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giovedì 2 maggio 2013

Navigazione ed email anonime con Anonymouse


Dopo l’excursus sui cookies del precedente post, tornerò oggi a dedicarmi a privacy e anonimato, due temi molto vicini all'utilizzo e alla gestione dei cookies: nello specifico, lo farò parlando di un servizio per la navigazione anonima e per la spedizione di e-mail anonime, attivo già da parecchi anni ma, temo, non molto famoso. Questo servizio è Anonymouse.
Anonymouse è prima di tutto un sito e attraverso quel sito possiamo utilizzare tutti i suoi servizi, senza bisogno di installare programmi o configurare il browser in modo strano e complicato. Basta accedere al sito, entrare nella sezione che ci interessa e fare ciò che dobbiamo fare.
La pagina iniziale del sito, riprodotta qui sopra, potrebbe non ispirare molta fiducia e sollevare più di un dubbio sulla sicurezza e sull'affidabilità del servizio; grafica a parte, però, il sito funziona ed è mediamente affidabile. Non lo utilizzerei per questioni di vita o di morte, sia chiaro, ma per avere un buon anonimato in circostanze normali è molto più comodo (e molto più veloce) di Tor Browser, soprattutto se dobbiamo soltanto collegarci a un paio di siti in modo “protetto”. Vedremo poi alcuni esempi di questo.
Per procedere oltre, dobbiamo cliccare su una delle due bandiere, a seconda della lingua e del paese che preferiamo: arriveremo alla stessa pagina, ma cambierà la lingua in cui i testi saranno scritti. Se scegliamo l’inglese, la pagina si presenterà così:
Siamo già all'interno di uno dei tre servizi offerti, ossia AnonWWW, per la navigazione anonima. A questo punto, tutto funziona come un qualsiasi altro web-proxy , ossia un proxy con cui si interagisce attraverso un sito web, senza bisogno di impostarne i dati all'interno del nostro browser. Di fatto, Anonymouse è un proxy, ma con una maggiore attenzione all'anonimato rispetto a un proxy tradizionale e una minore attenzione alla crittografia, almeno nella sua versione gratuita. Per utilizzarlo, scriviamo o copiamo nel riquadro l’indirizzo del sito che vogliamo raggiungere e premiamo il tasto “Invio” (oppure clicchiamo su “surf anonymously”, come preferiamo). Dopo un breve caricamento, si aprirà la pagina che volevamo raggiungere.
Cosa ha fatto di particolare Anonymouse? Invece di connettersi direttamente al sito, ha svolto un normale lavoro da proxy, ossia ha inviato la nostra richiesta al suo server, la ha ripulita da ogni nostro dato personale e infine l’ha girata al sito che volevamo raggiungere. In questo modo, a collegarsi al sito non saremo noi direttamente, ma sarà il server di Anonymouse; di conseguenza, anche le comunicazioni che il sito ci invierà saranno prima di tutto filtrate da Anonymouse e poi inoltrate a noi. Fungendo da intermediario, il server di Anonymouse blocca lo scambio di dati personali tra noi e il sito di destinazione, garantendoci così un forma di anonimato: non un anonimato assoluto e impossibile da aggirare, sia chiaro, perché un anonimato del genere non esiste, ma è più che sufficiente per circostanze normali. Usatelo pure per collegarvi ai siti porno, insomma, ma non affidatevi ad Anonymouse se state pensando di ricattare il vostro capo o svolgere altre azioni ad alto rischio per la propria incolumità: sarete anche anonimi per il sito di destinazione, ma non lo sarete per il vostro provider (ossia l’azienda che vi fornisce il servizio di connessione). Solo la versione a pagamento di Anonymouse vi fornisce qualche tutela sul fronte-provider, garantendo anche una connessione criptata.
Pur nei suoi limiti, Anonymouse presenta comunque una discreta utilità per gli utenti italiani, soprattutto quelli colpiti dalla ennesima caccia alle streghe in nome della proprietà intellettuale e del copyright, ossia per gli orfani di torrent e della cara, vecchia baia dei pirati. Come dicevo in precedenza, Anonymouse è praticamente un proxy, o almeno svolge funzioni sufficientemente simili a un proxy standard, da permetterci di assimilarlo a uno di essi. Trattandosi dunque di un proxy, lo possiamo utilizzare anche per connetterci a siti che, in condizioni normali, sarebbero inaccessibili dal nostro paese: un esempio tra tutti, i siti legati a torrent e simili. Attraverso Anonymouse, ad esempio, possiamo rapidamente accedere a ThePirateBay, giusto per nominarne uno, ma anche a molti altri siti di torrent. Non è l’unico modo per accedervi, sia chiaro, ma è sempre meglio avere uno strumento in più per farlo, piuttosto che uno in meno.
Oltre al servizio di navigazione, però, Anonymouse offre anche altri due servizi: AnonEmail e AnonNews. A cosa servano di preciso, dovrebbe essere chiaro anche solo leggendo i nomi: AnonEmail permette di inviare e-mail anonime, mentre AnonNews permette di accedere e postare in modo anonimo sui newsgroups. Entrambi hanno una interfaccia parecchio simile, per non dire identica, per cui mi limiterò a postare una immagine di AnonEmail, a titolo di esempio (anche perché è il servizio che, probabilmente, interesserà al maggior numero di possibili lettori).
Il suo utilizzo è molto semplice: nel campo “To” scrivete l’indirizzo del destinatario, nel campo “Subject” scrivete il titolo della e-mail e nel campo “Message” scrivete il contenuto del messaggio. Alla fine, cliccate su “Send anonymously” per spedire il tutto. Niente di diverso da un normale servizio di e-mail basato sul web. Nel caso di AnonNews, a cambiare è soltanto il primo campo, dove dovrete scrivere l’indirizzo del newsgroup su cui volete postare, invece del destinatario della e-mail. Il funzionamento del servizio, invece, è esattamente lo stesso che già abbiamo visto per AnonWWW: il messaggio è inviato prima al server di Anonymouse, ripulito da ogni dato che possa consentire il riconoscimento del mittente (ma NON rimuoverà il vostro nome, se avete firmato la e-mail: non bisognerebbe scrivere il proprio nome in un messaggio anonimo...) e infine inoltrato al destinatario. 
Nel complesso, è un buon servizio per un uso rapido e occasionale, molto buono se vogliamo accedere a un sito di torrent senza faticare troppo, ma non un servizio che consiglierei per questioni serie e vitali. Averlo a portata di mano, magari tra i “preferiti”, può comunque fare sempre comodo.

