Visualizzazione post con etichetta tor. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tor. Mostra tutti i post

sabato 1 settembre 2012

Navigazione anonima con Ultrasurf

Tornerò oggi a parlare di navigazione anonima e di accesso ai siti bloccati, con un giocattolino che, per quanto limitato nei suoi scopi, può sempre tornare utile per la sua semplicità di utilizzo e per il suo ingombro quasi nullo: Ultrasurf.
Ultrasurf è un programma di dimensioni ridotte (circa 1,5 MB), gratuito, che non richiede installazione e può essere utilizzato con un click, senza richiedere complessi aggiustamenti delle sue impostazioni. Di contro, però, è disponibile soltanto per sistemi operativi Windows, non è open source ed è impostato per utilizzare Internet Explorer; inoltre, tende ad avere un approccio un po’ bigotto e impedisce la navigazione su certi siti. Ad alcuni di questi limiti si può però rimediare, ad altri invece no; per questo motivo non è un programma che può interessare tutti, come invece lo è Tor. Può comunque tornare utile in diverse occasioni, come vedremo.
Ultrasurf è stato originariamente sviluppato per aiutare gli utenti cinesi ad aggirare la censura imposta dal loro governo, o almeno così ne descrive la genesi la società che lo ha sviluppato. Di fatto, può essere utilizzato ovunque si voglia accedere a un sito bloccato (cosa che non accade solo in Cina), oppure si voglia navigare senza rendere nota la nostra identità a qualsiasi sito: più in generale, rientra nella categoria degli strumenti per la navigazione indiretta, ossia quel programmi che ci permettono di raggiungere un sito passando da una strada laterale, invece di collegarci direttamente.
Ultrasurf è infatti un programmino che si occupa di semplificare la navigazione attraverso proxy: noi lanciamo Ultrasurf, lui si collega a un proxy della sua rete e, da quel momento in poi, la nostra navigazione passerà attraverso quel proxy, permettendoci così di accedere a un sito senza svelare la nostra vera identità, oppure di accedere a un sito che è bloccato nel paese in cui ci troviamo. Rispetto ad altre soluzioni, Ultrasurf è discretamente veloce e su molti siti non si noterà una grande differenza rispetto alla navigazione diretta: può diventare lento se cerchiamo di scaricare qualcosa di grandi dimensioni, come succede sempre in caso di proxy, ma nella navigazione normale si comporta bene e passa pressoché inosservato.
Una volta scaricato dal suo sito ufficiale, ci ritroveremo con una cartella zip di nome “u”, al cui interno troveremo un unico file eseguibile, di nome u1203 (la versione attuale; nei prossimi aggiornamenti il numero sarà diverso, dato che corrisponde alla versione in uso): tutto ciò può apparire molto sospetto, ma in questo caso è normale. Possiamo anche controllarlo con un antivirus, giusto per sicurezza. Una volta scaricato, estraiamo il file dalla cartella compressa e avviamolo con un doppio click. Ci chiederà il permesso di accedere alla Rete e poi si aprirà questa finestrella:
seguita dall'apertura di una nuova finestra di Internet Explorer. Come ho detto all’inizio, Ultrasurf è impostato per funzionare con Internet Explorer e ne aprirà una nuova finestra ogni volta che lo lancerete. Se siamo consenzienti alla navigazione con questo browser, allora non ci sono problemi: possiamo usare quella nuova finestra e visitare qualunque sito vogliamo, utilizzando Ultrasurf. Se non siamo consenzienti e vogliamo utilizzare un altro browser, come Firefox o Google Chrome, allora ci sarà qualche passaggio in più. 
La soluzione meno semplice è quella di impostare a mano il proxy a cui il nostro browser preferito si dovrà collegare: per puntarlo verso Ultrasurf, dovremo impostare 127.0.0.1 come indirizzo e 9666 come porta. Firefox dispone di una estensione per utilizzare Ultrasurf in modo più semplice, senza quindi dover smanettare con le impostazioni del proxy. Google Chrome, invece, utilizza le stese impostazioni proxy di Internet Explorer e possiamo sfruttare questa caratteristica a nostro vantaggio: lasciamo che Ultrasurf apra una finestra di Internet Explorer, chiudiamo la finestra e il nostro Google Chrome sarà magicamente impostato per funzionare con Ultrasurf, proprio perché Ultrasurf ha già modificato le impostazioni di Internet Explorer, che sono le stesse di Chrome. Non sarà molto elegante, ma è una soluzione molto semplice.
Mentre navighiamo attraverso Ultrasurf, nell’angolo in basso a destra del nostro browser vedremo un lucchetto giallo:
Possiamo nasconderlo modificando le opzioni, se non ci piace, ma è utile per ricordarci che stiamo navigando con un proxy, oltre a fornirci un più rapido accesso alla finestra principale di Ultrasurf: cliccando sul lucchetto col tasto destro del mouse, infatti, si aprirà un menu che ci propone tutte le voci della finestra principale.
Una volta che siamo connessi con Ultrasurf, cosa succede? Succede che tutto il nostro traffico è deviato verso il miglior proxy disponibile della rete di Ultrasurf. La comunicazione tra il nostro computer e il proxy avviene attraverso un tunnel criptato, più o meno come succederebbe utilizzando un VPN e come succede anche all’interno della rete Tor, mentre la protezione del traffico tra il proxy e il sito finale dipende dal tipo di connessione che si utilizza: con una connessione http il traffico sarà in chiaro, con una connessione https il traffico sarà criptato. In ogni caso, il sito a cui ci colleghiamo vedrà l’indirizzo IP del proxy, non il nostro indirizzo reale. Alla fine della sessione, poi, Ultrasurf cancellerà automaticamente tutti i dati dalla finestra di Internet Explorer, come misura ulteriore di sicurezza: spazzerà via i cookies e svuoterà cronologia e cache.
Passiamo adesso agli svantaggi. Come ho già detto, di base utilizzerà Internet Explorer, ma si può impostare anche per utilizzare altro browser: indirizzo 127.0.0.1 e porta 9666, giusto per ricordarlo. Una limitazione più seria è quella di poter funzionare soltanto su un sistema operativo Windows, ma anche a questo si può rimediare, in attesa che ne sviluppino una versione anche per altri sistemi operativi: la soluzione è utilizzare Wine. Non il massimo della vita, lo so, ma meglio di niente.
Infine, non è possibile accedere a tutti i siti, utilizzando Ultrasurf. Per ragioni misteriose ma alquanto ironiche, uno strumento che dichiara di essere nato per aiutare utenti cinesi a sottrarsi ai filtri governativi fa uso esso stesso di flirti, per limitare i siti a cui si può accedere: non potrete dunque accedere a siti porno, erotici o giudicati tali, perché gli sviluppatori di Ultrasurf non vogliono.
Nonostante questi limiti, può tornare utile per accedere rapidamente a un sito bloccato, come ThePirateBay e i vari altri aggregatori di torrent, soprattutto per la sua buona velocità di navigazione, ed è anche molto semplice da usare: anche il suo livello di sicurezza è decisamente alto. Diciamo che, nel complesso, è un ottimo programma anticensura per un pubblico bigotto, oppure per avvicinare i bambini al magico mondo dell’anonimato, tenendoli al riparo dalla pornografia (tanto la raggiungeranno in altri modi, non credete). Chi non ama i filtri, di qualunque tipo essi siano, e chi non ama i programmi chiusi, invece, farà meglio a orientarsi verso Tor, sopportandone stoicamente la bassa velocità media.

