lunedì 31 ottobre 2011

Realizzare copertine per ebook

Realizzare la copertina di un ebook può essere un piacere, oppure un tormento, a seconda dei punti di vista. Per quanto mi riguarda, è un supplizio che rinvio il più possibile, data la mia totale incapacità in campo grafico, e di solito finisco per produrre schifezze. Al di là di questo, la copertina ha una sua importanza, perché è la prima cosa che i potenziali lettori vedranno del nostro ebook: se lasciamo una buona impressione, sarà più probabile che decideranno di leggerlo, soprattutto se non siamo famosi e nessuno ci conosce. Se invece siamo famosi, possiamo anche mettere una copertina bianca, perché tanto basterà il nostro nome... Ma passiamo ad altro.

Per realizzare in concreto una copertina, avremo bisogno prima di tutto di un programma per elaborare immagini: un programma come Photoshop, se ci sentiamo in vena di spese folli o di procurarcelo in altri modi, oppure un programma libero come GIMP, a disposizione di tutti. Sarà poi utile imparare a usarli, almeno per quanto riguarda i comandi principali.
Il primo problema che si pone è quello delle dimensioni. Quanto deve essere grande l’immagine della copertina? Dipende dal formato del nostro ebook. Se vogliamo produrlo in formato PDF, la copertina dovrà avere le stesse dimensioni delle pagine interne. Se vogliamo produrre un EPUB, invece, potremmo avere qualche problema extra, per decidere la dimensione della copertina.
Personalmente, ho sperimentato vari formati e alla fine mi sono assestato sul 612 x 792 pixel, come dimensione per la copertina di un EPUB. Forse non sarà la dimensione ottimale, forse su alcuni lettori renderanno meglio copertine più alte, o più larghe, o con una base maggiore dell’altezza: lo scoprirete voi, a seconda del lettore che usate per gli EPUB. Ho visto però che questo formato si comporta bene in molti casi, non lascia fastidiosi spazi bianchi ai margini e occupa a dovere lo schermo. Per adesso me lo tengo buono. Come dpi, preferisco stare sui 300.
Un esempio di copertina per EPUB realizzata da me (e quindi dalla grafica orrenda) è la seguente:

Il contenuto della copertina, poi, dipende dalle vostre preferenze. C’è chi utilizza una sola immagine, che riempie tutto lo spazio, e su quella immagine scrive il nome dell’autore, il titolo ed eventuali altre informazioni (editore, collana, eccetera); altri preferiscono racchiudere l’immagine principale in una cornice, all’esterno della quale si troveranno nome dell’autore, titolo, eccetera. La scelta è vostra e potete anche affidarvi a un grafico, se preferite. L'importante è che, alla fine, sia salvata in un formato adatto al vostro scopo: un semplice .JPG va benissimo.
Il punto che interessa a noi, invece, è il successivo: aggiungere la copertina al nostro ebook.
In un PDF basta inserirla come prima pagina del file, operazione che richiede forse 5 secondi con un programma come Adobe Acrobat, o con analoghi programmi per la modifica di PDF. Se invece vogliamo realizzare un EPUB, tutto dipende dal programma che stiamo usando.
Con Calibre, il procedimento è molto semplice. Carichiamo il file che vogliamo convertire in EPUB (cliccando su “Aggiungi libri”), selezioniamolo nella finestra centrale del programma e poi clicchiamo su “Modifica i metadati”: ci troveremo di fronte a una finestra di questo tipo.
Ciò che ci interessa è, ovviamente, il riquadro centrale, sotto la scritta “Cambia la copertina”. Per inserire l’immagine che abbiamo preparato, basta cliccare “Sfoglia” e selezionare l’immagine: sarà aggiunta al nostro ebook, col risultato che possiamo vedere sopra. “Rimuovi” serve a togliere la copertina che abbiamo inserito, se cambiamo idea o se la vogliamo modificare., mentre “Genera copertina” serve a creare una copertina automatica, se non ne abbiamo una. Il risultato sarà questo e, immagino, a pochi di voi piacerà:

Una cosa da tenere presente, quando avvieremo la conversione in EPUB, è la voce “Output EPUB”, nella finestra che useremo per impostare i dati di conversione. Si riferisce infatti alla copertina e contiene alcune opzioni che sarà utile modificare, se è il caso. Basta spostare la freccia del mouse sopra ogni voce, per avere un breve menu in italiano, che ci spiegherà a cosa serva quella voce. le impostazioni che io uso di solito sono le stesse che potete vedere in questa immagine.

