domenica 8 settembre 2013

Realizzare semplici animazioni in CSS

Già in precedenza avevo dedicato una serie di post al CSS e al suo utilizzo, per curare la impaginazione e in generale la grafica di uno EPUB. Tornerò oggi nei paraggi, parlando di una delle principali novità introdotte col cosiddetto CSS3 (etichetta di comodo, sotto cui sono raccolte svariate cose), ossia le animazioni. Dubito che potranno essere di qualche utilità, per realizzare uno e-book (o almeno io lo spero, dato che un libro con immagini animate, che si spostano qui e là nella pagina, non è proprio di mio gusto), ma può comunque essere vantaggioso tenere in considerazione questa possibilità.
Quando si pensa ad animazioni più o meno belle e sensate, in una pagina web, di solito il primo strumento a cui le si collega è il JavaScript. Niente di strano: dopotutto, il JavaScript è nato proprio per dare vita ai siti, che agli albori del web erano alquanto statici, e la manipolazione degli elementi di una pagina è tuttora uno dei suoi principali usi, almeno a livello di web design. La possibilità di creare e gestire animazioni utilizzando il CSS, però, ci offre in alcuni casi una valida alternativa, soprattutto in termini di consumo di risorse e di velocità: se tutto ciò che dobbiamo fare è muovere una immagine o modificarne la visibilità, il CSS è la soluzione migliore.
Le animazioni, dunque. Ciò che ci è offerto da questa recente funzione del CSS è la possibilità di animare il passaggio da un insieme di proprietà a un altro, una sola volta o ripetutamente, usando animazioni lineari o con effetti particolari. Ad esempio, se fissiamo come punto di inizio un valore di opacity: 0 e come punto di arrivo un valore di opacity: 1, l'elemento a cui è assegnata questa animazione diventerà visibile a poco a poco, nel tempo di durata della animazione. Se fissiamo invece due diversi valori di color, uno come inizio e uno come fine, sarà il colore dell'elemento a cambiare a poco a poco. In breve, possiamo animare il passaggio da (più o meno) qualsiasi proprietà del CSS a qualunque altra proprietà, per gli elementi che scegliamo.
I passaggi necessari per utilizzare una animazione sono due: creare l'animazione e assegnarla a uno o più elementi della pagina. La prima cosa da fare, dunque, è definire la regola nel nostro foglio di stile CSS; la regola per una animazione è leggermente diversa da una normale regola del CSS, ma non troppo. Questa è la struttura di base.
@keyframes nome {
    from {

    }
    to {

    }
}

La parte più insolita è probabilmente costituita dallo @ iniziale, che contraddistingue questo e altri tipi di nuove regole, ma non è niente per cui perdere il sonno: possiamo considerare il blocco @keyframes come una formula, per introdurre la sequenza di operazioni che compongono la nostra animazione, e vivere serenamente.
Ciò che ho indicato come "nome" può essere un nome qualunque, che caratterizzerà la nostra animazione: scegliete quello che preferite, purché ogni animazione abbia un nome diverso dalle altre. Il nome ci servirà più avanti, per assegnare questa animazione agli elementi che animeremo.
All'interno della prima coppia di parentesi graffe dovremo elencare le varie tappe della nostra animazione; come è ovvio, le tappe dovranno essere almeno due, ossia un inizio e una fine. Dopo la parola from, elenchiamo le proprietà di partenza: il colore che un elemento possiede all'inizio della nostra animazione, oppure le sue dimensioni iniziali, o qualsiasi altra cosa cambierà nel corso del processo. Dopo la parola to, invece, elenchiamo le proprietà che l'elemento possiederà alla fine del processo. Una volta fissato inizio e fine, la transizione sarà gestita automaticamente dalla animazione.
Se la nostra animazione non dovrà passare direttamente dallo stato iniziale a quello finale, ma vogliamo che attraversi particolari fasi intermedie, le possiamo specificare utilizzando un valore in percentuale. Ad esempio,
from {
    color: red;
}
50% {
    color: white;
}
to {
    color: blue;
}

descrive una animazione che modifica il colore di un elemento: si parte dal rosso, si arriva al bianco a metà dell'animazione (ossia al 50%) e si conclude con un colore blu. Se vogliamo, poi, possiamo esprimere in percentuale anche from e to, invece di usare le parole: non farà alcuna differenza. Se ci piacciono particolarmente i numeri, dunque, potremo scrivere 0% al posto di from e 100% al posto di to, il che renderà forse più chiare le fasi intermedie della nostra animazione. Per ogni tappa, come è ovvio, possiamo inserire tutte le proprietà CSS che vogliamo, in base a ciò che è necessario per la nostra animazione: se vogliamo modificare contemporaneamente la posizione, il colore e la dimensione di un elemento, basterà elencare tutte le rispettive proprietà CSS dentro le varie tappe, una dopo l'altra. Ad esempio,
from {
    width: 200px;
    background-color: red;
}
to {
    width: 400px;
    background-color: blue;
}

porterà il nostro elemento da una larghezza di 200 pixel a una larghezza di 400 pixel, modificando nel frattempo il suo colore di sfondo da rosso a blu.
Una volta costruita la regola, dovremo assegnarla a un elemento. Operazione molto semplice: basta aggiungere alcune proprietà alla normale regola CSS, che abbiamo creato per quell'elemento. Le proprietà obbligatorie sono due: animation-name, che avrà come valore il nome della nostra animazione, e animation-duration, che avrà come valore la durata dell'animazione. Se ad esempio vogliamo applicare agli elementi di classe .invisibili una animazione di nome fantasma, che avrà una durata di 3 secondi, scriveremo
.invisibili {
    animation-name: fantasma;
    animation-duration: 3s;
}

Questo è il minimo indispensabile. Ci sono poi altre proprietà, che ci permettono un maggiore controllo sulla nostra animazione, e che probabilmente vorremo usare, ma le uniche strettamente necessarie sono il nome e la durata. Vediamo rapidamente le altre proprietà.
animation-timing-function ci permette di controllare il ritmo con cui la nostra animazione è eseguita. Se le assegniamo un valore linear, il ritmo sarà regolare dall'inizio alla fine; se assegniamo un valore ease, la nostra animazione partirà lentamente, si velocizzerà al centro e rallenterà verso la fine. Esistono diversi valori che possiamo assegnare ed è meglio testarli sul campo, per decidere il più adatto alle nostre esigenze.
animation-delay ci permette di eseguire la nostra animazione con un certo ritardo, espresso in secondi: con un valore di 2s, ad esempio, l'animazione partirà dopo due secondi, invece di partire subito.
animation-iteration-count ci permette di stabilire quante volte dovrà essere ripetuta la nostra animazione (se la vogliamo ripetere): basta assegnare come valore il numero di ripetizioni da eseguire, oppure la parola infinite, se vogliamo eseguirla ininterrottamente, per tutto il tempo in cui la pagina è aperta (attenzione: può diventare molto fastidioso per i visitatori).
animation-direction può essere usata per modificare la direzione in cui sarà eseguita la nostra animazione: assegnandole il valore alternate, l'animazione sarà eseguita alternatamente da from a to e da to a from, se abbiamo scelto di ripetere la nostra animazione.
animation-fill-mode, infine, ci permette di controllare l'aspetto finale del nostro elemento: se le assegniamo il valore forward, l'elemento manterrà l'aspetto che possiede alla fine della nostra animazione; in caso contrario, a fine animazione tornerà al suo aspetto iniziale.
Se non abbiamo voglia di scrivere una sfilza di proprietà extra, possiamo usare la formula abbreviata, proprio come accade per le proprietà font, margin, padding e altre. In questo caso, useremo la proprietà animation, seguita dalla lista di tutti i valori. Ad esempio,
animation: prova 3s linear 4 alternate 2s forward;
è una comoda abbreviazione per questa sfilza di proprietà:
animation-name: prova;
animation-duration: 3s;
animation-timing-function: linear;
animation-iteration-count: 4;
animation-direction: alternate;
animation-delay: 2s;
animation-fill-mode: forward;

Ovviamente non è necessario utilizzare tutte le proprietà, nella forma abbreviate, ma è utile rispettare questo ordine: nome, durata, timing, numero di ripetizioni, direzione, ritardo, fill mode.
Siccome poi questa funzione CSS non è ancora standardizzata su tutti i browser, è molto probabile che vi ritroverete costretti a utilizzare i vari prefissi, per alcuni o per tutti i browser: sperimentate prima le animazioni nella forma senza prefissi, come abbiamo visto sopra e poi, se necessario, aggiungete via via le alternative ci prefissi: -webkit- per Chrome e Safari, -moz- per Firefox, -o- per Opera. Con Internet Explorer, le animazioni funzionano soltanto dalla versione 10 in poi, ma almeno non richiedono prefissi. Lo so, è un lavoraccio, ma per adesso è necessario.

mercoledì 3 luglio 2013

Gli strumenti per sviluppatori di Google Chrome

Tra gli strumenti disponibili nel menu di Google Chrome, la voce Strumenti per sviluppatori è probabilmente la più importante e utile, almeno per chiunque sia interessato anche al “dietro le quinte” di una pagina. Come il nome stesso suggerisce, questa voce raccoglie una serie di strumenti, pensati principalmente per chi si occupa di produrre pagine o applicazioni web, ma in linea generale possono essere utili e interessanti anche per chi non si sognerebbe mai di diventare uno sviluppatore, ma vuole solo saperne un po’ di più e vedere come funzionano le cose.
Gli strumenti disponibili sono otto e descriverli tutti quanti in un colpo solo occuperebbe troppo spazio: per semplificare il mio lavoro, dunque, li dividerò arbitrariamente e li descriverò un poco alla volta. Partirò oggi dalle due schede che, probabilmente, saranno usate più spesso: Elements e Console, ossia la prima e l’ultima nell'ordine in cui Google Chrome ce le offre.