domenica 28 aprile 2013

Breve guida ai tipi di cookies


Premessa generale: questo non è un testo di cucina e i cookies di cui parlo sono quelli che, a ogni visita, i siti infilano nei browser dei propri utenti. Se uno strano scherzo di Google vi ha spediti qui, mentre cercavate ricette per i biscotti, forse è il caso di passare al risultato di ricerca successivo.
I cookies sono piccoli files, raramente superiori a una manciata di KB (la dimensione massima effettiva è 4095 bytes, ossia 4 KB), che il nostro browser tende ad accumulare mentre navighiamo in Rete, più o meno come un cane accumula le pulci. Questi piccoli files sono un gentile pensiero, offertoci dai siti che visitiamo, per ricordarsi del nostro. E per altri motivi, che variano da sito a sito e da cookie a cookie. Un cookie “standard” è una specie di timbro, grazie a cui un sito può riconoscerci: se non abbiamo un timbro, il sito ci vedrà come visitatori giunti lì per la prima volta e provvederà a marchiarci; se abbiamo già un timbro, il sito lo riconoscerà, saprà che siamo già passati di lì e si regolerà di conseguenza.
Un cookie, tipicamente, contiene una traccia della nostra identità, ma non solo: altri dati che possono essere memorizzati in un cookie sono i nostri dati di accesso a un sito (quando eseguite l’accesso a Facebook, per esempio, un cookie si ricorderà di questo e vi manterrà nel vostro account anche quando riaprirete il browser, se non ricorderete di fare logout alla fine della sessione), le preferenze che potremmo aver impostato per un sito (lingua, fuso orario, eccetera), ma anche le pagine che abbiamo visitato in un sito, eccetera. In breve, il cookie medio contiene un riassunto della nostra “vita” sul sito che lo ha collocato: leggendo questo riassunto, il sito può adattarsi meglio alle nostre abitudini, ai nostri interessi e alle nostre richieste, rifilandoci molto spesso le pubblicità che sono più in sintonia con noi e che, di conseguenza, hanno più probabilità di farci abboccare. Al nostro accesso, il sito pesca il suo cookie del nostro browser, ne invia le informazioni al server e, in base a queste informazioni, modificherà eventualmente i contenuti da mostrarci.
Come si può intuire, il controllo dei cookies è basilare, per chiunque sia interessato ad anonimato e privacy: coi cookies abilitati e attivi, lasciamo impronte digitali ovunque, il che potrebbe non essere ottimale, per chi si preoccupa di anonimato e privacy. I gestori di un sito potranno anche promettere di non utilizzare mai quei dati e non divulgarli mai (e di solito lo promettono, magari con le dita incrociate dietro la schiena), ma le nostre impronte digitali resteranno. Per questo motivo, i browser offrono solitamente la possibilità di controllare da quali siti vogliamo accettare cookies, quali dovranno essere bloccati, quali vogliamo cancellare, eccetera. Una buona norma sarebbe anche cancellare i cookies alla fine della sessione, ossia quando abbiamo finito di navigare, ed è una operazione che è sempre eseguita in automatico, se utilizziamo la modalità anonima, in incognito o comunque sia chiamata al nostro browser. Se li lasciamo nel browser, i cookies prima o poi moriranno per conto proprio, perché hanno una data di scadenza, ma spesso sarà necessario più di un anno, prima che un cookie muoia di morte naturale. Sempre che, nel frattempo, non saremo tornati su quel sito, rinnovandolo.
Esistono vari tipi di cookies, ognuno deputato a una funzione particolare. Se guardiamo ad esempio la lista dei cookies memorizzati all'interno di Google Chrome, che troviamo sotto chrome://settings/cookies, per ogni dominio possiamo vedere il numero dei cookies e, cliccando su quella sezione, anche il tipo di cookie, scritto in un rettangolo di colore più chiaro. In base al nome, possiamo capire anche quale sia la sua funzione. Un caso particolare, però, è rappresentato da Local storage, che non è un cookie, anche se lo troviamo elencato assieme a loro: local storage è una funzione introdotta dallo HTML5, che permette a un sito di memorizzare alcuni dati sul nostro computer, per velocizzare il caricamento o per altri scopi (un gioco, ad esempio, potrebbe registrare i nostri salvataggi come local storage, per recuperarli al nostro ritorno). Eccettuato dunque Local storage, tutti gli altri nomi che vedrete saranno tipi di cookie. Alcuni dovrebbero essere sufficientemente chiari, come language (provate a indovinarne la funzione), mentre altri hanno nomi alquanto criptici. Vedremo dunque di elencarne alcuni, tra i più diffusi.
Uno dei maggiori produttori e distributori di cookies è sicuramente Google Analytics, uno strumento molto amato e usato dai webmaster, per “misurare l’interazione degli utenti col sito”, ossia per vedere cosa fanno gli utenti mentre visitano un sito: che pagine visita l’utente X, da dove ci è arrivato, quanto tempo ci resta, cosa clicca all'interno della pagina, eccetera. Siccome tutto ciò è effettuato attraverso il collocamento e al lettura di cookies, è inevitabile ritrovarsi con un certo numero di cookies in più, dopo aver visitato un qualsiasi sito che utilizza Google Analytics: procederò dunque con una brevissima presentazione dei principali cookies collocati da questo strumento.
_ga: la sua aspettativa di vita è di 2 anni e serve a distinguere fra loro gli utenti.
__utma: aspettativa di vita di due anni, aggiornato ogni volta che i dati sono inviati a Google Analytics, serve a distinguere gli utenti e le varie sessioni di un utente.
__utmb: determina le nuove sessioni di attività su un sito, ossia le varie nostre visite.
__utmc: cancellato alla chiusura del browser, è un “gemello” del precedente, ma è usato per interagire con altre parti di Google Analytics.
__utmv: memorizza i dati di alcune variabili, che l’utente di un sito può modificare.
__utmz: registra il modo in cui un utente è arrivato al sito e spesso va a braccetto coi cookies di varie pubblicità.
La sfilza di cookies che cominciano con bb, come bblastvisit, bbpassword, bblastactivity, e varianti sul tema, sono collegati ad alcuni modelli di forum, proprio come i cookies sul tema phpbb, kunena, e compagnia bella. Questi cookies sono impostati dai forum che visitiamo, registrando il nostro accesso, la nostra ultima attività e così via; sono anche i responsabili delle funzione che ci permettono di passare direttamente agli ultimi messaggi non letti in una discussione, oppure ci mostrano i nuovi messaggi dalla nostra ultima visita.
Allo stesso modo, anche siti come YouTube utilizzano cookies per registrare le nostre preferenze, gli ultimi video che abbiamo visto, eccetera; in particolare, recently_watched_video_id_list ricorda la lista degli ultimi video da noi visti su un determinato browser. Sempre in tema di Google, un dominio a cui prestare attenzione è doubleclick.net, al cui interno è registrato il cookie id, cioè il principale (ma non l’unico) cookie utilizzato da Google per gestire la sua pubblicità. Altri cookies pubblicitari usati da Google, e che possono essere trovati più o meno ovunque in giro per i vari siti, sono _drt_, FLC, NID, exchange_uid, ma anche il cookie __gads è spesso a braccetto con quello di doubleclick, mentre PREF è un cookie che si occupa delle preferenze nei risultati di ricerca (e non solo), anche per tutti quegli utenti che non hanno eseguito l’accesso al proprio account Google.
Cliccando sul rettangolino contenente il nome di un cookie, su Google Chrome, è inoltre possibile esaminarlo più da vicino, ottenendo informazioni sul dominio a cui è collegato, la sua data di creazione, la data di scadenza e altro, tra cui un pulsante per rimuoverlo.

sabato 1 settembre 2012

Navigazione anonima con Ultrasurf

Tornerò oggi a parlare di navigazione anonima e di accesso ai siti bloccati, con un giocattolino che, per quanto limitato nei suoi scopi, può sempre tornare utile per la sua semplicità di utilizzo e per il suo ingombro quasi nullo: Ultrasurf.
Ultrasurf è un programma di dimensioni ridotte (circa 1,5 MB), gratuito, che non richiede installazione e può essere utilizzato con un click, senza richiedere complessi aggiustamenti delle sue impostazioni. Di contro, però, è disponibile soltanto per sistemi operativi Windows, non è open source ed è impostato per utilizzare Internet Explorer; inoltre, tende ad avere un approccio un po’ bigotto e impedisce la navigazione su certi siti. Ad alcuni di questi limiti si può però rimediare, ad altri invece no; per questo motivo non è un programma che può interessare tutti, come invece lo è Tor. Può comunque tornare utile in diverse occasioni, come vedremo.
Ultrasurf è stato originariamente sviluppato per aiutare gli utenti cinesi ad aggirare la censura imposta dal loro governo, o almeno così ne descrive la genesi la società che lo ha sviluppato. Di fatto, può essere utilizzato ovunque si voglia accedere a un sito bloccato (cosa che non accade solo in Cina), oppure si voglia navigare senza rendere nota la nostra identità a qualsiasi sito: più in generale, rientra nella categoria degli strumenti per la navigazione indiretta, ossia quel programmi che ci permettono di raggiungere un sito passando da una strada laterale, invece di collegarci direttamente.
Ultrasurf è infatti un programmino che si occupa di semplificare la navigazione attraverso proxy: noi lanciamo Ultrasurf, lui si collega a un proxy della sua rete e, da quel momento in poi, la nostra navigazione passerà attraverso quel proxy, permettendoci così di accedere a un sito senza svelare la nostra vera identità, oppure di accedere a un sito che è bloccato nel paese in cui ci troviamo. Rispetto ad altre soluzioni, Ultrasurf è discretamente veloce e su molti siti non si noterà una grande differenza rispetto alla navigazione diretta: può diventare lento se cerchiamo di scaricare qualcosa di grandi dimensioni, come succede sempre in caso di proxy, ma nella navigazione normale si comporta bene e passa pressoché inosservato.
Una volta scaricato dal suo sito ufficiale, ci ritroveremo con una cartella zip di nome “u”, al cui interno troveremo un unico file eseguibile, di nome u1203 (la versione attuale; nei prossimi aggiornamenti il numero sarà diverso, dato che corrisponde alla versione in uso): tutto ciò può apparire molto sospetto, ma in questo caso è normale. Possiamo anche controllarlo con un antivirus, giusto per sicurezza. Una volta scaricato, estraiamo il file dalla cartella compressa e avviamolo con un doppio click. Ci chiederà il permesso di accedere alla Rete e poi si aprirà questa finestrella:
seguita dall'apertura di una nuova finestra di Internet Explorer. Come ho detto all’inizio, Ultrasurf è impostato per funzionare con Internet Explorer e ne aprirà una nuova finestra ogni volta che lo lancerete. Se siamo consenzienti alla navigazione con questo browser, allora non ci sono problemi: possiamo usare quella nuova finestra e visitare qualunque sito vogliamo, utilizzando Ultrasurf. Se non siamo consenzienti e vogliamo utilizzare un altro browser, come Firefox o Google Chrome, allora ci sarà qualche passaggio in più. 
La soluzione meno semplice è quella di impostare a mano il proxy a cui il nostro browser preferito si dovrà collegare: per puntarlo verso Ultrasurf, dovremo impostare 127.0.0.1 come indirizzo e 9666 come porta. Firefox dispone di una estensione per utilizzare Ultrasurf in modo più semplice, senza quindi dover smanettare con le impostazioni del proxy. Google Chrome, invece, utilizza le stese impostazioni proxy di Internet Explorer e possiamo sfruttare questa caratteristica a nostro vantaggio: lasciamo che Ultrasurf apra una finestra di Internet Explorer, chiudiamo la finestra e il nostro Google Chrome sarà magicamente impostato per funzionare con Ultrasurf, proprio perché Ultrasurf ha già modificato le impostazioni di Internet Explorer, che sono le stesse di Chrome. Non sarà molto elegante, ma è una soluzione molto semplice.
Mentre navighiamo attraverso Ultrasurf, nell’angolo in basso a destra del nostro browser vedremo un lucchetto giallo:
Possiamo nasconderlo modificando le opzioni, se non ci piace, ma è utile per ricordarci che stiamo navigando con un proxy, oltre a fornirci un più rapido accesso alla finestra principale di Ultrasurf: cliccando sul lucchetto col tasto destro del mouse, infatti, si aprirà un menu che ci propone tutte le voci della finestra principale.
Una volta che siamo connessi con Ultrasurf, cosa succede? Succede che tutto il nostro traffico è deviato verso il miglior proxy disponibile della rete di Ultrasurf. La comunicazione tra il nostro computer e il proxy avviene attraverso un tunnel criptato, più o meno come succederebbe utilizzando un VPN e come succede anche all’interno della rete Tor, mentre la protezione del traffico tra il proxy e il sito finale dipende dal tipo di connessione che si utilizza: con una connessione http il traffico sarà in chiaro, con una connessione https il traffico sarà criptato. In ogni caso, il sito a cui ci colleghiamo vedrà l’indirizzo IP del proxy, non il nostro indirizzo reale. Alla fine della sessione, poi, Ultrasurf cancellerà automaticamente tutti i dati dalla finestra di Internet Explorer, come misura ulteriore di sicurezza: spazzerà via i cookies e svuoterà cronologia e cache.
Passiamo adesso agli svantaggi. Come ho già detto, di base utilizzerà Internet Explorer, ma si può impostare anche per utilizzare altro browser: indirizzo 127.0.0.1 e porta 9666, giusto per ricordarlo. Una limitazione più seria è quella di poter funzionare soltanto su un sistema operativo Windows, ma anche a questo si può rimediare, in attesa che ne sviluppino una versione anche per altri sistemi operativi: la soluzione è utilizzare Wine. Non il massimo della vita, lo so, ma meglio di niente.
Infine, non è possibile accedere a tutti i siti, utilizzando Ultrasurf. Per ragioni misteriose ma alquanto ironiche, uno strumento che dichiara di essere nato per aiutare utenti cinesi a sottrarsi ai filtri governativi fa uso esso stesso di flirti, per limitare i siti a cui si può accedere: non potrete dunque accedere a siti porno, erotici o giudicati tali, perché gli sviluppatori di Ultrasurf non vogliono.
Nonostante questi limiti, può tornare utile per accedere rapidamente a un sito bloccato, come ThePirateBay e i vari altri aggregatori di torrent, soprattutto per la sua buona velocità di navigazione, ed è anche molto semplice da usare: anche il suo livello di sicurezza è decisamente alto. Diciamo che, nel complesso, è un ottimo programma anticensura per un pubblico bigotto, oppure per avvicinare i bambini al magico mondo dell’anonimato, tenendoli al riparo dalla pornografia (tanto la raggiungeranno in altri modi, non credete). Chi non ama i filtri, di qualunque tipo essi siano, e chi non ama i programmi chiusi, invece, farà meglio a orientarsi verso Tor, sopportandone stoicamente la bassa velocità media.

