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mercoledì 28 novembre 2012

RetroShare e la condivisione Friend-to-Friend

Oggi tornerò a parlare di condivisione files, dedicandomi a un programma dalla storia abbastanza curiosa: RetroShare. RetroShare è un programma open-source, disponibile per i principali sistemi operativi (Windows, Macintosh e diverse distribuzioni di Linux), che funziona come piattaforma decentralizzata per la comunicazione e lo scambio di files. Detta in altri termini, con RetroShare potete scambiare files, in modo simile a quanto avviene con eMule o Torrent, ma potete anche chattare con gli amici o costruire un forum di discussione. Il che non sarebbe niente di particolare, dato che si può fare in molti altri modi, anche più semplici; la particolarità sta nel fatto che tutte le comunicazioni sono criptate. Come si autodefinisce nel suo sito, RetroShare è progettato per offrire un Secure Social Network, cioè un ambiente in cui ciò che decidi di condividere coi tuoi amici sarà davvero condiviso soltanto coi tuoi amici e inaccessibile ad altri. Ma vediamo più in dettaglio.
La condivisione di files, in un sistema peer-to-peer (P2P), avviene in forma uguale tra un numero imprecisato di sconosciuti: io inserisco un file in una rete P2P, come eMule, e chiunque potrà raggiungere quel file e scaricarlo. Inoltre, se sono presenti più copie di uno stesso file, sarà possibile scaricarne frammenti da ogni copia disponibile, così da velocizzare l’operazione. E fin qui niente di nuovo, perché chiunque abbia mai usato eMule (o Torrent) ne conosce anche, almeno in forma approssimativa, il funzionamento. Questo sistema introduce vari problemi di sicurezza, perché è relativamente facile localizzare chi stia scaricando cosa: ogni utente è collegato in modo diretto alla fonte da cui scarica e questo rende possibile localizzare l’indirizzo IP dell’utente in questione.
RetroShare passa da un sistema peer-to-peer a un sistema friend-to-friend: i files non sono più condivisi indiscriminatamente con chiunque, ma solo con una ristretta cerchia di persone, ossia quelli che io ho scelto come “amici”. Nella sua forma più semplice, dunque, possono utilizzare RetroShare per creare una ristretta cerchia di amici e scambiare con loro il materiale che voglio, attraverso canali criptati: organizziamo la nostra piccola comunità, ci scambiamo files in modo sicuro e protetto e tanti saluti al resto del mondo.
Esiste però anche una forma più “sociale”, basata sugli “amici di amici”, che porta RetroShare molto più vicino a eMule e Torrent, pur mantenendo un sistema friend-to-friend. Per spiegare meglio questa forma sociale, vediamo come funziona la ricerca di un file. Quando cerco un file, per prima cosa RetroShare guarderà tra i miei amici: se uno di loro lo possiede e lo ha messo in condivisione, allora lo riceverò da lui e la ricerca è finita. Se non lo possiede, RetroShare guarderà tra tutti gli amici di quell'amico  poi guarderà tra gli amici degli amici dell’amico, e così via, fino a che il file non è stato trovato o, in caso di risultati negativi, fino a che la ricerca non si fermerà per essersi spinta oltre una certa distanza. Una volta localizzato il file, non sarà trasferito direttamente a me, ma mi arriverà “saltellando” da un amico all'altro  seguendo la catena di amici che porta da me al file: in questo modo, il “distributore” del file non vedrà il destinatario, ma solo il suo amico più diretto.
Esempio concreto. Pincopallino possiede il file che mi interessa, ma non è un mio amico diretto. Il file sarà quindi trasferito a Tizio, che è amico di Pincopallino; Tizio lo trasferirà al suo amico Caio; Caio lo trasferirà al suo amico Sempronio; Sempronio è un mio amico, così lo trasferirà direttamente a me. In tutto questo giro, io non vedrò mai Pincopallino e Pincopallino non vedrà mai me, proprio come non vedremo le varie tappe intermedie. Ogni scambio avverrà poi attraverso un tunnel criptato, che collega i due amici tra cui lo scambio si verifica. Come è facile da intuire, questo percorso è molto più lento rispetto al normale peer-to-peer, ma ha il vantaggio di essere molto più sicuro: sta dunque agli utenti decidere tra la velocità e la sicurezza.
Gli amici sono persone di cui ti fidi e sono stabiliti attraverso uno scambio di “certificati di identità”. Quando utilizziamo RetroShare per la prima volta, ci sarà richiesto di generare una nostra identità, che si accompagna a due chiavi, utilizzate per gestire le connessioni criptate: l’aggiunta di un amico avviene mandandogli il mio certificato, per identificarmi, e lui potrà accettarla inviandomi a sua volta il suo certificato. In questo modo, entrambi potremo verificare l’identità dell’altro. Una cosa da tenere presente è che i miei amici sapranno sempre chi sono, per cui è opportuno che gli amici siano davvero amici, cioè persone fidate: l’essenza di RetroShare è questa, uno scambio protetto tra persone fidate.
Quale sarebbe la curiosità della storia di RetroShare, cui accennavo all'inizio? RetroShare è in vita da diversi anni e finora è stato ignorato da tutti o quasi: il suo stesso sviluppo è ancora alla versione 0.5.4c, cioè ancora piuttosto lontano da una versione stabile e definitiva. Dall'inizio dell’anno in corso, però, pare che la gente si sia accorta della sua esistenza e il suo utilizzo è aumentato di parecchio nel giro di pochi mesi. Staremo a vedere i successivi sviluppi.