Elements è la scheda in cui possiamo esaminare il contenuto effettivo della pagina che abbiamo davanti: più precisamente, ne possiamo esaminare il contenuto finale. Nel menu di Chrome esiste già una funzione “Visualizza sorgente”, che ci mostra il codice di una pagina: la scheda Elements è simile, ma non identica. Visualizzando il codice sorgente, infatti, noi vediamo il contenuto del file HTML originario, senza le modifiche che possono essere state effettuate utilizzando il JavaScript; la scheda Elements, invece, ci mostra il codice della pagina finale, dopo che tutte le modifiche tramite JavaScript sono state applicate. Inoltre, sempre da qui possiamo anche esaminare il CSS per ogni componente della pagina, nella colonna di destra della scheda.
Una buona norma della programmazione web prescrive che il contenuto di una pagina sia sempre e comunque accessibile, anche per chi ha disabilitato il JavaScript: se questa norma fosse sempre rispettata, la visualizzazione del codice sorgente dovrebbe mostrarci già tutto il testo, tutte le immagini e tutti gli altri elementi contenuti in una pagina. Come la maggior parte delle buone norme, però, non sempre è rispettata alla lettera; di conseguenza, una parte più o meno cospicua del contenuto, in molti siti, è aggiunta successivamente col JavaScript. Sempre attraverso il JavaScript, parti della pagina possono essere nascoste o mostrate, modificando il CSS corrispondente, col risultato che la pagina davanti a noi è spesso molto diversa, rispetto al contenuto descritto nel file HTML iniziale.
Elements ci mostra dunque un file HTML virtuale, che descrive la pagina così come ci appare sullo schermo in questo momento. Se una immagine è stata aggiunta col JavaScript, Elements ce la mostrerà nel punto in cui è stata aggiunta, con tutti i tag HTML e tutte le regole di stile che le sono state assegnate, proprio come se avesse fatto parte fin dall’inizio della pagina. Se una parte della pagina è stata invece nascosta, in seguito a una qualche nostra azione, non la vedremo apparire in questa sezione.
Come è facile da intuire, Elements è molto utile per esaminare il contenuto della pagina, sia mentre noi ci stiamo lavorando, sia quando siamo curiosi di studiare il lavoro altrui, ma questa è solo una parte delle sue funzioni. Oltre a guardare, infatti, in questa scheda possiamo anche modificare il contenuto di una pagina, in modo molto semplice. O almeno, molto semplice se sappiamo orientarci tra i nodi di una pagina HTML e se conosciamo HTML e CSS: dopotutto, questi si chiamano “strumenti per sviluppatori” e la conoscenza dei linguaggi per la programmazione web è data per scontata, essendo rivolti agli sviluppatori di pagine e siti. Non ci piace il colore dello sfondo, oppure il colore dei caratteri? Da qui lo possiamo modificare. Clicchiamo prima col tasto sinistro del mouse sul nodo da modificare e poi, nella colonna di sinistra, cerchiamo la proprietà CSS che ci interessa e clicchiamola col tasto sinistro: in questo modo, la potremo modificare a nostro piacimento.
Se invece clicchiamo su un elemento HTML col tasto destro del mouse, si aprirà un menu contestuale, in cui ci saranno offerte altre possibilità di intervento: ad esempio, potremo modificare lo HTML, selezionando la voce “Edit as HTML”, oppure rimuovere quel particolare nodo dalla pagina, selezionando “Delete node” (se un banner vi ha rotto le scatole, potrete cancellarlo da qui). Eliminare un nodo, ad esempio, può essere un sistema rapido, per levarsi dai piedi quei fastidiosi avvisi, che impediscono di leggere una pagina fino a che non avete cliccato “Mi piace” su una pagina Facebook, oppure fino a che non vi siete registrati e cose simili.
Ovviamente, ogni modifica apportata alla pagina varrà soltanto per noi: ciò che modifichiamo è la copia locale, caricata nel nostro browser, e non la pagina originale, contenuta nel sito. Nonostante questo, è pur sempre uno strumento valido, per adattare le pagine ai nostri gusti o per rapidi interventi di correzione, oltre alle sue normali funzioni di studio ed esame della pagina.

Console è la scheda di chi ama smanettare col JavaScript. Può essere utilizzata per eseguire brevi porzioni di codice nella pagina (sempre sul lato cliente, sia chiaro), ma è molto più importante il suo ruolo di semplice ambiente di sviluppo per JavaScript. Di fatto, la console è uno spartano (ma poi neanche tanto spartano, nel caso di Google Chrome) REPL, ossia uno spazio in cui possiamo dialogare col JavaScript, direttamente nel nostro browser: scriviamo un comando o una funzione, premiamo Invio, e la console ci restituirà subito il risultato del comando o della funzione. Se stiamo studiando o imparando il JavaScript, possiamo trascorrere ore in perfetta letizia, dialogando col nostro linguaggio di programmazione; se invece stiamo lavorando alla realizzazione di una pagina e qualcosa va storto, è qui che ci saranno segnalati gli errori relativi al JavaScript.
Chiunque abbia mai utilizzato un REPL in vita propria, magari trastullandosi col Lisp o altri linguaggi di programmazione affini (anche Scala va bene), non dovrebbe avere problemi con la Console. Un REPL è un Read-Eval-Print-Loop, ossia un ciclo continuo di lettura, esecuzione e stampa del codice: noi scriviamo un comando, una funzione o qualsiasi altra cosa, premiamo Invio, e il comando (o funzione, o altro) sarà eseguito e poi scritto sullo schermo, dopodiché la console sarà pronta per il comando successivo. Ovviamente, comandi e funzioni dovranno essere in JavaScript, per poter funzionare, ma nel peggiore dei casi potete sempre utilizzarla come calcolatrice alternativa.
Come dicevo all’inizio, la console può essere utilizzata fondamentalmente in due modi: come ambiente di sviluppo per il JavaScript, oppure per alterare il contenuto della pagina che abbiamo davanti.
Come ambiente di sviluppo, è spartano ma funzionale, nonché molto utile se stiamo imparando (o se vogliamo imparare) la programmazione in JavaScript. Possiamo usarla per scrivere ed eseguire funzioni, ad esempio, ma con un’avvertenza: se vogliamo andare a capo, non dobbiamo premere Invio, ma Shift+Invio. Se premiamo Invio da solo, il codice sarà eseguito e ci ritroveremo con un messaggio di errore, se la nostra funzione era a metà. Dettagli a parte, ha il vantaggio considerevole di suggerirci i nomi di variabili, metodi, oggetti e funzioni a nostra disposizione: se cominciamo a scrivere qualcosa, la console ci mostrerà tutti i modi validi in cui possiamo concludere quella parola, proprio come accade in ambienti di sviluppo più raffinati. Ad esempio,
La console ricorda anche tutto ciò che abbiamo già fatto, durante la nostra sessione di lavoro: se abbiamo creato nuove variabili globali, oppure nuove funzioni, o nuovi oggetti, anche i loro nomi appariranno tra i suggerimenti, accanto a funzioni, metodi e oggetti già inclusi nel motore JavaScript di Google Chrome. Di fatto, la console offre tutto ciò che è strettamente indispensabile, per programmare in JavaScript.
Se invece vogliamo utilizzarla per alterare la pagina corrente, il principio di base è lo stesso, ma cambia il contesto: dalla console avremo accesso a tutto il JavaScript della pagina su cui l’abbiamo aperta, incluse eventuali altre librerie importate (jQuery, ad esempio, che è spesso presente). Se stiamo allegramente sprecando tempo con un gioco in JavaScript e vogliamo barare, possiamo farlo da qui, modificando ad esempio il numero assegnato alla variabile che contiene il punteggio. Ogni modifica avrà effetto a livello locale, ossia nella pagina aperta sul nostro browser: se dunque abbiamo usato la console, per truccare il nostro punteggio in un gioco, il nostro punteggio truccato non avrò effetto su una eventuale classifica dei migliori punteggi, ospitata nel sito del videogioco. O almeno, non dovrebbe avere effetto, a meno che il gioco non sia stato progettato molto male e abbia un livello di sicurezza pari a zero, ma questo è un altro paio di maniche.

giovedì 27 giugno 2013

Three.js – Una libreria per un WebGL semplificato

WebGL è una nuova tecnologia, incorporata nei browser (o almeno in buona parte dei browser), che permette di creare e disegnare immagini e animazioni 3D su una pagina web, senza bisogno di utilizzare plugin o programmi esterni, come il Flash, ma basandosi soltanto sul buon vecchio JavaScript. Questo per dirla in modo molto semplice, sorvolando sulla storia e tutto il resto.
Per visualizzare una grafica prodotta con WebGL, o per utilizzare un videogioco basato su WebGL, è sufficiente avere un browser che supporti questa tecnologia: in pratica, più o meno tutti i browser, a parte Internet Explorer, almeno per il momento. per utilizzare WebGL in modo attivo, ossia per programmare grafiche o videogiochi in 3D, gli strumenti necessari sono sempre un browser che lo supporti, una discreta conoscenza del JavaScript e una buona conoscenza di algebra lineare, se siete così pazzi o determinati, da voler programmare a mano le matrici. Se non siete così pazzi o così determinati, non preoccupatevi: praticamente nessuno lo fa, se non in fase di apprendimento. Di solito, la parte più algebricamente hardcore è affidata a librerie JavaScript, che si occupano per noi dei calcoli più complicati, lasciandoci il piacere e il privilegio di lavorare sul risultato dei calcoli. La più usata di queste librerie è Three.js, di cui parlerò oggi.
Se ricordate la versione 3D di Pong, presentata come uno degli ultimi esperimenti su Chrome, la parte grafica è stata realizzata proprio con la libreria Three.js, come accennavo nel relativo articolo: questo per dare un esempio concreto del suo utilizzo. Niente di strano: si possono scrivere a mano le matrici e ci si può occupare personalmente di tutti i calcoli necessari, ma questo va bene solo in fase di apprendimento, quando è necessario capire i meccanismi della grafica 3D. Quando però si passa dall'apprendimento alla produzione, librerie ausiliarie come Three.js sono fondamentali, per ridurre il lavoro e il tempo da spendere sul progetto. In linea generale, usare Three.js per lavorare col WebGL è come usare jQuery per lavorare col JavaScript: entrambe le librerie costituiscono un modo per interagire a un livello più alto di astrazione con la materia grezza che si trova sotto di esse. Esattamente come jQuery, poi, Three.js non è l’unica libreria esistente, per lavorare col WebGL, ma solo una delle più diffuse e più usate.
Le caratteristiche di Three.js, dunque. Prima e principale caratteristica, comune anche alle altre librerie della stessa famiglia, è di occuparsi per conto nostro della matematica necessaria: significa che ci risparmieremo parecchie linee di codice, ad alto tasso di errori e basso tasso di divertimento (soprattutto se non amiamo la matematica). Sempre per conto nostro, Three.js si occupa anche della fase di rendering per ogni oggetto presente in scena: noi dovremo soltanto indicarle cosa fare e la libreria saprà come farlo, senza bisogno di nostre istruzioni. Inoltre, al puro WebGL unisce anche altri elementi, che spesso lo accompagnano ma che non sono parte diretta di quella tecnologia: ad esempio, il supporto per il mouse, così da poter interagire direttamente con la scena, spostando e trascinando oggetti e così via. Infine, ma non meno importante, Three.js permette facilmente di introdurre una soluzione alternativa, anche per quei browser che non supportano il WebGL: se non è presente il supporto per il 3D, possiamo sostituirlo col normale canvas 2D. Come è ovvio, il risultato estetico non sarà identico, ma la grafica o il videogioco funzioneranno ugualmente.
Three.js, poi, è orientata verso una programmazione a oggetti, il che può essere sia un vantaggio, sia uno svantaggio, a seconda dei punti di vista e delle abitudini di lavoro col JavaScript: se decidete di usare questa libreria, preparatevi a dover ricorrere spesso a new, per creare nuovi oggetti, che possono essere figure geometriche, luci, videocamere, la scena che contiene tutta la grafica e così via. Così ha deciso il suo autore.
Una caratteristica curiosa di Three.js, poi, è la presenza di un grande numero di esempi, abbinata a una documentazione alquanto scarna, sul piano dei manuali: quando scaricate la libreria, non aspettatevi niente di più elaborato di un basilare “Hello World”, incluso nel pacchetto. È possibile però trovare altrove guide e tutorial, principalmente in inglese, e anche accenni o capitoli dedicati a questa libreria, nei testi generali sul WebGL. Chi preferisce imparare smanettando col codice, però, avrà appunto oltre cento esempi con cui divertirsi, vivisezionandoli e sperimentando varie modifiche, per capire con la pratica il loro funzionamento. Tra parentesi, molti di questi esempi richiedono la presenza di un server, per funzionare: se ne avete uno installato sul vostro computer, apriteli da lì e ne guadagneranno anche le prestazioni.
I passaggi fondamentali, per creare e popolare una scena, non sono poi molto diversi da quelli che avevamo già visto, parlando di Blender: siamo sempre nel campo della grafica 3D, dopotutto, e a cambiare sono solo il linguaggio e il tipo di ambiente. Per un qualsiasi tipo di progetto con Three.js, avremo bisogno di inserire un renderer, una camera e una scena, al cui interno potremo poi sistemare oggetti (o mesh, per sembrare più professionali), luci e quant'altro. In altri termini, gli oggetti fondamentali che dovremo creare con new, nella funzione iniziale, sono:
THREE.Renderer - un oggetto che si occupa di disegnare la scena sullo schermo.
THREE.Scene - il contenitore di tutto ciò che apparirà sullo schermo.
THREE.Camera - la videocamera virtuale, attraverso cui vedremo la scena.
A questi tre oggetti, indispensabili, potremo poi aggiungerne altri, per avere anche qualcosa da vedere sullo schermo. Questi oggetti supplementari sono
THREE.Light - una sorgente di luce, di un colore a nostra scelta, indispensabile se vogliamo che sia resa la illusione di tridimensionalità degli oggetti (senza luce, appariranno bidimensionali).
THREE.Object3D - la classe base degli oggetti raffigurabili: alcuni tipi sono già definiti e pronti all'uso, altri li possiamo creare noi.
La tipologia base di oggetti, come già abbiamo visto con Blender, è Mesh e a ogni mesh dovremo assegnare due altri oggetti, nel momento della creazione: THREE.Geometry, che contiene la forma dell’oggetto (cubo, sfera, prisma eccetera) e THREE.Material, che contiene informazioni sulle qualità dell’oggetto, come il colore. In un qualsiasi progetto con Three.js, dunque, la funzione iniziale creerà un renderer, una scena, una camera, aggiungerà alla scena i vari oggetti presenti e la camera, infine passerà la mano al loop, che continuerà a ridisegnare lo schermo,a  intervalli regolari. Un esempio di come fare tutto questo lo troviamo già nel pacchetto della libreria, sotto forma di breve tutorial nella cartella "docs"; per il resto, potremo divertirci a squartare la caterva di esempi disponibili.

