sabato 25 giugno 2011

Social engineering: come funziona

Social engineering, di solito tradotto come “ingegneria sociale”, è il termine sotto il quale vengono raccolte diverse tecniche, che hanno in comune uno stesso obbiettivo: raccogliere informazioni da una persona e/o ottenere che una persona faccia ciò che noi vogliamo, senza che questa persona se ne renda conto. Detta in parole semplici, è l’arte di imbrogliare e manipolare le persone.
In ambito informatico, il social engineering è utilizzato molto spesso per colpire il più grande punto debole di ogni sistema computerizzato: l’utente. Chi usa un computer, infatti, è anche la più grave minaccia per la sicurezza del computer stesso e questo è un punto chiave, da tenere sempre presente. Il più potente impianto di sicurezza al mondo diventa inutile, se poi sei tu stesso ad aprire la porta al primo che suona al citofono, presentandosi come “il postino”; per quanto sia aggiornato ed efficace il tuo antivirus, per quanto solido e inattaccabile sia il tuo firewall, saranno completamente inutili se poi sei tu stesso a far entrare il nemico. Vi dice niente la storia del Cavallo di Troia? Per certi versi, lo possiamo considerare un esempio di social engineering, attuato dai greci ai danni dei troiani.
Il social engineering funziona proprio così: far credere alla vittima che noi siamo un’altra persona, una persona di cui si fida o di cui si può fidare. In questo modo, la vittima abbasserà le difese e, pian piano, si lascerà imbrogliare da noi: potrebbe così svelarci informazioni importanti, oppure accettare di scaricare un file che noi le inviamo e così via. Di solito, lo scopo del social engineering è proprio quello di raccogliere informazioni (password, numeri di telefono, indirizzi, numero di carta di credito e quant’altro), ma in certi casi può anche essere utilizzato per far installare alla vittima un trojan sul proprio computer; in ogni caso, si tratta di aggirare le difese del computer e attaccare direttamente chi lo usa, senza che la vittima si accorga dell’attacco.
Una tecnica per imbroglioni, insomma.
Possiamo distinguere due diversi tipi di vulnerabilità da sfruttare attraverso il social engineering:
  • vulnerabilità generali;
  • vulnerabilità individuali.


Sfruttare i difetti comuni

Questa è la forma più semplice e banale di social engineering: si limita a sfruttare in modo generico due grandi punti deboli degli utenti: la pigrizia e l’inesperienza. Invece di attaccare sulla base di uno studio accurato della vittima, in questo caso si cerca di attaccare sulla base di statistiche, considerazioni generali e tendenze degli utenti. Assomiglia agli attacchi da dizionario, utilizzati per scoprire una password.
Molti utenti, infatti, si preoccupano poco della solidità delle proprie password: alcuni ne utilizzano una sola, riciclandola ogni volta che si devono iscrivere a qualcosa; altri utilizzano password standard, lasciando spesso quelle che sono proposte in automatico dal sito; altri ancora premono qualche tasto di fila e creano password come 12345, oppure qwerty. In questi casi, non c’è bisogno di grande fatica per entrare nell’account di una persona, oppure per aprire un file protetto. Un altro caso tipico è quello della password creata usando la propria data di nascita: basta un giro su Google o su Facebook e la scopriremo subito.
Come vediamo, non si tratta di raccogliere informazioni su un utente specifico per poi imbrogliarlo, ma di sfruttare le vulnerabilità che sono presente di default nella maggior parte degli utenti, ossia tutti quelli troppo pigri per cambiare la password (e NON lasciare la password di base, nel caso di un router o di un sito), utilizzare password diverse o anche solo pensare a qualcosa di più complicato, per rafforzare le difese. Per difendersi da questi attacchi generici, la soluzione è usare password diverse e che, possibilmente, non siano facili da ricostruire. Mischiare lettere maiuscole, minuscole e numeri può servire a rafforzare la password (sì, lo so che è molto triste, ma tanto è una cosa che resterà segreta), ma soprattutto sarà utile non utilizzare parole normali, soprattutto non se le lasciamo così come sono.
In questo campo rientra anche il phishing, molto spesso, nella misura in cui il suo obbiettivo non è una persona specifica, ma il maggior numero possibile di vittime. E col phishing generalmente è proprio così: nelle varie e-mail cambia soltanto il nome della vittima, ma il loro contenuto è uguale e cercano tutte di sfruttare la credulità delle vittime nello stesso modo.

Attacchi mirati

Sfruttare le vulnerabilità specifiche di una persona è l’essenza del social engineering. Abbiamo visto come sia possibile farlo su Facebook, parlando dei furti di identità: basta assumere l’identità di un amico o di un conoscente della vittima e ingannarla ottenendo la sua fiducia. Questo è anche il metodo che richiede maggior lavoro, perché prima di un attacco sarà necessario raccogliere molte informazioni sulla vittima e preparare con cura il piano di azione: social network e Google, però, di recente hanno semplificato molto le cose, rendendo più facile e veloce trovare le informazioni personali che servono (luogo di residenza, data di nascita, nome completo, situazione familiare e lavorativa, scuole frequentante, nomi di familiari e amici, eccetera).
In certi casi, potrebbero già essere sufficienti queste informazioni, a seconda dell’obbiettivo che si ha; in altri casi, la maggioranza, queste informazioni saranno solo la prima parte del lavoro, prima di contattare la vittima stessa. Dopo la raccolta preliminare, l’attacco vero e proprio avrà luogo con una telefonata, una e-mail, o anche una richiesta di amicizia, a seconda degli obbiettivi: il contatto diretto sarà sempre giustificato da un qualche pretesto, variabile a seconda del ruolo che il “nemico”  avrà deciso di interpretare. Potrebbe essere un vecchio compagno che non sentite da molti anni, un collega di lavoro trasferito, un parete di un vostro amico, un consulente della vostra banca, qualsiasi maschera abbia deciso di utilizzare. Lo scopo sarà comunque di ottenere la vostra fiducia e le informazioni che interessano a lui, di qualunque tipo esse siano.
Per quanto riguarda i rischi che si possono correre su social network come Facebook, ne abbiamo già parlato occupandoci appunto di furti di identità e stalking, per cui non mi ripeterò. Il mondo della Rete è alquanto vulnerabile a questo tipo di attacchi, proprio perché la distanza e l’impersonalità dei computer tendono ad abbassare le difese degli utenti, i quali si sentono più sicuri, protetti dalla distanza fisica e dall’essere dietro a uno schermo... e non si accorgono di quante loro informazioni private stiano svelando, informazioni di cui chiunque potrà approfittare.
Il sistema per proteggersi da questi attacchi ve lo ha spiegato vostra madre quando eravate bambini: mai parlare con gli sconosciuti, mai accettare niente dagli sconosciuti. Sono attacchi che puntano proprio sulle vulnerabilità degli utenti, per cui non esistono programmi in grado di proteggerci: ci può proteggere però il buonsenso, unito a una certa dose di diffidenza. E poi, naturalmente, una più attenta protezione dei nostri dati personali, ma questo è un altro paio di maniche.

