizzare il Google francese ci darà risultati molto più diversi rispetto al Google italiano o a quello inglese, perché la ricerca semantica sarà tarata sugli interessi e le abitudini del paese di riferimento. I passaggi successivi saranno l’analisi del nostro indirizzo IP, del linguaggio del browser, ma anche del linguaggio che utilizziamo per le nostre ricerche. In pratica, Google farà del suo meglio per trovarci e fornirci, di conseguenza, i risultati più adatti al contesto in cui noi stessi siamo inseriti. Usando strumenti per renderci anonimi e mascherare la nostra posizione, come è ovvio cambieranno anche i risultati delle ricerche.
Dopo la localizzazione, si passa alle statistiche: la rete semantica di Google ci fornirà risultati osservando anche quali siano i principali argomenti di ricerca della zona in cui ci troviamo. Se in Italia la parola “cane” è associata soprattutto all'animale  allora saranno i risultati inerenti a quel campo semantico a predominare; se in un altro paese si cerca più spesso la costellazione, allora saranno predominanti quei risultati. E così via. I risultati delle ricerche, utilizzando il Knowledge Graph, promettono di essere filtrati in modo da essere quanto più possibile rilevanti per quel particolare luogo, quel particolare linguaggio e quella particolare cultura; vedremo se sarà davvero così.
Come ultima nota, è possibile che al momento non vi appaiano le schede nella colonna destra di Google, se avete eseguito l’accesso al vostro account di Google al momento della ricerca. In questo caso, provato a uscire dal vostro account e ripetete la ricerca. In alcuni casi, anche l’estensione AdBlock per Google Chrome sembra causare problemi di questo tipo: potreste quindi doverla disattivare temporaneamente, se non riuscite a vedere le schede nella colonna destra. Non escludo l'esistenza di altri problemi analoghi, ma ancora non me ne sono capitati.

sabato 8 dicembre 2012

Come funziona YouTube Video Download


Come probabilmente avrete notato YouTube ha cambiato di nuovo la sua grafica; siccome a ogni cambiamento di grafica corrisponde anche un cambiamento più o meno profondo del codice che vi sta dietro, un risultato diretto di questa modifica è che gli strumenti per scaricare video da YouTube hanno smesso temporaneamente di funzionare. Normale amministrazione, succede con una discreta frequenza, soprattutto perché YouTube non è particolarmente entusiasta di questi strumenti e non si fa mai scappare una occasione per complicare la vita ai sistemi di scaricamento video.
Fra i vari programmi e affini dedicati a questa attività, ossia scaricare video da YouTuube, oggi mi dedicherà a uno dei più semplici e leggeri da utilizzare, ossia YouTube Video Download. Di fatto, YouTube Video Download è un semplice script in JavaScript, di una quarantina di KB circa, che può essere utilizzato con Firefox (attraverso l’estensione Greasemonkey, oppure Scriptish), con Google Chrome e con Opera: ciò che fa è aggiungere un semplice pulsante “Download” sotto a ogni video di YouTube.
Cliccando sul pulsante “Download”, si aprirà un menu con le varie opzioni disponibili per scaricare il video: a voi scegliere il formato e la qualità che preferite. Indicativamente, i livelli sono tre, cioè High definition, Standard definition e Mobile, ma non per tutti i video sono disponibili: video particolarmente vecchi, ad esempio, difficilmente presenteranno High definition e saranno disponibili in un numero minore di dimensioni e formati per i livelli esistenti.
All'interno di questi tre livelli principali esistono ulteriori suddivisioni, indicate con un numero seguito dalla lettera p: tipicamente sono 1080p, 720p, 480p, 360p, 240p e 144p (quest’ultimo solo nel formato Mobile, ossia per cellulari). Questi numeri definiscono la qualità del video attraverso la sua dimensione in pixel: più altro il numero, più grande sarà il video e, di conseguenza, maggiori saranno le sue dimensioni in bytes. Teoricamente dovrebbe essere più alta anche la qualità del video, ma questo va valutato nei singoli casi, perché dipende dalla videocamera con cui il video è stato prodotto. Accanto a questo numero sono più indicati tutti i formati in cui il video è disponibile a quel livello di qualità: solitamente, i formati sono MP4 e FLV, più il 3GPP per i cellulari.
Posizionando il puntatore del mouse sul nome di uno di questi formati, si aprirà una piccola finestra popup, con ulteriori informazioni su quel video: una su tutte, la dimensione in bytes, così avrete una idea di quanto potrebbe durare lo scaricamento e, soprattutto, d quanto spazio vi occuperà. Se poi siete su un dispositivo mobile, con una tariffa a consumo, allora è opportuno studiare con molta attenzione le dimensioni dei vari formati, per scegliere quello più conveniente. Altra informazione che vi è fornita in questa finestrella popup è la qualità dell’audio: i formati dalla qualità più alta sono in genere OGG e Vorbis, mentre lo MP3 ha la qualità più bassa. Questa informazione vi sarà utile, se volete scaricare un video per poi estrarne l’audio: se lo convertirete in MP3, ad esempio, vi conviene scaricare direttamente un formato video che abbia l’audio già in MP3; scaricare un video il cui audio è in MP3 e sperare poi di poterlo convertire in OGG, invece, è una pia illusione.
In alto a sinistra, infine, trovate anche la voce “options”: cliccandola, potrete impostare la ricerca automatica di aggiornamenti per lo script, ma anche il formato del nome con cui sarà salvato il video. Lo schema di base è ${title}, cioè il video sarà salvato utilizzando il titolo come nome: se vi sembra incomprensibile e non sapere dove mettere le mani, non modificate questa impostazione e tutto andrà per il meglio.
Se non sapete come orientarvi in mezzo a tutte queste possibilità e siete vittime di una vertigine da troppa scelta, ecco qualche indicazione.
  1. Se il video non vi interessa e lo state scaricando solo per convertirlo poi in MP3, allora scaricate la versione con audio in MP3: di solito si trova attorno al 240p, come qualità.
  2. Se vi interessa il video e non avete problemi di banda o di spazio, puntate su un MP4 da 1080p o, in alternativa, il numero più alto disponibile.
  3. Se vi interessa il video e avete problemi di banda o di spazio, puntate su un MP4 da 480p o da 360p, a seconda di quale delle due opzioni sia più conveniente nel vostro caso.