giovedì 20 giugno 2013

Esperimenti di Chrome: Cube Slam e WebRTC

Una quarantina di anni fa, quando i computer vivevano la loro età del rame e i videogiochi erano ancora in piena età della pietra, compariva sulla scena Pong, uno dei primi esemplari di gioco. Pong aveva una struttura molto semplice: due lineette verticali, una a destra e una a sinistra, si rilanciavano a vicenda un quadratino, potendosi muovere solo verso l’alto o verso il basso. Con una certa dose di fantasia, era una simulazione di ping-pong.
Curiosamente, proprio questo videogioco “preistorico” è stato scelto da Google, per essere utilizzato come cavia con cui testare e mostrare una nuova tecnologia per la comunicazione web: ne è nato così Cube Slam, uno degli ultimi esemplari appartenenti alla categoria dei Chrome Experiments, ossia applicazioni web sviluppate per mostrare quale sia il supporto offerto da Google Chrome a vari tipi di tecnologie sperimentali. Nel caso di Cube Slam, la tecnologia in questione è il WebRTC, che consente una comunicazione diretta da browser a browser, usando soltanto elementi nativi del browser stesso: niente Flash o altri tipi di plugin esterni, insomma. Ma guardiamo meglio cosa sia Cube Slam.
Questa è la schermata introduttiva, che apparirà se ci colleghiamo alla pagina con Google Chrome. Altri tipi di browser, come Firefox o Safari, potrebbero funzionare, ma non è garantito: dopotutto, è un progetto che serve a mostrare le funzionalità di Chrome e non ci si può aspettare che sia anche ottimizzato per funzionare altrettanto bene su altri browser.
Come possiamo vedere al centro, il campo di gioco è più o meno identico a quello del vecchio Pong, con una notevole variante: Cube Slam è tridimensionale, di conseguenza le due lineette sono sostituite da due parallelepipedi e il quadratino è adesso un cubo. Differenze marginali, si potrebbe dire. Una differenza più notevole è data dal contenuto del gioco, dove il semplice tic toc delle due lineette che si rilanciano l’un l’altra un quadratino è stato arricchito da svariati elementi extra, come campi gravitazionali, ostacoli, bombe e più o meno tutto l’armamentario che si può immaginare in un videogioco di questo tipo.
Sempre dalla schermata introduttiva, possiamo notare un altro particolare, cioè le due modalità di gioco offerte: contro un amico, oppure contro un orso. La seconda, per quanto possa suonare bizzarra, è soltanto un modo per dire che giocheremo contro il computer, ossia contro una tipica AI da videogioco, in questo caso impersonata da un orso. La prima opzione è invece molto più interessante, perché ci conduce al cuore dell’esperimento: la comunicazione diretta via browser, nel caso specifico tra il nostro browser e quello di un amico, contro il quale giocheremo.
WebRTC, ossia Web Real Time Communication, è una nuova tecnologia, per introdurre una comunicazione diretta tra browser, utilizzando solo le risorse a disposizione dei browser, senza appoggiarsi a programmi esterni. In particolare, il fine di WebRTC è quello di rendere la comunicazione audio e video, attraverso i browser, semplice e immediata quando la comunicazione testuale. Cube Slam utilizza WebRTC per collegarci direttamente col browser di un nostro amico, se scegliamo di giocare contro un amico e se l’amico è in linea (ovviamente), gestendo in modo diretto la comunicazione tra noi e lui: noi vedremo sullo schermo il nostro amico e lui vedrà noi. Niente di diverso da una normale video chat, da un certo punto di vista, ma la differenza sta nel modo in cui la comunicazione è realizzata: direttamente dal browser e non utilizzando un plugin di Skype, come ad esempio fa Facebook. peraltro, lo scopo stesso del gioco è proprio quello di abbattere lo schermo del nostro avversario, cosa che avverrà dopo che lo avremo colpito per tre volte.
Per essere giocato contro un amico, quindi, Cube Slam richiede la presenza di webcam e microfono (sì, oltre a vederci, possiamo anche insultarci in diretta, mentre giochiamo): se non utilizziamo un firewall (pessima abitudine), i dati saranno trasmessi direttamente dal nostro browser al browser del nostro amico, senza bisogno di un server, in un modo simile a quanto avviene con programmi P2P, come eMule o BitTorrent.
Per quanto riguarda la grafica, che è in 3D, può essere visualizzata in due modi: se il nostro browser supporta il WebGL, che è una grafica 3D nativa dei browser, il gioco sarà visualizzato utilizzando quella, dato che è stato prodotto con three.js, una libreria JavaScript per semplificare il ricorso alla grafica 3D; in assenza di WebGL, invece, ripiegherà sulla simulazione del 3D attraverso il CSS, così da garantire un risultato simile, anche se non proprio identico, anche su altri browser.

sabato 15 giugno 2013

Scribus, alternativa libera a InDesign

Scribus è un programma di impaginazione libero e open source, disponibile per tutti i principali sistemi operativi: Windows, Macintosh, Linux/UNIX e così via. Meglio ancora, è disponibile in lingua italiana e corredato da una valida guida interna (anche questa in gran parte in italiano), che ne descrive la struttura, le funzioni principali e fornisce anche un breve tutorial, con un esempio concreto di creazione di un documento. È un buon punto di partenza e vale la pena cominciare da lì il proprio studio di Scribus.
L’installazione del programma non dovrebbe presentare particolari problemi, ma per gli utenti Windows c’è un’avvertenza: al termine della procedura di installazione, se decidete di aprire il file readme, Scribus vi segnalerà che avreste dovuto installare un altro programma, prima di Scribus, e cioè Ghostscript. Se non lo avete installato, a ogni successivo avvio Scribus si lamenterà di non riuscire a trovarlo: è bene dunque scaricare e installare Ghostscript, prima di installare Scribus. A ogni modo, è anche possibile utilizzare Scribus, senza aver installato Ghostscript, ma alcune funzioni non saranno disponibili, ossia le funzioni per cui è richiesto Ghostscript: nello specifico, non potrete importare file in formato EPS, utilizzare l’anteprima di stampa, o generare codici a barre. Nei sistemi operativi Linux/UNIX, invece, Ghostscript è di solito già installato, per cui il problema non si pone, anche se potrebbe essere necessario aggiornarlo.
Una volta installato, al primo avvio vi troverete molto probabilmente davanti a questa finestra,
cioè la finestra per la creazione di un nuovo documento. A differenza di un elaboratore di testi, come ad esempio Word o Writer, o anche il semplice Blocco Note, non ci sarà già una pagina bianca standard ad aspettarvi, pronta a essere profanata dai vostri scritti: dovrete crearla voi stessi, in base alle vostre esigenze per quel particolare lavoro. per facilitarvi le cose, ma anche per darvi un primo suggerimento su come cominciare, Scribus vi proporrà subito la finestra per la creazione di un nuovo documento. Se lo trovate troppo invasivo, o se non amate in generale essere imboccati con le operazioni da svolgere, potete sempre selezionare “Non mostrare più questa finestra di dialogo”, in basso a sinistra: in questo caso, all'avvio vi troverete davanti il programma nudo e crudo, in attesa che voi apriate un file già esistente, oppure creiate un nuovo documento.
Come ho detto in precedenza, nella guida di Scribus è presente un tutorial in italiano, che vi mostrerà le principali funzioni del programma: se decidete di seguirlo, lo troverete nella sezione Documentazione -> Le basi di Scribus, col titolo “Iniziare subito a lavorare con Scribus”. Un altro possibile punto di partenza è il tutorial online, che potete raggiungere dal menu Aiuto -> Guide online, sotto il nome di “Primi passi con Scribus”.
Più in generale, è utile leggere tutti gli articoli presenti nella sezione “Le basi di Scribus”, nella guida interna, se non avete mai utilizzato un programma di questo genere. È opportuno ripetere, infatti, che Scribus non è un programma per la creazione o la scrittura di testo, ma per la sua impaginazione: anche se contiene un elaboratore di testo molto semplice (poco più di un Blocco Note), il suo utilizzo fondamentale consiste nell'importare documenti e poi impaginarli, non crearli da zero. In altri termini, se volete creare un semplice volantino, con due righe di testo, potete farlo direttamente con Scribus, senza problemi; se invece lo volete usare per impaginare un libro o una rivista, scrivete prima di tutto il testo col vostro editor preferito, salvatelo in un formato TXT o ODT e poi utilizzate pure Scribus per impaginarlo, aggiungere le immagini e così via. Una volta concluso il lavoro, il risultato finale potrà essere esportato come PDF, come immagine, oppure stampato (o anche tutte e tre le cose assieme, volendo).
Le funzioni di base di Scriptus possono poi essere semplificate, utilizzando script per automatizzare diversi tipi di operazioni: alcuni sono preinstallati e li potete trovare elencati nel menu Script, ma potete aggiungerne quanti volete, in base alle vostre esigenze. L’unico requisito necessario è saper programmare in Python, cioè il linguaggio in cui gli script sono realizzati; inoltre, è anche possibile aggiungere plugin, in questo caso realizzati in C++. La guida di Scribus fornisce qualche informazione in proposito, nella sezione For Developers, assieme a una introduzione alla creazione di plugin in C++, ma non è stata tradotta in italiano: nulla vi vieta di leggerla, se siete interessati all'argomento.