mercoledì 29 agosto 2012

La modalità anonima di Chrome e Firefox


Non avevo mai utilizzato la modalità di navigazione in incognito, offerta da Google Chrome, né quella di navigazione anonima, offerta da Firefox, perché le trovavo abbastanza inutili, per motivi che presto saranno chiari. Giusto ieri, però, in un momento di intenso spleen digitale, ho provato ad aprire la finestra di navigazione in incognito di Google Chrome e mi sono trovato davanti a un messaggio introduttivo che, per certi versi, è l’equivalente di un cartello stradale del tipo “Pericolo, attraversamento dinosauri”. Il messaggio è questo:
Ora, al di là dell’icona da 007, che già di per sé è di grande aiuto per entrare nel giusto clima, ciò che ha attirato la mia attenzione è il punto quattro. Dopo averlo letto, ho capito che non avrei potuto non scrivere qualcosa in proposito. Per ulteriore curiosità, ho provato anche l’analoga funzione di Firefox, ossia la navigazione anonima, col risultato di trovarmi questo messaggio di avvio:
La mascherina in stile veneziano ha molta più classe, in effetti, e mancano gli avvisi ironico-paranoici (perché voglio credere che quel punto quattro sia stato aggiunto come presa in giro, non come avviso serio), ma il risultato non cambia: tanto la navigazione in incognito, quanto la navigazione anonima, fanno la stessa cosa. Cosa facciano è ciò che vedremo adesso.
Domanda: a cosa serve la navigazione in incognito di Google Chrome (o la navigazione anonima di Firefox, che è uguale)? Se pensate che la risposta sia “a farci navigare senza svelare tracce della nostra identità”, allora siete parecchio fuori strada. L’incognito o l’anonimato di cui parlano queste modalità di navigazione non si riferisce alla Rete, ma al computer su cui vi trovate. Tutto ciò è specificato nella descrizione che entrambi i browser offrono: siccome però poche persone si prendono la briga di leggere le istruzioni, è probabile che il fraintendimento vivrà a lungo.
La navigazione in incognito di Chrome e la navigazione anonima di Firefox non servono per farci visitare questo o quel sito, senza lasciare tracce del nostro passaggio: se effettuiamo una qualche ricerca su Google, Google continuerà a memorizzarla nella sua cronologia dedicata a noi; se entriamo in un sito, quel sito continuerà a conservare traccia del nostro passaggio nel suo database; il nostro provider (cioè la società che ci fornisce la connessione) continuerà a mantenere una lista dei siti visitati; e così via. Se cerchiamo l’anonimato in Rete, è meglio rivolgerci ad altri strumenti, come ad esempio Tor, che comunque non saranno sufficienti senza la nostra attiva collaborazione: il primo software di sicurezza e anonimato lo abbiamo dietro la nostra fronte, perché è inutile usare Tor, se poi andiamo a scrivere i nostri dati reali su questo o quel sito.
La navigazione in incognito (o anonima) fornita da questi due browser serve a cancellare le tracce della nostra attività sul computer che stiamo usando. Saremo anonimi rispetto al computer, non rispetto alla Rete, ed è quindi utile se stiamo utilizzando un computer condiviso e non vogliamo che gli altri utenti possano scoprire che siti abbiamo visitato: per esempio, se non vogliamo che nostra madre/nostra moglie/il nostro capo scoprano che abbiamo visitato il sito “OrgeAnimalesche.xxx” (nome inventato al momento, dubito che esista davvero, ma non ne sarei sorpreso). Attivando questa modalità di navigazione, le tracce della nostra navigazione saranno cancellate dal computer, alla fine della sessione (ossia quando chiudiamo il browser): non saranno conservati i cookies dei vari siti, non saranno registrate le pagine nella cronologia web, non sarà conservata la lista dei download effettuati (ma i file che abbiamo scaricato sopravviveranno, per cui è opportuno trasferirli altrove, se non vogliamo che siano visti), non saranno salvate password. Questo è l’incognito (o l’anonimato) che i due browser ci offrono: forse non quello che ci aspettavamo, ma è quanto passa il convento.
Per quanto sia una forma di anonimato minore, però, non è da disprezzare. Il browser, qualunque esso sia, ha lo spiacevole vizio di memorizzare tutto ciò che facciamo: a volte questa funzione può tornare utile, per esempio se vogliamo ritrovare un sito visitato qualche giorno fa, di cui non ricordiamo più il nome, ma altre volte si può sentire il bisogno di far sparire quella lista di dati, in particolare quando si tratta dei cookies. Un cookie permette sì a un sito di riconoscerci, quando torniamo a visitarlo, risparmiandoci magari la fatica di dover effettuare ogni volta il login, ma può anche  essere utilizzato in forme meno “benigne”, ad esempio per vedere in quali altri siti siamo stati nel frattempo: per chi è interessato alla privacy o per chi ne è fanatico, un cookie è un oggetto da maneggiare con molta attenzione. Sotto questo aspetto, sapere che il nostro browser può provvedere da solo a non conservare la cronologia e a cancellare i cookies alla fine della sessione, senza che dobbiamo provvedere noi stessi, può essere utile: la modalità di navigazione in incognito fa proprio questo, ripulisce al nostro posto le tracce che lasciamo nel browser, navigando su questo o quel sito.
Come nota a margine, la modalità in incognito di Google Chrome disattiva in automatico tutte le estensioni che avete installato nel browser. Se volete riattivarle, dovrete andare su chrome://chrome/extensions/, dove troverete la lista di tutte le estensioni installate e, sotto a ognuna di esse, vedrete una voce “Consenti modalità in incognito”: se la selezionate, quella estensione resterà attiva anche quando siete in incognito.
Se volete ricorrere a mezzi più radicali per far sparire ogni traccia di utilizzo di un computer, allora è meglio che portiate sempre con voi una chiave USB su cui è installato un sistema operativo Live, in sostituzione del sistema operativo installato sul computer da usare: Tails, ad esempio, potrebbe essere un’ottima soluzione. La maggior parte dei comuni utenti non ha bisogno di arrivare a tanto, ma nulla vi vieta di procedere, se siete convinti che vi serva.
Se però siete convinti che all’interno della vostra casa si nascondano agenti segreti di potenze straniere, per spiare la vostra attività al computer e rubarvi i dati (come suggerisce il famigerato punto quattro di Google Chrome), allora avete senza dubbio più di un problema, ma non è di sicurezza digitale. Parlatene col vostro medico di famiglia, sempre che non lo abbiano già sostituito con uno di Loro.

mercoledì 16 maggio 2012

Tails, un sistema operativo a base Tor


Dopo aver parlato di vari strumenti per garantirsi forme più o meno forti di anonimato in Rete, come Tor, Freenet e I2P, concluderò il discorso presentando quello che si potrebbe definire il “set del perfetto paranoico”: parlerò di Tails, The Amnesic Incognito Live System.
Tails è un sistema operativo Live, che può essere installato su un DVD, una chiave USB o altri tipi di supporti esterni tramite cui si possa avviare un computer: appartiene insomma alla stessa famiglia di Puppy Linux, per intenderci, ossia è un sistema operativo che funziona da supporto esterno, senza sfiorare il disco fisso del computer su cui è avviato. Più in particolare, Tails nasce dalla fusione di due precedenti progetti, Incognito LiveCD e Amnesia, e al momento si presenta come una derivazione della versione Live di Debian Squeeze, sviluppata per includere numerosi programmi di anonimato e crittografia, così da rendere il più possibile sicure e private le comunicazioni e in generale l’utilizzo di questo sistema operativo. La versione di Tails disponibile al momento è la 0.11, che deriva dalla versione 6.0.4 di Debian ed è praticamente identica alla versione di Debian con Gnome come desktop: sono stati rimossi alcuni dei programmi in dotazione e altri ne sono stati aggiunti, per adattarsi al diverso sistema di utilizzo. Niente giochi, insomma, ma tanta crittografia.
Se alla base di Tails c’è Debian, perché io l’ho definito nel titolo un sistema operativo a base Tor? Perché Tor è utilizzato più o meno ovunque nel sistema operativo, per garantire l’anonimato. Ogni applicazione inclusa in Tails è già configurata per collegarsi alla Rete solo attraverso Tor, a cominciare dal browser, che in questo caso è Iceweasel, proprio come abbiamo già visto per Debian. Tra le applicazioni di Tails, inoltre, è inclusa anche l’interfaccia grafica Vidalia, per utilizzare al meglio Tor: la trovate nella sezione “Internet” del menu “Applicazioni” e si aprirà come piccola icona nel lato sinistro della barra in alto, col solito aspetto di una cipolla. Filtrando tutto attraverso Tor, la navigazione con Tails è più lenta del normale, ma questo è il prezzo da pagare per l’anonimato garantito da Tor.
Tor è certo il principale, ma non l’unico strumento messo a disposizione da Tails. Per chi preferisce, è già incluso nel sistema operativo anche I2P, di cui ho già parlato, accessibile con un click sempre dalla sezione “Internet” del menu “Applicazioni”. Il browser di serie è Iceweasel, come detto, già equipaggiato con alcune estensioni utili per migliorare la sicurezza del browser ed evitare spiacevoli “buchi” nella protezione: Adblock Plus per occuparsi delle pubblicità, CookieMonster per la gestione dei cookies distribuiti dai siti, FireGPG per integrare e facilitare l’utilizzo del sistema di crittografia GnuPG, HTTPS-Everywhere per assicurarsi la navigazione crittografata attraverso la rete https, invece del consueto http, NoScript per bloccare il JavaScript e i rischi che porta con sé, e altro ancora. In pratica, è già tutto configurato per farvi navigare nel modo più sicuro e anonimo possibile sulla rete Tor.
Come gestore delle comunicazioni email, è disponibile il programma Claws Mail, che naturalmente è già fornito di un supporto per la crittografia con GnuPG, in modo da renderne l’utilizzo il più semplice possibile; per il resto è un comune programma per la posta e non avrete problemi a orientarvi. Le funzioni di chat sono supportate da Pidgin, che assomiglia più o meno al classico Messenger e che permette anche comunicazioni sui canali IRC, mentre è disponibile anche un feed aggregator, Liferea, e altre applicazioni che possono sempre tornare utili.
La crittografia è accessibile un po’ ovunque nel sistema operativo. L’abbiamo già vista integrata negli strumenti di navigazione, ma può anche essere utilizzata per crittografare determinate porzioni di un disco, oppure per proteggere singoli files. Lo strumento di base a cui ricorre Tails è GnuPG, la versione GNU di OpenPGP, che a propria volta è la versione opensource di PGP (Pretty Good Privacy), un programma di crittografia noto e utilizzato già da una ventina di anni e forse il più diffuso al mondo. È un sistema di crittografia a doppia chiave, pubblica e privata, e su Tails lo potete utilizzare sia per le vostre email, sia per i documenti.
Se invece preferite crittografare una porzione del disco fisso, oppure di un supporto rimovibile, c’è un programma anche per questo ed è LUKS, a cui potete accedere dal menu “Applicazioni” e che consentono sia di creare, sia di utilizzare i dischi criptati. In aggiunta, è tuttora disponibile anche il programma TrueCrypt, sempre per crittografare documenti, anche se il suo utilizzo è sconsigliato ed è destinato a sparire in futuro, perché considerato non abbastanza “aperto” per gli standard degli sviluppatori. Al momento è mantenuto solo per rendere accessibili i files che potrebbero essere già stati crittografati con TrueCrypt, ma per il futuro è consigliabile ricorrere a uno strumento diverso, giusto per sicurezza: ne troverete in abbondanza su Tails.
Florence è una tastiera virtuale, su schermo, che può essere utilizzata se temete che sul vostro computer (o sul computer che state usando) sia stato installato un keylogger, ossia uno di quei simpatici programmino che registrano ogni tasto che premete: sui computer pubblici (internet point) di paesi particolarmente rigidi potrebbero essere installati, per esempio. Altro programma da non dimenticare, se si vuole produrre un documento privo di informazioni su di noi, è MAT, che si occupa di rimuovere i metadati dai documenti. La maggior parte dei files, infatti, contiene molte più informazioni su noi di quante vorremmo farne sapere, ed è il caso delle foto, per esempio, o dei documenti prodotto con una suite da ufficio (Office, OpenOffice, LibreOffice): se vogliamo diffondere un documento anonimo, è saggio togliere il nostro nome che potrebbe essere stato aggiunto tra le proprietà del file. Inutile specificare che è poi disponibile anche Nautilus, per la cancellazione sicura di files, riscrivendo più volte la porzione di disco fisso su cui si trovavano: più o meno come fa Eraser, di cui ho già parlato tempo addietro.
Oltre a tutti i programmi per crittografia, anonimato e sicurezza, Tails dispone anche dei normali programmi da sistema operativo, perché Tails è a tutti gli effetti un sistema operativo completo. Non ci sono giochini, d’accordo, e questo potrebbe rattristare molte persone, ma quasi tutti gli altri programmi di serie con Debian sono rimasti anche con Tails: OpenOffice, Audacity, GIMP, Scribus, Brasero, eccetera. Di fatto, Tails è una versione di Debian Live che è stata ripulita dal superfluo, per sostituirlo con gli strumenti di sicurezza e anonimato: tutto ciò che è già stato detto su Debian vale anche per Tails.
Per installarlo su una chiave USB si può utilizzare tranquillamente UNetBootin, a patto di aver già scaricato il file ISO. La chiave prodotta in questo modo non sarà modificabile, cioè non si potranno salvare altri programmi mentre vi è installato Tails, ma questo può essere sia un bene che un male, a seconda dei punti di vista: non potrete salvare documenti nello spazio libero, ma non sarà neppure possibile modificare o alterare la vostra copia di Tails. Una chiave USB modificabile la si può creare con l’apposito programma, che troverete all'interno di Tails, se proprio volete farlo.
Quando chiudere Tails e vi preparate a rimuovere la chiave USB su cui è installato, Tails provvederà a eseguire una pulizia della memoria del computer ospite, per cancellare ogni traccia del vostro utilizzo; questo rende la chiusura di Tails più lenta rispetto a Debian Live, ma il tempo perso è ripagato con una maggiore sicurezza, perché non si potranno recuperar informazioni sul vostro utilizzo del computer una volta che ve ne sarete andati.