giovedì 23 giugno 2011

Le funzioni di ricerca di Google

Google è uno strumento che ormai utilizziamo tutti, quotidianamente, per ricerche testuali di ogni tipo, ossia per cercare parole e argomenti che ci interessano tra miliardi di pagine della Rete. Bisogna dire, però, che anche se Google fa il possibile per aiutarci, attraverso i suoi suggerimenti mentre digitiamo le parole da cercare (suggerimenti non sempre pertinenti e corretti, ma questo è un altro paio di maniche), trovare esattamente quello che cerchiamo può non essere un compito facile. Esistono però dei sistemi per migliorare e perfezionare la ricerca, aumentando così le probabilità di avere successo e ottenere risultati che rispondano alle nostre domande. Vediamo in breve quali sono.

site: serve a limitare la ricerca ai contenuti interni a un determinato sito. Per esempio, se stiamo cercando tutti gli articoli online della Gazzetta dello Sport che parlano della Juventus, possiamo scrivere su Google juventus site:gazzetta.it e nei risultati saranno presenti soltanto le pagine dal sito della Gazzetta dello Sport. Se invece lo utilizziamo assieme a un dominio, ci restituirà tutti i risultati presenti nei siti che fanno capo a quel dominio. Per esempio, juventus site:.it ci permetterà di ottenere, come  risultati, soltanto le pagine del siti italiani.

“” Le virgolette di apertura e chiusura, usate in una ricerca, servono a limitare la ricerca solo a una frase esatta, oppure solo alle pagine in cui le parole tra virgolette compaiono in quell’ordine preciso. Le possiamo inoltre utilizzare per cercare una parola scritta in modo insolito e impedire che Google ci rifili il solito “Forse volevi cercare: ”, per correggere la nostra ricerca. Basta racchiudere tra virgolette le parole che vogliamo e Google le cercherà così come sono e nell’ordine in cui sono. C’è da tenere presente, però, che Google presta già attenzione all’ordine in cui abbiamo inserito le parole da cercare e tenterà di darci risultati in base a quella logica: le virgolette servono a rafforzare questo aspetto, oppure a segnalare che una o più parole (quelle tra virgolette) vanno cercare così come sono, anche se sono sbagliate.

- Se invece inseriamo il “meno” prima di una parola, diremo a Google di escludere quella parola da risultati della nostra ricerca. Ovviamente, questo strumento ci serve per eliminare possibili ambiguità nell’argomento che cerchiamo: possiamo usarlo, ad esempio, dopo aver inserito il titolo di un’opera che esiste sia come libro che come film, per eliminare tutte le voci che si riferiscono a quello che non ci interessa. Se cerchiamo harry potter –film, dai risultati della nostra ricerca saranno escluse le pagine che parlano del film. Se lo utilizziamo in combinazione con site:, possiamo escludere tutte le pagine che appartengono a un determinato sito: recuperando l’esempio precedente, la ricerca di juventus –site:gazzetta.it escluderà dai risultati tutte le pagine del sito della Gazzetta dello Sport.

+ ha la funzione opposta rispetto a -, che abbiamo appena visto. Se l’operatore – serve a escludere una parola dalla nostra ricerca, utilizzando + possiamo chiedere a Google di darci tutti i risultati che includono quella parola. Per esempio, se cerchiamo harry potter +film, i risultati che otterremo saranno quelli relativi al film, non al libro (o almeno non solo al libro). L’operatore + può essere usato al posto delle virgolette se stiamo cercando una parola sola, ma con una grafia insolita o errata. Per esempio, se cerchiamo soccuadro, Google sicuramente ci risponderà “Forse volevi cercare: soqquadro” e poi ci rifilerà tutti i risultati per la parola corretta. Per costringerlo a cercare la parola sbagliata, invece, dovremo scrivere +soccuadro, oppure racchiuderlo tra virgolette.

* ha una funzione di jolly, in una ricerca. Se lo utilizziamo all’interno di una frase, per sostituire una parola, Google cercherà di completare la frase inserendo, al posto dell’asterisco, le parole che ritiene più pertinenti alla nostra ricerca. Per esempio, può essere molto utile quando non sappiamo quale parola inserire e speriamo che San Google faccia per noi il miracolo: se non ci ricordiamo cosa abbia scoperto Newton, possiamo scrivere Isaac Newton ha scoperto * e lasciare che sia Google a completare la frase, dicendoci nei risultati che cosa abbia scoperto Newton.

Ci sono poi altri sistemi per ottenere risultati più vicini a quello che stiamo cercando e che non richiedono l’uso di operatori di Gooogle o altri simboli strani, ma solo del nostro cervello. Se ci interessa trovare (e magari scaricare) la versione e-book di un determinato libro, otterremo risultati migliori scrivendo come ricerca il titolo dell’opera, seguita dalla parola pdf, per esempio: scrivendo il signore degli anelli pdf sarà molto più facile ottenere, tra i primi risultati, un pdf scaricabile con il libro in questione. Allo stesso modo, scrivendo il titolo di una canzone seguito dalla parola mp3, ci sarà più facile trovare la canzone che cerchiamo in un formato scaricabile. Nel caso di un album, invece, dovremo utilizzare rar oppure zip dopo il suo nome, perché sono i formati compressi in cui normalmente gli album sono caricati. Per queste ricerche, però, spesso è più conveniente utilizzare FilesTube, invece di Google.

In linea generale, nelle nostre ricerche Google cerca di capire cosa sia che ci interessa davvero e, di conseguenza, cerca di restituirci un risultato il più possibile vicino alle nostre richieste. Non sempre ci riesce, ovvio, ed è quindi importante dargli una mano, rendendo il più chiare possibili le nostre ricerche. Piuttosto che limitarci a buttare una parola e sperare in bene, è utile scrivere una domanda, o una frase, che descriva in sintesi quello che ci serve sapere. Cercando pdf ci uscirà di tutto; se ci passiamo a come convertire pdf, anche il risultato sarà più preciso; se poi scriviamo come convertire pdf online, allora siamo quasi certi che, già nella prima pagina dei risultati, ci sarà qualcosa di utile per noi.