Rischi legali?

Come avviene per qualsiasi sistema di scambio protetto, anche RetroShare può essere utilizzato per scambiare materiale più o meno illegale. A questo proposito, è bene segnalare quanto avvenuto di recente ad Amburgo, dove una sentenza alquanto discutibile ha evidenziato i rischi legali che si possono correre, utilizzando questi programmi. Qui potete trovare la storia completa, coi link alle ingiunzioni del tribunale (in tedesco) e a dibattiti in merito alla legittimità dell’ingiunzione stessa (sempre in tedesco). Non essendo io un esperto di diritto, men che meno tedesco, lascerò ad altri il compito di valutare il tipo di impatto che potrà avere questa ingiunzione.

martedì 20 marzo 2012

Connessioni più sicure con HTTPS Everywhere

Torniamo a parlare di sicurezza e privacy (ma soprattutto sicurezza) con un programma che è una semplice estensione, disponibile al momento sia per Firefox (dove è nato) sia per Google Chrome (dove è ancora in fase beta): HTTPS Everywhere. Una estensione molto semplice, che svolge un lavoro per certi versi superfluo, dato che nella maggior parte dei casi potremmo farlo noi stessi “a mano”. Considerata però la pigrizia e/o la distrazione media di un utente, forse è meglio scaricare questa estensione, installarla nel browser e lasciare che al resto pensi lei, giusto per non correre il rischio di dimenticarsene.
Il lavoro svolto da questa estensione è quello di forzare una connessione https su qualunque sito sia disponibile, cioè su qualsiasi sito che supporti una connessione https. E non tutti la supportano. HTTPS Everywhere non serve a creare una connessione sicura, se questa connessione non esiste; se però c’è una possibilità di utilizzare una connessione sicura, vi indirizzerà verso quella, invece di farvi proseguire lungo la strada insicura. La strada sicura è la https, mentre la strada insicura è la http. Come è facile da immaginare, la http è molto più usata rispetto alla https. Ma vediamo più in dettaglio cosa siano http, https e quale differenza ci sia.
Sono moderatamente convinto di averne già parlato in precedenza, ma siccome non ho voglia al momento di spulciarmi tutti gli articoli passati lo ripeterò qui. Semplificando molto il discorso, si possono identificare due tipi di canali attraverso cui passano i dati di ogni connessione alla Rete: il canale HTTP e il canale HTTPS. Costituiscono anche la prima parte dell’indirizzo di qualsiasi sito, per cui è abbastanza semplice riconoscerli: basta guardare nella barra degli indirizzi del nostro browser e controllare se la scritta comincia per http:// oppure per https://. La differenza è data da una sola lettera, a prima vista, ma è una lettera fondamentale, dato che quella s sta per “secure”.
E cosa cambia? Le connessioni che passano attraverso il canale HTTP sono in chiaro, ossia tutti i dati scambiati tra computer e sito internet sono visibili, non protetti: chiunque sia fornito di tempo, voglia e capacità potrebbe facilmente intercettarle e leggerle. La maggior parte delle connessioni si svolge in chiaro, quindi potenzialmente visibile da chiunque. Molto spesso, ciò non costituisce un problema immediato, se non utilizzate la vostra connessione per attività illegali (nota: scaricare files protetti da copyright è considerato illegale in quasi tutti i paesi del mondo). Potrebbe però costituire un problema a lungo termine, se qualcuno decidesse di registrare tutte le vostre attività, per avere qualcosa da utilizzare contro di voi in qualsiasi momento futuro. Scenario paranoico ma non troppo, se consideriamo che i veri motori della diffusione di internet sono stati il porno (di qualsiasi tipo) e la cosiddetta “pirateria”, due campi non sempre ben visti dalla società.
Lungo il canale HTTPS, invece, lo scambio di dati è criptato. Da un lato, questo aumenta parecchio la difficoltà per chi vuole intercettare e registrare le comunicazioni, dato che poi si ritroverebbe tra le mani un flusso di dati da decrittare: molto spesso, è sufficiente a impedire che qualcuno possa curiosare nelle nostre attività (se non siamo criminali ricercati, ovvio). Da un altro lato, utilizzare una connessione criptata può permettere di aggirare alcuni tipi di filtri internet, cioè quelli che bloccano o intercettano le comunicazioni facendo uso di parole chiave: essendo tutto criptato, diventa molto più complicato analizzare il flusso di dati alla ricerca di queste parole chiave.