mercoledì 29 agosto 2012

La modalità anonima di Chrome e Firefox


Non avevo mai utilizzato la modalità di navigazione in incognito, offerta da Google Chrome, né quella di navigazione anonima, offerta da Firefox, perché le trovavo abbastanza inutili, per motivi che presto saranno chiari. Giusto ieri, però, in un momento di intenso spleen digitale, ho provato ad aprire la finestra di navigazione in incognito di Google Chrome e mi sono trovato davanti a un messaggio introduttivo che, per certi versi, è l’equivalente di un cartello stradale del tipo “Pericolo, attraversamento dinosauri”. Il messaggio è questo:
Ora, al di là dell’icona da 007, che già di per sé è di grande aiuto per entrare nel giusto clima, ciò che ha attirato la mia attenzione è il punto quattro. Dopo averlo letto, ho capito che non avrei potuto non scrivere qualcosa in proposito. Per ulteriore curiosità, ho provato anche l’analoga funzione di Firefox, ossia la navigazione anonima, col risultato di trovarmi questo messaggio di avvio:
La mascherina in stile veneziano ha molta più classe, in effetti, e mancano gli avvisi ironico-paranoici (perché voglio credere che quel punto quattro sia stato aggiunto come presa in giro, non come avviso serio), ma il risultato non cambia: tanto la navigazione in incognito, quanto la navigazione anonima, fanno la stessa cosa. Cosa facciano è ciò che vedremo adesso.
Domanda: a cosa serve la navigazione in incognito di Google Chrome (o la navigazione anonima di Firefox, che è uguale)? Se pensate che la risposta sia “a farci navigare senza svelare tracce della nostra identità”, allora siete parecchio fuori strada. L’incognito o l’anonimato di cui parlano queste modalità di navigazione non si riferisce alla Rete, ma al computer su cui vi trovate. Tutto ciò è specificato nella descrizione che entrambi i browser offrono: siccome però poche persone si prendono la briga di leggere le istruzioni, è probabile che il fraintendimento vivrà a lungo.
La navigazione in incognito di Chrome e la navigazione anonima di Firefox non servono per farci visitare questo o quel sito, senza lasciare tracce del nostro passaggio: se effettuiamo una qualche ricerca su Google, Google continuerà a memorizzarla nella sua cronologia dedicata a noi; se entriamo in un sito, quel sito continuerà a conservare traccia del nostro passaggio nel suo database; il nostro provider (cioè la società che ci fornisce la connessione) continuerà a mantenere una lista dei siti visitati; e così via. Se cerchiamo l’anonimato in Rete, è meglio rivolgerci ad altri strumenti, come ad esempio Tor, che comunque non saranno sufficienti senza la nostra attiva collaborazione: il primo software di sicurezza e anonimato lo abbiamo dietro la nostra fronte, perché è inutile usare Tor, se poi andiamo a scrivere i nostri dati reali su questo o quel sito.
La navigazione in incognito (o anonima) fornita da questi due browser serve a cancellare le tracce della nostra attività sul computer che stiamo usando. Saremo anonimi rispetto al computer, non rispetto alla Rete, ed è quindi utile se stiamo utilizzando un computer condiviso e non vogliamo che gli altri utenti possano scoprire che siti abbiamo visitato: per esempio, se non vogliamo che nostra madre/nostra moglie/il nostro capo scoprano che abbiamo visitato il sito “OrgeAnimalesche.xxx” (nome inventato al momento, dubito che esista davvero, ma non ne sarei sorpreso). Attivando questa modalità di navigazione, le tracce della nostra navigazione saranno cancellate dal computer, alla fine della sessione (ossia quando chiudiamo il browser): non saranno conservati i cookies dei vari siti, non saranno registrate le pagine nella cronologia web, non sarà conservata la lista dei download effettuati (ma i file che abbiamo scaricato sopravviveranno, per cui è opportuno trasferirli altrove, se non vogliamo che siano visti), non saranno salvate password. Questo è l’incognito (o l’anonimato) che i due browser ci offrono: forse non quello che ci aspettavamo, ma è quanto passa il convento.
Per quanto sia una forma di anonimato minore, però, non è da disprezzare. Il browser, qualunque esso sia, ha lo spiacevole vizio di memorizzare tutto ciò che facciamo: a volte questa funzione può tornare utile, per esempio se vogliamo ritrovare un sito visitato qualche giorno fa, di cui non ricordiamo più il nome, ma altre volte si può sentire il bisogno di far sparire quella lista di dati, in particolare quando si tratta dei cookies. Un cookie permette sì a un sito di riconoscerci, quando torniamo a visitarlo, risparmiandoci magari la fatica di dover effettuare ogni volta il login, ma può anche  essere utilizzato in forme meno “benigne”, ad esempio per vedere in quali altri siti siamo stati nel frattempo: per chi è interessato alla privacy o per chi ne è fanatico, un cookie è un oggetto da maneggiare con molta attenzione. Sotto questo aspetto, sapere che il nostro browser può provvedere da solo a non conservare la cronologia e a cancellare i cookies alla fine della sessione, senza che dobbiamo provvedere noi stessi, può essere utile: la modalità di navigazione in incognito fa proprio questo, ripulisce al nostro posto le tracce che lasciamo nel browser, navigando su questo o quel sito.
Come nota a margine, la modalità in incognito di Google Chrome disattiva in automatico tutte le estensioni che avete installato nel browser. Se volete riattivarle, dovrete andare su chrome://chrome/extensions/, dove troverete la lista di tutte le estensioni installate e, sotto a ognuna di esse, vedrete una voce “Consenti modalità in incognito”: se la selezionate, quella estensione resterà attiva anche quando siete in incognito.
Se volete ricorrere a mezzi più radicali per far sparire ogni traccia di utilizzo di un computer, allora è meglio che portiate sempre con voi una chiave USB su cui è installato un sistema operativo Live, in sostituzione del sistema operativo installato sul computer da usare: Tails, ad esempio, potrebbe essere un’ottima soluzione. La maggior parte dei comuni utenti non ha bisogno di arrivare a tanto, ma nulla vi vieta di procedere, se siete convinti che vi serva.
Se però siete convinti che all’interno della vostra casa si nascondano agenti segreti di potenze straniere, per spiare la vostra attività al computer e rubarvi i dati (come suggerisce il famigerato punto quattro di Google Chrome), allora avete senza dubbio più di un problema, ma non è di sicurezza digitale. Parlatene col vostro medico di famiglia, sempre che non lo abbiano già sostituito con uno di Loro.