Tutto questo si riferisce alle ricerche per parole. Come abbiamo visto, però, di recente è stato anche introdotto uno strumento di ricerca per immagini, il che aumenterà il campo e la complessità delle nostre ricerche... ma questo è un altro discorso.

lunedì 20 giugno 2011

Google e la ricerca per immagini

Da qualche giorno è attiva una nuova funzione di Google, ossia la possibilità di eseguire una ricerca attraverso una immagine. In altri termini, al posto della classica parola o frase da cercare, adesso si può inserire su Google una immagine e cercare immagini simili, oppure altre immagini in cui compaia lo stesso soggetto dell’immagine usata come base per la ricerca.
Il progetto di effettuare ricerche sulla base di immagini, e non solo sulla base di parole, esiste già da diverso tempo ed è stato tentato da più motori di ricerca, con alterne fortune. Rispetto alla ricerca per parole, infatti, una ricerca per immagini richiede un processo molto più lungo e complicato, in quanto non basta trovare testi in cui compaia la parola che noi stiamo cercando, ma bisogna prima di tutto analizzare e riconoscere l’immagine, per poi cercare una immagine uguale o simile, tra tutte quelle presenti nel Web. Molte strade sono già state sperimentate per renderla pratica e non tutte ci sono riuscite. Anzi. Per fare alcuni nomi di motori di ricerca per immagini, citeremo il fu GazoPa, Tineye e Macroglossa.
I principi su cui si basa la ricerca per immagini sono diversi. Alcuni funzionano ricercando in Rete la stessa immagine che noi abbiamo inserito e quindi ci possono dare risultati soltanto se l’immagine stessa è stata caricata in Rete da qualcuno: in questo caso, sapremo in che pagine sia possibile trovarla e questo potrebbe esserci di aiuto per raccogliere maggior informazioni sull’immagine stessa, sulla sua origine e sul suo autore. Altro metodi di ricerca prevedono la ricerca attraverso campiture di colore, l’analisi della immagine tramite un riconoscimento ottico del carattere e altre tecniche che, in sostanza, riconducono allo stesso principio: analizzare la struttura dell’immagine, il modo in cui i colori sono distribuiti (disassemblando dunque un volto o un oggetto nelle tonalità di colore che lo compongono e ne formano l’immagine) e cercare poi, tra tutte le immagini a disposizione, quelle in cui i colori sono distribuiti in modo simile o identico alla foto che stiamo cercando. Più la distribuzione dei colori sarà simile e più anche i soggetti saranno simili, almeno in teoria. Come è facile immaginare, il processo richiede tempo e un database molto ampio di immagini tra cui cercare, per dare risultati apprezzabili. A volte il risultato è effettivamente simile alla nostra immagine di partenza, a volte non lo è.
La ricerca per immagini di Google tenta di migliorare e ottimizzare questo processo, sfruttando anche la potenza di calcolo e gli algoritmi di Google stesso per rendere più efficiente la ricerca di una immagine. Dapprima raccoglie l’immagine attraverso il riconoscimento ottico del carattere, per poi lavorare sulla immagine stessa attraverso una sorta di “occhio digitale”, per migliorare il sistema di riconoscimento e poter trovare anche immagini simili alla nostra, ossia immagini in cui compaia lo stesso soggetto o un soggetto molto simile a esso. Una ricerca che, a dire la verità, per adesso non mi è sembrata poi così precisa, ma sicuramente migliorerà col tempo e con l’utilizzo.
Passando alla pratica, vediamo come si usa in concreto la ricerca per immagini di Google.
Prima di tutto, per accedere basta cliccare su “Immagini”, in alto a sinistra nella pagina iniziale di Google. Ci apparirà questa pagina:
O almeno, per adesso appare questa pagina. Non escludo che, più avanti, sarà abbellita, magari anche solo togliendo le quattro immagini di prova che compaiono in basso.
Per cercare una immagine, abbiamo tre sistemi a nostra disposizione:
  1. trascinare una immagine dal nostro computer, o da una pagina web, e rilasciarla sulla casella di ricerca di Google Immagini;
  2. cliccare sull’icona della macchina fotografica, nell’angolo destro della casella di ricerca, selezionare "Carica un'immagine" e caricare una immagine dal nostro computer;
  3. cliccare sull’icona della macchina fotografica, nell’angolo destro della casella di ricerca, selezionare “Incolla URL immagine” e inserire l’indirizzo di una immagine che si trova in Rete.

Dopodiché, lanceremo la ricerca e aspetteremo il risultato, che dovrebbe arrivare in poco tempo. Google ci fornirà una serie di immagini simili a quella che abbiamo cercato, ossia una serie di immagini che raffigurato un soggetto uguale o simile a quello che abbiamo cercato: nel caso della foto di una persona, ad esempio, potrebbe restituirci come risultato le foto di persone simili, oppure altre foto in cui la stessa persona sia riconoscibile. Oppure potremmo ottenere immagini che non c’entrano nulla con quello che stiamo cercando: è una possibilità da tenere presente. L'affidabilità di questo tipo di ricerche, infatti, tende ad aumentare di pari passo col loro utilizzo e col numero di immagini a disposizione per eseguire la ricerca. Nei primi tempi, quindi, sarà più probabile ottenere risultati strani, ma pian piano dovrebbero diventare più precisi. In teoria.

Per semplificare il processo di ricerca, poi, Google ci fornisce anche due estensioni per Google Chrome e Firefox. Una volta installate le estensioni, basterà infatti cliccare col tasto destro del mouse su una immagine, per avviare la ricerca attraverso Google; il che può anche costituire un fastidio, se volevamo solo aprire il menu contestuale per motivi differenti, ma questo è un altro paio di maniche.