HTTPS Everywhere è sviluppato e mantenuto congiuntamente da due organizzazioni a cui la sicurezza e l’anonimato stanno molto a cuore: la EFF (Electronic Frontier Foundation) e Tor Project (gli sviluppatori di Tor, di cui ho già parlato più volte). Potete appunto scaricarlo dal sito della EFF, perché nella normale collezione di addons per Firefox non lo troverete.
Per il resto, si installa e funziona come qualsiasi altra estensione di Firefox o di Google Chrome.
Una volta installato, si manifesterà come una piccola icona dalla forma strana all’interno della barra degli indirizzi (su Chrome), oppure come icona a forma di X nella barra di Firefox. Di solito, non vi darà alcun fastidio e si limiterà a svolgere il suo lavoro in silenzio e con molta discrezione; il suo lavoro è reindirizzarvi su una connessione HTTPS, nei siti che la supportano. Voi potrete continuare a scrivere gli indirizzi dei siti che volete visitare, sicuri o insicuri che siano, e HTTPS Everywhere cercherà per voi una eventuale connessione sicura per quei siti.
Qualcosa cambierà, a dire il vero. Nel caso di Google, per esempio, sarete reindirizzati verso Google Encrypted, ossia la versione protetta del motore di ricerca: ci sarà qualche piccola differenza grafica, ma per il resto funzionerà allo stesso modo. Tra parentesi, è anche la versione di Google che vedrete, collegandovi a esso attraverso Tor.
Una lista completa dei siti che supportano connessioni https la potete trovare tra le “Opzioni” di HTTPS Everywhere e vi apparirà una pagina di questo tipo:
In caso di problemi insolubili con uno o più siti, da qui potrete disattivare l’estensione per quel particolare sito, se avete bisogno di accedervi a ogni costo. Potete anche modificare e personalizzare la lista e le regole di funzionamento, ma nella maggior parte dei casi non ne avrete bisogno. Come per altri campi, anche qui vale il principio del “se non sai cosa stai per fare, non farlo”: è una regola aurea che vi risparmierà molti problemi coi computer.