Se preferiamo invece ricorrere a Sigil, per inserire una copertina al nostro EPUB, allora il processo è persino più semplice: basterà infatti inserire una normale immagine prima di tutto il resto. Al momento del salvataggio, Sigil la riconoscerà come copertina e la tratterà di conseguenza. Per inserire una immagine in Sigil, basta spostare il cursore nel punto in cui vogliamo inserire l’immagine e poi cliccare su “Insert Image” e scegliere l’immagine. L’immagine di copertina sarà così salvata su una pagina separata dalle altre, solitamente col nome “titlepage.xhtml”.

giovedì 27 ottobre 2011

Il riquadro degli aggiornamenti in Facebook

Visto che ormai si sta diffondendo anche sui profili in lingua italiana, mentre su quelli in lingua inglese è disponibile già da un mese circa, è forse il caso di spendere qualche parola anche sul riquadro degli aggiornamenti di Facebook.
Avevo già descritto il Ticker (nome inglese del riquadro) in forma teorica, quando era stato presentato assieme ad altre novità come la Timeline, ma adesso sarà utile riprendere l’argomento, anche per chiarire alcuni dei vari dubbi che stanno emergendo sul suo funzionamento: quali notizie appaiono, come controllarle e così via. Magari mi riuscirà anche di rispondere in anticipo a un po’ di domande future.

Il riquadro degli aggiornamenti, o Ticker, è quella finestra che vediamo (o vedremo, se ancora non ci è apparsa) in alto a destra nella nostra Home e serve a presentarci in anteprima, e in ordine cronologico, le attività dei nostri amici. Si aggiorna da solo a ogni nuova notizia in arrivo e funziona più o meno come la colonna che già da tempo compare sulla parte destra dello schermo, in molti dei giochi di Facebook. Fornisce solo un’anteprima della notizia e possiamo immaginarlo un po’ come una specie di ANSA di Facebook: ci elenca le ultime notizie una dopo l’altra, in breve, e possiamo espandere ogni notizia passandoci sopra la freccia del mouse.
Le notizie che compaiono nel riquadro sono le stesse che possiamo vedere anche nella nostra Home o nella bacheca dei nostri amici: aggiornamenti di stato, nuove foto, link pubblicati, X è diventato amico di Y, eccetera eccetera. Naturalmente, le notizie del riquadro dipendono dagli aggiornamenti che abbiamo scelto di ricevere da ogni amico. Se abbiamo scelto “Tutti gli aggiornamenti”, allora ci apparirà qualsiasi cosa faccia un determinato amico; se invece abbiamo scelto “Solo aggiornamenti importanti”, allora le notizie per quell’amico saranno molto più rarefatte. Se una notizia non ci interessa, la possiamo nascondere anche in questo caso, cliccando prima sulla notizia nel riquadro, poi sul simbolo in alto a destra, per far apparire il menu, e infine scegliendo “Nascondi”.

Per quanto riguarda la privacy, nel riquadro degli aggiornamenti sono in vigore le stesse regole di ogni alta zona di Facebook: ci appaiono solo quelle notizie che siamo autorizzati a vedere e che possiamo trovare sia sulla nostra Home, sia sulla Bacheca di un amico. Niente di più.
Una breve nota sui “Mi piace” e sui commenti. Quando clicchiamo “Mi piace” sul post di un amico, o quando lo commentiamo, il nostro commento assumerà lo stesso livello di privacy della notizia che abbiamo commentato. Se il nostro amico X non può vedere la notizia, non potrà vedere neppure il commento che noi abbiamo fatto su quella notizia, né gli apparirà l’aggiornamento relativo al nostro commento. Se invece il nostro amico X può vedere la notizia, allora potrà anche ricevere un aggiornamento relativo al nostro commento sulla notizia, oppure lo potrà vedere nella nostra Bacheca (se non lo abbiamo nascosto).
Il riquadro degli aggiornamenti, in pratica, è un riassunto compatto di tutto ciò che possiamo trovare sulla nostra Home e sulla Bacheca degli amici: non ci darà informazioni in più, rispetto a quelle che possiamo ottenere normalmente, ma le raggruppa in un posto solo, per risparmiare la fatica di andarle a cercare da una bacheca all’altra. La sua funzione è soltanto questa: raccogliere e riordinare.
Il riquadro degli aggiornamenti non si può chiudere o eliminare. In alcuni casi, però, si può rimpicciolire e in parte nascondere, se proprio non lo vogliamo vedere: se la chat e il riquadro compaiono assieme nella stessa colonna verticale, allora è possibile alzare o abbassare la barra di separazione orizzontale tra i due elementi, per ingrandire la chat e rimpicciolire il riquadro degli aggiornamenti (o viceversa). Se chat e riquadro non compaiono assieme nella stessa colonna, allora non si può fare nulla per nasconderlo.

Un tipo di riquadro degli aggiornamenti particolare è quello che ci appare durante i giochi di Facebook, sulla parte destra dello schermo. In quel riquadro, infatti, appaiono soltanto le notizie relative agli altri giochi: ci dirà quale amico stia giocando a cosa, insomma.
Anche in questo caso, appaiono solo le notizie che sono autorizzate dalle impostazioni sulla privacy. Noi vediamo solo le notizie sui giochi che i nostri amici ci hanno autorizzato a vedere e i nostri amici vedranno solo le notizie sui giochi che noi abbiamo autorizzato. La domanda, dune, è la seguente: come autorizzare un gioco?
Risposta semplice: usando le “Impostazioni delle applicazioni”, nella pagina delle “Impostazioni sulla privacy”. Se accediamo a quella pagina, infatti, vedremo che per ogni applicazione da noi autorizzata compare anche l’icona per selezionare il livello di privacy di quell’applicazione: dovremo cliccare su "modifica", prima, ma poi la vedremo verso la fine dell'elenco di autorizzazioni. A seconda del tipo di condivisione che scegliamo, cambierà anche il pubblico che potrà vedere i nostri aggiornamenti, quando usiamo quell’applicazione. In alternativa, possiamo eliminare una notizia dal riquadro degli aggiornamenti, dopo che è apparsa: clicchiamo sulla X in alto a sinistra e la notizia sparirà (questo funziona col riquadro in versione-giochi).