venerdì 17 giugno 2011

Accedere a siti bloccati

Può capitare, a volte, di voler accedere a un sito, oppure a un servizio su un sito, e scoprire che il sito o il servizio in questione è per noi inaccessibile. Succede soprattutto se ci stiamo collegando dal computer dell’ufficio, della scuola o di una biblioteca, ma può succedere anche quando ci colleghiamo dal nostro computer di casa. Il blocco stesso ci può comparire in forme diverse: a volte è un semplice avviso, che vi segnala che noi non possiamo accedere a quel sito o a quel servizio; a volte la pagina tenterà di caricarsi, ma il solo risultato sarà un classico messaggio di “Impossibile accedere”, senza specificare il motivo. Il motivo, però, è chiaro: quel sito è bloccato.
Perché bloccare un sito? Le ragioni sono diverse. In certi casi, quei siti sono considerati non attinenti con quello che dovreste fare: è l’esempio degli uffici, delle scuole e delle biblioteche che bloccano l’accesso a siti di svago o a social network, perché ritenuti una perdita di tempo e una distrazione dalle attività di studio o lavoro. In altri casi, un certo servizio online è disponibile solo per gli abitanti di un’area geografica: è il caso delle trasmissioni in streaming della Rai, per esempio, che sono visibili soltanto ai residenti in Italia. Un ultimo caso, ben più serio, è quello della censura governativa: molti paesi (anzi, quasi tutti) adottano un sistema più o meno rigido per filtrare la navigazione dei propri abitanti, bloccando gli accessi a siti che sono considerati contrari alle leggi in vigore nei rispettivi stati. Senza scomodare la Cina, possiamo guardare in casa nostra e accorgerci che, per esempio, tutti i siti di scommesse non approvati dall’AAMS sono bloccati, così come sono bloccati dalla censura italiana anche alcuni siti di torrent, quali ThePirateBay e Btjunkie.
Possiamo dunque individuare tre tipi fondamentali di blocco:
-blocco degli accessi in base a una “lista nera” di siti, operato da reti private;
-blocco degli accessi in base all’origine del collegamento;
-blocco degli accessi in base a una “lista nera” di siti, operato da filtri governativi.

Il primo caso è quello delle reti di uffici, scuole, biblioteche o altro. Chi le ha programmate, ha anche inserito una lista di siti a cui non è consentito l’accesso. Le possibilità di aggirare il blocco e accedere lo stesso a siti vietati dipendono dalla cura con cui la rete stessa è stata progettata: di solito, un modo per aggirarle lo si trova sempre.
Il più semplice è Google. Chi mai bloccherebbe l’accesso a Google, in un ufficio o in una scuola? Nessuno! Eppure, Google ci offre alcune scappatoie per aggirare un blocco, disponibili anche per chi sa poco o nulla di computer. Per esempio, possiamo accedere alla copia cache di una pagina, come già spiegato: è possibile che non sia aggiornata al giorno stesso, ma se dobbiamo leggere una pagina o un articolo, sarà più che sufficiente. Un altro sistema, sempre con Google, è di ricorrere al suo traduttore: copiamo l’indirizzo della pagina a cui vorremmo accedere, inseriamola nel traduttore ed ecco che la pagina si aprirà. In entrambi i casi, la spiegazione è semplice: il filtro della rete ci impedisce di accedere direttamente a quella pagina, ma non impedisce a Google di accedere. Quindi, noi accediamo a Google e sfruttiamo un servizio di Google per far accedere Google stesso alla pagina che ci interessa.
Un altro sistema, più complicato, è quello di utilizzare un proxy. Ho già spiegato in altre pagine come funzionano i proxy, per cui non mi dilungherò qui nel ripeterlo; a ogni modo, anche in questo caso si tratta di un accesso indiretto al sito bloccato. Noi ci colleghiamo al proxy ed è poi il proxy a collegarsi al sito che ci interessa. E il blocco è aggirato.
Se infine non ci accontentiamo e vogliamo un sistema ancora più sicuro, allora c’è per noi Tor Browser, altro programma di cui ho già parlato. Lo possiamo tenere su una chiavetta, collegarla alla presa USB del computer e poi usarlo per navigare in modo anonimo e alla faccia di qualsiasi blocco.

Il secondo caso di blocco è quello in base all’origine del nostro collegamento. Ogni volta che ci colleghiamo a internet, infatti, ci viene assegnato un indirizzo IP, che è l’indirizzo a cui si trova il nostro computer. Il sito in questione controllerà l’IP del nostro computer, quando proviamo ad accedere, e ne osserverà l’origine: se l’IP non appartiene al paese a cui è consentito l’accesso, allora saremo bloccati. Come è facile immaginare, per aggirare un sistema di controllo come questo si può utilizzare un proxy. Basta sceglierne uno che appartenga al paese a cui è consentito l’accesso, usarlo ed ecco che potremo entrare. Se l’accesso è permesso solo ai residenti in Italia, usiamo un proxy italiano; se è solo per i residenti in Francia, usiamo un proxy francese. E così via.

Il terzo caso, ossia il filtro governativo, è ovviamente il più complicato da aggirare. Dipende molto da quanto rigidi sono i filtri e da quanto sono stati programmati con cura. Per accedere, o almeno per vedere, siti bloccati dal governo italiano, spesso è sufficiente utilizzare le funzioni di Google che ho già presentato prima: la copia cache, oppure il traduttore. Se poi vogliamo anche interagire col sito in questione, allora possiamo ricorrere a un proxy e non avremo problemi.
Governi più seri, invece, utilizzano anche sistemi più difficili da aggirare e Google non basterà più. Anche un proxy normale potrebbe non bastare. In quel caso, Tor può essere un valido aiuto, sia nella versione “portatile”, ossia Tor Browser, sia nella versione integrata con Vidalia. In aggiunta, Tor ci garantisce anche un alto livello di anonimato, che è sempre utile quando abbiamo a che fare con governi che amano la censura e il controllo delle informazioni. Risultati anche migliori si possono ottenere unendo Tor e un sistema come Privoxy, per aumentare soprattutto la sicurezza personale: è sempre meglio andarci molto cauti e usare una protezione in più, in certi casi...

martedì 14 giugno 2011

Il registro di sistema di Windows

Il registro di sistema è una componente fondamentale dei sistemi operativi Windows: per intenderci, è quella che molto spesso costringe a formattare il computer e ripartire da capo, quando il contenuto si altera o si danneggia in qualsiasi modo. Il registro, infatti, è un database (cioè una banca dati) in cui sono raccolte le impostazioni dell’intero sistema operativo, da quelle relative ai componenti più basilari del computer (come il funzionamento dei driver, del kernel e così via), fino alle impostazioni dei vari programmi che abbiano installato in seguito sul computer. Tutto va a finire nel registro di sistema.
Col tempo e con l’uso, il registro tende perciò a diventare voluminoso, ma soprattutto a riempirsi di elementi ormai inutili: rami morti, insomma, che si riferiscono alle impostazioni di programmi che abbiamo in seguito disinstallato, oppure a vecchie versioni di programmi in seguito aggiornati e così via. Questa è spesso la causa di rallentamenti nelle prestazioni del computer, nonché di varie instabilità nel sistema; ma ne parleremo poi.