giovedì 2 febbraio 2012

Come utilizzare un VPN

Dopo aver presentato in breve che cosa sia un VPN la volta scorsa, vediamo oggi di completare il discorso con una altrettanto breve spiegazione di come si possano utilizzare in concreto.
VPN è la sigla con cui si indica un particolare tipo di rete privata, che sfrutta la rete pubblica internet per collegare tra loro più computer: attraverso tunnel ricavati nei normali canali di comunicazione, i contatti tra i vari computer sono distinti dal normale flusso di dati e quasi sempre crittografati, per incrementarne la sicurezza. A fare normalmente uso del VPN sono ad esempio le aziende che hanno la necessità di collegare tra loro i computer di più sedi, posizionate in città o stati differenti: possono così realizzare una rete interna a bassi costi e buona efficienza.
Un altro possibile uso di un VPN, su scala privata, è per aumentare la sicurezza delle proprie comunicazioni e, in certi casi, anche per aggirare blocchi imposti alla Rete da un particolare stato. Se infatti il punto di uscita del “tunnel” si trova al di fuori dell’area bloccata, allora una persona interna al blocco può utilizzarlo per aggirare il blocco stesso.

Qualcosa del genere lo abbiamo già visto sia parlando dei proxy, sia parlando di Tor, ed è in effetti un principio molto comune, utilizzato da svariate applicazioni: se mi bloccano la via diretta, prendo una tangenziale e aggiro il blocco. Il VPN è anche un altro modo per attuarlo, tra le altre cose.
Per utilizzare un VPN, abbiamo due possibilità: la prima è appoggiarci a una rete già esistente, la seconda è realizzare una rete nostra. Qualche parola su questi due approcci.

Utilizzare reti già esistenti. Oltre alle reti realizzate e gestite dalle varie aziende che utilizzano questo sistema di comunicazione, esistono anche diversi servizi che offrono la possibilità di connettersi a un VPN, sia gratuitamente sia pagando un canone mensile. A volte richiedono anche l’installazione di un piccolo programma client, per permettere il collegamento al VPN, altre volte invece utilizzano i supporti già esistenti nel vostro sistema operativo. Dipende.
Il servizio VPN gratuito più famoso è senza dubbio Hotspot Shield (almeno al momento), disponibile sia per sistemi operativi Windows, sia per Macintosh. Richiede lo scaricamento di un piccolo programma (circa 6 MB), ma l’installazione è piuttosto semplice e non si differenzia molto dal normale processi di installazione di qualsiasi altro programma. Proprio come qualsiasi altro programma, vi proporrà anche di installare svariati componenti opzionali, come toolbar e affini, che potete tranquillamente ignorare.
Una volta installato, la navigazione con Hotspot Shield funzionerà come la normale navigazione, con la differenza che vi starete muovendo lungo un VPN. Lo avviate con un doppio click sull’icona (se avete installato l’icona sul desktop, altrimenti lo ripescherete dal menu di avvio), dopodiché nella finestra del browser potrete seguire i vari stadi della vostra connessione al servizio; alla fine, vi reindirizzerà a una pagina di benvenuto, con un grosso pulsante “Start” al centro. Come forse avrete capito, basterà cliccare “Start” per cominciare la normale navigazione su VPN.
Altri servizi di questo tipo sono AirVPN (che richiede una registrazione), ItsHidden, Loki Network Project, eccetera. Potete trovare una lista completa alla pagina http://en.cship.org/wiki/VPN.

Realizzare una rete VPN. Se non volete utilizzare una rete già esistente, potete creare la vostra rete personale, da utilizzare con amici e contatti vari (sì, per avere una rete bisogna essere almeno in due, altrimenti avrebbe poco senso). Gli svantaggi di doversi costruire un proprio VPN sono che vi sarà richiesta una maggiore competenza, rispetto a chi invece si collega a una rete già esistente, ma il vantaggio è una maggiore libertà di utilizzo e la certezza che la vostra rete fa e sa proprio quello che volete voi. Utilizzando reti già esistenti, infatti, dovrete giocoforza fidarvi del gestore della rete, un problema che non si applica se la rete è vostra. Però avrete parecchio da sudare, per installarla.
Il servizio più usato per realizzare una propria rete VPN è senza dubbio OpenVPN, programma gratuito, open source e disponibile per tutti i principali sistemi operativi. OpenVPN richiede la presenza di un server e di uno o più client: il server è il computer a cui conducono i vari tunnel creati dal VPN, mentre i client sono i singoli computer che compongono il VPN. Di conseguenza, è il computer server a dover svolgere il lavoro di tramite tra il web fuori dal VPN e la rete di client che formano il VPN ed è necessario che sia un computer fidato (come è facile intuire). Maggiori dettagli sull'installazione e la messa a punto di OpenVPN andrebbero ben al di là dei limiti del presente articolo: potete comunque farvi una prima idea leggendo la descrizione sul sito ufficiale del programma.