Eventuali problemi o bug del riquadro possono essere segnalati usando il link seguente:
https://www.facebook.com/help/contact_us.php?id=245069195532125

Aggiornamento del 1 febbraio - Forse in seguito alle lamentele di molti utenti, è stato aggiunto in alto a destra del Riquadro una nuova icona, a forma di freccia verso l'alto: cliccandola, è possibile nascondere il Riquadro degli Aggiornamenti,

mercoledì 26 ottobre 2011

L’account commemorativo su Facebook

Un tema che è più che altro una curiosità, oggi, ma che può comunque fare riflettere sul livello di digitalizzazione che la nostra vita ha ormai raggiunto, sia che ne siamo consapevoli sia che non lo siamo. Parliamo infatti di una particolare funzione di Facebook, cioè la possibilità di realizzare un account commemorativo.
Che cos’è un account commemorativo? Detto in parole molto semplici, è il profilo di un morto. Per essere più precisi, è il profilo di un utente che era iscritto a Facebook, ma che adesso non potrà più accedere a Facebook, causa cessazione delle proprie funzioni vitali.
Personalmente lo trovo alquanto inquietante, ma Facebook ha preso in considerazione anche questa possibilità e ha preparato un apposito stato del profilo, attivabile alla morte di un utente. Un account commemorativo serve appunto a ricordare un utente morto, se i suoi amici e parenti decideranno di servirsi di questa possibilità. Mi aspetto in futuro anche una sezione apposita, col cimitero di Facebook, ma lasciamo perdere. A ogni modo, se alcuni di voi si sono chiesti cosa potrebbe accadere al proprio account su Facebook in caso di morte, la risposta è questa.

Come funziona un account commemorativo?
Sotto certi aspetti, funziona come un account normale, ma con alcune differenze. Innanzitutto, non vi può accedere nessuno, essendo morto il suo legittimo titolare: non è possibile effettuare il login in un account commemorativo, né lo si può aggiornare, ma lo si può soltanto vedere da fuori e, se si vuole, lasciare un commento o qualche altra forma di ricordo.
In secondo luogo, la privacy del profilo è impostata su “Amici”, qualunque fosse il suo stato prima di diventare commemorativo: soltanto gli amici lo potranno visitare, oppure trovare nelle ricerche, e soltanto gli amici potranno eventualmente lasciare un post sulla Bacheca. Come è ovvio, questo account non comparirà neppure tra i “Suggerimenti”, nella Home degli altri utenti.
Siccome i gestori di Facebook non possono conoscere lo stato di salute di tutti gli utenti, tocca agli amici o ai parenti segnalare un eventuale account da rendere commemorativo, se così vogliono, e per segnalarlo esiste un apposito form da compilare (un modulo digitale, insomma):
Bisogna anche fornire una qualche prova dell’avvenuto decesso, ovviamente, per evitare che persone di dubbio gusto e dubbia intelligenza possano divertirsi a segnalare come morti utenti che, invece, sono vivi e vegeti. In caso si dovesse verificare, e l’account di un vivo dovesse essere trasformato in commemorativo in seguito a una falsa testimonianza, è presente anche un apposito form per segnalare il problema e chiedere la riattivazione del proprio account:

Tutto questo per dire che non vi libererete mai di Facebook, neppure da morti.
Scherzi a parte, se si preferisce è disponibile anche la possibilità di rimuovere l’account, invece di trasformarlo in commemorativo e questa possibilità è disponibile per tutti, inclusi i vivi: è possibile cancellarsi definitivamente da Facebook, facendone richiesta, ma è una operazione molto più complicata della semplice disattivazione del proprio account. La disattivazione dell’account è una operazione che può essere invertita in ogni momento, riattivandolo con facilità; la cancellazione del proprio account, invece, è una operazione a senso unico e non può essere annullata.
Per la rimozione di un defunto, il form è questo:
In caso di richieste speciali, però, è comunque necessario fornire anche una prova concreta e legale della propria parentela col defunto e del proprio diritto di eseguirne le volontà. Nello specifico, sono validi i seguenti tipi di documento:
Certificato di nascita della persona defunta.

Certificato di morte della persona defunta.
Documento legale che certifichi che sei il rappresentante legale della persona defunta o un suo erede.