Struttura del registro

Il registro è costituito da due componenti: keys (chiavi) e values (valori).
Le chiavi sono grossomodo cartelle, al cui interno si trovano sottocartelle, oppure valori.
I valori sono blocchi composti da un nome e da una informazione, il cui contenuto varia a seconda del valore che stiamo considerando. Un esempio alquanto stupido, ma anche semplice, potrebbe essere questo: “ROSSO=colore corrispondente alla lunghezza d’onda X sullo spettro luminoso”. In questo caso, “ROSSO” è il nome e la parte dopo = è l’informazione riferita a quel nome. Ovviamente, i valori contengono informazioni relative al funzionamento del sistema operativo: il mio era solo un esempio, per far capire la struttura.
Esistono almeno cinque chiavi fondamentali, al cui interno è distribuita la gran parte dei valori del vostro sistema operativo, e sono:

HKEY_CLASSES_ROOT – Contiene informazioni sui programmi che avete installato, sulle varie associazioni di files (con quale programma aprire i files che presentano una determinata estensione, insomma), eccetera.

HKEY_CURRENT_CONFIG – Contiene informazioni relative alla configurazione attuale del computer, cioè quella che state usando adesso. A ogni riavvio, il contenuto di questa chiave cambia, o può cambiare, a seconda di ciò che caricherete o utilizzerete.

HKEY_CURRENT_USER – Contiene informazioni e impostazioni relative all’utente che adesso sta utilizzando il computer.

HKEY_LOCAL_MACHINE – Contiene informazioni e impostazioni specifiche del computer, come la sua configurazione e così via.

HKEY_USERS – Contiene informazioni e impostazioni di tutti gli utenti registrati sul computer. Da qui, saranno recuperate le informazioni relative all’utente attuale e inserite nella chiave relativa.

Ognuna di esse ha svariate sottochiavi, in cui sono ordinati tutti i valori del vostro sistema operativo, ma non ve le elencherò una per una: sono centinaia...
Esistono anche altre chiavi, ma queste sono le uniche che potrete vedere normalmente con l’editor del registro. Vi appariranno così:

Come vedete, ogni chiave è ramificata in una serie di sottochiavi, che compaiono tutte nella parte sinistra della finestra. sulla destra, invece, potete vedere il contenuto della chiave (o della sottochiave). Il programma per accedere al registro e modificarlo è Regedit.exe ed è presente su ogni sistema operativo Windows: per trovarlo, vi basta premere il tasto Start e poi scrivere “regedit”, nell’area di ricerca. Modificare a mano il registro, però, non è saggio, se non siete certi di quello che state facendo. Avete ottime probabilità di peggiorare le cose.

Pulizia del registro

Come abbiamo detto, è possibile accedere al registro di sistema attraverso il programma Regedit e da lì modificare o rimuovere valori e chiavi di sistema. Intendiamoci: si può, ma è pericoloso farlo. O almeno, è rischioso farlo. Potreste modificare o cancellare qualche elemento indispensabile per il computer e, in quel caso, se non avete salvato una copia di backup del registro, potreste anche essere costretti a formattare tutto. Meglio affidarsi a programmi specifici, per la manutenzione del registro.
Un ottimo programma, nonché gratuito, è CCleaner, di cui ho già parlato. Utilizzate la funzione di Pulizia Registro, per trovare i rami morti del vostro registro, salvate una copia (per precauzione) e poi procedete con la correzione degli errori.
Un altro programma che funziona bene, per quanto riguarda la manutenzione del registro, è TuneUp, che vi permetterà anche di comprimere e snellire il registro, oltre a renderlo più stabile. L’unico problema è che TuneUp è uno shareware e dunque non gratuito: potete usarlo in prova per un certo periodo, poi vi chiederà di registrarvi a pagamento. Ovvio, ci sono anche sistemi per procurarvelo non a pagamento, ma qui si andrebbe nel campo dell’illegalità, per cui lasciamo stare...

sabato 11 giugno 2011

I tasti funzione in Windows

I tasti funzione sono quei tasti che, normalmente, si trovano nella parte più alta della tastiera e sono contraddistinti da un nome formato da una lettera, f, seguita da un numero: da f1 a f12, nelle tastiere dei computer che utilizzano un sistema operativo Windows. Sono quei tasti che un utente medio non utilizza quasi mai, insomma, anche se non possiedono la misteriosa e intangibile aura di tasti come fn, oppure ins, che soltanto pochi eletti conoscono e usano volontariamente.
A ogni modo, la caratteristica principale dei tasti funzione è che, a differenza della maggior parte dei loro “fratelli”, a essi non corrisponde una lettera o un carattere, ma per l’appunto una funzione: ogni tasto funzione è programmato per eseguire una determinata azione, quando è premuto, e questa azione dipende molto spesso dal programma che stiamo usando. Accanto a ogni tasto, sotto il nome, spesso potrete trovare anche una piccola icona, che serve a darvi una vaga idea di quale dovrebbe essere l’uso principale di quel tasto, ma come vedrete ognuno di essi può essere abbinato a un grande numero di comandi diversi, che spesso non hanno niente a che fare con l’icona impressa sul tasto.
Un caso particolare è il pannello del BIOS, una particolare schermata a cui si può accedere in fase di caricamento del computer (e di cui magari parleremo in futuro) e che serve a eseguire modifiche molto specifiche sul funzionamento del computer stesso. Se mai vi troverete a trafficare col BIOS (cosa sconsigliabile a utenti inesperti), vedrete che la sua interfaccia fa un uso massiccio dei tasti funzione. Ma questo è un altro discorso.
Vediamo di seguito alcuni esempi di funzioni associate a questi tasti nei sistemi operativi Windows.

F1 – In quasi tutti i programmi per Windows, al tasto F1 è abbinata la Guida del programma stesso, oppure una qualche funzione di aiuto. Strano ma vero, in questo caso la funzione del tasto corrisponde all’icona che lo accompagna, cioè un punto interrogativo. A seconda del programma che state usando, premere F1 è una scorciatoia per aprire la Guida del programma stesso, in caso abbiate bisogno di aiuto.

F2 – In alcuni modelli di computer, questo è il tasto da premere in fase di caricamento del computer stesso, per accedere al pannello del BIOS. All’interno di un sistema operativo Windows, questo è il tasto scorciatoia per accedere alla funzione “Rinomina”: basta selezionare un file, premere F2 e potrete modificare il suo nome.

F3 – Questo tasto è generalmente associato alla funzione di ricerca. Premendolo, nei sistemi Windows visi aprirà una finestra per la ricerca di un file all’interno del vostro computer. Se lo premete con una ricerca già in corso, spesso vi permetterà di passare al risultato successivo della ricerca.