Bisogna infine ricordare che, proprio come avevamo già detto per Tor, il traffico che corre lungo un VPN è sì criptato e protetto, ma solo finché si trova al suo interno. Nello specifico, il traffico è protetto finché si muove lungo il tunnel, da una estremità all’altra: una volta uscito dal tunnel, l’ultimo tratto di strada lo percorrerà allo scoperto, proprio come qualsiasi altra comunicazione via internet.

domenica 29 gennaio 2012

Che cosa sono le reti VPN

Torniamo oggi a parlare di sicurezza online e, indirettamente, anche di privacy, attraverso uno strumento che magari alcuni di voi avranno già sentito nominare, anche solo di passaggio: il VPN.
La sigla VPN sta per Virtual Private Network, ossia “rete privata virtuale” (una traduzione molto difficile...) e consiste appunto in una rete privata, analoga alla rete locale di un ufficio, una scuola o una biblioteca, costruita però all’interno della rete pubblica, ossia di internet. In altri termini, un VPN è un sistema di comunicazione che permette di creare una propria nicchia privata all’interno della Rete pubblica, collegando tra loro più computer proprio come se li avessimo collegati fisicamente, con un cavo LAN. I computer potranno comunicare tra loro, scambiarsi files, dati e quant’altro si potrebbe fare su una qualunque rete privata, sfruttando però una normale connessione internet e passando per canali sicuri e non visibili dall’esterno (o almeno, non visibili se la rete VPN è stata realizzata come si deve, ovvio).
Un ambito in cui si ricorre spesso alle reti VPN è quello lavorativo. Attraverso un VPN, infatti, un’azienda può consentire ai propri dipendenti di collegarsi alla rete aziendale anche quando sono lontani dal proprio ufficio, sfruttando canali riservati e spesso criptati, se l’azienda in questione ci tiene alla tutela dei propri dati. Anche in ambito accademico si può ricorrere facilmente al VPN per collegare tra loro diversi istituti, attraverso un mezzo che offre tutti i vantaggi di internet, ma una maggiore sicurezza e riservatezza.
Un VPN si può dunque definire come una estensione attraverso internet di una rete privata locale. È virtuale perché i computer non sono effettivamente collegati tra loro con cavi, come potrebbe accadere in una piccola rete locale, ma sono collegati attraverso la normale connessione internet. È privata, però, perché i computer connessi attraverso un VPN non utilizzano la normale trasmissione in chiaro, e cioè pubblica, della rete internet, ma scambiano i propri dati attraverso particolari canali protetti, ricavati all’interno della rete pubblica. I dati che circolano all’interno di un VPN sono logicamente separati e distinti rispetto agli altri dati che circolano nella Rete.
Come è garantita la protezione della rete VPN? Dipende dalla rete stessa. Senza scendere nei dettagli sui protocolli utilizzati per la connessione, che potrebbero essere interessanti per alcune persone ma noiosi per molte altre, un VPN è costituito da due o più computer, che comunicano tra loro attraverso “tunnel” privati, scavati all’interno del normale flusso di dati pubblici.