Per scaricare e installare YouTube Video Download ci sono diverse possibilità. Se siete utenti abituali di Greasemonkey, conoscerete il sito Userscript, un deposito di script che possono essere usati con quella estensione: potreste scaricare YouTube Video Download da lì, ma ve lo sconsiglio, perché al momento è disponibile soltanto la versione 3.2.1, che non è la più aggiornata e non funzionerà con le ultime modifiche di YouTube. Scaricatelo invece dalla sua fonte, ossia dalla pagina Github del suo sviluppatore, dove troverete la versione più aggiornata, ossia la 4.0, che funziona con le ultime modifiche di YouTube.
Se siete su Firefox e avete installato una estensione come Greasemonkey, allora vi basterà cliccare sul pulsantone INSTALL .user.js, al centro della pagina, e poi seguire le indicazioni per installarlo. Se invece state utilizzando Google Chrome, le sue recenti modifiche alla sicurezza non vi permetteranno di installarlo direttamente: scaricate quindi lo script, aprite la lista delle estensioni di Chrome (che trovate a chrome://chrome/extensions/) e poi trascinate lo script su questa lista, così lo installerete in barba ai limiti imposti.
Un ultimo avvertimento: se avevate già installato una versione più vecchia di questo script, prima di tutto dovrete disattivare (o direttamente disinstallare, a vostra scelta) la versione più vecchia, altrimenti è possibile che il vostro browser continuerà a cercare di caricare quella, invece della versione più aggiornata.