sabato 8 giugno 2013

Guida al CSS per EPUB – Come lavorare

Nella puntata precedente abbiamo parlato di bordi, margini e di come impostare (o annullare) la distanza tra gli elementi all'interno di una pagina. Con questo non abbiamo certo esaurito il discorso sul CSS, che include svariate altre funzioni per impaginare gli elementi su più colonne, animarli e così via, ma tutto ciò che poco o nulla a che fare con gli EPUB: se vogliamo che un nostro e-book sia leggibile senza problemi anche su uno smartphone, dobbiamo limitarci a una sola colonna e il ricorso ad animazioni, oltre ad avere poca attinenza coi libri in generale, potrebbe non essere supportato da tutti i lettori in circolazione. Volendo, il problema relativo alla dimensione dello schermo può essere risolto, ricorrendo a un layout adattabile (come accade su molti siti web), ma è un argomento che va ben al di là sella semplice introduzione al CSS e, semmai, lo affronterò in futuro. Per adesso, vediamo invece di riassumere il discorso, con un esempio più concreto.
Supponiamo di dover lavorare su una pagina strutturata in questo modo:
<body>
<div class=”titolo”>
<h2>Capitolo 1</h2>
</div>
<div class=”testo”>
<p class=”primo”>Testo del primo paragrafo.</p>
<p>Testo del paragrafo.</p>
<p>Testo del paragrafo.</p>
<p>Testo del paragrafo.</p>
<p>Testo del paragrafo.</p>
<p>Testo del paragrafo.</p>
<p>Testo del paragrafo.</p>
</div>
</body>

Corrisponde più o meno a una struttura ideale, per lavorare col CSS. Come ho accennato in precedenza, diversi tag HTML possiedono una formattazione di base, inserita automaticamente dal browser o dal dispositivo di lettura: il tag <p>, ad esempio, sarà quasi sempre seguito da una riga vuota, a separarlo dal paragrafo successivo, mentre i vari tag usati per i titolo, come <h1>, <h2> e così via, avranno già in partenza una dimensione differente, rispetto al testo normale, e spesso saranno anche visualizzati in grassetto. Queste impostazioni automatiche possono andarci bene, ma possono anche essere una seccatura, se vogliamo avere un controllo totale sulla grafica della pagina. Se le consideriamo una seccatura, nella prima parte del foglio di stile possiamo inserire alcune regole per annullarle: le ho riassunte nel file CSS che potete scaricare da qui. Per usarle, copiate il contenuto e incollatelo all'inizio del vostro foglio di stile, così da fare piazza pulita di tutto, prima di cominciare il lavoro.
Per scrivere il nostro foglio di stile, ricordiamo sempre il principio di base del CSS: partiamo dalle regole più generali, che costituiranno la base del nostro stile, e procediamo poi verso le regole più specifiche, che riguarderanno soltanto piccole porzioni di testo. Nella nostra pagina di esempio, il tag di base è <body>, che li include tutto. È il capofamiglia, se ricordiamo la struttura gerarchica dello HTML. Subito dopo di lui, vengono i tag <div class=”titolo”> e <div class=”testo”>, alla pari: sono tag fratelli (oppure sorelle, come preferite), nonché figli del tag <body>. Il tag <div class=”titolo”> ha un solo figlio, ossia il tag <h2>, e il suo ramo si conclude lì; il fratello <div class=”testo”>, invece, ha diversi figli, tutti i tag <p>, e ognuno di essi avrà probabilmente altri figli, se abbiamo usato qualche corsivo o grassetto, oppure se abbiamo inserito link, immagini o altro. È una famiglia molto ramificata, ma dobbiamo sempre ricordare la sua struttura: i figli ereditano lo stile del padre, a meno che questo stile non sia modificato in una delle loro regole.
Se vogliamo impostare uno sfondo che valga per tutto il capitolo, impostiamolo come regola per il tag <body>. Scriveremo ad esempio:
body{
    color: yellow;
}

se vogliamo che il capitolo abbia uno sfondo giallo. Potremo poi cambiare il colore dello sfondo per un tag specifico, ma il giallo sarà il colore di base per lo sfondo di tutti gli elementi della pagina. Se vogliamo impostare un font di base, modificandolo eventualmente per i titoli, il tag body è sempre un buon punto in cui impostarlo. Unendolo alla regola precedente, otterremo
body{
  color: yellow;
  font-family: “Times New Roman”, Times, serif;
}

che assegnerà uno sfondo giallo alla pagina e imposterà il font di base per tutto il testo. Per modificare il font del titolo, poi, basterà scrivere
.titolo{
  font-family: "Arial Black", Arial, sans-serif;
}

In questo modo, il tag <div class=”titolo”> utilizzerà un font diverso, che sarà ereditato dai suoi figli (il solo tag <h2>, in questo esempio). Il contenuto di <div class=”testo”>, invece, erediterà il font impostato per <body>, che è suo padre. Se la catena di genitori, figli e fratelli ci confonde, può essere utile tracciare un breve schema della rete di rapporti, così da averla sempre a portata di occhio, mentre scriviamo il foglio di stile: può aiutare a chiarire perché un determinato elemento abbia un certo colore, oppure utilizzi un certo font.
Il tag body è un ottimo posto anche per inserire tutte le regole che determineranno i margini della pagina, quando spazio vuoto dovrà essere lasciato sui bordi, eccetera. Ad esempio, se al tag body aggiungiamo anche una regola
padding: 7px 10px 5px 10px;
tutta la pagina presenterà un margine alto di sette pixel, laterale di dieci pixel e basso di cinque pixel: avremo insomma creato una piccola cornice bianca attorno al contenuto della pagina.
Titolo e testo, nel nostro esempio e nella maggior parte delle pagine ben strutturate, sono due elementi fratelli: le regole che assegniamo a uno non influiscono sull'altro ed è bene così. Per separarli, inserendo un certo spazio tra il titolo e il primo paragrafo del testo, non premiamo tre o quattro volte il tasto “Invio”, perché il risultato non è garantito. Il modo migliore per separarli è usare i margini, come già abbiamo visto. ad esempio, se scriviamo la regola
.titolo{
  margin-bottom: 30px;
}

avremo la garanzia che il titolo e il primo paragrafo saranno separati da uno spazio vuoto di trenta pixel. Possiamo assegnare qualsiasi valore, a seconda delle nostre preferenze, ma la cosa importante è assegnarlo alla proprietà margin-bottom, che determina la distanza tra la fine di questo elemento e l’inizio del successivo.
Venendo al testo, molti libri scelgono di rientrare la prima riga di ogni paragrafo. Se vogliamo adottare questo stile per il nostro EPUB, basterà una regola del tipo
p{
  text-indent: 2em;
}

che produrrà un rientro pari a due caratteri nella prima riga di ogni tag <p>. Il primo paragrafo di un capitolo, a volte, riceve un trattamento particolare: per questo gli abbiamo assegnato una classe “primo”, che useremo nel CSS per modificare soltanto quel paragrafo. Ad esempio,
p.primo{
  text-indent: 0;
}

azzera il rientro per il tag <p> che possiede un attributo class=”primo”, ossia il primo paragrafo del nostro capitolo. Essendo poi una regola più specifica, è meglio inserirla dopo la regola generale, che abbiamo scritto per il tag <p>. Se poi vogliamo davvero sbizzarrirci e dare un aspetto particolare alla prima lettera del capitolo, in memoria degli antichi testi miniati medievali, possiamo ricorrere a una regola ancora più specifica, ossia
p.primo:first-letter{
  position: relative;
  display: block;
  float: left;
  font-weight: bold;
  font-size: 4.4em;
  line-height: 0.8em;
  color: rgb(40,40,40);
}

che potrete divertirvi a decifrare, sulla base delle puntate precedenti. In linea di massima, la regola di rivolge alla prima lettera del paragrafo con classe “primo”: ingrandisce la lettera, la colora, la rende in grassetto e la allinea al resto del paragrafo. Questa regola, che è specifica al massimo grado (riguarda solo una lettera di un paragrafo), la collocheremo alla fine della parte del foglio CSS dedicata ai paragrafi.
Tutte le regole che modificano elementi interni a un tag <p>, come possono esserlo i tag <b>, <i> e così via, li sistemeremo subito dopo la sezione dedicata al paragrafo: una buona organizzazione del foglio di stile ci aiuterà a vedere meglio i rapporti di parentela tra gli elementi. Il foglio di stile, dunque, potrebbe avere una struttura finale di questo tipo:
body{
  //regole globali
}
.titolo{
  //regole per la sezione “titolo”
}
.titolo h2{
  //regole specifiche per il tag <h2>, quando si trova in un elemento con class”titolo”
}
.testo{
  //regole generali per il corpo del capitolo
}
p{
  //regole specifiche per i paragrafi
}
p.primo{
  //regole specifiche per il paragrafo con classe “primo”
}
p.primo:first-letter{
  //regole specifiche per la prima lettera del paragrafo con classe “primo”
}
b{
  //regole specifiche per il tag <b>
}

e così via. Combinando i tag, possiamo ottenere regole sempre più specifiche e precise, ad esempio la regola
p b{
//regole per i tag <b> all’interno di un tag <p>
}

che si rivolge soltanto a un sottogruppo dei tag <b>, ossia quelli che sono figli di un tag <p>. Il principio di base, che dobbiamo sempre ricordare per risparmiarci fatica inutile è: partiamo dal generale e scendiamo sempre più verso il particolare. Ricordarlo e applicarlo non ci metterà al sicuro dagli errori, ma ci aiuterà a ridurli e a localizzarli più facilmente.