sabato 12 maggio 2012

I2P e la comunicazione anonima in Rete

Dopo aver parlato di Tor e di Freenet, rimaniamo ancora nel sottobosco della Rete con un nuovo strumento per le comunicazioni anonime e la creazione di ecosistemi a parte, inaccessibili con la navigazione normale: oggi è il turno di I2P.
Come abbiamo visto, Tor è un programma per navigare anonimi nella rete tradizionale e per creare siti anonimi all’interno della rete Tor; Freenet, invece, è principalmente uno strumento per creare un database diviso tra tutti i computer che lo utilizzano, in cui poter caricare e da cui poter scaricare files criptati in modo anonimo. Entrambi rispondono a esigenze particolari e possiedono punti di forza e debolezze: Tor è orientato soprattutto alla navigazione, mentre Freenet è orientato alla condivisione di materiale. In questo quadro, I2P assume una posizione “mista”, in quanto si occupa di trasferire messaggi da un punto all’altro della rete costituita da tutti i nodi I2P, in forma anonima e criptata. Messaggi è da intendersi nel senso più ampio possibile: dalle email ai files in puro stile eMule. Se volete visitare anonimamente siti nella Rete normale, Tor è il più indicato; per la condivisione di files all’interno di una rete chiusa, Freenet è il più indicato; per fare un po’ di tutto all’interno di una rete chiusa, infine, I2P è il programma che vi può servire.
Premessa generale: I2P non è ancora in formato definitivo e il suo sviluppo e tuttora in corso. A detta dei suoi sviluppatori, però, ha già raggiunto uno stadio di stabilità sufficiente, da poter essere utilizzato “sul campo”. In altri termini, usatelo pure, ma non vi consiglierei di affidargli ancora la vostra vita. I2P ha buone premesse, ma il suo rodaggio non è ancora concluso, se preferite metterla in questi termini.
Il nome I2P è una sigla per Invisible Internet Project e già il nome dovrebbe fornirvi buone indicazioni su quale sia il suo scopo: costruire una rete sotterranea, invisibile e anonima, a cui si può accedere solo attraverso l’uso di I2P. Non un progetto molto originale, verrebbe da dire, dato che ne abbiamo già viste altre, e in effetti non voleva neppure essere originale: l’obiettivo è invece costruire una rete utilizzando un sistema diverso da quelle già esistenti e, a detta degli sviluppatori, più sicura e resistente.
La rete anonima creata da I2P è formata da vari nodi, che sono i computer su cui I2P è in funzione. Chiunque utilizzi I2P è automaticamente un nodo della rete: a differenza di quanto avviene nella rete Tor, non esiste la possibilità di utilizzarlo solo come client, ossia come ospite che sfrutta la rete, senza offrire in cambio qualcosa. Sotto questo aspetto, l’approccio è lo stesso utilizzato da Freenet. Il compito di I2P è di costruire e mantenere la rete formata dai vari nodi, gestendo il passaggio delle comunicazioni; su questa infrastruttura è possibile utilizzare diversi strumenti sviluppati su misura, a seconda delle proprie necessità: navigazione con qualsiasi browser, chat, condivisione di files con programmi quali iMule (versione di eMule per I2P), invio di email, creazione e mantenimento di blog e siti, eccetera. Il tutto in un ambiente anonimo e criptato, al di sotto della rete normale.
Ogni nodo della rete I2P è definito router e si collega ad altri router attraverso tunnel di comunicazione, che esistono in due forme ben distinte: i tunnel di uscita e i tunnel di entrata. Come è facile da intuire, i tunnel di uscita sono utilizzati per spedire messaggi dal nostro router verso un altro router, mentre i tunnel di entrata sono utilizzati per ricevere messaggi da altri router. Per spedire un messaggio a un altro componente della rete, il nostro router I2P crea un tunnel di uscita, mentre il destinatario del messaggio aprirà un corrispondente tunnel di entrata. I messaggi che viaggiano lungo questi tunnel sono crittografati a vari livelli: un primo livello di crittografia, accessibile ai router attraverso cui il messaggio passa, contiene le informazioni relative al router verso cui deve essere inoltrato, ma niente di più, mentre il contenuto del messaggio inviato è crittografato dall’invio alla ricezione, senza che passaggi intermedi lo possano toccare.
Per quanto riguarda la visibilità della rete costruita da I2P, un osservatore esterno potrà vedere che state utilizzando I2P per le vostre comunicazioni, ma non vedrà quali strumenti state utilizzando all’interno di I2P, né con quali router state comunicando. Un particolare che differenzia I2P da Tor, ad esempio, è proprio il modo in cui gestiscono i contatti col “mondo esterno: Tor dispone di nodi di uscita, cioè di punti in cui la rete interna si collega alla Rete sterna (il normale internet), e questi nodi sono parte integrante della rete Tor; I2P, invece, dispone sì di nodi di uscita dalla sua rete, ma li usa come accessori e di solito hanno vita breve. I contatti tra la rete I2P e il mondo esterno sono dunque rari e sporadici, mentre il grosso delle comunicazioni avviene all’interno, riducendo così i fattori di rischio ed esposizione dovuti a un eventuale controllo dei nodi di uscita. Riduce anche le possibilità di collegarsi a siti normali usando I2P, ma questa è l’altra faccia della medaglia.
Come Tor ha i suoi siti .onion, anche I2P ha siti realizzati all’interno della sua rete e accessibili soltanto da essa: sono gli eepsites, o siti eep (dalla pronuncia di I2P). non c’è molta differenza rispetto ai cugini onion, soprattutto nella brevità intrinseca della loro vita: i siti nelle reti anonime vanno e vengono di continuo. Una differenza, invece, si trova nella loro fruizione: a differenza della rete Tor, I2P permette di utilizzare facilmente (o quasi) motori di ricerca interno, per trovare i siti creati dentro la rete I2P.
Come Tor e Freenet, infine, anche I2P può essere usato per distribuire contenuti discutibili. Anzi, diciamo pure che è usato con una certa frequenza anche per questo: in misura minore rispetto ai fratelli più famosi e diffusi, ma naturalmente ogni strumento può essere utilizzato sia bene, sia male. La filosofia di I2P, in ogni caso, è di permettere ogni tipo di comunicazione, a dispetto di qualsiasi tipo di censura: offre la possibilità di parlare liberamente, sta poi ai singoli parlanti decidere cosa dire e come usare questa libertà. In ogni caso, rispetto a Freenet non utilizza i computer per immagazzinare materiali e sotto questo aspetto funziona piuttosto come Tor: di conseguenza, non dovete preoccuparvi che nel vostro disco fisso siano stipati in forma crittografata e anonima video pedopornografici o i piani di un attentato terroristico, se è questo a spaventarvi.
Ultima cosa. I2P è sviluppato in Java e questo lo rende comodamente multipiattaforma: potete dunque installarlo e utilizzarlo con qualsiasi sistema operativo, purché abbiate una Java Virtual Machine. Come già si era detto per Freenet, del resto.