sabato 1 dicembre 2012

Il computer non gioca a dadi: la casualità


Oggi tornerò a dedicarmi a uno di quegli argomenti che soltanto io posso trovare interessanti: come forse si sarà capito dal titolo, mi riferisco alla casualità o, più precisamente, alla casualità nei computer. È un argomento molto più importante di quanto potrebbe sembrare di primo acchito, perché in un computer sono parecchie le attività che dipendono dalla casualità, in un modo o nell'altro  le chiavi crittografiche, ad esempio, ma anche le simulazioni, la creazione di modelli per previsioni, la manipolazione di insiemi di dati e, ultimi ma non meno fondamentali, i giochi. Più o meno qualunque tipo di gioco dipende da un generatore di casualità, che può essere un mazzo di carte da mescolare, un dado da lanciare, qualcosa da pescare “a caso”, eccetera. Se per una persona tutto ciò può sembrare molto semplice, per non dire banale (chi non è capace di pescare una carta o lanciare un dado?), per un computer il discorso si fa molto complicato, perché un computer non è capace di agire “a caso”. Si può però sopperire a questa lacuna e adesso vedremo come.
Prima di tutto, cosa è la casualità? Qui si potrebbe aprire un lungo dibattito filosofico, diviso tra amici e nemici del determinismo, ma finiremmo decisamente fuori argomento. Per l’occasione, utilizzeremo una definizione molto semplice di casualità: casuale è un evento di cui, sulla base delle nostre attuali competenze, non sappiamo prevedere il verificarsi o le conseguenze del suo verificarsi. Siccome non sappiamo con esattezza che risultato otterremo, lanciando un dado (a meno che il dado non sia truccato, è ovvio), possiamo considerare casuale il risultato di un dado, proprio come possiamo considerare casuale la pesca di una carta da un mazzo, se non conosciamo l’ordine in cui sono disposte. E fin qui nulla di strano.
Il discorso cambia quando arriviamo ai computer. Il computer è uno strumento in cui nulla è casuale, ma tutto è strettamente determinato (almeno i computer attuali, in futuro si vedrà): se un computer non è guasto, possiamo sempre prevedere il risultato di ogni sua azione, conoscendone tutte le premesse. Se vogliamo inserire un elemento di casualità all'interno di una sequenza di azioni eseguite da un computer, dovremo simulare questo elemento casuale utilizzando un elemento predeterminato, che dia però all’utente l’impressione di essere casuale. Avremo dunque bisogno di un generatore di numero (pseudo)casuali.
Un esempio che dovrebbe essere conosciuto a tutti è la funzione “random”, che si trova in molti lettori musicali e che permette di eseguire brani scelti “casualmente” tra tutti quelli disponibili sul lettore, invece di eseguirli nella sequenza in cui si trovano, come avviene di consueto. In questa funzione, come praticamente in tutti gli altri casi in cui si parla di casualità e di scelte “random”, la casualità è simulata attraverso un generatore di numeri pseudocasuali, il quale produrrà una lunga sequenza di numeri, distribuiti in modo da sembrare casuali. Il programma poi percorrerà questa sequenza in ordine, dal primo numero in avanti, riproducendo di volta in volta il brano musicale che corrisponde a ogni numero.
Come si genera una sequenza di numeri pseudocasuali? Attraverso appositi algoritmi, che partono da un determinato numero (chiamato “seme”) e lo sottopongono a una serie preordinata di operazioni matematiche, per ricavarne una sequenza di numeri. All'interno di questa sequenza, i numeri avranno una distribuzione che sembra casuale e, nella maggior parte dei casi, sarà sufficiente per sostituire una casualità vera, senza che l’utente si accorga della differenza. Di casuale, però, non c’è alcunché: la sequenza è predeterminata dal primo all’ultimo numero e lo stesso seme ci darà sempre la stessa sequenza, dato che i calcoli per ricavare una sequenza da un numero non cambiano mai.