Un primo livello di sicurezza è garantito dalle protezioni di accesso al VPN, ossia le classiche operazioni di autenticazione che permettono a un utente di inserirsi su questa rete: si va dal più tradizionale login inserendo nome utente e password, fino a soluzioni più esoteriche come impronte digitali e così via. Alle reti con cui avrà a che fare la maggioranza di voi, però, si accederà normalmente col semplice login basato su password.
Una volta assicurato l’accesso sicuro alla rete, però, è necessario anche assicurare la trasmissione sicura dei dati da un computer all’altro. Di questo si occupano i “tunnel” a cui mi riferivo prima. Il tunneling è un processo di collegamento tra due punti, in questo caso due computer connessi alla rete VPN, che incapsula i dati da trasmettere e li invia attraverso un particolare e distinto pacchetto IP, in modo da tenerli distinti dal normale traffico della rete pubblica: il primo pacchetto di dati, che esce dal computer collegato a una estremità del tunnel, è avvolto in un secondo pacchetto e spedito al computer che si trova all’estremità opposta del tunnel, viaggiando così su un percorso distinto rispetto a quello del normale traffico.
A maggiore tutela dei dati trasmessi, subentra poi un ulteriore processo, ossia la cifratura. Oltre a essere impacchettati a parte e spediti lungo una “corsia preferenziale” rispetto al normale traffico di rete, i dati all’interno di un VPN sono anche crittografati. Il livello di sicurezza dipende come è ovvio dal tipo di cifratura utilizzata, e questo a sua volta dipende dal tipo di VPN che state utilizzando, ma in linea di principio tutto il traffico che passa per un VPN è traffico riservato, anche per differenziarlo dal normale traffico internet, che è invece “in chiaro”. Il normale traffico di Rete, infatti, non è protetto in alcun modo: chiunque sia capace di intercettare una nostra comunicazione, si ritroverà in mano il suo contenuto pronto per la lettura. Chi invece dovesse riuscire a intercettare il traffico su una rete VPN si ritroverà per le mani un testo cifrato: a seconda dell’algoritmo che si utilizza per crittografarlo e della sua stabilità, potrebbe essere parecchio difficile riuscire a decifrare le informazioni in un tempo che sia umanamente utile (utilizzando la pura e semplice “forza bruta”, qualsiasi sistema potrà essere decifrato, ma potrebbero occorrere milioni di anni, prima di aver esaurito tutte le possibili combinazioni).
In sintesi, una rete VPN permette di collegare tra loro più computer come se fossero collegati in locale, ma sfruttando la normale connessione internet. La sicurezza di una rete VPN è variabile e dipende da come è stata costruita, ma è comunque molto più elevata rispetto alla connessione in chiaro garantita dalla normale Rete pubblica. Una rete VPN, inoltre, può essere costruita a basso costo: è sufficiente che su ogni computer connesso alla rete sia installato il programma client della rete VPN in questione.