Una domanda che resta, alla fine, è però la seguente: a cosa serve un account commemorativo?
Le risposte possono essere numerose e variegate, così mi limiterò alla mia. Dal punto di vista dell’utente morto, un account commemorativo non serve a nulla, proprio come non servono a nulla le varie cerimonie funebri: quando sei morto sei morto, possono farti qualsiasi cosa e a te non cambierà nulla. In un fosso o in un mausoleo di marmo, la tua condizione non cambierà.
Un account commemorativo, proprio come i vari riti funebri, serve semmai ai vivi: amici, parenti o conoscenti che siano. Beh, forse “serve” è un termine troppo forte; diciamo semmai che può essere utile, perché un profilo commemorativo su Facebook non rientra proprio tra le cose che ritengo necessarie, nel mondo. A ogni modo, può avere una sua utilità, per tutti quelli che hanno bisogno di un contatto tangibile e visibile con chi è morto. È l’equivalente digitale della foto da conservare sul mobile di casa, magari con una candela di fronte, o un vaso di fiori: un profilo da tornare a visitare ogni tanto, per ripercorrere scene, episodi e pensieri condivisi con quell’utente e, se si vuole, lasciare un messaggio o un commento sulla Bacheca. Come tutte le cerimonie funebri, anche la creazione di un account commemorativo può servire a consolare i vivi, cioè i veri destinatari di ogni rito funebre.
Un passo verso la creazione di cimiteri virtuali, insomma, e che fa davvero riflettere sullo spessore raggiunto dalle nostre vite digitali...

sabato 22 ottobre 2011

WikiTaxi: usare Wikipedia senza connessioni

Wikipedia è una risorsa online che ormai la maggior parte degli utenti della Rete “sfrutta” quotidianamente o quasi, sia per la scuola sia per interessi personali. Dopo il blocco di Wikipedia, alla presentazione della proposta di legge sulle intercettazioni (e annesso comma 29, il famigerato ammazzablog), in molti si saranno preoccupati all’idea di cosa potrebbe succedere, se davvero Wikipedia fosse costretta a chiudere, almeno nella versione italiana. Una soluzione sarebbe di certo quella di utilizzare le versioni in altre lingue, come l’inglese, ma parecchi potrebbero trovarlo complicato. In alternativa, o almeno per premunirsi, è possibile scaricare un dump di Wikipedia, per consultarlo poi sul nostro computer, senza bisogno di connessione.
È di questo che parlerò oggi.
Prima di tutto, spieghiamo cosa sia un dump (riferito a un sito internet). Se sapete cosa sia una copia di backup, allora sapete anche cosa sia grossomodo un dump. Molti siti, periodicamente, realizzano una copia di tutto il proprio contenuto: pagine, immagini, files, eccetera. Questa copia, poi, viene compressa con vari algoritmi che non staremo a esaminare, per ridurne le dimensioni e occupare meno spazio. Otteniamo così una versione compressa e inscatolata del sito originale, che è pronta per essere immagazzinata e conservata: questa copia è un dump.
A cosa serve? Beh, dipende. Se succede qualcosa al sito originale, è sempre utile possedere una copia da parte, anche se magari non è aggiornata fino all’ultimo momento, ma è vecchia di un paio di settimane: perderemo le ultime modifiche, ma tutto il resto ci sarà. Inoltre, può avere valore come testimonianza per l’archivio, in quanto ci fornisce una immagine di come fosse un sito in un determinato momento: abbiamo già parlato di archivi internet, in un altro articolo. Infine, è utile per chi vuole conservare un intero sito sul proprio computer e accedervi in qualsiasi circostanza, che sia connesso oppure no. A noi oggi interessa questo ultimo caso.
Wikipedia, infatti, realizza un dump completo per ogni versione della propria enciclopedia: un dump per quella italiana, uno per quella inglese, eccetera. La cadenza di questi dump è variabile ed è legata alla frequenza con cui una versione è aggiornata, oltre che alle dimensioni della stessa. Come minimo, una copia completa di ogni versione di Wikipedia è realizzata ogni mese, ma per molte versioni la frequenza è maggiore ed è ogni due settimane. Questa è la pagina dove sono immagazzinati i vari dump, liberamente accessibili al pubblico:

La voce che interessa a noi, in questo caso, è la prima, ossia “Database backup dumps”: qui troveremo le copie di tutte le versioni di Wikipedia, nelle varie lingue in cui esiste, e da qui le potremo scaricare liberamente. Ci sono alcune limitazioni al download, legate più che altro al consumo di banda, per evitare che pochi utenti possano intasare la rete e impedire agli altri di scaricare, ma è un problema per cui esistono alcune soluzioni, che vedremo magari la prossima volta. Per oggi, concentriamoci sui dumps e su come usarli.