martedì 8 maggio 2012

La condivisione anonima di dati con Freenet


Dopo diversi articoli sulla navigazione anonima con Tor, tornerò oggi a parlare di anonimato in Rete, ma in una prospettiva differente: non la navigazione tra siti (in chiaro o nascosti), ma la diretta condivisione di dati. Parlerò quindi di Freenet.
Freenet è un sistema per pubblicare e condividere dati in Rete ed è costituito da due parti: il database vero e proprio, suddiviso tra tutti i computer connessi alla sua rete, e gli strumenti per navigare il database e comunicare coi vari computer connessi. Se state pensando a una rete P2P, simile a quelle che si possono ottenere con eMule o i torrent, allora pensate bene: Freenet funziona più o meno così, ma con alcune differenze.
Come è spiegato nella sua documentazione, Freenet può essere immaginato come un enorme magazzino, distribuito su tutti i computer che appartengono alla sua rete. Quando noi inseriamo un file in questo magazzino, ne riceviamo in cambio una chiave (simile ai link che ci sono restituiti da siti di condivisione, quali MediaFire e il defunto Megaupload), mentre il file è collocato in uno o più computer presenti in rete. Ognuno di questi computer è detto “nodo”, perché costituisce un nodo della grande maglia formata da Freenet. Per recuperare il file, dovremo consegnare a Freenet la chiave e in cambio riceveremo il file corrispondente, scaricandolo dai vari nodi su cui è stato immagazzinato “a tranci”. E fin qui, cambia poco rispetto a una qualsiasi rete P2P.
Per entrare a fare parte di questa rete, dobbiamo installare Freenet sul nostro computer e diventare così un nodo della rete. Con l’installazione, cederemo una frazione del nostro disco fisso a Freenet, che la utilizzerà per immagazzinare i files condivisi da noi e da altri membri della rete, in una cartella “store” creata sul nostro computer; di conseguenza, anche una parte della nostra banda di connessione sarà utilizzata da Freenet, per mantenere la propria rete e gestire gli scambi di files. Il che, di nuovo, è identico a quanto accade con Emule e altri programmi di condivisione: scarichiamo files dai computer altrui e altri utenti scaricano files dal nostro computer. È l’essenza del peer-to-peer, dopotutto.
Una prima differenza di Freenet, rispetto ad altre reti di condivisione, è che noi non abbiamo alcun controllo sui files immagazzinati nel nostro computer. Non sappiamo neppure cosa sia stato immagazzinato sul nostro computer. Tutti i files inseriti in Freenet, infatti, sono prima di tutto frammentati in pezzi più piccoli, per agevolare lo scambio, e poi crittografati: soltanto l’utente con la chiave corrispondente sa quale file stia scaricando, mentre tutto il resto della Rete non ne saprà nulla. Ogni nodo, quindi, conterrà soltanto un cumulo più o meno grande di frammenti anonimi di files, crittografati e indistinguibili: in questo modo, nessuno può sapere quali files si trovino nel proprio computer e nessuno può formalmente essere ritenuto responsabile di ciò che è condiviso attraverso il suo nodo (almeno davanti al tribunale della propria coscienza).
Proprio perché nessuno sa dove si trovi esattamente un determinato file e in quante copie sia presente, non ci sono facili sistemi per rimuovere un file: ciò lo rende resistente alle censure ed è proprio uno degli obiettivi perseguiti dal creatore di Freenet. I files sono conservati in base alla loro popolarità, ossia alla frequenza con cui sono cercati e scaricati: un file popolare continuerà a rimanere attivo e disponibile in molte copie, mentre un file che non interessa più a nessuno, pian piano, diventerà sempre più raro fino a scomparire per “selezione naturale” dalla rete. Se si vuole eliminare un file, dunque, l’unico sistema è sperare che a nessuno interessi più.
Un’altra strategia utilizzata da Freenet per resistere alle censure è quella di essere strutturato come rete decentralizzata e composta da innumerevoli sottoreti più piccole. Ogni nodo conosce soltanto una ristretta cerchia di nodi a esso adiacenti e soltanto con loro si può collegare; questi nodi, a loro volta, conoscono soltanto una ristretta cerchia di altri nodi e si possono collegare soltanto con loro; e così via, fino a coprire l’intera rete. È superfluo specificare che ogni nodo è anonimo. Tutti i nodi, inoltre, hanno lo stesso valore: non esiste distinzione tra client e server, cioè fra un nodo che funge da deposito (server) e un altro che si collega per attingere (client), come avviene in altre reti. Tutti i nodi sono sia server che client; un nodo molto potente, ossia un nodo che cede molta banda di connessione e un grande spazio di deposito sul proprio disco fisso, può talvolta assumere un ruolo da server, ma ciò è dato solo dal maggiore contributo che riesce a dare alla rete.
La struttura composita della rete Freenet ne rende possibile due diversi utilizzi: come Darknet e come Opennet. Il Darknet è una sottorete composta soltanto da nodi in cui avete fiducia e che conoscete, creata manualmente da un utente, mentre l’Opennet è una sottorete composta da nodi qualsiasi e sconosciuti. In pratica, collegandoti in modalità darknet, tu puoi selezionare i tuoi vicini e collegarti solo a utenti che conosci e in cui hai fiducia, ottenendo il massimo livello di sicurezza; collegandoti in modalità opennet, invece, i tuoi vicini sono scelti “a caso”.
All’interno di Freenet, proprio come all'interno della rete Tor, è possibile anche creare veri e propri siti, denominati “freesites”, che funzionano come interfaccia per i dati accumulati nella rete. Per accedervi, può bastare anche un normale browser, purché si sia connessi a Freenet, e un freesite può contenere grossomodo tutto ciò che può trovarsi in un semplice sito web. Il tutto, ovviamente, senza l’uso di un server, come invece avviene per i siti normali. Sotto questo aspetto, un freesite funziona in modo simile a un sito creato con Osiris, in quanto esiste appoggiandosi alla rete P2P e non a una struttura centrale, come invece lo è un server tradizionale.
Ricapitolando, Freenet è una rete per la condivisione peer-to-peer decentralizzata e anonima, formata riunendo una porzione del disco fisso e della banda di connessione di tutti i computer che ne fanno parte. I suoi contenuti sono distribuiti in più copie tra i vari computer, crittografati e anonimi, e possono essere recuperati e scaricati attraverso una apposita chiave, che contraddistingue ogni file. Chiunque può caricare e condividere tutto ciò che gli pare, senza controlli e senza censure: a decidere la sopravvivenza dei contenuti è una sorta di “selezione darwiniana”, che fa sopravvivere e proliferare i contenuti più popolari e lascia pian piano cadere i contenuti che non interessano più.
Libertà di parola e anonimato sono alla base della filosofia di Freenet e dei suoi sviluppatori. Ogni utente ha il diritto di caricare e condividere tutto ciò che vuole, bello o brutto che sia, piacevole o spiacevole che sia, e lo può fare anonimamente. Se state pensando che può essere un ottimo strumento per pedofili, satanisti, terroristi, criminali e qualsiasi altro tipo di babau sociale, avete ragione: può essere utilizzato comodamente anche per diffondere materiali più o meno illegali, immorali e così via. Dopotutto, la libertà di parola è anche libertà di dire che a noi non piacciono, che offendono la nostra morale o che violano la legge: se poniamo limiti a ciò che si può e non si può dire, ricadiamo nella censura, perché ogni limite può essere stiracchiato fino a includere ogni cosa scomoda per noi. O almeno, questa è la filosofia di Freenet: se non la condividere, forse non è lo strumento che fa per voi. Siete avvisati.
Chiudendo con dettagli più tecnici e pratici, Freenet è sviluppato in Java, il che lo rende multipiattaforma: qualunque sia il vostro sistema operativo, finché avete installata una Java Virtual Machine, Freenet potrà funzionare. Nelle versioni precedenti era supportata soltanto la Java Virtual Machine fornita dalla versione ufficiale di Java, ossia la versione Sun Microsystem e poi Oracle, mentre dagli ultimi aggiornamenti è stata introdotta la possibilità di usarlo anche con l'OpenJDK, se preferite. In ogni caso, per usare Freenet dovete aver installato una qualche versione di Java.
Le prime volte che userete Freenet, sarà veloce come un regionale di Trenitalia quando nevica. Col passare dei giorni, poi, diventerà sempre più veloce, man mano che la sua rete personale si forme e il vostro disco fisso entra a far parte dell’ecosistema di Freenet, fino a raggiungere una velocità decente. Resterà sempre più lento di una connessione normale, ma questo vale per qualsiasi sistema analogo, da Tor ai VPN, data la loro natura “indiretta”.
In aggiunta al set di strumenti forniti al momento dell’installazione di Freenet, esistono poi svariati altri “optional” che possono essere aggiunti, per potenziarne o migliorarne l’utilizzo. Il set di base si occupa di connettersi alla rete e fungere da proxy, gestendo il traffico in entrata e in uscita, mentre altri componenti, installabili a parte (se si vuole), aggiungono funzionalità di chat, message board, creazione e gestione di freesites, eccetera. 

venerdì 20 aprile 2012

DuckDuckGo, ricerche fuori della bolla

O almeno questo è l’obiettivo che si pone il motore di ricerca DuckDuckGo. Lo so, il nome appare incredibilmente stupido, ma lasciamo perdere questo dettaglio: lo ha deciso il suo creatore Gabriel Weinberg e a quanto pare a lui piace così. Non indaghiamo. Guardiamo piuttosto cosa faccia e in che modo sia diverso rispetto a Google e altri motori di ricerca analoghi. Tanto per cominciare, la pagina che ci troviamo davanti, al primo accesso.