martedì 4 giugno 2013

Guida al CSS per EPUB – Impostare i margini

Nella puntata precedente abbiamo visto alcune delle proprietà che dobbiamo modificare, per cambiare l’aspetto di un paragrafo o della pagina: è un buon inizio, per posizionare correttamente un elemento, ma ancora non basta, soprattutto se siamo interessati a controllare gli spazi tra un elemento e l’altro (le famigerate righe vuote tra i paragrafi, insomma, contro cui spesso ci si trova a dover combattere). Se convertiamo un documento con Calibre, e non prestiamo attenzione a tutti i valori da impostare, molto spesso ci troveremo coi paragrafi separati tra loro da fastidiose linee bianche, proprio come accade quando scriviamo qualcosa in Sigil. Per capire cosa siano e imparare a evitarle o eliminarle, dobbiamo prima osservare come il CSS gestisca lo spazio nello HTML.
Pensiamo a un tag HTML (e al suo contenuto) come a una porzione di spazio, uno dei mattoncini LEGO che formano la pagina. Ognuno di questi tag, in linea di massima, è rappresentato come un rettangolo, più o meno grande a seconda dei casi: il tag <body> è un rettangolo grande quanto la pagina intera, il tag <p> è grande quanto il paragrafo contenuto, il tag <h1> sarà grande invece quando la riga di titolo corrispondente, e così via. Una pagina è dunque un muro, composto da tanti mattoni, di dimensione diversa: ogni tag è un mattone e il contenuto del tag determina la grandezza del mattone.
Il CSS ci permette di impostare e controllare tre proprietà spaziali, per ogni mattone: margin, padding e border. Border è il più semplice di tutti: è il perimetro del rettangolo e possiamo usarla per disegnare una “cornice” attorno a un elemento. Padding è lo spazio vuoto tra il bordo e il contenuto interno: se abbiamo deciso di racchiudere un paragrafo in una cornice, usando border, padding ci dirà quanto spazio bianco vedremo tra la cornice e il testo del paragrafo. Margin, infine, è lo spazio che separa il bordo di un tag dal bordo dei tag che lo circondano: è lo spazio che fa da cuscinetto tra un mattone e l’altro, separandoli. L’insieme di questi tre elementi forma il cosiddetto “modello a box”, nel CSS.
In breve, border segna il confine di un elemento, padding è lo spazio interno tra il confine e il contenuto dell’elemento, margin è lo spazio esterno tra il confine e gli altri elementi che lo circondano. Ognuna di queste tre proprietà può essere impostata individualmente, per ognuna delle quattro direzioni, oppure può essere impostata con un comando solo per tutti e quattro i lati. Inoltre, ognuna può essere impostata a zero, se vogliamo eliminare le formattazioni automatiche di alcuni tag (tipo <p>).

padding

Come detto, è lo spazio che separa il contenuto di un elemento dal suo bordo: se vogliamo disegnare una cornice attorno al testo, padding è la proprietà che dovremo impostare, per lasciare un certo spazio tra il bordo e il testo. Se un elemento utilizza la proprietà background-color, per colorare lo sfondo, allora anche la fascia di padding sarà colorata, in quanto è interno all'elemento.
A seconda dei casi, possiamo utilizzare una delle quattro varianti “locali” di padding, per impostarlo solo su un lato, oppure possiamo usare direttamente padding, per impostarlo in una volta sola su tutti e quattro i lati. Le quattro varianti sono padding-top, padding-right, padding-bottom, padding-left, sistemate come nella immagine soprastante: per ognuna possiamo indicare una delle unità di misura permesse dal CSS, per indicare quanto spazio lasciare. Ad esempio,
padding-top: 5px;
padding-left: 10px;
lasciano rispettivamente uno spazio vuoto di cinque pixel sopra il contenuto dell’elemento, e uno spazio vuoto di dieci pixel a sinistra del contenuto. Se invece scriviamo
padding: 5px 10px 5px 10px;
possiamo impostare in una volta sola la distanza per tutte e quattro le direzioni: in questo caso, il primo numero sarà la distanza in alto, il secondo la distanza a destra, il terzo la distanza in basso e il quarto la distanza a sinistra. Se vogliamo usare questa proprietà “unica”, è importante ricordare il corretto ordine: alto-destra-basso-sinistra, ossia top-right-bottom-left. Per memorizzare la sequenza, partite da sopra e muovetevi in senso orario. Se invece li impostiamo individualmente, non è importante seguire un ordine.
Infine, se vogliamo assegnare lo stesso valore a tutti e quattro i lati, possiamo utilizzare una formula ancora più breve, ossia
padding: 10px;
In questo modo, tutti e quattro i lati avranno un margine interno di dieci pixel (o di qualsiasi altro numero indicheremo).

margin

Come detto, è lo spazio che separa questo elemento dagli altri elementi che lo circondano: il suo “spazio vitale”, se preferite pensarla così. Funziona esattamente come padding, in tutto e per tutto, ma non sarà colorato, se abbiamo impostato un valore per background-color, in quanto lo spazio di margin non fa parte del nostro elemento, ma è esterno. Avremo dunque margin-top, margin-right, margin-bottom e margin-left, come proprietà individuali, e margin come proprietà unica, che le riassume tutte quante. Ad esempio,
margin-top: 12px;
margin-right: 8px;
imposteranno il margine esterno a dodici pixel in alto (margin-top) e a otto pixel sulla sinistra (margin-left). Utilizzando invece la formula abbreviata, possiamo scrivere
margin: 4px 5px 10px 6px;
così imposteremo un margine in alto di quattro pixel, a destra di cinque pixel, in basso di dieci pixel e a sinistra di sei pixel. Se vogliamo usare lo stesso numero per tutti e quattro i lati, la formula abbreviata resta sempre
margin: 5px;
proprio come abbiamo già visto per padding. Queste due proprietà funzionano allo stesso modo e cambia solo il luogo in cui collocano lo spazio vuoto nell'elemento: margin lo colloca all'esterno del bordo, padding lo colloca all'interno del bordo.

border

Concludiamo proprio col bordo. La proprietà border disegna una cornice attorno a un elemento e, può essere utilizzata sia per tracciare questa cornice attorno a tutto l’elemento, sia per tracciarla solo su alcuni dei quattro lati. Come i suoi colleghi, dunque, anche border ha le versioni specifiche, ossia border-top, border-right, border-bottom e border-left, che tracciano il bordo soltanto sul rispettivo lato del nostro elemento, ma i valori da attribuire a queste proprietà sono alquanto diversi: per disegnare un bordo, infatti, dovremo assegnare valori come il colore, lo spessore e lo stile.
Il primo valore che indichiamo, di solito, è lo spessore del bordo, espresso in pixel. Il secondo valore indica lo stile con cui sarà disegnato il bordo e lo possiamo scegliere tra i seguenti: solid, dotted, dashed, double, groove, ridge, inset, outset, none, hidden. Solid è una normale linea chiusa, dotted è una linea punteggiata, dashed una linea tratteggiata, double una linea doppia, none elimina il bordo, hidden lo nasconde (di fatto ottiene lo stesso risultato di none, cioè il bordo non si vedrà, ma nascondere una cosa è diverso da eliminarla), mentre gli altri quattro producono particolari effetti grafici, più semplici da vedere che da descrivere. Infine, il terzo valore è il colore che il bordo dovrà avere e lo possiamo impostare seguendo le regole già viste prima, parlando degli attributi color e background-color. Qualche esempio:
border: 2px dotted red;
border-bottom: 1px solid rgb(0, 0, 255);

nel primo caso, tracceremo su tutti e quattro i lati un bordo punteggiato, dallo spessore di due pixel e di colore rosso; nel secondo caso, tracceremo sotto l’elemento un bordo solido, dallo spessore di un pixel e di colore blu (una sottolineatura blu, insomma).
Possiamo utilizzare la forma abbreviata border, soltanto se vogliamo che il bordo sia identico su tutti e quattro i lati; se vogliamo disegnare bordi di spessore o di colore diverso, dovremo utilizzare le proprietà individuali per i quattro lati, ossia border-top, border-right, border-bottom e border-left. Non so perché qualcuno dovrebbe desiderare un bordo arlecchino e di dimensioni diverse, per una parte del proprio EPUB, ma questo è un altro paio di maniche: se il vostro senso estetico vi spinge in questa direzione, usate le quattro proprietà individuali; se siete tradizionalisti e volete un bordo uniforme su ogni lato, usate pure la formula abbreviata.

Ovviamente, border, margin e padding possono essere utilizzati su qualsiasi tipo di tag, ma non sempre otterremo il risultato previsto da noi. Lo HTML distingue infatti tra due tipi di tag, ossia quelli che creano un blocco nel testo e quelli che coabitano su una stessa linea. I tag <p> e <div> sono esempi tipici di tag che creano blocchi (servono proprio a dividere la pagina in sezioni logiche) e sono spesso accompagnati da una separazione grafica sullo schermo; i tag <b>, <span> e <a> sono esempi tipici di tag che coabitano su una stesa linea, senza dividere la pagina in blocchi. In caso di tag “in linea”, assegnare margini in alto e in basso non funzionerà come previsto, mentre i margini laterali non daranno problemi: non possiamo insomma usare padding-top o margin-bottom per aumentare lo spazio tra le linee. O almeno, non normalmente.
Esiste infatti una proprietà particolare, che ci permette di decidere se un tag dovrà comportarsi come un blocco, oppure come un tag “in linea”: è la proprietà display. Se a un tag assegniamo il valore
display: inline;
quel tag coabiterà pacificamente sulla stessa linea con altri tag, a prescindere da quale sia il suo tipo; se invece gli assegniamo il valore
display: block;
quel tag creerà un blocco indipendente all'interno della pagina, proprio come il tag <p>, e potremo controllare i sui margini su tutti e quattro i lati.
Nella prossima puntata, tireremo le somme.

venerdì 31 maggio 2013

Guida al CSS per EPUB - Formattare il paragrafo

Nella puntata precedente abbiamo visto una serie di regole per la modifica del testo: come impostare il font, scegliere la dimensione del testo, il suo colore e applicare alcuni tipi di decorazione a una o più parole. Proseguendo col discorso, vedremo oggi le regole per modificare interi blocchi di testo, ossia i singoli paragrafi o l’intera pagina del nostro EPUB: regole che normalmente applicheremo al tag <p>, oppure alla classe attribuita al tag <p>, ma anche regole che si possono applicare alla classe del tag <div>, che racchiude il contenuto dell’intero capitolo, se abbiamo seguito la struttura proposta in precedenza.