lunedì 2 maggio 2011

Google Encrypted, ricerche più sicure

Google Encrypted
Google Encrypted è una nuova funzione di Google, attiva dall'inizio dell'estate scorsa, finalizzata ad aumentare la sicurezza delle nostre ricerche su Google. Credo però che in pochi si saranno accorti della sua esistenza, perché trovarla non è una cosa immediata. Possiamo però raggiungerla da questo indirizzo: https://encrypted.google.com/

Come vedrete, vi si aprirà una normale pagina di Google, quasi del tutto identica a quella che utilizzate ogni giorno per le vostre ricerche. Le differenze da notare, però, sono almeno due: la prima è il logo di Google, che presenta un lucchetto sopra la "e" (e la scritta "beta" subito sotto); la seconda è quella piccola "s" nella barra degli indirizzi, a indicarci il tipo di connessione che stiamo usando. Una connessione https, non il classico http.
Cosa cambia, dunque?
Da un punto di vista pratico, per gli utenti non c'è alcuna differenza tra usare Google normale o Google Encrypted: le ricerche funzionano allo stesso modo, i risultati sono gli stessi, al massimo una ricerca con Google Encrypted potrebbe essere un poco più lenta rispetto a una con Google normale. Ciò che cambia, invece, è il livello di sicurezza delle nostre ricerche, con il passaggio dal normale protocollo http al protocollo https.
Il protocollo http è quello che utilizziamo normalmente durante la nostra navigazione: lo scambio di dati tra il nostro computer e i vari siti internet non è protetto e, in teoria, può essere sorvegliato, intercettato o spiato da chiunque ne abbia voglia e possieda le competenze e gli strumenti per poterlo fare. Il protocollo https, invece, protegge il flusso di dati con una crittografia asimmetrica SSL, che aumenta la sicurezza delle nostre informazioni. I nostri dati, infatti, non passeranno attraverso un canale scoperto e visibile, come con lo http, ma attraverso un canale crittografato: tecnicamente sarà ancora possibile intercettarli e spiarli, con maggiore difficoltà, ma un eventuale "spione" dovrà poi anche decodificare i dati, prima di poterci capire qualcosa. Se non siete sotto sorveglianza o se non abitate in un paese dalla forte censura, è improbabile che qualcuno farà tutto questo lavoro solo per vedere a quali siti vi stiate collegando, per cui il protocollo https si può considerare sicuro, almeno per le normali comunicazioni. Il protocollo di sicurezza https dovrebbe anche essere utilizzato da tutti i siti, quando eseguite un login e dovete pertanto inserire dati sensibili, come il vostro nome utente e la vostra password; siti di home banking e siti di acquisti, poi, sono obbligati a utilizzare almeno lo https per proteggere i propri clienti, se vogliono essere considerati siti seri e affidabili.
Google Encrypted, dunque, è la versione "protetta" di Google. Tutte le nostre ricerche saranno effettuate attraverso il protocollo https: ciò significa che non sarà possibile intercettare facilmente le nostre ricerche, ma soprattutto significa che le nostre ricerche, se effettuate con Google Encrypted, non saranno memorizzate sul nostro computer e non compariranno nella funzione di autocompletamento in una successiva ricerca (la funzione di autocompletamento, per intenderci, è il vizio che ha Google di completare le parole che stiamo scrivendo in una ricerca, per "suggerirci" quello che cerchiamo). Se utilizziamo un computer condiviso e non vogliamo che altri possano, anche inavvertitamente, vedere cosa abbiamo cercato su Google, questo secondo aspetto può essere interessante; otterremmo risultati analoghi anche cancellando la cache e la cronologia del nostro browser, è ovvio, ma avere a disposizione un "piano B" è sempre utile, nel caso ci dimenticassimo di fare pulizia alla fine della sessione.
Una precisazione. Soltanto i dati sul nostro computer non saranno salvati; Google continuerà a mantenere la sua lista di quello che abbiamo cercato. In altri termini, Google Encrypted ci protegge sì da interventi esterni, ma non impedisce a Google di sapere cosa stiamo facendo.
Infine, se utilizzate Tor per la navigazione, allora vi sarete forse accorti che quasi tutte le vostre ricerche su Google sono automaticamente reindirizzate a Google Encrypted; il che è piuttosto logico, visto che con Tor state già navigando su canali crittografati.

giovedì 3 febbraio 2011

Sicurezza su Facebook: le novità

Alla fine di gennaio, Facebook ha introdotto due nuove funzioni per aumentare il livello di sicurezza del sito, o almeno per provarci. La prima è la cosiddetta Secured Connection, cioè un tipo di connessione più sicura e certificata; la seconda è la Social Autentication, ossia un sistema di verifica dell'identità basato non più sull'inserimento di alcune lettere o parole (il famoso captcha), ma sul riconoscimento di alcune foto di nostri amici. Sono state presentate circa una settimana fa, in inglese. Vediamo nei dettagli come funzionano.