WikiTaxi

WikiTaxi è un programmino gratuito, abbastanza semplice da usare, che ci permette di navigare sul nostro computer un dump di Wikipedia, proprio come se stessimo navigando il sito originale. È in versione multilingua, per adattarsi alle varie versioni di Wikipedia, ma purtroppo le istruzioni per utilizzarlo non sono multilingue, ma soltanto in inglese. Vedremo dunque in breve come funzioni.
Per utilizzare WikiTaxi, e consultare così Wikipedia senza bisogno di collegarci alla Rete, abbiamo bisogno di due elementi: WikiTaxi, ovviamente, e un dump di Wikipedia, che possiamo scaricare dal sito indicato in precedenza.
Prima di tutto, dovremo estrarre WikiTaxi dalla cartella compressa in cui ci arriverà, una volta scaricato. Non ha bisogno di installazione, per cui sarò sufficiente un doppio click sulla sua icona (WikiTaxi.exe) per avviarlo: possiamo dunque tenerlo sul nostro computer, oppure su un supporto esterno, come una chiavetta USB, e non ci darà problemi.
Quando lo avviamo per la prima volta, una serie di schermate ci spiegherà come fare per procurarci una copia di Wikipedia, e come fare per caricarla nel database di WikiTaxi. Non è un procedimento così complicato come potrebbe sembrare, ma richiederà un certo tempo, semplicemente perché una copia di Wikipedia è piuttosto grande e non la scaricherete in due minuti. La versione inglese è di circa 3,5 GB (per adesso, ma crescerà), mentre le versioni in altre lingue sono attorno al GB di dimensione, qualcosa più qualcosa meno: la versione italiana occuperebbe all’incirca un CD-ROM e mezzo (o forse anche due), per dare una idea più precisa.
Avviare lo scaricamento è semplice: entriamo nella pagina contenente la versione nella lingua che ci interessa (quella italiana è la itwiki), scegliamo la data più recente del backup e poi andiamo alla ricerca di un file dal nome pages-articles.xml.bz2. Scarichiamolo ed è fatta.
Per caricare il dump all’interno di WikiTaxi, dovremo poi avviare WikiTaxi_Importer.exe, che aprirà una finestra di questo tipo:

Nel riquadro superiore, clicchiamo su “Browse” per selezionare il dump di Wikipedia che vogliamo caricare su WikiTaxi (quello che abbiamo appena scaricato, insomma). Il secondo riquadro ci permette di sceglier eil database che vogliamo creare, ma soprattutto dove vogliamo crearlo: di solito, nella stessa cartella in cui si trova anche WikiTaxi. Clicchiamo “Import now” e aspettiamo.
Alla fine, per utilizzare la nostra copia di Wikipedia, basterà avviare WikiTaxi e scegliere il database che vogliamo usare (se ne abbiamo più di uno, ad esempio): si aprirà una pagina a caso e da lì potremo navigare come vorremo, proprio come se fossimo sul sito di Wikipedia.

martedì 18 ottobre 2011

Altre 53 cose da fare con VLC

Ok, non sono 53, ma mi piaceva il titolo con riferimento alla Guida galattica, che tanto nessuno avrà colto.
VLC è forse il più famoso programma per la riproduzione di file multimediali (ossia audio e video) in circolazione, almeno tra quelli gratuiti e open source. In altri termini, il più famoso tra quelli che potete scaricare e installare sul vostro computer senza problemi. I suoi punti di forza principali sono le dimensioni ragionevolmente compatte, la disponibilità per tutti i principali sistemi operativi (esiste sia per Windows, sia per Mac, sia per sistemi UNIX/Linux) e la capacità di riprodurre più o meno qualsiasi tipo di formato video, senza bisogno di installare codecs supplementari. In pratica, ci potete vedere qualsiasi cosa.
Lo potete scaricare dal sito ufficiale, nel formato adatto al vostro sistema operativo. Per gli utenti Windows, una breve nota su un problema che potrebbe verificarsi, in fase di installazione: se per qualche motivo VLC rifiuta di farsi installare, sostenendo che voi non avete i privilegi di amministratore sul computer, c’è una semplice soluzione per aggirare il blocco. Se siete davvero gli amministratori, cliccate col tasto destro del mouse sul file di installazione, scegliete “Proprietà”, poi “Compatibilità” e selezionate la voce “Esegui questo programma come amministratore”. Applicate e date l’Ok.

VLC è principalmente un programma per la riproduzione di files multimediali, ma non solo. Oltre a permetterci di aprire quasi tutti i formati video e audio, possiede anche altre caratteristiche, che lo differenziano da un comune lettore (come Windows Media Player, per esempio). Vediamone alcune.
Qui sopra vediamo ciò che ci appare all’apertura del programma, se nessun video è caricato. La maggior parte dei pulsanti dovrebbe essere chiara già a prima vista; in caso di dubbi, potete comunque spostare il puntatore del mouse sopra il pulsante che non conoscete e vi apparirà in sovraimpressione una breve descrizione di quello che fa.
Concentriamoci però sui tre pulsanti centrali, e in particolare sul pulsante destro di quel gruppo: lo ritroveremo spesso, perché ci permette di accedere alle impostazioni estese di VLC. Le impostazioni estese ci consentono di manipolare audio e immagini di un filmato in molti modi diversi, che vanno anche ben al di là delle normali competenze di un lettore. In alternativa, possiamo accedere alle impostazioni estese anche dal menu Strumenti -> Effetti e filtri, oppure premendo CTRL + E.