F4 – Usato da solo, questo tasto serve ad attivare la visualizzazione “a tutto schermo” in alcuni programmi di Windows, ma il suo momento di maggior gloria lo vive sicuramente in combinazione con altri tasti, dove la sua funzione è associata alla chiusura di finestre e programmi. In questo caso, l’accoppiata vincente è ALT + F4: premendo assieme questi due tasti, è possibile chiudere la finestra o il programma su cui stiamo lavorando. CTRL + F4, invece, chiude spesso una porzione del programma, come ad esempio una finestrella interna al programma stesso.

F5 – Probabilmente il tasto più usato nei browser. Sia che usiate Internet Explorer, sia che usiate Firefox o Google Chrome, premere F5 servirà ad aggiornare la pagina su cui vi trovate. Stessa funzione la esegue anche in altri programmi, dove è necessario ricaricare una pagina o un file per visualizzare le modifiche.

F6 – Su alcuni browser, come Google Chrome, premere F6 sposterà il fuoco della tastiera sulla barra degli indirizzi: la stessa cosa che potete ottenere cliccando nella barra degli indirizzi con il vostro mouse, insomma.

F7 – In un programma per l’elaborazione di testi, come ad esempio Word, questo tasto serve a lanciare un controllo ortografico. Più in generale, esegue questa funzione su quasi tutti i programmi della suite Office ed è stato mantenuto anche in alcuni programmi simili, per semplicità.

F8 – Molto importante se il vostro Windows ha qualche problema. Premuto in fase di accensione, vi permette di avviare il computer in modalità provvisoria, per eseguire le riparazioni o le modifiche che sono necessarie, prima di riavviarlo in modalità normale. Se qualche programma si blocca e non permette un corretto avvio di Windows, in molti casi potrete risolvere il problema proprio attraverso l’avvio in modalità provvisoria (e quindi premendo F8 subito dopo l’accensione del computer) e disattivando il programma ribelle.

F9 – Tasto esoterico che non ha una funzione precisa, ma cambia molto a seconda del programma con cui lo usate. Su Acrobat, per esempio, serve a mostrare o nascondere la barra del menu; su Windows Media Player serve invece ad aumentare il volume (mentre F8 lo diminuisce e F7 lo disattiva); e così via. Alcuni programmi non lo usano proprio.

F10 – Nella maggior parte dei casi, questo tasto serve a mostrare la barra del menu nella finestra che stiamo usando (ma non sempre: come abbiamo appena visto, Adobe Acrobat utilizza invece il tasto F9). Lo stesso risultato lo potete spesso ottenere con il tasto ALT. Se premuto assieme al tasto SHIFT (oppure MAIUSC, a seconda del nome con cui lo conoscete), apre invece il menu contestuale, ossia il menu del tasto destro del mouse. Quando lavorate col BIOS, F10 è il tasto per la funzione “salva ed esci”.

F11 – Questo tasto è spesso abbinato alla visualizzazione “a tutto schermo” nei browser, ma anche in alcuni altri programmi.

F12 – Negli elaboratori di testi come Word, questo tasto ha la stessa funzione del comando “Salva con nome” serve dunque per salvare con un altro nome (ed eventualmente con un altro formato) il documento su cui state lavorando. Utile se state modificando un testo e volete salvarlo in un file diverso dall’originale, per non sovrascrivere il primo documento.

mercoledì 8 giugno 2011

Facebook e il riconoscimento automatico delle foto

Il riconoscimento automatico delle foto è una nuova funzione di Facebook, che in questi giorni sta diventando disponibile anche in Italia: per alcuni profili è probabilmente già attivo, per altri lo sarà nei prossimi giorni.
Ma in cosa consiste, di preciso?
In pratica, è una funzione che permette di identificare le persone presenti in una fotografia da noi caricata, e ci suggerisce di conseguenza i nomi di chi è presente nella foto, per facilitare il tag. Noi inseriamo una nuova foto, Facebook cerca di identificare le facce delle persone fotografate, sulla base delle immagini di tutti i profili a sua disposizione, e ci dice chi potrebbe essere ogni persona nella fotografia. O almeno, prova a dircelo: il riconoscimento fotografico è una tecnologia ancora da perfezionare e i risultati potrebbero non essere molto precisi, almeno agli inizi.
Il meccanismo su cui si basa è piuttosto semplice ed è lo stesso già utilizzato in alcuni sperimentali motori di ricerca per immagini: si analizzano i tratti del viso della persona nella foto, poi li si confronta con tutte le altre immagini presenti nel proprio database. Quando si trova un altro viso i cui tratti coincidono con quello che stiamo cercando, l’identificazione è avvenuta. C’è un margine di errore più o meno ampio, è ovvio, e gli algoritmi di ricerca lavorano proprio per ridurre questo margine di errore ed essere il più precisi possibile nel trovare la persona giusta e non soltanto qualcuno che le assomigli molto. Vedremo dunque con quanta precisione funzionerà quello sviluppato da Facebook.
Come potrete vedere, già adesso è presente una apposita voce, nel pannello di controllo della Privacy, che ci permetterà di disabilitare questa funzione. Al momento, la voce corrispondente è ancora in grigio, se per il vostro profilo non è disponibile la funzione di riconoscimento automatico, ma prima o poi diventerà attiva: meglio sapere in anticipo come gestirla.

Come potete vedere qui sopra, la voce è “Suggerisci agli amici le foto in cui ci sono io” e si trova nella sezione degli “Elementi condivisi da altri”. Per raggiungerla, il percorso è il seguente.

-Account (che trovate in alto a destra, dopo Home e Profilo)
-Impostazioni sulla privacy
-Personalizza impostazioni

A questo punto, siete arrivati nella pagina che vedete sopra: se l’opzione è già attiva per voi, accanto al suo nome troverete il pulsante “Modifica le impostazioni”. Basterà cliccarlo e poi scegliere “No”, per disattivarlo: Facebook, così, non cercherà di identificarvi in tutte le foto che voi e i vostri amici pubblicheranno. Da notare che l’opzione sarà automaticamente attiva, a meno che voi non la andiate a disattivare.