Grafica semplice, ridotta all’osso, più o meno come le prime versioni di Google, prima che mille link diversi si ammucchiassero qui e là, tra immagini, video, e-mail, documenti, traduzioni, eccetera eccetera. Contiene ciò che ci si può attendere da un motore di ricerca, ossia un riquadro in cui scrivere l’argomento della nostra ricerca e un pulsante per avviare la ricerca (se proprio non volete premere il tasto “invio”). C’è anche una bizzarra grafica paperosa, ma sono dettagli secondari. Ciò che conta è un altro aspetto, ossia come avviene l’interazione tra utente e motore di ricerca e quali risultati sono proposti all’utente. Ci arriverò per gradi.
Vediamo intanto il risultato di due ricerche qualsiasi, effettuate su DuckDuckGo (d’ora in avanti abbreviato in DDG, per comodità). Nel primo caso, l’oggetto della ricerca è “Debian”, uno dei più noti e utilizzati sistemi operativi a base Linux, per chi non lo sapesse: il risultato è il seguente.
Al primo posto abbiamo un riquadro a sfondo grigio chiaro, con una breve presentazione e descrizione dell’oggetto della nostra ricerca: in questo caso, ci spiega cosa sia Debian. Assieme alla breve spiegazione, ci sono indicati anche alcuni siti per approfondire il discorso, ossia il sito ufficiale del progetto, la relativa pagina di Wikipedia e così via. Questo però non è ancora il risultato della ricerca, ma solo una introduzione; i risultati cominciano subito dopo. E qui c’è la prima differenza evidente con Google.
Il riquadro iniziale, infatti, è costruito utilizzando le informazioni raccolte da siti come Wikipedia e affini, e serve a darci un primo sguardo su ciò che stiamo cercando, una piccola spiegazione di cosa sia e alcuni link ad argomenti correlati. I risultati veri e propri vengono soltanto dopo e sono raccolti da varie fonti, tra cui gli spider di DDG (che sono differenti da quelli usati da Google, per cui anche i risultati delle ricerche e il modo di indicizzare i siti sarà diverso). Inoltre, sulla destra della pagina troviamo anche una lista di approfondimenti sull’argomento che ci interessa e su argomenti correlati, ma questo sarà più chiaro col secondo esempio di ricerca.
In questo secondo esempio, come oggetto di ricerca ho utilizzato “Venezia”. Se adesso guardiamo sul lato destro della pagina, troveremo in alto una piccola mappa (sbagliata, perché si riferisce a una omonima città della Florida) e in basso una serie di approfondimenti relativi ad alcuni temi che potrebbero servire al cercatore, come “hotel”, “meteo”, “guide” e così via. Cliccando uno di questi, lanceremo una nuova ricerca sul tema “venezia hotel”, oppure “venezia meteo” e così via.
La maggiore differenza tra DDG e Google, però, non si trova in questi dettagli visibili, che possono essere più o meno utili e più o meno apprezzati: si trova nel modo in cui i risultati delle ricerche sono selezionati. Google raccoglie i dati sulle nostre ricerche, sia passate che presenti, e li utilizza per filtrare i risultati in base ai nostri interessi stimati e a ciò che potrebbe esserci di maggiore aiuto: in pratica, cerca di ritagliare i suoi risultati su misura per noi, o almeno su misura di ciò che ha potuto sapere sul nostro conto. Procedimento più o meno affine a quello di Amazon, che all’arrivo nel suo sito ci propone subito i prodotti più in linea con la nostra storia di acquisti. Il filtraggio dei risultati sulla base dei nostri interessi è stato definito “filter bubble”, perché serve a costruire attorno a noi una bolla: all’interno le cose che ci piacciono e ci interessano, all’esterno tutto il resto. O almeno, così è stato presentato da diversi attivisti, a cominciare da Eli Pariser, anche se siamo lontani da un accordo sugli effettivi risultati di questa bolla: per alcuni le differenze nei risultati delle ricerche sono grandi, per altri sono modesti e si compensano tra loro. la discussione è aperta ed è meglio che vi formiate la vostra opinione, leggendo entrambe le parti.
Tornando dal teoretico al pratico, DDG vuole eliminare questa bolla, evitando l’operazione che ne sarebbe all'origine: la raccolta delle nostre informazioni e il loro utilizzo per filtrare i risultati. A differenza di Google, infatti, DDG dichiara di non raccogliere nessuna informazione sugli utenti che lo utilizzano: non raccoglie gli indirizzi IP, non archivia informazioni sulle ricerche e utilizza i cookies soltanto quando è inevitabile. Di conseguenza, non possedendo informazioni personali con cui tarare le ricerche, chiunque potrà ottenere gli stessi risultati, invece di ricevere una selezione di risultati adatti ai propri gusti. In breve, DDG è un motore di ricerca che pone la privacy e l’anonimato dei utenti al centro del proprio funzionamento, cercando di rendersi il più possibile neutrale nei confronti dei risultati ottenuti dalle ricerche. O quasi, perché in realtà anche DDG utilizza alcuni filtri nelle sue ricerche, per penalizzare quei siti come eHow, che producono camionate di articoli di bassa qualità per scalare le classifiche di Google, o i siti che imbottiscono le proprie pagine con molta pubblicità e pochi contenuti. Infine, ne esiste anche una versione onion, accessibile dalla navigazione tramite Tor, oltre a una pagina criptata, simile a quella già esistente per Google.

sabato 14 aprile 2012

Le ricerche nella rete Tor

Oppure “una breve escursione nel Deep Web”, se a voi piace questo termine. A me non piace. Al di là dei miei gusti personali, che hanno importanza nulla, il cosiddetto Deep Web consiste di tutti quei siti che non sono normalmente raggiungibili attraverso i consueti strumenti, cioè siti che non sono indicizzati da Google e altri motori di ricerca e, spesso ma non sempre, siti che non sono accessibili alla navigazione tramite browser convenzionali, come Internet Explorer, Firefox, Google Chrome, Safari e compagnia bella. Sono tanti, forse, ma non ci sono numeri precisi: soltanto stime, più o meno approssimative. Oggi mi occuperò solamente di un sottogruppo di questi siti, cioè la galassia dei siti onion: Onionland, come la chiamano alcuni.
Come ho già detto, i siti onion sono siti caratterizzati da un indirizzo (spesso incomprensibile) che termina per .onion e sono accessibili esclusivamente attraverso il programma Tor. Di Tor ho già parlato in più articoli, che potete trovare nell’indice del blog, per cui non mi ripeterò qui. Utilizzando Tor, potete navigare anonimamente sia nella Rete tradizionale, sia nella sottorete dei siti anonimi creati e gestiti attraverso Tor: i siti onion, per l’appunto. Ciò che potete trovare nella cosiddetta Onionland è più o meno lo stesso che potete trovare anche nella Rete tradizionale: siti personali, blog, forum di discussione, bacheche per la condivisione e lo scambio di immagini, eccetera. Ciò che cambia è il contenuto. Detto in modo molto semplice, a Onionland finisce tutto ciò che, per un motivo o per l’altro, è stato spazzato fuori dalla Rete tradizionale.
Se lo immaginate come un Far West, o direttamente come la Chiba descritta nelle prime pagine di Neuromancer, potreste rimanere delusi. O forse no, a seconda dei vostri interessi. Nei siti che compongono Onionland confluiscono tutti quegli argomenti che non sono accettati (o non sono più accettati) nella Rete tradizionale ed è una sorta di porto franco per le attività considerate più o meno illecite nel proprio paese di origine. In breve, potrete trovarci sia attivisti politici in fuga dalla censura di stato, sia pedofili in fuga dalla polizia, tutti nello stesso calderone. Il che racconta molto sulla efficacia della repressione, per controllare la Rete: è efficace come spazzare la polvere sotto il letto o sotto il tappeto, per pulire la casa. La casa sembrerà più pulita, a prima vista, ma sotto il letto continuerà ad accumularsi la polvere.
Analogamente, se continuerà il clima di caccia alle streghe in nome del dio “Copyright”, con chiusure più o meno legittime di siti vari, il risultato che si otterrà sarà lo stesso. Lo scambio di file si sposterà dalla Rete tradizionale alle varie reti protette, come Onionland e altre, e tutto continuerà come prima, alla faccia dei paladini del “copyright”, con le prossime The pirate bay che si svilupperanno proprio in questo sottobosco della Rete. Ma sto divagando.
Una cosa che manca, a Onionland, è un equivalente di Google per i siti nascosti, il che è abbastanza comprensibile: chi utilizza queste reti non ha spesso voglia di farsi pubblicità o di farsi trovare dai non appartenenti al suo gruppo. Inoltre, la natura stessa della rete, il modo in cui sono strutturati i siti onion, rende complicata la vita di un motore di ricerca tradizionale. Nella maggior parte dei casi, se vuoi accedere a un determinato sito onion devi conoscere già il suo indirizzo e digitarlo, oppure copiarlo, nella barra degli indirizzi. Per i siti più “discutibili” funziona solitamente così. Esistono però alcuni strumenti che facilitano le ricerche e permettono una certa catalogazione dei siti ed è appunto di questo che parlerò adesso.

Il più celebre motore di ricerca per la rete Tor è Torch, caratterizzato da una grafica molto spartana, che sostiene di aver indicizzato oltre un milione di pagine onion. Forse è vero. Quando funziona, è una risorsa abbastanza utile.

In alternativa, un buon motore di ricerca è anche Deep Search, con una grafica che occhieggia molto a Google, come potete vedere qui sopra. Deep Search sarebbe un ottimo motore di ricerca, se non fosse per due problemi: il primo è un algoritmo di ricerca da sistemare, che tende a raccogliere risultati non sempre precisi; il secondo è che restituisce soltanto le prime dieci pagine trovate, anche se possiede una (finta) opzione per ricevere più risultati.

Altro possibile sito per le ricerche è Onioon, che rispetto ad altri offre già una prima selezione di pagine utili (o potenzialmente utili) per un navigante di Onionland (cliccando su “How to start”). Tra queste, potete notare anche il famigerato SilkRoad, il bazar dove si vende di tutto e a cui La repubblica dedicò anche un articolo sensazionalistico e piuttosto impreciso, qualche giorno fa. A quanto pare, non è poi così difficile da raggiungere, come lo descriveva il loro giornalista. Ma lasciamo stare, si vede che quel giorno avevano poco su cui scrivere. Onioon ha poi la possibilità di essere arricchito e ampliato dai suoi utenti, che sono liberi di aggiungere altri siti onion attraverso il link che trovate appena sotto al riquadro di ricerca.

Se i motori di ricerca non vi soddisfano, ci sono anche le directory di siti, dove sono catalogati e raccolti svariati siti, suddivisi per genere. Un esempio è TorDir, che potete vedere qui sopra. Se avete conosciuto i primi tempi di Google, diciamo a cavallo del cambio di millennio, allora sarete già pratici di directory e non avrete alcun problema a utilizzare TorDir. Se vedete per la prima volta questo tipo di struttura, non spaventatevi: imparerete a usarla in un attimo.

Infine, un'altra risorsa fondamentale è la Hidden Wiki, che a Onionland rappresenta una prima, anche se molto striminzita, guida alla navigazione nella rete Tor. Soprattutto, come già abbiamo visto per TorDir e in misura minore per Onioon, fornisce una lista di siti onion a cui potete accedere, divisi per lingua e in parte argomento. Di nuovo, non è un elenco completo, perché molti siti onion non sono schedati da nessuna parte e si possono raggiungere soltanto conoscendo il loro indirizzo. Per una prima escursione a Onionland, però, questi strumenti possono essere di aiuto a tutti coloro che si sentono smarriti, senza la fidata guida di Google.
Come già detto, questa rete contiene materiale più o meno discutibile e più o meno interessante: tutto ciò che è stato espulso dalla Rete normale e altro ancora. Molte delle pagine che incontrerete potrebbero non piacervi: esploratelo a vostro rischio e pericolo, se volete visitarlo.