line-height

Come forse si potrà intuire già dal nome questa proprietà ci permette di impostare l’altezza delle linee nel nostro paragrafo o nella nostra pagina: maggiore è il valore che assegneremo a questa proprietà, maggiore sarà lo spazio tra una linea e l’altra (la famosa interlinea, insomma). Le unità di misura utilizzabili sono quelle che abbiamo già visto, ma in linea di massima è meglio usare solo le percentuali, oppure gli em, assieme a questa proprietà, così da rendere più dinamico lo spazio tra le linee: se è espresso in percentuale o in em, si adatterà di volta in volta alla dimensione del carattere, invece di rimanere fisso, come accadrebbe usando i pixel. Ad esempio,
line-height: 150%;
line-height: 2em;
Impostando una interlinea pari a due caratteri, questa dimensione si manterrà costante, qualunque sia la dimensione del carattere. Nei browser e in buona parte dei dispositivi, il valore base di questa proprietà è 120%.

text-align

Questa proprietà permette di formattare il testo di un paragrafo o di una pagina, allineandolo a destra, a sinistra, al centro, oppure giustificandolo: una proprietà che avremo utilizzato migliaia di volte, lavorando con Word o Writer. I valori che possiamo assegnare sono quattro e corrispondono ai quattro possibili stili di formattazione: right, left, center, justify. Questo è un tipico attributo, che vorremo assegnare all'intero testo e non a ogni singolo paragrafo, ed è di conseguenza un buon candidato per essere utilizzato con la classe di un eventuale <div>, che racchiude l’intero contenuto del capitolo. Esempi di utilizzo:
text-align: left;
text-align: justify;
il primo allineerà il testo a sinistra, il secondo lo giustificherà su entrambi i margini.

text-indent

Questa proprietà la utilizzeremo solitamente assieme al tag <p>, per assegnarla in modo uniforme a tutti i nostro paragrafi: è infatti una proprietà che ci permette di impostare il rientro della prima riga di testo in un paragrafo (e solo la prima riga). Tipicamente, attribuiremo a questa proprietà un valore espresso in pixel o in em, con una preferenza per la seconda soluzione: un rientro di 3em, pari a tre caratteri, resterà costante anche variando la dimensione del carattere, mentre un rientro di 10 pixel non si adatterà a un eventuale ingrandimento del testo (ricordiamo che praticamente tutti i dispositivi di lettura danno la possibilità di ingrandire o rimpicciolire il testo). Una regola

p{

    text-indent: 4em;
}

assegnerà un rientro pari a quattro caratteri alla prima riga di tutti i paragrafi (se ci siamo ricordati di racchiudere ciascuno di essi in un tag <p>).


:first-letter

Questa è una pseudoclasse CSS, che può essere abbinata a un tag e ci permette di assegnare uno stile speciale alla prima lettera di ogni paragrafo. Un suo uso tipico è

p:fist-letter{

    //regole da attribuire alla prima lettera
}

e all'interno delle parentesi graffe inseriremo poi le proprietà che la prima lettera del paragrafo dovrà possedere. Se vogliamo essere ancora più specifici, e sogniamo uno EPUB con la prima lettera di ogni capitolo miniata, come un manoscritto medievale, dovremo prima di tutto assegnare una classe particolare al primo paragrafo, ad esempio <p class=”primo”>, e poi useremo una struttura del tipo


.primo:first-letter{

    //regole da assegnare alla prima lettera
}

così da modificare soltanto la prima lettera dei paragrafi che possiedono la classe “primo”. Una cosa da ricordare è che non dovremo lasciare spazi vuoti tra il nome del tag (o della classe) e i due punti di :first-letter. Fra le parentesi graffe, poi, potremo utilizzare qualsiasi regola già vista per il testo: assegnare font particolari, ingrandire il testo, renderlo in grassetto, colorarlo, ma anche colorare il suo sfondo (lo vedremo a breve) e così via.


:first-line

Identico al precedente, ma si applica alla prima riga del testo nel tag con cui lo stimo utilizzando. Ad esempio,

p:first-line{

    //regole da assegnare alla prima riga
}

ci permetterà di assegnare uno stile particolare alla prima riga di ogni paragrafo. Vale quanto già detto in precedenza, con un avvertimento supplementare: se vogliamo attribuire più stili a uno stesso paragrafo (ad esempio uno stile generale per il paragrafo, uno per la prima riga e un terzo stile per la prima parola), è importante scrivere le varie regole in ordine, dalla più generale alla più particolare. Nel foglio di stile, per prima scriveremo la regola da applicate a tutti i paragrafi, poi scriveremo le regole da applicare solo ad alcuni paragrafi, poi quelle da applicare alla prima linea di alcuni paragrafi, infine quelle da applicare alla prima lettera. Questo vale per qualsiasi tag ed è un principio che è sempre bene ripetere.


background-color

Questa proprietà è utilizzata per assegnare un colore allo sfondo del tag, come è possibile intuire dal nome stesso della proprietà: se color serviva a colorare il testo, questa serve a colorare la superficie su cui il testo si trova. Possiamo assegnarla a una singola riga, per ricreare un effetto da evidenziatore, ma molto più spesso ci troveremo a utilizzarla per l’intera pagina, oppure per singoli paragrafi o blocchi della pagina: ad esempio, per assegnare un colore particolare allo sfondo del titolo del paragrafo, così da marcarne la differenza rispetto al contenuto, ma possiamo anche assegnare un colore particolare allo sfondo della prima lettera del paragrafo, oppure della prima riga.
Qualunque sia il modo in cui deciderete di utilizzarla, le regole sono le stesse che abbiamo già visto per color: il colore può essere espresso con un nome in inglese (se è uno dei colori principali), oppure con un numero esadecimale, o infine con un blocco rgb() o rgba(), al cui interno indicheremo le quote dei tre colori fondamentali (rosso, verde e blu) da miscelare, per ottenere il colore che ci serve. Niente di nuovo, insomma. Di conseguenza,
background-color: red;
background-color: #FF0000;
background-color: rgb(255, 0, 0);
sono tre modi per indicare il colore rosso, da attribuire allo sfondo di un elemento.

background-image

Per chi non si accontenta dei colori, è possibile anche inserire una immagine come sfondo per un elemento, oppure per tutta la pagina: la proprietà background-image ci permette di fare proprio questo. Ad esempio,
background-image: url(../Images/sfondo.jpg);
ci permetterà di inserire l’immagine “sfondo.jpg” come sfondo per il tag a cui avremo assegnato questa proprietà. Tra la parentesi di url(), ovviamente, dovremo indicare il punto in cui si trova la nostra immagine, che di solito dovrebbe essere la cartella Images del nostro EPUB: se si trova in un altro posto, modificheremo l’indirizzo di conseguenza.
Utilizzare una immagine come sfondo, però, presenta alcune complicazioni, che è bene tenere presente. Se l’immagine è più piccola della superficie da coprire, normalmente sarà riprodotta a scacchiera, da sinistra verso destra e dall’altro verso il basso, fino a riempire tutto lo spazio disponibile. Se state utilizzando una piccola immagine, che simula la superficie di una pergamena o di un foglio di carta, questo comportamento potrebbe andarvi bene; in altri casi, però, potrebbe risultare alquanto molesto. Per controllare (o impedire) la ripetizione della nostra immagine, dobbiamo utilizzare una seconda proprietà, subito dopo background-image, ossia

background-repeat
A questa proprietà possiamo assegnare quattro valori: no-repeat, repeat, repeat-x, repeat-y. Il valore repeat è quello che possiede in partenza e prevede che l’immagine sia ripetuta su tutto lo schermo; il valore no-repeat impedisce che l’immagine sia ripetuta; repeat-x ripete l’immagine soltanto da sinistra verso destra, cioè in orizzontale; repeat-y la ripete soltanto in verticale. Ad esempio,
background-image: url(../Images/sfondo.jpg);
background-repeat: repeat-x;
è una combinazione che ci permette di inserire come sfondo l’immagine “sfondo.jpg”, ripetendola a oltranza da sinistra verso destra.

background-position
Dopo aver caricato una immagine come sfondo e aver deciso se e come ripeterla, per coprire la superficie a disposizione, ci resta da vedere ancora una cosa, prima di chiudere il capitolo-immagini, e cioè come posizionarla all'interno di un elemento. La proprietà background-position si occupa proprio di questo.
Background-position richiede due valori: il primo è il punto di partenza orizzontale, il secondo è il punto di partenza verticale. Questi due valori possono essere espressi usando parole-chiave o unità di misura: in teoria si potrebbero usare anche le percentuali, ma è una soluzione che richiede calcoli troppo complicati e solitamente non ne vale la pena. Le parole-chiave, per il primo valore, sono left, center e right, mentre per il secondo valore sono top, center e bottom. Scrivendo ad esempio
background-position: left top;
il punto di partenza della nostra immagine sarà l’angolo in alto a sinistra dell’elemento. Scrivendo invece
background-position: center center;
il punto di partenza della nostra immagine sarà il centro esatto dell’elemento. E così via, per tutte e altre combinazioni. Se abbiamo scelto una immagine ripetuta, il punto indicato da background-position è il punto di partenza della ripetizione; se non dovrà essere ripetuta, invece, sarà il punto in cui si troverà l’immagine.
Utilizzando unità di misura, il principio è lo stesso, ma esprimeremo la posizione di una immagine indicando la sua distanza dall'angolo in alto a sinistra dell’elemento. Di conseguenza,
background-position: 5px 10px;
inserirà la nostra immagine a cinque pixel dal bordo sinistro e a dieci pixel dal bordo superiore del nostro elemento: in pratica, sarà spostata di cinque pixel verso destra e di dieci verso il basso, rispetto ai margini dell’elemento. Un numero negativo, invece, la sposterà nella direzione opposta:
background-position: -5px -10px;
collocherà il punto di partenza di una immagine cinque pixel sulla sinistra e dieci in alto, rispetto al suo elemento; in pratica, comincerà all'esterno dell’elemento.
Proseguiremo nella prossima puntata, parlando di margini e bordi della pagina.