mercoledì 16 maggio 2012

Tails, un sistema operativo a base Tor


Dopo aver parlato di vari strumenti per garantirsi forme più o meno forti di anonimato in Rete, come Tor, Freenet e I2P, concluderò il discorso presentando quello che si potrebbe definire il “set del perfetto paranoico”: parlerò di Tails, The Amnesic Incognito Live System.
Tails è un sistema operativo Live, che può essere installato su un DVD, una chiave USB o altri tipi di supporti esterni tramite cui si possa avviare un computer: appartiene insomma alla stessa famiglia di Puppy Linux, per intenderci, ossia è un sistema operativo che funziona da supporto esterno, senza sfiorare il disco fisso del computer su cui è avviato. Più in particolare, Tails nasce dalla fusione di due precedenti progetti, Incognito LiveCD e Amnesia, e al momento si presenta come una derivazione della versione Live di Debian Squeeze, sviluppata per includere numerosi programmi di anonimato e crittografia, così da rendere il più possibile sicure e private le comunicazioni e in generale l’utilizzo di questo sistema operativo. La versione di Tails disponibile al momento è la 0.11, che deriva dalla versione 6.0.4 di Debian ed è praticamente identica alla versione di Debian con Gnome come desktop: sono stati rimossi alcuni dei programmi in dotazione e altri ne sono stati aggiunti, per adattarsi al diverso sistema di utilizzo. Niente giochi, insomma, ma tanta crittografia.
Se alla base di Tails c’è Debian, perché io l’ho definito nel titolo un sistema operativo a base Tor? Perché Tor è utilizzato più o meno ovunque nel sistema operativo, per garantire l’anonimato. Ogni applicazione inclusa in Tails è già configurata per collegarsi alla Rete solo attraverso Tor, a cominciare dal browser, che in questo caso è Iceweasel, proprio come abbiamo già visto per Debian. Tra le applicazioni di Tails, inoltre, è inclusa anche l’interfaccia grafica Vidalia, per utilizzare al meglio Tor: la trovate nella sezione “Internet” del menu “Applicazioni” e si aprirà come piccola icona nel lato sinistro della barra in alto, col solito aspetto di una cipolla. Filtrando tutto attraverso Tor, la navigazione con Tails è più lenta del normale, ma questo è il prezzo da pagare per l’anonimato garantito da Tor.
Tor è certo il principale, ma non l’unico strumento messo a disposizione da Tails. Per chi preferisce, è già incluso nel sistema operativo anche I2P, di cui ho già parlato, accessibile con un click sempre dalla sezione “Internet” del menu “Applicazioni”. Il browser di serie è Iceweasel, come detto, già equipaggiato con alcune estensioni utili per migliorare la sicurezza del browser ed evitare spiacevoli “buchi” nella protezione: Adblock Plus per occuparsi delle pubblicità, CookieMonster per la gestione dei cookies distribuiti dai siti, FireGPG per integrare e facilitare l’utilizzo del sistema di crittografia GnuPG, HTTPS-Everywhere per assicurarsi la navigazione crittografata attraverso la rete https, invece del consueto http, NoScript per bloccare il JavaScript e i rischi che porta con sé, e altro ancora. In pratica, è già tutto configurato per farvi navigare nel modo più sicuro e anonimo possibile sulla rete Tor.
Come gestore delle comunicazioni email, è disponibile il programma Claws Mail, che naturalmente è già fornito di un supporto per la crittografia con GnuPG, in modo da renderne l’utilizzo il più semplice possibile; per il resto è un comune programma per la posta e non avrete problemi a orientarvi. Le funzioni di chat sono supportate da Pidgin, che assomiglia più o meno al classico Messenger e che permette anche comunicazioni sui canali IRC, mentre è disponibile anche un feed aggregator, Liferea, e altre applicazioni che possono sempre tornare utili.
La crittografia è accessibile un po’ ovunque nel sistema operativo. L’abbiamo già vista integrata negli strumenti di navigazione, ma può anche essere utilizzata per crittografare determinate porzioni di un disco, oppure per proteggere singoli files. Lo strumento di base a cui ricorre Tails è GnuPG, la versione GNU di OpenPGP, che a propria volta è la versione opensource di PGP (Pretty Good Privacy), un programma di crittografia noto e utilizzato già da una ventina di anni e forse il più diffuso al mondo. È un sistema di crittografia a doppia chiave, pubblica e privata, e su Tails lo potete utilizzare sia per le vostre email, sia per i documenti.
Se invece preferite crittografare una porzione del disco fisso, oppure di un supporto rimovibile, c’è un programma anche per questo ed è LUKS, a cui potete accedere dal menu “Applicazioni” e che consentono sia di creare, sia di utilizzare i dischi criptati. In aggiunta, è tuttora disponibile anche il programma TrueCrypt, sempre per crittografare documenti, anche se il suo utilizzo è sconsigliato ed è destinato a sparire in futuro, perché considerato non abbastanza “aperto” per gli standard degli sviluppatori. Al momento è mantenuto solo per rendere accessibili i files che potrebbero essere già stati crittografati con TrueCrypt, ma per il futuro è consigliabile ricorrere a uno strumento diverso, giusto per sicurezza: ne troverete in abbondanza su Tails.
Florence è una tastiera virtuale, su schermo, che può essere utilizzata se temete che sul vostro computer (o sul computer che state usando) sia stato installato un keylogger, ossia uno di quei simpatici programmino che registrano ogni tasto che premete: sui computer pubblici (internet point) di paesi particolarmente rigidi potrebbero essere installati, per esempio. Altro programma da non dimenticare, se si vuole produrre un documento privo di informazioni su di noi, è MAT, che si occupa di rimuovere i metadati dai documenti. La maggior parte dei files, infatti, contiene molte più informazioni su noi di quante vorremmo farne sapere, ed è il caso delle foto, per esempio, o dei documenti prodotto con una suite da ufficio (Office, OpenOffice, LibreOffice): se vogliamo diffondere un documento anonimo, è saggio togliere il nostro nome che potrebbe essere stato aggiunto tra le proprietà del file. Inutile specificare che è poi disponibile anche Nautilus, per la cancellazione sicura di files, riscrivendo più volte la porzione di disco fisso su cui si trovavano: più o meno come fa Eraser, di cui ho già parlato tempo addietro.
Oltre a tutti i programmi per crittografia, anonimato e sicurezza, Tails dispone anche dei normali programmi da sistema operativo, perché Tails è a tutti gli effetti un sistema operativo completo. Non ci sono giochini, d’accordo, e questo potrebbe rattristare molte persone, ma quasi tutti gli altri programmi di serie con Debian sono rimasti anche con Tails: OpenOffice, Audacity, GIMP, Scribus, Brasero, eccetera. Di fatto, Tails è una versione di Debian Live che è stata ripulita dal superfluo, per sostituirlo con gli strumenti di sicurezza e anonimato: tutto ciò che è già stato detto su Debian vale anche per Tails.
Per installarlo su una chiave USB si può utilizzare tranquillamente UNetBootin, a patto di aver già scaricato il file ISO. La chiave prodotta in questo modo non sarà modificabile, cioè non si potranno salvare altri programmi mentre vi è installato Tails, ma questo può essere sia un bene che un male, a seconda dei punti di vista: non potrete salvare documenti nello spazio libero, ma non sarà neppure possibile modificare o alterare la vostra copia di Tails. Una chiave USB modificabile la si può creare con l’apposito programma, che troverete all'interno di Tails, se proprio volete farlo.
Quando chiudere Tails e vi preparate a rimuovere la chiave USB su cui è installato, Tails provvederà a eseguire una pulizia della memoria del computer ospite, per cancellare ogni traccia del vostro utilizzo; questo rende la chiusura di Tails più lenta rispetto a Debian Live, ma il tempo perso è ripagato con una maggiore sicurezza, perché non si potranno recuperar informazioni sul vostro utilizzo del computer una volta che ve ne sarete andati.