Secured Connection
La connessione certificata è la prima novità di Facebook sul piano della sicurezza. Come ogni altra novità, sarà estesa a poco a poco a tutti gli utenti e a tutte le applicazioni: è possibile dunque che ancora non sia funzionante per voi, ma prima o poi arriverà, come è successo con il famigerato nuovo profilo.
In cosa consiste? Si tratta di un sistema di connessione più sicuro di quella normale e lo potete riconoscere in due modi, entrambi localizzati nella barra degli indirizzi: il primo è una modifica dell'indirizzo che passerà da http:// a https://; la seconda caratteristica è un lucchetto che comparirà sempre nella barra degli indirizzi o, a seconda del programma che state usando, una targhetta verde a sinistra dell'indirizzo. Questo sul piano grafico. In concreto, però, che cosa cambia rispetto a una connessione normale?
La connessione certificata è utilizzata di solito nei siti che richiedono l'inserimento di dati sensibili: siti di shopping, banche e quant'altro abbia a che fare coi soldi. Se fate attenzione, su ognuno di questi siti vedrete le suddette caratteristiche grafiche, quando eseguite il login o quando inserite i dati personali, numero di carta di credito e così via. O almeno, dovreste vederlo: se quel sito non utilizza una connessione certificata (https), allora è meglio allontanarsi.
A differenza di una connessione normale, una connessione certificata utilizza un sistema di crittografia per trasmettere i dati tra voi e il sito, così da rendere molto più difficile per chiunque poter intercettare e decrittare i dati trasmessi. Una spiegazione dettagliata di come funzioni la crittografia e di quale algoritmo sia utilizzato nelle connessioni certificate, però, andrebbe ben al di là degli scopi di questo articolo. Sarebbe anche molto noioso. Limitiamoci a dire che una connessione https protegge i vostri dati con un codice che rende molto più sicura la loro trasmissione.
Come si utilizza?
Si può attivare cliccando su "Account", in alto a destra, e poi su "Impostazioni Account". Da lì, cercare "Protezione dell'Account" e cliccate su "Modifica" a destra. Se questa nuova funzione è già attiva per voi, allora vedrete per prima cosa una opzione di connessione sicura (https). Se non la vedete, allora non è stata ancora aggiunta al vostro profilo e dovrete aspettare che l'aggiornamento arrivi anche da voi.
Un'ultima cosa. Una connessione certificata è molto più lenta di una connessione normale, perché richiede appunto che i dati siano trasmessi attraverso un particolare canale, nonché in codice. Di conseguenza, usandola noterete che Facebook diventa più lento. Inoltre, alcune applicazioni, soprattutto giochi, potrebbero avere problemi a caricarsi, perché al momento questa funzione è ancora in fase di sviluppo e non è stata estesa a tutto ciò che si trova in Facebook. Si suggerisce dunque di utilizzarla soprattutto quando accediamo a Facebook in luoghi più "a rischio", come computer pubblici: internet café, biblioteche, scuole, eccetera. Almeno per adesso.

Social Autentication
Ne abbiamo già avuto un assaggio, spiegando come si possa scaricare tutto il contenuto del nostro profilo di Facebook. La maggior parte dei siti, per verificare l'identità di un utente o per assicurarsi che sia un essere umano e non un bot (cioè un piccolo programma che funziona in automatico), utilizza appunto un captcha, ossia una combinazione di lettere e numeri, oppure brevi parole, che dovete digitare in un apposito spazio. Come misura alternativa, e per certi versi migliore, Facebook ha introdotto la Social Autentication.
Piccola premessa. Se nel vostro account si verificano movimenti strani e sospetti, come ad esempio se effettuate un accesso da luoghi molto lontano tra loro (accesso a uno stesso account prima dall'Italia e poco dopo dall'Australia, per esempio), Facebook penserà che ci sia qualcosa di anormale e provvederà a bloccare momentaneamente il vostro account, per ragioni di sicurezza. Un accesso di questo tipo, infatti, può significare che qualcuno si è impadronito della vostra password e sta accedendo al quel profilo al vostro posto, con tutti i problemi che ne possono derivare. Per riattivare l'account, dovrete dimostrare la vostra identità.
Come farlo? Con la Social Autentication.
Facebook vi mostrerà alcune foto in cui sono stati taggati i vostri amici e voi dovrete riconoscere l'amico in questione. Il processo lo abbiamo già spiegato parlando di come scaricare il nostro profilo e non credo sia necessario ripeterlo: basta sapere che le foto sono quattro o cinque e abbiamo a disposizione due possibilità di spagliare, oppure passare a un'altra foto, in caso di dubbi. La filosofia alla base di questo test è, per usare le parole di un dipendente di Facebook: Hackers halfway across the world might know your password, but they don't know who your friends are. Cioè, uno hacker dall'altra parte del mondo potrà anche conoscere la vostra password, ma non conoscerà chi siano i vostri amici. Il che è tutto da dimostrare, ma prendiamola per buona.
Un grosso problema di questa Social Autentication è che le foto scelte possono anche non essere foto in cui si vedono le facce dei vostri amici. Se li hanno taggati in una cartolina di auguri, oppure in un paesaggio o altre soluzioni analoghe, potrebbe essere parecchio difficile anche per voi riconoscerli. Staremo a vedere.