Altra cosa che tornerà utile, se vogliamo modificare un video, è attivare la barra dei controlli avanzati: per farlo, basta selezionare dal menu Visualizza la voce Controlli avanzati. Sopra la barra normale, appariranno altri tasti, in questo modo:

Ritagliare una porzione di video. È una delle cose più semplici che si possono fare con VLC, a parte guardare un video. Se vogliamo estrarre una sequenza da un video, cosa che capiterà spesso a chi si dedica ai video montaggi, dovremo tenere d’occhio la terza icona della barra in alto, ossia quella con A e B. Apriamo il video da cui vogliamo tagliare un pezzo, ma non avviamolo subito. Prima dobbiamo decidere la parte da tagliare. Per farlo, basta spostare il cursore fino al punto di inizio della parte da tagliare, poi clicchiamo sul pulsante che ho indicato sopra. La lettera A diventerà rossa. Scegliamo ora il punto finale (sempre spostando il cursore) e clicchiamo sul solito pulsante. Anche la lettera B diventerà rossa. Clicchiamo poi sul primo pulsante, quello col bollino rosso, che serve per registrare, e avviamo il video normalmente. Partirà così la riproduzione della parte di video che noi abbiamo selezionato, mentre VLC la registra. Conclusa la sequenza, clicchiamo di nuovo sul pulsante col bollino rosso e nella nostra cartella dei video sarà saltata la porzione di video che ci interessa.

Salvare una singola immagine. Funzione molto semplice, che permette di “fotografare” una scena di un video e salvarla come immagine: in altri termini, ciò che in inglese definiremmo uno screenshot. Per farlo, basta usare il secondo pulsante della barra superiore, quello che ha vagamente l’aspetto di una macchina fotografica: quando sullo schermo c’è l’immagine che vogliamo “fotografare”, noi clicchiamo quel pulsante e l’immagine sarà salvata nella nostra cartella. È utile però mettere in pausa il video, se vogliamo essere sicuri di centrare l’immagine giusta. Per scegliere la cartella in cui salvare le immagini, poi, basta cliccare su Strumenti -> Preferenze -> Video e poi scendere all’ultima voce, che è appunto “Schermate video”: lì possiamo impostare la cartella di salvataggio e il formato delle immagini (png, oppure jpg).

Fotogramma per fotogramma. Per concludere lo studio dei controlli avanzati, l’ultimo dei quattro pulsanti serve a far scorrere il video un fotogramma alla volta: a ogni click, il filmato avanzerà di un fotogramma. Può essere utile se volete analizzare nei dettagli una scena, per un qualunque motivo. È probabile, però, che questo pulsante non lo userete spesso, a parte forse per salvare l’immagine del momento esatto che vi interessa, in una sequenza video.

Videoritocco. Con le impostazioni estese, invece, sono possibili svariati interventi di videoritocco su ciò che stiamo guardando. Tra gli “Effetti video”, infatti, troviamo diverse schede, che permettono di modificare e migliorare la qualità di un video (nei limiti del possibile). Dalla scheda “Di base”, ad esempio, possiamo regolare la luminosità della scena: aumentare o diminuire luminosità, contrasto e altri elementi che possono tornare utili se abbiamo a che fare con un video troppo buio (perché magari è stato filmato in un ambiente buio o con una qualità approssimativa). La voce “Accentuazione”, sempre nella stessa scheda, permette invece di rendere più nitida l’immagine, ossia di aumentare (o ridurre) il suo rilievo rispetto allo sfondo, mentre la voce “Trasformazione” permette di ruotare il video, cosa molto utile se stiamo un video registrato “di fianco”, come succede spesso coi cellulari. Se invece andiamo alla scheda “Ripeti”, troveremo una opzione per aggiungere un logo al video (nel caso siamo interessati a marchiarlo). Esistono poi svariate altre opzioni e cose che si possono fare coi video, ma le lascerò scoprire a voi.

Registrare in streaming. Con VLC è anche possibile vedere e registrare video presenti sulla Rete, sia semplici filmati di YouTube, sia trasmissioni in streaming (non tutte, ma spesso sì).
Per vedere un filmato di YouTube con VLC, clicchiamo sul menu Media e scegliamo Apri flusso di rete: copiamo nello spazio l’indirizzo del video di YouTube e lo potremo riprodurre all’interno di VLC (se siamo connessi, ovviamente). Per registrarlo e salvare il video, basterà usare il pulsante di registrazione, che abbiamo già visto: quel pulsante col bollino rosso, che appare tra i controlli avanzati. Per registrare, premiamo il tasto di registrazione prima dell’inizio del video e lo premiamo di nuovo alla fine del vide.
Lo stesso procedimento che abbiamo visto per i filmati di YouTube può essere usato (o almeno tentato), anche per gli altri tipi di streaming che troviamo in Rete, come le trasmissioni in streaming di eventi sportivi, film, eccetera. Prima di tutto, si copia l’indirizzo dello streaming, poi si accede al menu Media -> Converti/Salva. Nella scheda “Rete” si incolla l’indirizzo dello streaming, per poi cliccare su “Converti/Salva” (in basso). Scegliamo adesso la cartella in cui salvarlo e il nome con cui salvarlo (inserendo anche l’estensione del video, ossia .mp4, .ogg, .avi o quello che è, a seconda dei casi). Dopodiché, naturalmente, avviamo.