sabato 12 maggio 2012

I2P e la comunicazione anonima in Rete

Dopo aver parlato di Tor e di Freenet, rimaniamo ancora nel sottobosco della Rete con un nuovo strumento per le comunicazioni anonime e la creazione di ecosistemi a parte, inaccessibili con la navigazione normale: oggi è il turno di I2P.
Come abbiamo visto, Tor è un programma per navigare anonimi nella rete tradizionale e per creare siti anonimi all’interno della rete Tor; Freenet, invece, è principalmente uno strumento per creare un database diviso tra tutti i computer che lo utilizzano, in cui poter caricare e da cui poter scaricare files criptati in modo anonimo. Entrambi rispondono a esigenze particolari e possiedono punti di forza e debolezze: Tor è orientato soprattutto alla navigazione, mentre Freenet è orientato alla condivisione di materiale. In questo quadro, I2P assume una posizione “mista”, in quanto si occupa di trasferire messaggi da un punto all’altro della rete costituita da tutti i nodi I2P, in forma anonima e criptata. Messaggi è da intendersi nel senso più ampio possibile: dalle email ai files in puro stile eMule. Se volete visitare anonimamente siti nella Rete normale, Tor è il più indicato; per la condivisione di files all’interno di una rete chiusa, Freenet è il più indicato; per fare un po’ di tutto all’interno di una rete chiusa, infine, I2P è il programma che vi può servire.
Premessa generale: I2P non è ancora in formato definitivo e il suo sviluppo e tuttora in corso. A detta dei suoi sviluppatori, però, ha già raggiunto uno stadio di stabilità sufficiente, da poter essere utilizzato “sul campo”. In altri termini, usatelo pure, ma non vi consiglierei di affidargli ancora la vostra vita. I2P ha buone premesse, ma il suo rodaggio non è ancora concluso, se preferite metterla in questi termini.
Il nome I2P è una sigla per Invisible Internet Project e già il nome dovrebbe fornirvi buone indicazioni su quale sia il suo scopo: costruire una rete sotterranea, invisibile e anonima, a cui si può accedere solo attraverso l’uso di I2P. Non un progetto molto originale, verrebbe da dire, dato che ne abbiamo già viste altre, e in effetti non voleva neppure essere originale: l’obiettivo è invece costruire una rete utilizzando un sistema diverso da quelle già esistenti e, a detta degli sviluppatori, più sicura e resistente.
La rete anonima creata da I2P è formata da vari nodi, che sono i computer su cui I2P è in funzione. Chiunque utilizzi I2P è automaticamente un nodo della rete: a differenza di quanto avviene nella rete Tor, non esiste la possibilità di utilizzarlo solo come client, ossia come ospite che sfrutta la rete, senza offrire in cambio qualcosa. Sotto questo aspetto, l’approccio è lo stesso utilizzato da Freenet. Il compito di I2P è di costruire e mantenere la rete formata dai vari nodi, gestendo il passaggio delle comunicazioni; su questa infrastruttura è possibile utilizzare diversi strumenti sviluppati su misura, a seconda delle proprie necessità: navigazione con qualsiasi browser, chat, condivisione di files con programmi quali iMule (versione di eMule per I2P), invio di email, creazione e mantenimento di blog e siti, eccetera. Il tutto in un ambiente anonimo e criptato, al di sotto della rete normale.
Ogni nodo della rete I2P è definito router e si collega ad altri router attraverso tunnel di comunicazione, che esistono in due forme ben distinte: i tunnel di uscita e i tunnel di entrata. Come è facile da intuire, i tunnel di uscita sono utilizzati per spedire messaggi dal nostro router verso un altro router, mentre i tunnel di entrata sono utilizzati per ricevere messaggi da altri router. Per spedire un messaggio a un altro componente della rete, il nostro router I2P crea un tunnel di uscita, mentre il destinatario del messaggio aprirà un corrispondente tunnel di entrata. I messaggi che viaggiano lungo questi tunnel sono crittografati a vari livelli: un primo livello di crittografia, accessibile ai router attraverso cui il messaggio passa, contiene le informazioni relative al router verso cui deve essere inoltrato, ma niente di più, mentre il contenuto del messaggio inviato è crittografato dall’invio alla ricezione, senza che passaggi intermedi lo possano toccare.
Per quanto riguarda la visibilità della rete costruita da I2P, un osservatore esterno potrà vedere che state utilizzando I2P per le vostre comunicazioni, ma non vedrà quali strumenti state utilizzando all’interno di I2P, né con quali router state comunicando. Un particolare che differenzia I2P da Tor, ad esempio, è proprio il modo in cui gestiscono i contatti col “mondo esterno: Tor dispone di nodi di uscita, cioè di punti in cui la rete interna si collega alla Rete sterna (il normale internet), e questi nodi sono parte integrante della rete Tor; I2P, invece, dispone sì di nodi di uscita dalla sua rete, ma li usa come accessori e di solito hanno vita breve. I contatti tra la rete I2P e il mondo esterno sono dunque rari e sporadici, mentre il grosso delle comunicazioni avviene all’interno, riducendo così i fattori di rischio ed esposizione dovuti a un eventuale controllo dei nodi di uscita. Riduce anche le possibilità di collegarsi a siti normali usando I2P, ma questa è l’altra faccia della medaglia.
Come Tor ha i suoi siti .onion, anche I2P ha siti realizzati all’interno della sua rete e accessibili soltanto da essa: sono gli eepsites, o siti eep (dalla pronuncia di I2P). non c’è molta differenza rispetto ai cugini onion, soprattutto nella brevità intrinseca della loro vita: i siti nelle reti anonime vanno e vengono di continuo. Una differenza, invece, si trova nella loro fruizione: a differenza della rete Tor, I2P permette di utilizzare facilmente (o quasi) motori di ricerca interno, per trovare i siti creati dentro la rete I2P.
Come Tor e Freenet, infine, anche I2P può essere usato per distribuire contenuti discutibili. Anzi, diciamo pure che è usato con una certa frequenza anche per questo: in misura minore rispetto ai fratelli più famosi e diffusi, ma naturalmente ogni strumento può essere utilizzato sia bene, sia male. La filosofia di I2P, in ogni caso, è di permettere ogni tipo di comunicazione, a dispetto di qualsiasi tipo di censura: offre la possibilità di parlare liberamente, sta poi ai singoli parlanti decidere cosa dire e come usare questa libertà. In ogni caso, rispetto a Freenet non utilizza i computer per immagazzinare materiali e sotto questo aspetto funziona piuttosto come Tor: di conseguenza, non dovete preoccuparvi che nel vostro disco fisso siano stipati in forma crittografata e anonima video pedopornografici o i piani di un attentato terroristico, se è questo a spaventarvi.
Ultima cosa. I2P è sviluppato in Java e questo lo rende comodamente multipiattaforma: potete dunque installarlo e utilizzarlo con qualsiasi sistema operativo, purché abbiate una Java Virtual Machine. Come già si era detto per Freenet, del resto.

martedì 8 maggio 2012

La condivisione anonima di dati con Freenet


Dopo diversi articoli sulla navigazione anonima con Tor, tornerò oggi a parlare di anonimato in Rete, ma in una prospettiva differente: non la navigazione tra siti (in chiaro o nascosti), ma la diretta condivisione di dati. Parlerò quindi di Freenet.
Freenet è un sistema per pubblicare e condividere dati in Rete ed è costituito da due parti: il database vero e proprio, suddiviso tra tutti i computer connessi alla sua rete, e gli strumenti per navigare il database e comunicare coi vari computer connessi. Se state pensando a una rete P2P, simile a quelle che si possono ottenere con eMule o i torrent, allora pensate bene: Freenet funziona più o meno così, ma con alcune differenze.
Come è spiegato nella sua documentazione, Freenet può essere immaginato come un enorme magazzino, distribuito su tutti i computer che appartengono alla sua rete. Quando noi inseriamo un file in questo magazzino, ne riceviamo in cambio una chiave (simile ai link che ci sono restituiti da siti di condivisione, quali MediaFire e il defunto Megaupload), mentre il file è collocato in uno o più computer presenti in rete. Ognuno di questi computer è detto “nodo”, perché costituisce un nodo della grande maglia formata da Freenet. Per recuperare il file, dovremo consegnare a Freenet la chiave e in cambio riceveremo il file corrispondente, scaricandolo dai vari nodi su cui è stato immagazzinato “a tranci”. E fin qui, cambia poco rispetto a una qualsiasi rete P2P.
Per entrare a fare parte di questa rete, dobbiamo installare Freenet sul nostro computer e diventare così un nodo della rete. Con l’installazione, cederemo una frazione del nostro disco fisso a Freenet, che la utilizzerà per immagazzinare i files condivisi da noi e da altri membri della rete, in una cartella “store” creata sul nostro computer; di conseguenza, anche una parte della nostra banda di connessione sarà utilizzata da Freenet, per mantenere la propria rete e gestire gli scambi di files. Il che, di nuovo, è identico a quanto accade con Emule e altri programmi di condivisione: scarichiamo files dai computer altrui e altri utenti scaricano files dal nostro computer. È l’essenza del peer-to-peer, dopotutto.
Una prima differenza di Freenet, rispetto ad altre reti di condivisione, è che noi non abbiamo alcun controllo sui files immagazzinati nel nostro computer. Non sappiamo neppure cosa sia stato immagazzinato sul nostro computer. Tutti i files inseriti in Freenet, infatti, sono prima di tutto frammentati in pezzi più piccoli, per agevolare lo scambio, e poi crittografati: soltanto l’utente con la chiave corrispondente sa quale file stia scaricando, mentre tutto il resto della Rete non ne saprà nulla. Ogni nodo, quindi, conterrà soltanto un cumulo più o meno grande di frammenti anonimi di files, crittografati e indistinguibili: in questo modo, nessuno può sapere quali files si trovino nel proprio computer e nessuno può formalmente essere ritenuto responsabile di ciò che è condiviso attraverso il suo nodo (almeno davanti al tribunale della propria coscienza).
Proprio perché nessuno sa dove si trovi esattamente un determinato file e in quante copie sia presente, non ci sono facili sistemi per rimuovere un file: ciò lo rende resistente alle censure ed è proprio uno degli obiettivi perseguiti dal creatore di Freenet. I files sono conservati in base alla loro popolarità, ossia alla frequenza con cui sono cercati e scaricati: un file popolare continuerà a rimanere attivo e disponibile in molte copie, mentre un file che non interessa più a nessuno, pian piano, diventerà sempre più raro fino a scomparire per “selezione naturale” dalla rete. Se si vuole eliminare un file, dunque, l’unico sistema è sperare che a nessuno interessi più.
Un’altra strategia utilizzata da Freenet per resistere alle censure è quella di essere strutturato come rete decentralizzata e composta da innumerevoli sottoreti più piccole. Ogni nodo conosce soltanto una ristretta cerchia di nodi a esso adiacenti e soltanto con loro si può collegare; questi nodi, a loro volta, conoscono soltanto una ristretta cerchia di altri nodi e si possono collegare soltanto con loro; e così via, fino a coprire l’intera rete. È superfluo specificare che ogni nodo è anonimo. Tutti i nodi, inoltre, hanno lo stesso valore: non esiste distinzione tra client e server, cioè fra un nodo che funge da deposito (server) e un altro che si collega per attingere (client), come avviene in altre reti. Tutti i nodi sono sia server che client; un nodo molto potente, ossia un nodo che cede molta banda di connessione e un grande spazio di deposito sul proprio disco fisso, può talvolta assumere un ruolo da server, ma ciò è dato solo dal maggiore contributo che riesce a dare alla rete.
La struttura composita della rete Freenet ne rende possibile due diversi utilizzi: come Darknet e come Opennet. Il Darknet è una sottorete composta soltanto da nodi in cui avete fiducia e che conoscete, creata manualmente da un utente, mentre l’Opennet è una sottorete composta da nodi qualsiasi e sconosciuti. In pratica, collegandoti in modalità darknet, tu puoi selezionare i tuoi vicini e collegarti solo a utenti che conosci e in cui hai fiducia, ottenendo il massimo livello di sicurezza; collegandoti in modalità opennet, invece, i tuoi vicini sono scelti “a caso”.
All’interno di Freenet, proprio come all'interno della rete Tor, è possibile anche creare veri e propri siti, denominati “freesites”, che funzionano come interfaccia per i dati accumulati nella rete. Per accedervi, può bastare anche un normale browser, purché si sia connessi a Freenet, e un freesite può contenere grossomodo tutto ciò che può trovarsi in un semplice sito web. Il tutto, ovviamente, senza l’uso di un server, come invece avviene per i siti normali. Sotto questo aspetto, un freesite funziona in modo simile a un sito creato con Osiris, in quanto esiste appoggiandosi alla rete P2P e non a una struttura centrale, come invece lo è un server tradizionale.
Ricapitolando, Freenet è una rete per la condivisione peer-to-peer decentralizzata e anonima, formata riunendo una porzione del disco fisso e della banda di connessione di tutti i computer che ne fanno parte. I suoi contenuti sono distribuiti in più copie tra i vari computer, crittografati e anonimi, e possono essere recuperati e scaricati attraverso una apposita chiave, che contraddistingue ogni file. Chiunque può caricare e condividere tutto ciò che gli pare, senza controlli e senza censure: a decidere la sopravvivenza dei contenuti è una sorta di “selezione darwiniana”, che fa sopravvivere e proliferare i contenuti più popolari e lascia pian piano cadere i contenuti che non interessano più.
Libertà di parola e anonimato sono alla base della filosofia di Freenet e dei suoi sviluppatori. Ogni utente ha il diritto di caricare e condividere tutto ciò che vuole, bello o brutto che sia, piacevole o spiacevole che sia, e lo può fare anonimamente. Se state pensando che può essere un ottimo strumento per pedofili, satanisti, terroristi, criminali e qualsiasi altro tipo di babau sociale, avete ragione: può essere utilizzato comodamente anche per diffondere materiali più o meno illegali, immorali e così via. Dopotutto, la libertà di parola è anche libertà di dire che a noi non piacciono, che offendono la nostra morale o che violano la legge: se poniamo limiti a ciò che si può e non si può dire, ricadiamo nella censura, perché ogni limite può essere stiracchiato fino a includere ogni cosa scomoda per noi. O almeno, questa è la filosofia di Freenet: se non la condividere, forse non è lo strumento che fa per voi. Siete avvisati.
Chiudendo con dettagli più tecnici e pratici, Freenet è sviluppato in Java, il che lo rende multipiattaforma: qualunque sia il vostro sistema operativo, finché avete installata una Java Virtual Machine, Freenet potrà funzionare. Nelle versioni precedenti era supportata soltanto la Java Virtual Machine fornita dalla versione ufficiale di Java, ossia la versione Sun Microsystem e poi Oracle, mentre dagli ultimi aggiornamenti è stata introdotta la possibilità di usarlo anche con l'OpenJDK, se preferite. In ogni caso, per usare Freenet dovete aver installato una qualche versione di Java.
Le prime volte che userete Freenet, sarà veloce come un regionale di Trenitalia quando nevica. Col passare dei giorni, poi, diventerà sempre più veloce, man mano che la sua rete personale si forme e il vostro disco fisso entra a far parte dell’ecosistema di Freenet, fino a raggiungere una velocità decente. Resterà sempre più lento di una connessione normale, ma questo vale per qualsiasi sistema analogo, da Tor ai VPN, data la loro natura “indiretta”.
In aggiunta al set di strumenti forniti al momento dell’installazione di Freenet, esistono poi svariati altri “optional” che possono essere aggiunti, per potenziarne o migliorarne l’utilizzo. Il set di base si occupa di connettersi alla rete e fungere da proxy, gestendo il traffico in entrata e in uscita, mentre altri componenti, installabili a parte (se si vuole), aggiungono funzionalità di chat, message board, creazione e gestione di freesites, eccetera. 