Aggiornamento
Aggiungo altri due motori di ricerca, attualmente attivi (ma chissà per quanto), visto che DeepSearch non dà segni di vita da qualche tempo a questa parte.
Torgle
http://zw3crggtadila2sg.onion/torgle/
The Abyss
http://nstmo7lvh4l32epo.onion/

martedì 20 marzo 2012

Connessioni più sicure con HTTPS Everywhere

Torniamo a parlare di sicurezza e privacy (ma soprattutto sicurezza) con un programma che è una semplice estensione, disponibile al momento sia per Firefox (dove è nato) sia per Google Chrome (dove è ancora in fase beta): HTTPS Everywhere. Una estensione molto semplice, che svolge un lavoro per certi versi superfluo, dato che nella maggior parte dei casi potremmo farlo noi stessi “a mano”. Considerata però la pigrizia e/o la distrazione media di un utente, forse è meglio scaricare questa estensione, installarla nel browser e lasciare che al resto pensi lei, giusto per non correre il rischio di dimenticarsene.
Il lavoro svolto da questa estensione è quello di forzare una connessione https su qualunque sito sia disponibile, cioè su qualsiasi sito che supporti una connessione https. E non tutti la supportano. HTTPS Everywhere non serve a creare una connessione sicura, se questa connessione non esiste; se però c’è una possibilità di utilizzare una connessione sicura, vi indirizzerà verso quella, invece di farvi proseguire lungo la strada insicura. La strada sicura è la https, mentre la strada insicura è la http. Come è facile da immaginare, la http è molto più usata rispetto alla https. Ma vediamo più in dettaglio cosa siano http, https e quale differenza ci sia.
Sono moderatamente convinto di averne già parlato in precedenza, ma siccome non ho voglia al momento di spulciarmi tutti gli articoli passati lo ripeterò qui. Semplificando molto il discorso, si possono identificare due tipi di canali attraverso cui passano i dati di ogni connessione alla Rete: il canale HTTP e il canale HTTPS. Costituiscono anche la prima parte dell’indirizzo di qualsiasi sito, per cui è abbastanza semplice riconoscerli: basta guardare nella barra degli indirizzi del nostro browser e controllare se la scritta comincia per http:// oppure per https://. La differenza è data da una sola lettera, a prima vista, ma è una lettera fondamentale, dato che quella s sta per “secure”.
E cosa cambia? Le connessioni che passano attraverso il canale HTTP sono in chiaro, ossia tutti i dati scambiati tra computer e sito internet sono visibili, non protetti: chiunque sia fornito di tempo, voglia e capacità potrebbe facilmente intercettarle e leggerle. La maggior parte delle connessioni si svolge in chiaro, quindi potenzialmente visibile da chiunque. Molto spesso, ciò non costituisce un problema immediato, se non utilizzate la vostra connessione per attività illegali (nota: scaricare files protetti da copyright è considerato illegale in quasi tutti i paesi del mondo). Potrebbe però costituire un problema a lungo termine, se qualcuno decidesse di registrare tutte le vostre attività, per avere qualcosa da utilizzare contro di voi in qualsiasi momento futuro. Scenario paranoico ma non troppo, se consideriamo che i veri motori della diffusione di internet sono stati il porno (di qualsiasi tipo) e la cosiddetta “pirateria”, due campi non sempre ben visti dalla società.
Lungo il canale HTTPS, invece, lo scambio di dati è criptato. Da un lato, questo aumenta parecchio la difficoltà per chi vuole intercettare e registrare le comunicazioni, dato che poi si ritroverebbe tra le mani un flusso di dati da decrittare: molto spesso, è sufficiente a impedire che qualcuno possa curiosare nelle nostre attività (se non siamo criminali ricercati, ovvio). Da un altro lato, utilizzare una connessione criptata può permettere di aggirare alcuni tipi di filtri internet, cioè quelli che bloccano o intercettano le comunicazioni facendo uso di parole chiave: essendo tutto criptato, diventa molto più complicato analizzare il flusso di dati alla ricerca di queste parole chiave.

HTTPS Everywhere è sviluppato e mantenuto congiuntamente da due organizzazioni a cui la sicurezza e l’anonimato stanno molto a cuore: la EFF (Electronic Frontier Foundation) e Tor Project (gli sviluppatori di Tor, di cui ho già parlato più volte). Potete appunto scaricarlo dal sito della EFF, perché nella normale collezione di addons per Firefox non lo troverete.
Per il resto, si installa e funziona come qualsiasi altra estensione di Firefox o di Google Chrome.
Una volta installato, si manifesterà come una piccola icona dalla forma strana all’interno della barra degli indirizzi (su Chrome), oppure come icona a forma di X nella barra di Firefox. Di solito, non vi darà alcun fastidio e si limiterà a svolgere il suo lavoro in silenzio e con molta discrezione; il suo lavoro è reindirizzarvi su una connessione HTTPS, nei siti che la supportano. Voi potrete continuare a scrivere gli indirizzi dei siti che volete visitare, sicuri o insicuri che siano, e HTTPS Everywhere cercherà per voi una eventuale connessione sicura per quei siti.
Qualcosa cambierà, a dire il vero. Nel caso di Google, per esempio, sarete reindirizzati verso Google Encrypted, ossia la versione protetta del motore di ricerca: ci sarà qualche piccola differenza grafica, ma per il resto funzionerà allo stesso modo. Tra parentesi, è anche la versione di Google che vedrete, collegandovi a esso attraverso Tor.
Una lista completa dei siti che supportano connessioni https la potete trovare tra le “Opzioni” di HTTPS Everywhere e vi apparirà una pagina di questo tipo:
In caso di problemi insolubili con uno o più siti, da qui potrete disattivare l’estensione per quel particolare sito, se avete bisogno di accedervi a ogni costo. Potete anche modificare e personalizzare la lista e le regole di funzionamento, ma nella maggior parte dei casi non ne avrete bisogno. Come per altri campi, anche qui vale il principio del “se non sai cosa stai per fare, non farlo”: è una regola aurea che vi risparmierà molti problemi coi computer.

mercoledì 4 gennaio 2012

Cosa sono i siti .onion

Per creare e condividere un sito web, la soluzione più tradizionale e più usata consiste nell’ottenere uno spazio, gratuito o a pagamento, sui server privati di una società che fornisca questo servizio, come ad esempio Aruba, Altervista o mille altre. Una volta ottenuto questo spazio, con relativo indirizzo, potremo cominciare a caricare le pagine e il materiale del nostro futuro sito, oppure a creare le varie pagine direttamente online, se la società in questione ci offre anche un servizio per “montare” le pagine senza passare attraverso il codice HTML, come si può fare ad esempio su Altervista.
Soluzione tradizionale e più usata, come appunto si diceva, ma non l’unica soluzione possibile. Oltre ai siti “normali”, ossia ai siti che visitiamo tutti i giorni col nostro browser e che state visitando anche adesso, se leggere questa pagina (ok, si tratta di un blog e non di un sito, ma il principio resta lo stesso), esistono però altri siti e altre modalità di creare e condividere un sito, che non passano attraverso società private e server, e che spesso non passano neanche attraverso i nostri browser, perché richiedono altri strumenti per trovarli. Spazi di questo tipo sono spesso definiti “siti nascosti” e altrettanto spesso sono anche anonimi, nonché alquanto difficili da scovare e affondare, se contengono materiale non gradito a questo o quel governo.
Un esempio di siti che non si appoggiano a un server, ma a una rete di contatti tra gli utenti, lo abbiamo già visto, quando si parlava di Osiris. Osiris, infatti, è un programma che ci permette proprio di creare e condividere siti attraverso una rete peer-to-peer (pensate a eMule e a Torrent), senza passare dunque attraverso società fornitrici di spazi web e di altri servizi: un sito creato con Osiris non si troverà in un qualche punto della Rete, ma sarà distribuito attraverso tutti gli altri utenti che ne possiedono una copia. Attraverso Isis, poi, questi siti possono essere agganciati alla Rete tradizionale e raggiunti anche da chi non possiede Osiris. Ma di questo abbiamo già parlato.
Oltre a Osiris, però, esistono anche altri modi per creare siti nascosti, che non richiedono di essere ospitati sul server di qualche società e che non sono raggiungibili con mezzi normali. Uno di questi modi passa attraverso Tor e consiste nella creazione di un sito .onion, anonimo e privo di un indirizzo pubblico vero e proprio.
Di Tor abbiamo già parlato in più occasioni e non credo sia necessario ripetersi anche qui: è un servizio per la navigazione anonima e criptata, realizzato inizialmente dalla marina degli Stati Uniti come mezzo per proteggere le comunicazioni, e che in seguito ha acquisito una esistenza autonoma. Il nome Tor deriva dalla sigla The Onion Router ed è proprio da qui che proviene il suffisso .onion, usato per i siti costruiti al suo interno.
Questi siti sono, di fatto, ospitati sul computer del loro creatore e possono essere trovati e raggiunti solo navigando attraverso Tor, sia nella sua versione Tor Browser, sia nella sua versione completa. Il tipico indirizzo di questi siti è qualcosa come duskgytldkxiuqc6.onion, dove la prima parte è un numero a 80 bit in base 32 (ma questi dettagli non hanno importanza) e la seconda parte è lo pseudodominio di primo livello .onion, che ne identifica la natura. Se state navigando con Tor, potrete accedere a questi siti; se non state navigando con Tor, non potrete.
Il procedimento per creare un sito .onion può risultare complicato, ma in sostanza si riduce a due programmi che devono essere presenti sul vostro computer: Tor, ovviamente, e un server. Tor vi servirà per condividere il sito, inserendolo appunto nella Rete anonima costruita da questo programma, mentre il server è necessario per poterci mettere fisicamente il materiale e le pagine che vorrete condividere. Esempi di server sono Apache, Savant, thttpd: al loro interno potrete costruire un sito vero e proprio, come preferite voi, ma che non sarà poi caricato su un server privato, gestito da una qualche società. Il server e il sito resteranno sul vostro computer e lì potranno essere raggiunti e visitati, attraverso Tor.
Un aspetto positivo dei siti .onion è che sono anonimi e non poggiano su un server esterno. Dalla Rete tradizionale non possono essere né trovati, né raggiunti, e di conseguenza neppure bloccati: questo li rende adatti ad aggirare le censure, proprio come Tor stesso permette di accedere alle aree che, altrimenti, sarebbero bloccate dal firewal di questo o quel governo. In luoghi dove la libertà e i diritti sono parecchio limitati, strumenti di questo tipo sono estremamente preziosi, come è facile da capire.
Come per tutte le tecnologie, anche in questo caso esistono però lati negativi, collegati all’abuso dei siti .onion in contesti che nulla hanno a che fare con le intenzioni di chi ha sviluppato questi mezzi. Per sua natura, un sito .onion permette di sottrarsi all’occhio vigile di censure e repressioni, ed è cosa buona e giusta. Condividere informazioni che un governo vuole nascondere e insabbiare è un atto più che legittimo e strumenti difficili da attaccare e bloccare, come Tor, sono necessari. Non ci sarebbe condivisione di idee e di notizie fuori dai recinti ufficiali, in caso contrario.
Allo stesso tempo, però, questi servizi possono essere abusati per sottrarsi anche al controllo della legge, approfittando degli spazi protetti per portare avanti attività illegali. Proprio durante il mese di ottobre, per esempio, gli attivisti di Anonymous hanno condotto una operazione contro i siti di Freedom Hosting (servizio che offre spazi web .onion, per chi non sa o non può crearseli da solo), perché al suo interno erano stati realizzati anche siti per condividere materiale pedopornografico. In questo caso, il problema è culturale, o meglio di civiltà (e inciviltà), non certo tecnologico...