L’identificazione automatica delle foto può essere una comodità, oppure un fastidio, a seconda dei punti di vista: il discorso è molto complesso e non entrerò nel merito della privacy. Da un lato, infatti, il riconoscimento automatico aumenterà l’aspetto “social” di Facebook, senza dubbio; dall’altro, però, sarà una robusta randellata alla nostra privacy, perché questa funzione cercherà di abbinare il nostro nome anche a foto in cui preferiremmo restare anonimi e che, magari, sono state inserite da nostri conoscenti o persone sconosciute, che però ci hanno tra i loro contatti. Si pensi per esempio a tutti i profili gestiti da locali pubblici, feste e organizzazioni di altro tipo, e che potremmo avere tra i nostri amici...
A ogni modo, l’importante è che ognuno abbia il diritto di decidere se attivarlo o disattivarlo, e che sia informato su come disattivarlo (cosa che Facebook si guarda bene dall’annunciare), poi sta a voi scegliere che cosa preferite. Se vi piace l’idea di poter essere identificati in ogni fotografia in cui comparite, allora non dovrete fare nulla: come ho detto, non appena sarà disponibile anche per il vostro profilo, questa opzione sarà attiva e voi potrete essere identificati automaticamente nelle foto. Se invece l’idea non vi piace, dovrete essere voi stessi a disattivarla, come ho spiegato qui sopra. Qualche clic nelle impostazioni sulla privacy e potrete disattivare la funzione.
E se qualcuno vorrà taggarvi in una foto, dovrà farlo “a mano” e senza aiuti automatici.

martedì 7 giugno 2011

Antifurto per computer

Con l’aumento della diffusione di computer e dispositivi portatili, sono aumentati di pari passo anche i rischi di furto legati a questi oggetti. Di conseguenza, si è sviluppato un genere di software che può essere utilizzato come antifurto, sia per avvisare quando il nostro computer viene spostato, sia per aiutarci a localizzarlo a furto avvenuto.
Il funzionamento di questi programmi varia a seconda del modello: si va dai semplici allarmi a sirena (simili al tipico antifurto per auto), fino ai sistemi per tracciare il computer e bloccare files, cartelle, o anche attivare la webcam del computer, se questa è presente. Nella quasi totalità dei casi, però, il loro funzionamento richiede la presenza di una connessione wifi e soprattutto richiede che il nostro computer possieda un dispositivo per la connessione wifi: la maggior parte dei portatili ormai ne ha uno, per cui questo non dovrebbe essere un limite. Vediamo nel dettaglio come funzionano.

Allarme “a sirena”

Il modello più classico di antifurto. Due esempi sono A.L.A.R.M. e LAlarm (nomi molto originali, bisogna dire...), il cui funzionamento è quasi uguale: quando il cavo di alimentazione viene scollegato senza permesso, scatta l’allarme acustico. LAlarm, inoltre, può essere configurato anche in modo da attivarsi quando il computer si sposta, a patto che fosse connesso a una rete wifi: quando lo spostamento del computer causa la disconnessione dalla rete, l’allarme si attiva e può anche inviarci una e-mail, o un sms, per avvisarci dell’avvenuto spostamento. Questi programmi non consentono di contattare a distanza il proprio computer, se rubato, ma possono avere una qualche utilità come deterrente.

Localizzazione

Un sistema più avanzato di antifurto è quello che ci permette di localizzare il computer rubato, usando la connessione internet o le reti wifi disponibili. Se il ladro accende il computer, e c’è una rete a disposizione, il programma antifurto si collegherà da solo alla rete e ci invierà una serie di informazioni, a seconda del tipo di programma.
Modelli di questo tipo sono Prey, Adeona, LocatePC, che ci permettono di interagire a distanza con un computer rubato, per ricevere via sms o via e-mail la posizione del computer, bloccare i dati, o anche accendere la webcam e fotografare ciò che si vede. Con un po’ di fortuna, potremmo anche ottenere un primo piano del ladro, mentre sta usando il nostro computer. Di norma, questi programmi prevedono un pannello di controllo a cui possiamo accedere via web e dal quale possiamo controllare il computer su cui il programma è installato: le operazioni di cui disporremo dipendono dal programma, ma in linea di massima prevedono il blocco del computer, l’accensione della webcam, invio e ricezione di messaggi e così via. la cosa più importante, in ogni caso, è che potremo tracciare la posizione del computer, se sarà utilizzato per connettersi alla Rete.

Cancellare i dati

Se invece siamo preoccupati per il contenuto del computer e non vogliamo che il ladro possa accedervi, in nessun modo, può essere utile un programma come LaptopLock, che permette di crittografare o cancellare tutto il contenuto del computer, in determinate condizioni che possiamo impostare: per esempio, il contenuto può essere cancellato se la corretta password di accesso non è inserita entro un certo intervallo di tempo. Una specie di meccanismo di autodistruzione dei dati, insomma.
In ogni caso, per essere sicuri che nessun altro possa leggere il contenuto del nostro computer, la soluzione migliore è sempre la buona, vecchia crittografia. Basterà creare una cartella, o anche una partizione del disco fisso, in cui salvare tutti i dati più sensibili e segreti, dopodiché proteggerla con un buon algoritmo di crittografia e soprattutto una chiave robusta. In questo campo, la scelta è molto varia: si va dal vecchio PGP (e GnuPG, la sua versione opensource), fino a TrueCrypt e tanti altri.

Un sistema meno ortodosso, ma ugualmente efficace, per controllare il proprio computer a distanza, è quello di infettarlo con un trojan, magari un RAT. Possiamo infettare il nostro portatile con un nostro trojan che controlleremo dal computer fisso (se abbiamo due computer a disposizione): in questo modo, potremo di solito utilizzare molte più opzioni di controllo, rispetto a quelle fornite da un normale programma antifurto, ma sarà pur sempre necessario attendere che il computer rubato sia connesso a internet, prima di poter fare qualcosa.
Certo, non è un metodo consigliabile, ma è pur sempre un’alternativa...

Naturalmente, questi programmi funzionano se li avete installati sul vostro computer prima che fosse rubato; se il computer è già stato rubato, e nessun di questi programmi era installato, allora c’è ben poco che potrete fare, a parte l’ovvia denuncia di furto.
Un altro problema è che, essendo programmi, possono essere eliminati in caso di formattazione del disco fisso. Cosa che non succederà se qualcuno ha rubato il vostro portatile per impossessarsi dei dati al suo interno, ma che probabilmente succederà subito, se al ladro interessa il portatile e non i dati al suo interno. In questo caso, come ulteriore misura di sicurezza si può impostare una password del BIOS e disattivare l’opzione di avvio con supporti esterni (CD, chiavette USB, eccetera). Certo, è possibile resettare il BIOS anche a mano, se necessario, smontando il computer e utilizzando l’apposita levetta, e se abbiamo un computer fisso non è troppo difficile da fare; su un portatile, invece, l’operazione si può rivelare piuttosto complicata, a seconda del modello, e non è consigliabile a chi non sappia come aprirlo e come risistemare al suo interno tutti i vari pezzi, dopo averli estratti e dopo aver trovato quello che cercava.

venerdì 3 giugno 2011

Cosa sono i roguelike

Oggi mi dedicherò a un argomento che mi sta particolarmente a cuore, anche se la maggioranza di voi potrà vivere tranquillamente anche senza conoscerlo: il roguelike.
Il roguelike è un tipo di videogioco alquanto di nicchia, la cui conoscenza è riservata a pochi, tanto che neppure esiste una pagina di Wikipedia in italiano sull’argomento. È anche una categoria di videogiochi molto antica, in termini di storia di computer, perché la sua origine risale alle nebbie del 1980, epoca di scarse risorse sia in termini di grafica, sia soprattutto come processori e memoria. Vediamo dunque di spiegare cosa sia di preciso.