venerdì 20 aprile 2012

DuckDuckGo, ricerche fuori della bolla

O almeno questo è l’obiettivo che si pone il motore di ricerca DuckDuckGo. Lo so, il nome appare incredibilmente stupido, ma lasciamo perdere questo dettaglio: lo ha deciso il suo creatore Gabriel Weinberg e a quanto pare a lui piace così. Non indaghiamo. Guardiamo piuttosto cosa faccia e in che modo sia diverso rispetto a Google e altri motori di ricerca analoghi. Tanto per cominciare, la pagina che ci troviamo davanti, al primo accesso.

Grafica semplice, ridotta all’osso, più o meno come le prime versioni di Google, prima che mille link diversi si ammucchiassero qui e là, tra immagini, video, e-mail, documenti, traduzioni, eccetera eccetera. Contiene ciò che ci si può attendere da un motore di ricerca, ossia un riquadro in cui scrivere l’argomento della nostra ricerca e un pulsante per avviare la ricerca (se proprio non volete premere il tasto “invio”). C’è anche una bizzarra grafica paperosa, ma sono dettagli secondari. Ciò che conta è un altro aspetto, ossia come avviene l’interazione tra utente e motore di ricerca e quali risultati sono proposti all’utente. Ci arriverò per gradi.
Vediamo intanto il risultato di due ricerche qualsiasi, effettuate su DuckDuckGo (d’ora in avanti abbreviato in DDG, per comodità). Nel primo caso, l’oggetto della ricerca è “Debian”, uno dei più noti e utilizzati sistemi operativi a base Linux, per chi non lo sapesse: il risultato è il seguente.
Al primo posto abbiamo un riquadro a sfondo grigio chiaro, con una breve presentazione e descrizione dell’oggetto della nostra ricerca: in questo caso, ci spiega cosa sia Debian. Assieme alla breve spiegazione, ci sono indicati anche alcuni siti per approfondire il discorso, ossia il sito ufficiale del progetto, la relativa pagina di Wikipedia e così via. Questo però non è ancora il risultato della ricerca, ma solo una introduzione; i risultati cominciano subito dopo. E qui c’è la prima differenza evidente con Google.
Il riquadro iniziale, infatti, è costruito utilizzando le informazioni raccolte da siti come Wikipedia e affini, e serve a darci un primo sguardo su ciò che stiamo cercando, una piccola spiegazione di cosa sia e alcuni link ad argomenti correlati. I risultati veri e propri vengono soltanto dopo e sono raccolti da varie fonti, tra cui gli spider di DDG (che sono differenti da quelli usati da Google, per cui anche i risultati delle ricerche e il modo di indicizzare i siti sarà diverso). Inoltre, sulla destra della pagina troviamo anche una lista di approfondimenti sull’argomento che ci interessa e su argomenti correlati, ma questo sarà più chiaro col secondo esempio di ricerca.
In questo secondo esempio, come oggetto di ricerca ho utilizzato “Venezia”. Se adesso guardiamo sul lato destro della pagina, troveremo in alto una piccola mappa (sbagliata, perché si riferisce a una omonima città della Florida) e in basso una serie di approfondimenti relativi ad alcuni temi che potrebbero servire al cercatore, come “hotel”, “meteo”, “guide” e così via. Cliccando uno di questi, lanceremo una nuova ricerca sul tema “venezia hotel”, oppure “venezia meteo” e così via.
La maggiore differenza tra DDG e Google, però, non si trova in questi dettagli visibili, che possono essere più o meno utili e più o meno apprezzati: si trova nel modo in cui i risultati delle ricerche sono selezionati. Google raccoglie i dati sulle nostre ricerche, sia passate che presenti, e li utilizza per filtrare i risultati in base ai nostri interessi stimati e a ciò che potrebbe esserci di maggiore aiuto: in pratica, cerca di ritagliare i suoi risultati su misura per noi, o almeno su misura di ciò che ha potuto sapere sul nostro conto. Procedimento più o meno affine a quello di Amazon, che all’arrivo nel suo sito ci propone subito i prodotti più in linea con la nostra storia di acquisti. Il filtraggio dei risultati sulla base dei nostri interessi è stato definito “filter bubble”, perché serve a costruire attorno a noi una bolla: all’interno le cose che ci piacciono e ci interessano, all’esterno tutto il resto. O almeno, così è stato presentato da diversi attivisti, a cominciare da Eli Pariser, anche se siamo lontani da un accordo sugli effettivi risultati di questa bolla: per alcuni le differenze nei risultati delle ricerche sono grandi, per altri sono modesti e si compensano tra loro. la discussione è aperta ed è meglio che vi formiate la vostra opinione, leggendo entrambe le parti.
Tornando dal teoretico al pratico, DDG vuole eliminare questa bolla, evitando l’operazione che ne sarebbe all'origine: la raccolta delle nostre informazioni e il loro utilizzo per filtrare i risultati. A differenza di Google, infatti, DDG dichiara di non raccogliere nessuna informazione sugli utenti che lo utilizzano: non raccoglie gli indirizzi IP, non archivia informazioni sulle ricerche e utilizza i cookies soltanto quando è inevitabile. Di conseguenza, non possedendo informazioni personali con cui tarare le ricerche, chiunque potrà ottenere gli stessi risultati, invece di ricevere una selezione di risultati adatti ai propri gusti. In breve, DDG è un motore di ricerca che pone la privacy e l’anonimato dei utenti al centro del proprio funzionamento, cercando di rendersi il più possibile neutrale nei confronti dei risultati ottenuti dalle ricerche. O quasi, perché in realtà anche DDG utilizza alcuni filtri nelle sue ricerche, per penalizzare quei siti come eHow, che producono camionate di articoli di bassa qualità per scalare le classifiche di Google, o i siti che imbottiscono le proprie pagine con molta pubblicità e pochi contenuti. Infine, ne esiste anche una versione onion, accessibile dalla navigazione tramite Tor, oltre a una pagina criptata, simile a quella già esistente per Google.

giovedì 2 febbraio 2012

Come utilizzare un VPN

Dopo aver presentato in breve che cosa sia un VPN la volta scorsa, vediamo oggi di completare il discorso con una altrettanto breve spiegazione di come si possano utilizzare in concreto.
VPN è la sigla con cui si indica un particolare tipo di rete privata, che sfrutta la rete pubblica internet per collegare tra loro più computer: attraverso tunnel ricavati nei normali canali di comunicazione, i contatti tra i vari computer sono distinti dal normale flusso di dati e quasi sempre crittografati, per incrementarne la sicurezza. A fare normalmente uso del VPN sono ad esempio le aziende che hanno la necessità di collegare tra loro i computer di più sedi, posizionate in città o stati differenti: possono così realizzare una rete interna a bassi costi e buona efficienza.
Un altro possibile uso di un VPN, su scala privata, è per aumentare la sicurezza delle proprie comunicazioni e, in certi casi, anche per aggirare blocchi imposti alla Rete da un particolare stato. Se infatti il punto di uscita del “tunnel” si trova al di fuori dell’area bloccata, allora una persona interna al blocco può utilizzarlo per aggirare il blocco stesso.