giovedì 29 dicembre 2011

Come funziona MAFIAAFire

Dopo tanto tempo, oggi torniamo a parlare di censura in Rete e di soluzioni per aggirare la censura, con qualsiasi nome essa si presenti. Considerate le varie leggi in discussione sia negli USA, sia qui in Europa a riguardo della cosiddetta “tutela dei diritti d’autore”, con le conseguenti minacce di chiusura per tutti i siti accusati di infrangerle, direi che un ripasso può rivelarsi utile.
Alcuni di voi probabilmente conosceranno già MAFIAAFire, almeno per averlo sentito nominare, ma vediamo di procedere con una breve spiegazione per tutti coloro che, invece, non lo conoscono e non lo hanno mai sentito prima d’ora. Intanto, che cosa non è MAFIAAFire: non è nulla che abbia qualcosa a che fare con MafiaWars e non è nulla che abbia a che fare con la criminalità. Al contrario, è uno strumento del tutto legale (per adesso).
MAFIAAFire è un addon sviluppato per Firefox e oggi disponibile anche per Google Chrome, il cui scopo è rendere più semplice l’accesso a siti, che sono stati bloccati per “intervento divino”. In altri termini, offre un sistema per aggirare il blocco che alcuni governi hanno imposto a siti che, secondo loro, sono colpevoli di violare il copyright di Pincopallino. Provate ad accedere a ThePirateBay in Italia, oppure all’indirizzo alternativo LaBaia, e capirete a cosa mi stia riferendo. Quando si trova davanti a casi simili, MAFIAAFire non vi manda verso l’indirizzo principale del sito (che è bloccato), ma vi devia verso un indirizzo alternativo, se presente: in questo modo, potrete accedere al contenuto del sito, come se non ci fosse alcun blocco.
L’oscuramento di un sito, nella maggior parte dei casi, avviene impedendo il collegamento diretto al sito in questione. Prendiamo l’esempio di ThePirateBay. Quando un utente cerca di collegarsi al sito ThePirateBay dall’Italia, non raggiungerà la pagina del sito, ma una pagina in cui si dice che il sito è stato bloccato dalla Guardia di Finanza per ordine del tribunale tal dei tali, eccetera eccetera, oppure si troverà di fronte a un blocco dei DNS. Il sito è ancora al suo posto, ma sulla strada che conduce al sito è stato inserito un filtro, che intercetta le connessioni provenienti dal territorio italiano e le manda a sbattere contro quella pagina.
Come aggirarlo? Una soluzione è quella di utilizzare un proxy, come abbiamo già visto: se il blocco ha una natura geografica, allora è probabilmente la soluzione migliore. Un’altra possibile soluzione è quella che ci propone MAFIAAFire: utilizzare un mirror site, ossia un sito “specchio”, collocato a un indirizzo diverso, ma che ci riflette sul sito che stavamo cercando.
Rispetto a un proxy, MAFIAAFire richiede un minimo di lavoro in più da parte del gestore del sito, il quale dovrà disporre di almeno un indirizzo alternativo che MAFIAAFire utilizzerà per permettere l’accesso al sito reale a tutti quegli utenti che si troverebbero bloccati. MAFIAAFire contiene infatti una lista di siti bloccati o a rischio blocco, assieme ai possibili indirizzi alternativi per quei siti. Quando digitiamo il nome di un sito nella barra degli indirizzi, MAFIAAFire controllerà prima di tutto se il sito sia incluso nella sua lista: se il sito non è incluso, la navigazione procede normalmente; se il sito è incluso, MAFIAAFire devierà automaticamente la connessione al sito secondario, così da aggirare la strada bloccata. Una cosa che potreste fare anche voi, perché nessuno vi vieta di digitare manualmente l’indirizzo alternativo, una volta che avete verificato che l’indirizzo principale non funziona, ma MAFIAAFire cerca di renderlo più semplice e “user-friendly” a suo parere, rendendo l’intero procedimento automatico e inavvertito dall’utente.

Sia chiaro, MAFIAAFire non è una soluzione universale e infallibile per ogni tipo di blocco o di censura. MAFIAAFire funziona soltanto coi siti che sono presenti nella sua lista e che dispongono di almeno un indirizzo di accesso alternativo: se queste condizioni non si verificano, il sito resterà per voi inaccessibile e dovrete ricorrere ad altri sistemi, come Tor o un proxy. D’altro canto, la lista di MAFIAAFire è aggiornata regolarmente e il proprietario di un sito può inviare in ogni momento una richiesta per l’aggiunta del proprio sito e degli indirizzi alternativi: la procedura è molto simile a quella richiesta da Google per verificare la proprietà di un sito (anzi, diciamo pure che è “ispirata” da quella).
In sintesi, MAFIAAFire non mi pare ancora la soluzione finale che i suoi autori vorrebbero, ma si tratta di uno strumento semplice, la cui esistenza quasi non si avverte sul proprio browser, e che sarà di aiuto agli utenti “normali” (cioè a tutti coloro che non sono nerd e non aspirano a diventarlo), per continuare ad accedere a siti, principalmente di torrent, senza sbattere il naso contro qualche schermata a cura di questo o quel tribunale. Se ti bloccano la porta principale, passa dall’ingresso sul retro: questo il principio di MAFIAAFire. La navigazione con Tor rimane tutto un altro paio di maniche, ma dopotutto rispondono a due esigenze molto diverse tra loro.

Da qui potete scaricare la versione per Firefox.
E da qui potete scaricare la versione per Google Chrome.

mercoledì 23 febbraio 2011

Osiris, per creare siti peer-to-peer

I normali siti internet, così come i forum, i blog e quant'altro, si basano su un sistema centralizzato: quando si vuole aprire uno spazio internet, bisogna appoggiarsi a un gestore, che ci metta a disposizione il luogo in cui collocare il nostro sito, spesso a pagamento. Dovremo registrarlo e il sito sarà intestato a noi: chiunque potrà così sapere chi abbia aperto un sito e chi lo stia gestendo. Il sito, inoltre, sarà ospitato su un server centrale (o più di uno, a seconda delle dimensioni del sito), che funzionerà da "motore" e si occuperà di gestire il traffico degli utenti sul sito.
Osiris nasce per rivoluzionare questa concezione. Seguendo la filosofia del P2P (il peer-to-peer, ossia la condivisione libera di contenuti - la stessa che ha dato origine a eMule, per intenderci), Osiris è un programma gratuito, e prossimamente anche open source e multipiattaforma, il cui obbiettivo è di permettere a chiunque di creare e mantenere un sito internet "peer-to-peer", ossia senza ricorrere a un server centrale, senza pagare l'affitto a un gestore, senza bisogno di registrarsi ed essere schedati come proprietari del sito.
Osiris logo
Sito ufficiale (in italiano e in inglese):

Come funziona?

Per i dettagli tecnici e per tutte le caratteristiche, vi rimando al sito ufficiale, che potete consultare in italiano e che vi spiegherà, in modo abbastanza chiaro, cosa sia possibile ottenere con Osiris e come funzionino i siti creati con Osiris.
La differenza principale, rispetto a un sito internet normale, è che un sito creato con Osiris si trova fisicamente nel computer di chi lo visita e lo utilizza: non è da qualche parte nella Rete, mail suo contenuto è ospitato per intero nel computer dei suoi utenti. Proprio come succede coi files scambiati attraverso eMule, il sito viene condiviso tra gli utenti che sono connessi e registrati al sito. Ognuno ha la sua copia e ognuno può modificarla, liberamente, per poi condividerla con gli altri.
Non esiste infatti un amministratore centrale, per i siti creati con Osiris. O meglio, è possibile anche creare siti normali, con un'amministrazione centrale, ma la filosofia di Osiris è orientata verso l'anarchia: gli utenti di un sito si autoregolano a propria scelta e il sito stesso è, a tutti gli effetti, un sito autogestito dalla collettività che ne fa parte. Non c'è censura dei contenuti, è la comunità nel suo insieme che decide cosa inserire e cosa non inserire.
Oltre che anarchico, Osiris è anche anonimo. Non è infatti possibile risalire all'identità di chi ha aperto il sito e di chi compone la sua comunità, grazie al sistema in cui il sito stesso è progettato. In questo, non è molto diverso dalla rete Tor: ogni utente di Osiris costituisce un nodo, o anche più nodi, e l'uso di chiavi digitali di crittografia, assieme all'impossibilità di associare un nodo al suo indirizzo IP, rendono inattuabile l'identificazione degli utenti.
Come è ovvio, Osiris funziona meglio quando è distribuito tra molti utenti: più i nodi sono numerosi, più i contenuti sono distribuiti e minore è il traffico per ogni nodo. Lo abbiamo già visto anche parlando di Tor ed è ancora più vero nel caso di Osiris, in quanto si tratta di condividere interi siti. Allo stesso modo, un alto numero di partecipanti contribuisce a migliorarne la sicurezza, sempre per il principio della distribuzione dei contenuti.

A cosa serve?