Il capostipite, da cui il genere stesso prende il nome, è il videogioco Rogue, sviluppato appunto nel 1980. Rogue era grossomodo un gioco di ruolo, con una grafica molto semplice, ispirato a D&D, che si svolgeva attorno a un’idea molto semplice: il protagonista doveva esplorare un dungeon, ossia un insieme di sotterranei, per raccogliere soldi e diventare a mano a mano più potente, uccidendo mostri, guadagnando punti esperienza e salendo di livello. Niente di straordinario, come potete vedere, e niente che non fosse già stato sperimentato nelle prime avventure testuali per computer. La differenza, però, sta proprio in questo: i primi videogiochi di ruolo erano appunto avventure testuali, ossia storie che il giocatore leggeva sullo schermo e con cui interagiva scrivendo comandi (non molto diverse da un libro-game, insomma). Rogue, invece, trasferisce il concetto in una grafica molto rudimentale, fatta di simboli ASCII (ossia lettere alfabetiche e punteggiatura).
Molto diverso dalle grafiche attuali, naturalmente, ma per l’epoca era qualcosa di rivoluzionario. Il giocatore poteva far muovere il proprio personaggio con semplici comandi da tastiera, di solito premendo alcuni tasti, che corrispondevano a una diversa azione: r per leggere qualcosa (read), e per mangiare (eat), q per bere (quaff) e così via. I tasti freccia, o il tastierino numerico, erano usati per il normale movimento del personaggio, cioè per farlo camminare nelle varie direzioni.
Il personaggio stesso, così come i mostri e ogni altro oggetto incontrato, era rappresentato da un particolare simbolo: di solito, il protagonista è @, mentre i vari tipi di mostro sono resi con una lettera alfabetica diversa per ognuno, maiuscola o minuscola. Un cane può essere d, mentre un drago sarà D; un orco potrebbe essere o, un goblin sarà una g, e così via. Per attaccare un mostro, spesso è sufficiente muovere il personaggio contro il mostro stesso.
Altra caratteristica di Rogue, fondamentale per definire un roguelike, è lo svolgimento del gioco con un sistema di turni. Le azioni non sono in tempo reale, ma sono strutturate in modo simile a una partita di scacchi: prima di ogni azione, il giocatore ha tutto il tempo che vuole per pensare e decidere, dopodiché toccherà ai vari mostri. Non è dunque un tipo di gioco in cui contino riflessi e velocità, ma piuttosto la tattica di gioco. Posso anche prendermi un’ora di tempo, per decidere quale sia il tipo di attacco più efficace contro un determinato mostro, se necessario.
Il mondo in cui si svolge l’azione, poi, di solito è generato casualmente. Così era per Rogue e così è rimasto per la maggior parte dei suoi discendenti. Ogni volta che entriamo in un nuovo livello del dungeon, il livello è creato casualmente e riempito sempre casualmente di oggetti e mostri. In questo modo, ogni livello di gioco è un mondo a sé, che il giocatore dovrà scoprire a poco a poco, mentre procede con l’esplorazione. Nessuna partita è mai uguale alla precedente, dunque: rigiocabilità e continuo rinnovamento erano fattori che all’epoca avevano molta importanza ma che, ormai, si sono invece persi nella maggior parte dei videogiochi moderni.
Collegato a questo concetto, c’è anche quello di permadeath, ossia di morte definitiva: quando il tuo personaggio muore, è morto. Non puoi recuperare un salvataggio precedente e ricominciare dall’ultimo punto. Quando muori in un roguelike, tutto ciò che puoi fare è creare un nuovo personaggio e ripartire da capo, un altro elemento che sottolinea l’importanza di riflettere prima di agire e di avere in mente una buona tattica di gioco e non buttarsi avanti come capita, contando sulla possibilità di rifare.
Infine, la trama. Può esserci, come può non esserci. Lo schema base consiste di solito in un super mostro da sconfiggere, posto nel livello più basso del dungeon, oppure un oggetto da recuperare. Per farlo, bisognerà scendere svariati livelli del dungeon, combattere mostri di ogni tipo, ottenere armi sempre più potenti, accumulare esperienza e così via, come in un gioco di ruolo.
Per una presentazione più dettagliata dei vari punti, inclusi i sottoaspetti, vi rimando alla definizione data (in inglese) da uno dei principali siti del settore, ossia RogueBasin.

Tutto questo, come detto, avveniva negli anni ’80, con la nascita del capostipite Rogue e poi di tutti i suoi discendenti: Hack e poi NetHack, Moria, Omega, eccetera.
La tradizione dei roguelike ha continuato per tutti gli anni ’90, è sopravvissuta al cambio di millennio e ancora continua a vivere, anche se è più che altro un genere di nicchia. Molti aspetti sono rimasti invariati, o hanno subito solo leggeri adattamenti: il sistema a turni, per esempio, è tuttora valido, anche se i principali roguelike lo hanno perfezionato introducendo fattori come la velocità dei personaggi,che modificano il normale fluire dello schema “un colpo io e un colpo tu”. Il sistema di livelli, con la crescita graduale del protagonista, è tuttora in uso, così come il permadeath e la casualità dei dungeon.
Ciò che più è cambiato è la grafica. La vecchia interfaccia in ASCII è ancora molto usata, sia per nostalgia, sia per mantenersi aderenti alla tradizione, ma accanto a essa si sono sviluppate anche grafiche più evolute, sia bidimensionali sia anche tridimensionali (pochi, ma alcuni esempi esistono di roguelike 3D). Un progresso naturale, perché il vecchio Rogue aveva adottato una grafica ASCII in quanto non aveva alternative, all’epoca; oggi, invece, le alternative esistono ed è piuttosto comune vedere roguelike che utilizzano non solo una grafica 2D, in cui mostri e oggetti, suolo e pareti, sono rappresentati da immagini, ma si possono trovare anche roguelike che utilizzano effetti sonori o musica.
Nel sottobosco della Rete, i roguelike rimangono vivi e continuano a proliferare, sotto forma di giochi amatoriali, gratuiti e spesso anche open source. Ma di questo parleremo un’altra volta.