Qualcosa del genere lo abbiamo già visto sia parlando dei proxy, sia parlando di Tor, ed è in effetti un principio molto comune, utilizzato da svariate applicazioni: se mi bloccano la via diretta, prendo una tangenziale e aggiro il blocco. Il VPN è anche un altro modo per attuarlo, tra le altre cose.
Per utilizzare un VPN, abbiamo due possibilità: la prima è appoggiarci a una rete già esistente, la seconda è realizzare una rete nostra. Qualche parola su questi due approcci.

Utilizzare reti già esistenti. Oltre alle reti realizzate e gestite dalle varie aziende che utilizzano questo sistema di comunicazione, esistono anche diversi servizi che offrono la possibilità di connettersi a un VPN, sia gratuitamente sia pagando un canone mensile. A volte richiedono anche l’installazione di un piccolo programma client, per permettere il collegamento al VPN, altre volte invece utilizzano i supporti già esistenti nel vostro sistema operativo. Dipende.
Il servizio VPN gratuito più famoso è senza dubbio Hotspot Shield (almeno al momento), disponibile sia per sistemi operativi Windows, sia per Macintosh. Richiede lo scaricamento di un piccolo programma (circa 6 MB), ma l’installazione è piuttosto semplice e non si differenzia molto dal normale processi di installazione di qualsiasi altro programma. Proprio come qualsiasi altro programma, vi proporrà anche di installare svariati componenti opzionali, come toolbar e affini, che potete tranquillamente ignorare.
Una volta installato, la navigazione con Hotspot Shield funzionerà come la normale navigazione, con la differenza che vi starete muovendo lungo un VPN. Lo avviate con un doppio click sull’icona (se avete installato l’icona sul desktop, altrimenti lo ripescherete dal menu di avvio), dopodiché nella finestra del browser potrete seguire i vari stadi della vostra connessione al servizio; alla fine, vi reindirizzerà a una pagina di benvenuto, con un grosso pulsante “Start” al centro. Come forse avrete capito, basterà cliccare “Start” per cominciare la normale navigazione su VPN.
Altri servizi di questo tipo sono AirVPN (che richiede una registrazione), ItsHidden, Loki Network Project, eccetera. Potete trovare una lista completa alla pagina http://en.cship.org/wiki/VPN.

Realizzare una rete VPN. Se non volete utilizzare una rete già esistente, potete creare la vostra rete personale, da utilizzare con amici e contatti vari (sì, per avere una rete bisogna essere almeno in due, altrimenti avrebbe poco senso). Gli svantaggi di doversi costruire un proprio VPN sono che vi sarà richiesta una maggiore competenza, rispetto a chi invece si collega a una rete già esistente, ma il vantaggio è una maggiore libertà di utilizzo e la certezza che la vostra rete fa e sa proprio quello che volete voi. Utilizzando reti già esistenti, infatti, dovrete giocoforza fidarvi del gestore della rete, un problema che non si applica se la rete è vostra. Però avrete parecchio da sudare, per installarla.
Il servizio più usato per realizzare una propria rete VPN è senza dubbio OpenVPN, programma gratuito, open source e disponibile per tutti i principali sistemi operativi. OpenVPN richiede la presenza di un server e di uno o più client: il server è il computer a cui conducono i vari tunnel creati dal VPN, mentre i client sono i singoli computer che compongono il VPN. Di conseguenza, è il computer server a dover svolgere il lavoro di tramite tra il web fuori dal VPN e la rete di client che formano il VPN ed è necessario che sia un computer fidato (come è facile intuire). Maggiori dettagli sull'installazione e la messa a punto di OpenVPN andrebbero ben al di là dei limiti del presente articolo: potete comunque farvi una prima idea leggendo la descrizione sul sito ufficiale del programma.

Bisogna infine ricordare che, proprio come avevamo già detto per Tor, il traffico che corre lungo un VPN è sì criptato e protetto, ma solo finché si trova al suo interno. Nello specifico, il traffico è protetto finché si muove lungo il tunnel, da una estremità all’altra: una volta uscito dal tunnel, l’ultimo tratto di strada lo percorrerà allo scoperto, proprio come qualsiasi altra comunicazione via internet.

mercoledì 6 aprile 2011

Creare indirizzi e-mail temporanei

Sempre più spesso, per accedere ai servizi di un sito, ci viene richiesto di registrarci. Registrarsi, di solito, è un’azione gratuita e consiste nello scegliere un nome utente, una password e nell’inserire un indirizzo e-mail, a cui ci sarà spedito un link per la convalida della registrazione. Tutto molto semplice, direi.
C’è però un problema: in questo modo, i gestori del sito verranno a conoscenza del nostro indirizzo e-mail. Se si tratta di un sito fidato, che intendiamo poi visitare regolarmente, allora non dovremmo correre rischi: si spera che non ci ritroveremo la casella di posta inondata da spam, altrimenti significa che quel sito nono è fidato. Se invece dobbiamo registrarci solo per leggere un articolo, votare per on concorso, firmare una petizione o altro, allora forse è più prudente non usare il nostro vero indirizzo e-mail, giusto per non rischiare di essere poi bersagliati dallo spam.
Come fare?
Una soluzione è quella di avere più indirizzi e-mail. Un indirizzo per uso personale, per comunicare con amici e familiari, e un altro indirizzo da usare come “vittima sacrificale” e dare in pasto ai siti a cui dobbiamo registrarsi. Il nostro indirizzo personale rimarrà protetto e dovremo solo ripulire periodicamente l’indirizzo secondario, per evitare che sia intasato dalle e-mail pubblicitarie.
On alternativa, possiamo usare un servizio di e-mail “usa e getta”.
Alcuni siti, infatti, ci permettono di creare indirizzi e-mail temporanei, che possono durare un quarto d’ora, oppure fino a una settimana, a seconda del servizio. Se ciò che ci serve è un indirizzo che useremo una volta sola, magari per una registrazione, e poi non ci interesserà più, allora un indirizzo temporaneo è la soluzione migliore, più semplice ed efficace.
Vediamo alcuni siti che ci offrono questo servizio.

10 minute mail
Non appena entriamo in questo sito, riceviamo un indirizzo e-mail temporaneo, della durata di 10 minuti. Molto utile per ricevere un e-mail di attivazione da un sito a cui ci siamo registrati e che non abbiamo in programma di usare in futuro. Se i 10 minuti non ci bastano, possiamo cliccare sulla scritta “Dammi altri 10 minuti”, per prolungare il tempo. Allo scadere, l’indirizzo e-mail non sarà più attivo. Naturalmente, è cosa buona e giusta tenere aperta la pagina del sito, mentre usiamo l’e-mail temporanea, per poter così leggere i messaggi che riceviamo.

20 minute mail
Come potete immaginare, il concetto è quasi uguale al precedente sito, ma è un po’ più complicato da utilizzare. La durata dell’indirizzo e-mail temporaneo è di 20 minuti, come base, e può essere prolungata di altri 20 minuti, all’occorrenza. Dopo aver cliccato su “Temporary Email”, nel menu in alto, sci sarà assegnato un indirizzo temporaneo, che potremo usare per qualunque cosa ci serva. Inoltre, possiamo registrarci gratuitamente al sito, per utilizzare altre funzioni, come l’inoltro automatico delle e-mail al nostro vero indirizzo.
Nel caso ve lo stiate chiedendo, esiste anche il sito "30 minute mail", ma mi pare superfluo parlarne...

Dispose
Sito in italiano, che offre servizi di e-mail temporanee. Non appena entrati, abbiamo già a disposizione un indirizzo, che possiamo leggere in alto a destra nella pagina e che possiamo personalizzare a nostro piacimento. Altre istruzioni sul funzionamento del servizio le potrete ottenere direttamente dalla pagina di ingresso, che è appunto in italiano e non dovrebbe darvi problemi di comprensione.