Come per Tor, un uso tipico di Osiris è per sfuggire alla censura. Non esistendo un server centrale su cui si trova il sito, non è possibile chiudere o bloccare l'accesso a un sito basato su Osiris, proprio perché si trova su tutti i computer degli utenti che lo condividono. L'unico sistema sarebbe quello di rintracciare ogni utente e sequestrare il suo stesso computer, ma di nuovo questo è ostacolato dalla struttura di Osiris, che impedisce di collegare un utente (ossia un nodo) al suo indirizzo IP. Se gli utenti di un sito sono 100, allora esisteranno 100 copie di quel sito su altrettanti computer, da cercare e distruggere a uno a uno; se gli utenti sono 1000, le copie saranno altrettante. più la comunità di Osiris è grande, più diventa inarrestabile. Lo stesso principio su cui si basa il P2P di eMule, insomma: più copie esistono di uno stesso file e più sarà folle un tentativo di farle sparire tutte.
Con Osiris è possibile creare qualsiasi tipo di sito internet, forum, galleria di immagini e quant'altro. E ogni cosa sarà condivisa liberamente tra tutti gli utenti che ne fanno parte, tutti potranno contribuire allo stesso modo. Per ogni altro dettaglio, poi, vi rimando al sito ufficiale, nonché alla pagina di Wikipedia, dove potrete leggere a una a una le caratteristiche di Osiris.

sabato 19 febbraio 2011

Installare e configurare Tor Vidalia

Per completare il discorso fatto nelle puntate precedenti, vediamo oggi come installare e configurare Tor Vidalia, ossia la versione completa di Tor, il programma gratuito e multipiattaforma per l'anonimato in Rete.
Tor Browser mette a nostra disposizione un browser con cui navigare sicuri e anonimi (anche se un po' più lentamente), facile da trasportare e utilizzabile su ogni computer, senza installazione. Non protegge, però, tutti gli altri possibili modi di connettersi: l'unico programma sicuro e coperto da Tor Browser è appunto il suo browser, ossia il programma con cui navighiamo in internet. Ma nei nostri computer ci sono molti altri programmi che possono accedere a internet, a volte anche contro il nostro volere. Per proteggerli tutti con Tor, quindi, dovremo usare un programma più completo: Tor Vidalia.

Tor Vidalia è, in pratica, la combinazione di due programmi: Tor, che ci permette di collegarci alla omonima rete di anonimato, e Vidalia, la sua interfaccia grafica, che ci permette di controllarlo e configurarlo facilmente. Per essere più precisi, Vidalia ci permette di avviare e chiudere Tor, di vedere il consumo della nostra banda di connessione, quanti collegamenti abbiamo attivi al momento, vedere come sono distribuiti i nodi della rete Tor nel mondo e così via. Grossomodo è il pannello di controllo che abbiamo già visto parlando di Tor Browser, ma in questa versione è molto più completo. A differenza di Tor Browser, è anche un programma che dobbiamo installare sul nostro computer, per usarlo, ma il processo non è difficile.

Cominciamo intanto dalla pagina da cui scaricarlo.
Cercate il vostro sistema operativo, Windows, Macintosh o Unix/Linux che sia, e poi cercate "Stable Vidalia Bundle": accanto, vedrete un link da cui poterla scaricare. Scaricatelo.
Dopo aver scaricato e avviato l'installazione, vi troverete con questa finestra (se avete Windows):
Installazione Tor
Come vedete, sono quatto i componenti del programma: Vidalia, Tor, Polipo e Torbutton.
Vidalia è l'interfaccia grafica per controllare Tor.
Tor è il programma di anonimato, per collegarsi alla rete.
Polipo è un programma che serve a migliorare la connessione agli altri proxy della rete di Tor
Torbutton è n'estensione di Firefox, che ci permette di connetterci e disconnetterci dalla rete Tor con un clic. Se non usate Firefox e non avete intenzione di usarlo in futuro, potete deselezionare questa voce.
All'interno di ogni voce, poi, vedrete altre opzioni che possono essere deselezionate, se preferite così. Vidalia è programmato per avviarsi da solo quando accendete il computer, ma potete deselezionare questa voce e avviarlo voi stessi, quando vi serve. Allo stesso modo, potete deselezionare la voce "Aggiungi al menu" per Vidalia, Tor e Polipo, se non li volete aggiungere al menu dei programmi di Windows. Qui dipende dai vostri gusti e dalle vostre abitudini. In caso di dubbio, lasciate tutto così com'è e non avrete problemi.
Per il resto dell'installazione, si tratta solo di cliccare OK e Avanti.
Vediamo adesso come configurarlo.

mercoledì 16 febbraio 2011

Tor, anonimato in Rete

Tor icona
In precedenza, abbiamo spiegato cosa sia un proxy e come si possa usare per accedere a siti bloccati, oppure per mantenere l'anonimato in internet. Abbiamo anche spiegato come configurare un proxy, per utilizzarlo col nostro browser, ossia col programma con cui ci colleghiamo a internet. Per completare il discorso, vedremo oggi un'applicazione concreta e completa del concetto di proxy, per costruire una intera rete anonima, che possa collegare tra loro molti computer e molti utenti da ogni parte del mondo.
Parleremo di Tor.
Tor (The Onion Routing) è un progetto che ha come obbiettivo quello di garantire l'anonimato in internet: un sistema di comunicazione basato proprio sul concetto di proxy e sulla collaborazione tra gli utenti che ne fanno parte, per costruire una rete a prova di censura e di identificazione. Funziona sul principio dello onion routing (lett. "navigazione a cipolla"): in termini molto semplici, permette di collegarsi attraverso una rete di server ospitati sui computer degli utenti connessi alla rete, in modo che un osservatore esterno possa vedere solo il traffico che entra nella rete o il traffico che esce dalla rete, e mai entrambi contemporaneamente. Il traffico interno alla rete, invece, è del tutto nascosto. In pratica, se voglio visitare un sito utilizzando Tor, io mi collegherò prima di tutto alla rete di Tor; da lì, sarò rimbalzato attraverso una serie di server, distribuiti in varie parti del mondo, e alla fine raggiungerò il sito.
Una complicazione inutile? Non è detto. Un estraneo vedrà soltanto che io mi sono collegato a un server di entrata della rete Tor; non vedrà niente di ciò che avviene all'interno della rete; vedrà infine un collegamento che esce da un server di uscita della rete Tor e accede a un sito. Non sarà possibile, dunque, rintracciare l'origine dell'ultimo segnale, né sarà possibile scoprire a che sito io mi sia collegato; il sito stesso non potrà sapere che sono stato io a collegarmi, né quale sia la mia origine. Come potete capire, Tor serve anche a evadere la maggior parte dei sistemi di controllo e censura di Internet, messi in atto dai vari governi.

In concreto, Tor è un programma gratuito, disponibile per i principali sistemi operativi (Windows, Macintosh, Linux/Unix, eccetera). Consiste principalmente di un proxy (chiamato relay) e del programma che serve a mantenere la rete, collegandosi agli altri nodi e crittografando il traffico. A seconda delle impostazioni, possiamo utilizzarlo sia per collegarci alla rete di Tor, e quindi navigare in modo anonimo, sia anche per diventare noi stessi parte della rete, accettando di mettere a disposizione una parte della nostra connessione per agire da nodo, ossia da server. Possiamo usarla, ovviamente, per navigare in modo anonimo su internet, ma anche per eseguire altre operazioni, come inviare e ricevere e-mail, oppure i servizi di messaggistica istantanea, come MSN o IRC.
I livelli di utilizzo di Tor sono quattro.

Client
Configurazione di base: possiamo collegarci alla rete di Tor e sfruttarla, ma non ne facciamo parte.

Relay di mezzo
Siamo parte della rete di Tor e il nostro computer agisce come uno dei nodi interni, attraverso i quali si fanno rimbalzare le comunicazioni di altri utenti. Sul nostro computer è attivo un proxy di Tor, che permette ad altri utenti di passare attraverso di noi, per procedere nella navigazione. Ci troviamo nel mezzo della rete, nella parte interamente protetta da crittografia. Se abbiamo una connessione a banda larga, questa è la scelta migliore: una parte della nostra connessione sarà sfruttata da altri, ma in questo modo contribuiremo ad allargare la rete e potenziarla. Inoltre, ci garantisce maggiore protezione e anonimato, rispetto a essere semplici Client.

Relay di uscita
Il nodo di uscita dalla rete. Da un certo punto di vista è il più esposto, perché può essere visto dall'esterno della rete e quindi localizzato. Questi stessi motivi, però, lo rendono anche il nodo più importante. Se scegliamo questa opzione, possiamo decidere a quali siti vogliamo consentire l'accesso e vietare, ad esempio, che altri possano utilizzare il nostro nodo per connettersi a siti che non approviamo (pornografia e altri).

Relay ponte
Un tipo di nodo molto particolare, progettato per aiutare chi vuole connettersi alla rete Tor da un paese in cui la censura è molto stretta ed esistono sistemi di filtraggio finalizzati a bloccare Tor. Utilizza dunque una tecnologia diversa dagli altri nodi, che sarebbe complicato spiegare, ma per noi utenti non fa alcuna differenza pratica.

Usare la rete di Tor è più lento di una connessione normale, proprio perché dobbiamo passare attraverso molti nodi, prima di arrivare al sito che ci interessa. Inoltre, i nodi sono ancora pochi e questo aumenta il traffico (e la lentezza) della rete. Proprio per questo è importante ospitare un nodo, se abbiamo a disposizione una buona connessione a banda larga: collaboreremo così ad allargare la rete di Tor e ad accelerarla.
Per queste sue caratteristiche, poi, è anche importante rispettare alcune norme di buona educazione, quando si usa Tor. Si tratta di un servizio che nasce in primo luogo per garantire anonimato a chi ne ha bisogno e per sfuggire alla forme di repressione governativa, nei paesi a più forte censura: finché lo utilizziamo per accedere a un sito o per conversare in forma anonima e nascosta, niente di male; usarlo per scaricare film o altri files molto ingombranti, invece, è molto discutibile sul piano morale. L'intera rete Tor si basa su volontari che mettono a disposizione parte della propria banda, per aiutare altri a comunicare: intasarla per scaricare film illegalmente, peggio ancora se porno, è decisamente di pessimo gusto. Allo stesso modo, sfruttare l'anonimato per spammare o vandalizzare siti, forum e altro, va contro i principi alla base di Tor.

Come vedremo, due sono i programmi con cui possiamo utilizzare Tor, ossia:
- Tor Browser
- Tor Vidalia