venerdì 14 ottobre 2011

Freeware, shareware e altri –ware

Esistono diverse categorie per suddividere i programmi in distribuzione, in modo più o meno pertinente. Tra le più famose e usato, ci sono senza dubbio le categorie di freeware e shareware, con cui si indicano due modelli di distribuzione molto differenti tra loro, ma orientate a uno stesso scopo: far provare agli utenti un programma, per invogliarli poi ad acquistarne la versione completa.
In entrambi i casi, il termine si riferisce soltanto al modello di distribuzione scelto per un dato programma, ma non ha niente a che fare con la “natura” del programma stesso. Software gratuito non è sinonimo di software libero, come invece un uso sbarazzino del termine “free” potrebbe indurre a pensare. Ma vediamo nel dettaglioa  cosa corrispondano queste parole in –ware.

Freeware è un termine che, in origine, si utilizzava per indicare quei programmi distribuiti soltanto come eseguibili, ma non come codice sorgente. L’eseguibile di un programma è quel file che, nei sistemi Windows, ha estensione EXE e puoi avviare con un doppio click; il codice sorgente è invece il “progetto” utilizzato per costruire l’eseguibile.
Al giorno d’oggi, con la parola freeware si indicano in genere i programmi distribuiti gratuitamente e il “free” del nome si riferisce proprio a questo: sono programmi free of charge, ossia “privi di costi”. Le grandi case produttrici di software distribuiscono spesso copie gratuite dei loro prodotti, per poterne verificare il funzionamento, e di solito sono copie con funzionalità limitate rispetto alle versioni a pagamento, ma sufficienti per un comune uso domestico. I produttori di antivirus, firewall o altri programmi per la sicurezza fanno spesso così. MalwareBytes, per esempio, è disponibile in una versione gratuita (freeware) e in una a pagamento: quella gratuita serve a provare il programma, ma è sprovvista di alcune funzioni come il controllo in tempo reale del computer, che invece compare nella versione a pagamento.
A ogni modo, l’aspetto da sottolineare è che il termine freeware si riferisce solo all’aspetto commerciale del programma e non ha niente a che vedere col “software libero”. Un freeware è solo “libero” dal prezzo, cioè gratuito, ma non possiede tutte le caratteristiche di un programma “libero”, ossia rilasciato sotto licenza GNU GPL. Sono due ambiti del tutto diversi e non confondeteli, altrimenti Richard Stallman piange.

Shareware è il termine per indicare i programmi “in prova”. Un tipico shareware è un programma che funziona normalmente per un certo periodo di tempo (spesso 30 giorni), oppure per un certo numero di volte; scaduto questo periodo, per continuare a usare il programma ci sarà richiesto di inserire un qualche codice di attivazione, che dovremo comprare dalla casa produttrice. Altri tipi di shareware, invece, avranno funzionalità limitate, che potranno essere sbloccate soltanto con l’acquisto: per esempio, un programma di conversione che funziona solo con file al di sotto di una certa dimensione, o solo con alcuni formati. Altri ancora, e sono i più odiosi, ci mostrano solo quello che potremmo fare col programma a pagamento, ma in concreto non fanno nulla.
A cosa serve uno shareware? Beh, più o meno come il freeware, serve a farci provare un programma, prima dell’eventuale acquisto. Ci viene “prestato” il programma per fare qualche giro di prova e poi, se siamo soddisfatti, si aspettano che noi decideremo di comprarlo. Se decidiamo di non comprarlo, al termine del periodo di prova avremo un programma che non funzionerà più e lo potremo (anzi, lo dovremo) disinstallare dal computer. Sì, in teoria lo possiamo anche tenere sul computer, se proprio vogliamo, ma è inutile perché non lo potremo più utilizzare.

Adware è una categoria di cui abbiamo già parlato, riferendoci a virus e altro malware. Un programma adware è un programma che è distribuito gratuitamente, ma con la pubblicità inclusa. In pratica, da qualche parte nella finestra del programma ci sarà un riquadro con la pubblicità di qualche prodotto, oppure si aprirà una finestra pubblicitaria all’avvio del programma, o altro ancora: dipende da come è stato progettato, ma in ogni caso includerà sempre una qualche pubblicità.
Da un certo punto di vista, anche i video o le trasmissioni in streaming, che prevedono uno spazio pubblicitario prima del loro inizio, possono essere inseriti in questa categoria: noi le vediamo senza dover pagare, perché il “biglietto” lo paga per noi l’inserzionista pubblicitario. In cambio del video o del programma gratuito, ci dovremo sorbire un po’ di pubblicità. Può piacere oppure no, dipende dai gusti personali.
Il problema degli shareware, a ogni modo, è un altro. la pubblicità che troviamo all’interno di un programma, infatti, potrebbe essere stata progettata in base a una etica discutibile e presentare la “simpatica” caratteristica di connettersi continuamente al suo server di riferimento, per fornirgli informazioni sui nostri interessi, gusti e molto altro, così da ricevere e mostrare pubblicità su misura per noi. Invece di mostrarci pubblicità generica, ci mostrerà allora pubblicità relativa agli ultimi video che abbiamo visto, o alla musica che ascoltiamo, e così via. Dopotutto, è lo stesso principio su cui si basa gran parte della pubblicità online.
Di conseguenza, uno adware rischia spesso di sconfinare nel campo dello spyware, ossia un programma che spia le nostre attività e le invia al suo proprietario. Se possibile, per sicurezza è meglio evitare gli adware.