E-mail temporanea
Su questo sito, in italiano, potrete creare un indirizzo e-mail casuale, oppure un indirizzo e-mail personalizzato, che resterà attivo per 15 minuti. Anche in questo caso, per poter visualizzare le e-mail ricevute, bisogna lasciare aperta la pagina del sito; potete aggiornarla voi stessi, cliccando sull’apposito link.

venerdì 25 febbraio 2011

Come installare e usare Osiris

Nell'articolo precedente, abbiamo presentato Osiris, il programma gratuito per creare e condividere siti internet in forma anonima, libera e attraverso la rete peer-to-peer, invece che attraverso un server fisso; ne abbiamo anche descritto le principali caratteristiche. Oggi, per completare il discorso, vedremo come installare e usare Osiris in concreto.
Il primo passaggio è il più semplice: scaricarlo. Dal sito ufficiale, potete scaricarlo al momento in una versione per Windows e una per Linux; o meglio, in tre versioni per Windows e due per Linux. Osiris esiste infatti sia in versione installabile sul computer, sia in versione "portatile"; in più, c'è anche una estensione per Firefox. Noi ci concentreremo sulla versione da installare.
Scarichiamo dunque Osiris, installiamo il programma (e fin qui basta seguire le indicazioni, non c'è nulla di particolare da dire: normale processo di installazione di un programma) e avviamolo per la prima volta. Ci comparirà adesso una finestra con il wizard per configurarlo.
Osiris wizard
Cliccando su "Avanti", la finestra successiva ci chiederà di scegliere quale lingua usare per Osiris: suppongo che sceglierete l'italiano, visto che è presente tra le possibilità... ed è ovvio, essendo un programma sviluppato da italiani. Possiamo anche scegliere se eseguirlo in automatico all'avvio del computer. Per non rallentare l'avvio del computer, suggerisco di non eseguirlo in automatico: basterà cliccare poi sull'icona del programma per caricarlo.
Arriviamo così a un'altra finestra che potrebbe spaventare qualcuno:
Osiris wizard
In questa finestra, possiamo scegliere le porte da abbinare a Osiris ed eventualmente l'attivazione del servizio di UPnP (Universal Plug and Play). Se siamo in difficoltà, lasciamo le impostazioni così come sono e limitiamoci a testare le porte, per verificare che funzionino, cliccando sul tasto che troviamo accanto alle voci corrispondenti. Con lo UPnP attivato, dovrebbero funzionare.
Ultimo passaggio, la configurazione di un eventuale proxy, se lo usiamo:
Osiris wizard
Se non usiamo un proxy, e se non intendiamo usare un proxy per connetterci con Osiris, allora lasciamo tutto così com'è e passiamo oltre. Se invece usiamo un proxy, dovremo selezionare prima di tutto il tipo di proxy, cliccando sulla freccia in basso nella zona dove, in questa immagine, compare la parola "Nessuno". Poi, dovremo inserire l'indirizzo IP del proxy alla voce "Indirizzo", la porta a cui si connette alla voce "Porta", più l'eventuale nome utente e password, se si tratta di un proxy protetto da password. Tutte informazioni che dovrebbero essere in vostro possesso, se usate quel proxy.
Con questo, abbiamo concluso l'installazione e la configurazione di Osiris.

Come usarlo

Dopo averlo configurato a dovere, si aprirà la finestra principale del programma:
Osiris interfaccia
In alto a destra, troviamo alcuni pulsanti. Quello più grande, con la freccia che punta verso il logo di Osiris, serve ad aprire l'interfaccia web del programma. Dei tre pulsanti sotto, i primi due servono ad attivare o disattivare lo scambio di informazioni attraverso Osiris, mentre il terzo (quello con la chiave inglese) serve a modificare le impostazioni di Osiris e ci riporta alle finestre che abbiamo visto in precedenza.
Cliccando sul pulsante in alto a destra, con la freccia che punta verso il logo di Osiris, apriremo l'interfaccia web di Osiris.
Osiris interfaccia
Cliccando su "Crea un portale", possiamo creare un sito internet privo di server.
Cliccando su "Iscriviti a un portale", possiamo entrare a far parte di un sito già esistente e condividerlo, oltre a contribuire ai contenuti del sito. Per farlo, però, abbiamo bisogno di un link di invito : se siamo iscritti a qualche portale, ci apparirà nella pagina di ingresso e basterà cliccare il link corrispondente per entrare. Per cercare link di invito, potete controllare il forum di Osiris, sul sito ufficiale.
Osiris è un sistema che funziona attraverso al condivisione di contenuti: più utenti condividono un sito (o portale, come sono chiamati qui), più il sito sarà stabile e attivo. Se volete quindi aprire un sito con Osiris, vi consiglio prima di tutto di trovare altri utenti che vi supporteranno: creare un sito per se stessi, sconosciuto a tutti, non è proprio in linea con la filosofia di base di Osiris.
Se deciderete di aprire un nuovo portale, ecco la pagina che vi troverete davanti:
Osiris portale
Vi spaventa? Nessun problema! Osiris vi mette a disposizione un video tutorial, ossia una guida che vi spiegherà come fare per creare un portale. La trovate qui: Video Tutorial.

mercoledì 23 febbraio 2011

Osiris, per creare siti peer-to-peer

I normali siti internet, così come i forum, i blog e quant'altro, si basano su un sistema centralizzato: quando si vuole aprire uno spazio internet, bisogna appoggiarsi a un gestore, che ci metta a disposizione il luogo in cui collocare il nostro sito, spesso a pagamento. Dovremo registrarlo e il sito sarà intestato a noi: chiunque potrà così sapere chi abbia aperto un sito e chi lo stia gestendo. Il sito, inoltre, sarà ospitato su un server centrale (o più di uno, a seconda delle dimensioni del sito), che funzionerà da "motore" e si occuperà di gestire il traffico degli utenti sul sito.
Osiris nasce per rivoluzionare questa concezione. Seguendo la filosofia del P2P (il peer-to-peer, ossia la condivisione libera di contenuti - la stessa che ha dato origine a eMule, per intenderci), Osiris è un programma gratuito, e prossimamente anche open source e multipiattaforma, il cui obbiettivo è di permettere a chiunque di creare e mantenere un sito internet "peer-to-peer", ossia senza ricorrere a un server centrale, senza pagare l'affitto a un gestore, senza bisogno di registrarsi ed essere schedati come proprietari del sito.
Osiris logo
Sito ufficiale (in italiano e in inglese):

Come funziona?

Per i dettagli tecnici e per tutte le caratteristiche, vi rimando al sito ufficiale, che potete consultare in italiano e che vi spiegherà, in modo abbastanza chiaro, cosa sia possibile ottenere con Osiris e come funzionino i siti creati con Osiris.
La differenza principale, rispetto a un sito internet normale, è che un sito creato con Osiris si trova fisicamente nel computer di chi lo visita e lo utilizza: non è da qualche parte nella Rete, mail suo contenuto è ospitato per intero nel computer dei suoi utenti. Proprio come succede coi files scambiati attraverso eMule, il sito viene condiviso tra gli utenti che sono connessi e registrati al sito. Ognuno ha la sua copia e ognuno può modificarla, liberamente, per poi condividerla con gli altri.
Non esiste infatti un amministratore centrale, per i siti creati con Osiris. O meglio, è possibile anche creare siti normali, con un'amministrazione centrale, ma la filosofia di Osiris è orientata verso l'anarchia: gli utenti di un sito si autoregolano a propria scelta e il sito stesso è, a tutti gli effetti, un sito autogestito dalla collettività che ne fa parte. Non c'è censura dei contenuti, è la comunità nel suo insieme che decide cosa inserire e cosa non inserire.
Oltre che anarchico, Osiris è anche anonimo. Non è infatti possibile risalire all'identità di chi ha aperto il sito e di chi compone la sua comunità, grazie al sistema in cui il sito stesso è progettato. In questo, non è molto diverso dalla rete Tor: ogni utente di Osiris costituisce un nodo, o anche più nodi, e l'uso di chiavi digitali di crittografia, assieme all'impossibilità di associare un nodo al suo indirizzo IP, rendono inattuabile l'identificazione degli utenti.
Come è ovvio, Osiris funziona meglio quando è distribuito tra molti utenti: più i nodi sono numerosi, più i contenuti sono distribuiti e minore è il traffico per ogni nodo. Lo abbiamo già visto anche parlando di Tor ed è ancora più vero nel caso di Osiris, in quanto si tratta di condividere interi siti. Allo stesso modo, un alto numero di partecipanti contribuisce a migliorarne la sicurezza, sempre per il principio della distribuzione dei contenuti.

A cosa serve?

Come per Tor, un uso tipico di Osiris è per sfuggire alla censura. Non esistendo un server centrale su cui si trova il sito, non è possibile chiudere o bloccare l'accesso a un sito basato su Osiris, proprio perché si trova su tutti i computer degli utenti che lo condividono. L'unico sistema sarebbe quello di rintracciare ogni utente e sequestrare il suo stesso computer, ma di nuovo questo è ostacolato dalla struttura di Osiris, che impedisce di collegare un utente (ossia un nodo) al suo indirizzo IP. Se gli utenti di un sito sono 100, allora esisteranno 100 copie di quel sito su altrettanti computer, da cercare e distruggere a uno a uno; se gli utenti sono 1000, le copie saranno altrettante. più la comunità di Osiris è grande, più diventa inarrestabile. Lo stesso principio su cui si basa il P2P di eMule, insomma: più copie esistono di uno stesso file e più sarà folle un tentativo di farle sparire tutte.
Con Osiris è possibile creare qualsiasi tipo di sito internet, forum, galleria di immagini e quant'altro. E ogni cosa sarà condivisa liberamente tra tutti gli utenti che ne fanno parte, tutti potranno contribuire allo stesso modo. Per ogni altro dettaglio, poi, vi rimando al sito ufficiale, nonché alla pagina di Wikipedia, dove potrete leggere a una a una le caratteristiche di Osiris.