lunedì 27 maggio 2013

Guida al CSS per EPUB – Formattare il testo

Nella puntata precedente abbiamo visto la struttura generale di una regola CSS: prima di tutto indichiamo il nome del tag e/o della classe a cui la regola si applicherà, poi apriamo una parentesi graffa, elenchiamo una serie di coppie formate da una proprietà e l’attributo da assegnare a quella proprietà, infine chiudiamo la parentesi graffa. Le proprietà che possiamo impostare sono parecchie, soprattutto quando stiamo lavorando sulla pagina di un normale sito web; nel caso di uno EPUB, però, diverse di queste proprietà avrebbero poco senso o poca utilità, per cui possiamo concentrarci su un numero ristretto di esse, cioè quelle che normalmente ci serviranno per formattare la nostra pagina e il nostro testo. Oggi partiremo dal testo.
Premessa generale. Il CSS utilizza più unità di misura, per definire la dimensione del testo, della pagina, i margini, eccetera, e non tutte queste unità di misura sono intuitive, come significato. Il pixel è probabilmente la più comune e la più semplice: se assegnate a qualcosa un valore di 20px (venti pixel), quell'elemento avrà sempre e comunque una dimensione di venti pixel, a prescindere da tutto il resto. A titolo di esempio, la dimensione base dei caratteri in un qualsiasi browser è di 16px, cioè sedici pixel (non lasciate spazi vuoti tra il numero e px, la sigla di pixel) e molti lettori di e-book seguono questa convenzione.
Lo em è una unità di misura più esotica ed equivale alla dimensione base dei caratteri che, come abbiamo appena visto, di solito è 16px, ossia sedici pixel. Questa unità è usata spesso per indicare la dimensione del rientro alla prima riga (se lo utilizziamo): un rientro di 3em, ad esempio, imposterà un rientro di tre caratteri, mentre 5em sarà cinque caratteri. Se a un titolo assegniamo una dimensione di 2em, lo renderemo grande il doppio rispetto ai caratteri normali, mentre un valore di 0.5em renderà il nostro testo grande la metà del normale.
La percentuale funziona come lo em, cioè determina la dimensione dell’elemento in rapporto a un altro valore, ma con una differenza: nel caso dello em, il valore di riferimento è sempre la grandezza del carattere, mentre nel caso della percentuale il riferimento varia, a seconda dei casi. Se stiamo impostando la dimensione di un carattere, e lo facciamo in percentuale, dicendo ad esempio che il testo deve essere il 150%, allora il risultato sarà equivalente a 1.5em; se però usiamo la percentuale per determinare la larghezza della pagina, il valore di riferimento non sarà il carattere, ma la grandezza dello schermo.
Abbandoniamo adesso il discorso in astratto sulle unità di misura e guardiamo come assegnare stili al testo, che è poi l'argomento principale di oggi: le unità di misura ritorneranno, ma inserite in un contesto più preciso. La prima cosa che probabilmente vorremo impostare, nel nostro EPUB, è il font, ossia il tipo di carattere da utilizzare (utilizzo la parola font al maschile, perché mi riferisco al file in cui sono contenuti i caratteri; il file, per l’appunto).

font-family

Normalmente, possiamo utilizzare nel nostro EPUB qualsiasi font preferiamo, più o meno come accade quando lavoriamo con un programma quale Word o Writer. Per assegnare il font nel foglio di stile, useremo la proprietà font-family, a cui assegneremo il nome del font come valore. Ad esempio,

p {

    font-family: “Times New Roman”;

}

assegnerà il font “Times New Roman” a tutto il testo racchiuso in un tag <p>. Il nome del font deve essere racchiuso tra virgolette, se è composto da più di una parola, ma non è obbligatorio se il suo nome è di una sola parola: Times New Roman dovrà quindi essere racchiuso tra virgolette, mentre Verdana può essere scritto senza virgolette.
Possiamo specificare un solo tipo di font, come abbiamo fatto in questo caso, ma è più prudente indicarne almeno due o tre, in ordine di preferenza: al primo posto metteremo il font che preferiamo e poi, in ordine, le opzioni di riserva, separate da una virgola. Questo è importante, perché non tutti i dispositivi di lettura possiedono tutti i tipi di font: il Times New Roman è dappertutto, ma font più insoliti potrebbero non essere disponibili su un determinato dispositivo. Per limitare i danni, è bene dunque offrire una serie di font di riserva, via via più generici, che saranno utilizzati se i font più specifici mancheranno. Ad esempio, la regola

p {

    font-family: Arial, Helvetica, sans-serif;

}

darà al lettore un ordine di questo tipo: “per visualizzare il testo contenuto nel tag <p>, usa il font Arial; se non è disponibile, usa il font Helvetica; se non hai neppure quello, usa un qualsiasi font di tipo sans-serif”. Serif, sans-serif e monospaced sono tre famiglie base di font e rappresentano la soluzione più generica possibile: è bene indicarle come ultima alternativa, in una lista di font. Serif è un font con piccole decorazioni alla fine della lettera ed è usato normalmente per il testo di una pagina: esempi di questa famiglia sono Times New Roman, Georgia, Garamond, Baskerville e così via. Sans-serif è un font più semplice, senza decorazioni, ed è solitamente usato per i titoli: esempi sono Arial, Helvetica, Verdana, Tahoma, eccetera. Monospaced è un font in cui tutti i caratteri occupano lo stesso spazio e conferisce al testo un aspetto da “vecchia macchina da scrivere”: esempi sono Courier, Lucida Console, Monaco, eccetera.
Se è fondamentale che il nostro testo sia riprodotto con un particolare tipo di font e vogliamo essere sicuri che sia disponibile su ogni dispositivo, dovremo incorporarlo nel nostro e-book. Ho già parlato altrove di come incorporare font in uno EPUB, per cui vi rimando a quell'articolo.

color

Una volta stabilito il font, potremmo aver voglia di colorare il nostro testo, invece di lasciarlo nel solito nero. La proprietà da modificare, in questo caso, è color, a cui dovremo assegnare un valore corrispondente al colore che ci interessa, il che potrebbe essere un poco complicato. Il colore, nel CSS, può essere indicato in almeno tre modi: per i colori base, è di solito disponibile un nome (in inglese); per colori più particolari, sfumature, o per essere sicuri che il colore sia compreso ovunque, possiamo utilizzare il suo valore esadecimale, oppure indicare la combinazione di rosso, verde  blu che lo producono. Vediamo come funziona.
Per alcuni colori, il nome è sufficiente: possiamo così scrivere
color: red;
color: blue;
color: green;
e all'elemento corrispondente sarà assegnato il colore che vogliamo. In altri casi, però, la vita non è così semplice e dovremo utilizzare sistemi più complicati, per indicare il colore.
Il numero esadecimale è la forma più vecchia, utilizzata fin dai primordi del web per indicare il colore di un elemento HTML: il colore è così rappresentato da sei numeri in base sedici, che corrispondono alla quantità di rosso, verde e blu da mischiare, per ottenere il colore corrispondente. Alcuni esempi sono:
color: #6600FF;
color: #3E8988;
In questi casi, il simbolo # indica che il valore seguente è un esadecimale, il numero seguente esprime la miscela di colori necessari. Potete utilizzare un qualsiasi programma di grafica, come Photoshop, GIMP o altri, per scoprire quale sia il numero esadecimale corrispondente al colore che vi interessa.
Altra possibilità è indicare in modo più normale i valori di rosso, verde e blu, utilizzando per ciascuno di essi una percentuale, oppure un numero compreso tra 0 e 255. Ad esempio:
color: rgb(255, 255, 255);
color: rgb(100%, 100%, 100%);
rappresentano lo stesso colore, ma con due formule diverse. In entrambi i casi, dovremo utilizzare la struttura rgb() come base e scrivere, al suo interno, i tre valori, divisi da una virgola. È la soluzione migliore, per inserire un colore, perché ci permette il massimo controllo sul risultato, ma soprattutto può essere facilmente estesa, per aggiungere un quarto valore, ossia la trasparenza. Dubito che vorrete mai scrivere un capitolo del vostro libro, utilizzando colori trasparenti, ma sappiate che è possibile: basta utilizzare rgba() e inserire, come quarto attributo, un numero decimale da 0 a 1, dove 0 indica trasparenza completa (invisibilità, insomma) e 1 indica opacità completa. Ad esempio,
color: rgba(255, 0, 0, .5);
produrrà un colore rosso che è per metà trasparente. Anche in questo caso, chiedete aiuto al vostro programma di grafica preferito, per conoscere i valori da assegnare a ogni colore.

font-size

Per modificare la dimensione del font, possiamo utilizzare la proprietà font-size, che è molto semplice da usare: tutto ciò che dobbiamo fare è indicare la dimensione da assegnare al font, usando una delle unità di misura già menzionate. Ad esempio
font-size: 1.2em;
font-size: 120%;
font-size: 20px;
e così via. C’è solo un avvertimento, riguardo al corretto utilizzo di questa proprietà, se esprimiamo la dimensione in percentuale o in em: se modifichiamo per la prima volta la dimensione del font, allora il valore di riferimento sarà quello base (di solito 16 pixel); se abbiamo già modificato la dimensione, allora il valore di riferimento sarà quello che abbiamo assegnato all'ultimo tag “padre”, secondo l’albero genealogico che abbiamo visto alla fine della precedente.

font-style

Una proprietà opzionale è font-style, che può essere utilizzata per rendere corsivo il testo, oppure per annullare lo stile corsivo in un tag figlio, se lo avevamo assegnato al tag padre. Questa proprietà ha tre possibili valori: normal, che toglie il corsivo, italic, che assegna il corsivo, oblique, che di fatto è identica a italic, ma non si usa quasi mai. Ad esempio,
font-style: italic;
font-style: normal;
dove il primo rende corsivo il testo e il secondo rimuove lo stile corsivo.

font-weight

Altra proprietà opzionale è font-weight, che funziona come font-style, ma si applica al grassetto, invece che al corsivo. In questo caso, però, i valori possibili sono soltanto due: normal e bold, dove il primo rimuove il grassetto e il secondo lo applica al testo. In pratica,
font-weight: normal;
font-weight: bold;
sono le uniche due combinazioni possibili per questa proprietà.

text-transform

A volte può essere necessario trasformare le lettere di una o più parole, per renderle maiuscole o minuscole: la proprietà text-transform si occupa proprio di questo. I valori possibili per questa proprietà sono quattro: uppercase, lowercase, capitalize e none. Come è facile da intuire, uppercase rende il testo maiuscolo, lowercase lo rende minuscolo e capitalize rende maiuscola soltanto la prima lettera di ogni parola, mentre none annulla ogni modifica. Le combinazioni sono dunque
text-transform: uppercase;
text-transform: lowercase;
text-transform: capitalize;
text-transform: none;
ed è una proprietà che probabilmente vi tornerà comoda soltanto per i titoli dei capitoli e poco altro, ma è sempre utile conoscerne l’esistenza.

font-variant

Altra proprietà estremamente specifica, che di fatto serve solo a creare testo in maiuscoletto. Scrivendo
font-variant: small-caps;
otterrete un testo in lettere maiuscole, ma di piccole dimensioni: il maiuscoletto, per l’appunto, che può essere usato per aggiungere una certa enfasi ad alcune parole, ma soprattutto per le sigle.