Facciamo un esempio. Immaginiamo di voler simulare il lancio di un normale dado a sei facce: avremo dunque bisogno di una sequenza di numeri da 1 a 6, corrispondente ai risultati che posso ottenere lanciando un dado reale. Noi passiamo al programma il numero 5783, da utilizzare come seme per il suo generatore di numeri pseudocasuali, e il programma genererà una sequenza del tipo 3, 5, 2, 6, 1, 3, 1, 4, 2, 6, 2, 5, eccetera. Se adesso vogliamo utilizzare questo simulatore di dado a sei facce, al primo lancio otterremo come risultato 3, ossia il primo numero della sequenza; al secondo lancio otterremo 5, ossia il secondo numero della sequenza; e così via. Una volta che la sequenza è giunta alla fine, si riparte dal primo numero. Possiamo già vedere che di casualità reale ce n’è ben poca. Inoltre, se passiamo di nuovo il numero 5783 come seme per la generazione di numero pseudocasuali, otterremo di nuovo la stessa sequenza, identica dal primo all’ultimo numero.
Una discussione su quali siano gli algoritmi utilizzati per generare sequenze di numeri pseudocasuali, cioè quali siano le operazioni a cui sono sottoposti i semi, richiederebbe troppo spazio e troppa matematica per i miei gusti: giusto per dare una idea, i numeri casuali occupano la prima metà del secondo volume della monumentale opera The art of computer programming, di Donald E. Knuth, che rappresenta più o meno la “Bibbia” dei programmatori. Se vi interessa approfondire il discorso, quello è un ottimo punto di partenza, ma non illudetevi che sarà una lettura leggera e rilassante. A ogni modo, qualunque sia l’algoritmo (e dunque la sequenza di operazioni a cui sottoporre il seme), lo schema generale è sempre lo stesso: si parte da un seme e, sulla base di quel seme, si genera una sequenza di numeri compresi tra gli estremi che ci interessano. I numeri sono distribuiti all’interno della sequenza in modo più o meno omogeneo (in una sequenza da 1 a 6, ad esempio, ogni numero occuperà circa un sesto delle posizioni totali) e possono essere riprodotti con assoluta precisione, conoscendo il seme e l’algoritmo utilizzato.
In alternativa ai numeri pseudocasuali, è anche possibile utilizzare i cosiddetti “veri numeri casuali”, ossia numeri ricavati non da una fonte predeterminata, come può essere un algoritmo o un generale una qualsiasi funzione matematica (che darà sempre lo stesso risultato, utilizzando gli stessi numeri), ma da qualcosa che è percepito come “veramente” casuale (ammesso e non concesso che esista davvero qualcosa di veramente casuale). Ritornando all'esempio del dado a sei facce, nel caso di un generatore di veri numeri casuali noi non utilizzeremo una formula matematica, per produrre la sequenza di numeri partendo da un determinato seme, ma lanceremo realmente il dado un certo numero di volte, segnando in sequenza i risultati ottenuti. Alla fine, otterremo una sequenza che non è determinata e non può essere predetta sulla base di un seme.
Come è ovvio, un generatore di veri numeri casuali utilizza strumenti un po’ più efficienti di un dado, per generare i propri numeri: tipiche sorgenti di casualità sono, ad esempio, i rumori di sottofondo di un ambiente (purché non siano regolari e ripetitivi: una catena di montaggio è una pessima scelta, l’atrio di una stazione ferroviaria va invece benissimo), piccoli frammenti di lava, condizioni meteo, eccetera. Se avete in casa una buona quantità di elementi radioattivi, e ancora non siete morti, potete utilizzare il decadimento dei loro atomi come ottima sorgente di veri numeri casuali: Schrödinger apprezzerà il vostro gesto. Qualunque sia la sorgente, il principio resta lo stesso: i numeri casuali sono ottenuti identificando i più piccoli cambiamenti nella sorgente che abbiamo utilizzato.
Come è facile da immaginare, i veri numeri casuali sono sì nondeterministici, ma anche spaventosamente lenti da ottenere: se un buon generatore di numeri pseudocasuali può produrre una sequenza in frazioni impercettibili di secondo, un generatore di veri numeri casuali impiegherà molto di più. Di conseguenza, risultano una ottima scelta quando il tempo non è un fattore determinante, ma lo è la sicurezza: la crittografia, per esempio. Se invece abbiamo bisogno di macinare numeri su numeri, e di farlo ad alta velocità (come nelle simulazioni), utilizzare un generatore di veri numeri casuali è una pessima idea, sia per la lentezza, sia perché i veri numeri casuali non sono ripetibili, a differenza dei numero pseudocasuali. Se qualcosa è andato storto nella prima simulazione, non potrete ripeterla in modo esatto dopo aver corretto gli errori, se utilizzate veri numeri casuali; coi numeri pseudocasuali, invece, potrete ripetere lo stesso esperimento tutte le volte che vorrete, purché utilizziate sempre lo stesso seme.