text-decoration

Una proprietà fondamentale, senza la quale non potremmo vivere, da cui ogni forma di tipografia digitale dipende: ecco cosa NON è text-decoration. Scherzi a parte, è una proprietà che raramente vi troverete a dover utilizzare (o almeno spero), ma può essere utile spendere una frazione della propria memoria per immagazzinarla, nel caso in cui dovesse servire, in un futuro lontano. Questa proprietà assegna una specie di decorazione al testo o alla parola a cui è assegnata, anche se la idea di “decorazione” che voi avete è probabilmente molto diversa da quella di chi ha progettato questa proprietà. I valori possibili sono underline, overline, line-through, blink, none e possono essere combinate tra loro, applicandone più di una allo stesso elemento. Undeline traccia una linea sotto al testo, overline ne traccia una al di sopra del testo, line-through ne traccia una attraverso il testo, blink farà lampeggiare fastidiosamente il testo e none abolirà decorazioni precedenti. Ad esempio,
text-decoration: line-through;
text-decoration: overline underline;
text-decoration: none;
e così via, dove soltanto il buon gusto potrà costituire un limite alla vostra creatività.

text-shadow

Chiudiamo con una vera decorazione, che certo può avere un buon impatto visivo, se usata bene, ma che potrebbe non funzionare su tutti i lettori, essendo una novità abbastanza recente: dovrete sperimentarla sul campo. Questa proprietà è text-shadow, che aggiunge un effetto-ombra al testo a cui è assegnata: in pratica, se la applicate a un titolo, il titolo sarà accompagnato da un’ombra, che darà una vaga illusione di profondità e tridimensionalità (con un poco di fantasia da parte di chi la guarda).
Per usarla, dovrete assegnare una discreta sfilza di valori, ad esempio
text-shadow: -4px 4px 3px #999999;
dove il primo valore corrisponde alla posizione orizzontale dell’ombra, il secondo alla posizione verticale, il terzo al tasso di sfocatura e il quarto al colore. Nel mio esempio, l’ombra è spostata a sinistra di 4 pixel (valori negativi la spostano a sinistra, valori positivi la spostano a destra, rispetto alla parola che la proietta), verso il basso di 4 pixel (valori positivi la spostano verso il basso, lavori negativi verso l’alto), è abbastanza sfocata (con 0 pixel è nitida, ogni punto in più ne aumenta la sfocatura) e ha un colore grigio. Il modo migliore per dare un senso a tutti i vari numeri è sperimentare di persona, se siete interessati a usare questa proprietà.
Continueremo alla prossima puntata.

mercoledì 22 maggio 2013

Guida al CSS per EPUB – Il foglio di stile

Nella puntata precedente abbiamo visto come strutturare una pagina, per renderne più semplice la modifica e la formattazione attraverso le regole del CSS. Oggi, invece, cominceremo a vedere cosa siano queste regole del CSS: per poterlo fare, osserveremo prima di tutto la struttura di un foglio di stile.
Come ho scritto in precedenza, il CSS è un insieme di regole, che prescrivono al browser il modo in cui una pagina web debba essere visualizzata. In un normale sito, possiamo utilizzare il CSS per svariate operazioni di design, dalle più basilari, come modificare font, colori e inserire immagini di sfondo, fino alle più complesse, come assemblare l’intero layout del sito, distribuendo il contenuto delle pagina su una, due, tre o più colonne, inserendo barre laterali di navigazione, header, footer e anche semplici animazioni, per rendere più allegra, vivace o di pessimo gusto la nostra pagina. Dato però che qui mi sto occupando del CSS utilizzabile in uno EPUB, tralascerò molti di questi aspetti più avanzati e mi concentrerò invece sugli aspetti più semplici, ossia quelle che funzioneranno su qualsiasi dispositivo di lettura e per qualsiasi tipo di e-book. Se volete, però, nulla vi vieta di trattare le pagine del vostro libro come se fossero pagine web vere e proprie e sbizzarrirvi con le più recenti funzionalità aggiunte al CSS, ma sappiate che, al momento, non avrete alcuna garanzia che tutti i dispositivi di lettura supporteranno il vostro stile innovativo: dovrete sperimentare sul campo e sperare in bene.
Dopo questa introduzione, cominciamo a vivisezionare un foglio di stile. Un foglio di stile, come dicevo, è formato da una serie di regole, tutte strutturate allo stesso modo, cioè così:

h2 {
    font-family: Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;

    text-align: center;

    color: gray;

}


I colori li ho aggiunti io, per semplificare la spiegazione (chiedo scusa ai daltonici), ma per il resto è un esempio di normale regola, come potrete trovarne in qualsiasi foglio di stile.
L’elemento che ho colorato in rosso, cioè h2, è il nome del tag a cui questa regola dovrà essere applicata, nel caso specifico h2: il suo nome completo, come lo troviamo in una pagina HTML, sarebbe <h2> ma, come possiamo vedere, nel foglio di stile utilizzeremo solo la parte interna del nome, eliminando < e >. Subito dopo questo elemento, inseriremo due parentesi graffe, al cui interno si troveranno tutte le regole di stile da applicare alla porzione di testo o di pagina racchiusa da quel tag.
L’elemento colorato in blu è la proprietà che vogliamo modificare, attraverso questa regola. Ogni elemento possiede un grande numero di proprietà, che vanno dal colore, all'allineamento  ai margini, e così via, e ognuna di queste può essere modificata liberamente da una regola in CSS. Font-family, ad esempio, è la proprietà che determina il tipo di font da utilizzare per un elemento testuale. Ogni proprietà deve essere seguita dai due punti.
L’elemento colorato in verde, infine, è il valore che vogliamo assegnare a un certa proprietà. Se stiamo modificando la proprietà color, ad esempio, il valore corrisponderà al nuovo colore da assegnare all'elemento  mentre la proprietà font-family avrà come valore uno o più tipi di font. Ogni valore deve essere chiuso da un punto e virgola, a segnare che quella regola si è conclusa.
Oltre che a un tag, una regola CSS può essere applicata anche a una classe, oppure a una combinazione tag + classe, o infine a più tag contemporaneamente (o più combinazioni tag + classe contemporaneamente). Vediamo alcuni esempi.


p {

    color: red;

}

Questa regola applica il valore red alla proprietà color di tutto ciò che è racchiuso all'interno di un tag <p>: in pratica, colora di rosso il testo di tutti i nostri paragrafi, indiscriminatamente.


.paragrafo {

    color: red;

}

Questa regola applica il valore red alla proprietà color di tutto ciò che è racchiuso all'interno di un tag che possiede l’attributo class=”paragrafo”, qualunque sia il tipo di tag (<a class=”paragrafo”>, <p class=”paragrafo”>, <span class=”paragrafo”>, eccetera). Come possiamo vedere, il nome di una classe è preceduto da un punto, quando è utilizzato per una regola CSS.


p .paragrafo {

    color: red;

}

Questa regola applica il valore red alla proprietà color di tutto ciò che è racchiuso all'interno di un tag <p>, che possieda l’attributo class=”paragrafo”, cioè a tutti i tag <p class=”paragrafo”>. Se nel nostro testo è presente un tag <p class=”altro”>, la regola non si applicherà, perché è richiesta la presenza contemporanea sia del tag <p> che della classe “paragrafo”.


p, h1 {

    color: red;

}

Questa regola applica il valore red alla proprietà color di tutto ciò che è racchiuso all'interno di un tag <p> o di un tag <h1>: come vediamo, per applicare la stessa regola a più tipi di tag, basta separare i loro nomi con una virgola.


p .paragrafo, h1 .titolo {

    color: red;
}

Questa regola, infine, applica il valore red alla proprietà color di tutto ciò che è racchiuso all'interno di un tag <p> con un attributo class=”paragrafo”, o all'interno di un tag <h1> con un attributo class=”titolo”. In questo caso, ogni coppia tag + classe sarà separata da una virgola.

Come si può capire da questi esempi, unendo fra loro più tag e più classi si possono creare regole parecchio complesse e dettagliate, che si applicano soltanto a sezioni ben determinate delle nostre pagine. Tutto ciò può sembrare parecchio confuso, a prima vista, e magari anche a seconda vista, ma è solo una questione di pratica: di fatto, possiamo utilizzare tag e classi come mattoncini Lego e combinarli tra loro come preferiamo, per costruire lo stile più adatto al nostro ebook. Vedremo più avanti alcuni esempi concreti di foglio di stile.
Per concludere questa introduzione, c’è un ultimo fattore da considerare, quando lavoriamo sul CSS: l’effetto a cascata. Una normale pagina HTML è composta da un gran numero di tag, incasellati gli uni dentro gli altri: abbiamo tag <div> che contengono tag <h2> e <p>, abbiamo tag <p> che contengono tag <a>, <em> e <span>, e così via. Lo abbiamo visto nella puntata precedente, parlando di come strutturare la pagina. In una struttura di questo tipo, il tag più esterno è il padre, mentre i tag al suo interno sono i figli (oppure madre e figlie, se preferite un approccio femminile: non fa alcuna differenza): se la nostra pagina è

<body>
  <div class=”pagina”>
    <div class=”titolo”>
      <h2></h2>
    </div>
    <div class=”testo”>
      <p></p>
      <p></p>
      <p></p>
    </div>
  </div>
</body>

, il tag <body> sarà il padre di tutti, perché tutti gli altri tag sono al suo interno, ed è quindi il vertice della piramide. Subito sotto di lui c’è il figlio diretto, cioè <div class=”pagina”>, seguito poi dai suoi due figli diretti, ossia <div class=”titolo”> e <div class=”testo”>, e così via, fino alla fine dell’albero genealogico, cioè fino ai tag che non hanno altri tag al proprio interno. Se abbiamo impaginato bene il file, il rientro a inizio riga ci aiuterà visivamente a seguire la piramide dei tag.
A cosa serve tutta questa struttura? E cosa c’entra l’effetto a cascata? Semplice: tutti gli attributi che impostiamo per un tag padre si ripercuoteranno anche sui suoi tag figli. Se il tag <div class=”pagina”> ha un font Arial, anche tutti i suoi figli avranno un font Arial. Se non vogliamo che un tag figlio erediti un certo attributo dal padre (o dal nonno), dovremo sovrascrivere quell'attributo, ossia assegnare al tag figlio un valore diverso per quell'attributo. Per cambiare il font, ad esempio, dovremo assegnare al figlio un valore di font-family diverso da quello che erediterebbe dal padre: in questo modo, la sua eredità sarà ignorata e a prevalere sarà il valore che abbiamo assegnato direttamente a quel tag, non quello che riceverebbe dai tag più in alto nella scala gerarchica della pagina.
Nella prossima puntata proseguiremo con lo studio delle regole CSS, accompagnate da qualche esempio più concreto.