Sempre utilizzando la stessa formula, ossia attaccando il suffisso –ware a una parola inglese (nel caso non lo abbiate ancora capito, è una tipica mania degli informatici: portate pazienza...), sono state create molte altre categorie di programmi, più o meno fantasiose. Assai curiosa è, ad esempio, la categoria scherzosa del vaporware, ossia quei programmi che non esistono in concreto, ma sono soltanto dei bellissimi progetti nella mente di qualcuno. Se ogni tanto vi è capitato di fantasticare sul vostro programma ideale, su come lo costruireste e su tutte le funzioni di cui lo dotereste, allora anche voi avete “prodotto” un vaporware, soprattutto se poi ne avete annunciato agli amici l'intenzione di realizzarlo in concreto. Il videogioco “Duke Nukem Forever” è stato forse il più famoso vaporware dei giorni nostri, almeno tra gli appassionati di videogames, dal 1997 fino a quest'anno.

martedì 11 ottobre 2011

Internet Archive, viaggiare nel passato della Rete

Il mondo della Rete, come si è sentito dire fino alla nausea, è un mondo in continuo mutamento, fluido, dove nuovi contenuti sono prodotti senza sosta, a vagonate, e sostituiscono contenuti vecchi, per essere a propria volta sostituiti da contenuti nuovi, in un tempo brevissimo. Fin qui, niente di nuovo. Vediamo siti che cambiano spesso, modificando la propria grafica, introducendo nuove funzioni, eliminando funzioni vecchie; pagine appaiono e pagine scompaiono, alcune eliminate con la forza dalla censura di questo o quel paese.
Per tentare di mettere un ordine in tutto ciò, abbiamo naturalmente i motori di ricerca come Google, che di continuo percorrono coi propri bots la Rete, indicizzando le pagine, salvandone copie nella cache e costruendo archivi provvisori. Anche questo sistema, però, copre un arco temporale molto ristretto: troviamo soprattutto pagine di oggi, che sono sopravvissute o che sono attive adesso. Non troviamo, ad esempio, la versione di un sito così come si presentava cinque o sei anni fa, ma solo la sua faccia attuale. I motori di ricerca sono ottimi per fotografare la Rete di oggi, ma possono ben poco per la Rete di ieri o dell’altroieri. Il passato, anzi, tende a perdersi, sostituito da contenuti più nuovi. Come recuperarlo, dunque?
Internet Archive è una organizzazione che nasce proprio con questo scopo: realizzare una “Libreria di Alessandria” per il mondo digitale, raccogliendo e catalogando tutto (o quasi) il materiale prodotto in Rete. Dal 1996, anno della sua fondazione, Internet Archive si dedica a un compito solo, ma molto preciso: salvare e conservare una copia di tutto ciò che è stato prodotto in Rete, così come è stato prodotto in quel particolare momento. Un compito immane, come è facile da capire.
Al momento della sua nascita, cioè quindici anni fa, Internet Archive si occupava soltanto delle pagine web, anche perché costituivano la maggior parte del contenuto della Rete. Oggi, invece, il suo campo di azione si è allargato, fino a includere anche altri tipi di documenti digitali, come i file video, gli audio e gli ebooks, giusto perché non avevano già abbastanza lavoro a catalogare miliardi e miliardi di pagine (150 miliardi, al momento) e si annoiavano un poco...
Scherzi a parte, Internet Archive lavora in un modo simile a un motore di ricerca come Google, per raccogliere i propri documenti. Periodicamente, percorre la Rete coi suoi bots, che saltellano da un link all’altro e salvano una copia delle pagine che attraversano, esattamente come fanno gli spider di Google: la differenza è che, mentre la cache di Google cambia ogni volta che ne è prodotta una nuova copia (la nuova versione di una pagina della cache va a sostituire la versione precedente), per quanto riguarda Internet Archive le copie si accumulano. Di uno stesso sito, dunque, troveremo versioni diverse a seconda dell’anno, del mese e del giorno in cui ne è stata salvata una copia: come un album di famiglia, in cui le varie foto sono accostate le une alle altre, permettendoci di seguire la “crescita” del sito.
Ma tagliamo corto con le chiacchiere e vediamo in concreto come funziona. Per approfondimenti sul funzionamento di Internet Archive, la sua storia e quanto altro, vi rimando alla loro pagina ufficiale (in inglese).

Questo è ciò che ci appare, una volta entrati nel loro sito:
Non ci capite nulla? Nessun problema, elencherò adesso le funzioni principali e i posti dove trovarle.
La prima cosa che potete vedere, in alto e leggermente sulla sinistra, appena sotto il titolo, è il riquadro per la ricerca all’interno del sito. Si comporta come qualsiasi altra finestra di ricerca: scrivete ciò che vi interessa cercare e poi selezionate, dal menu a destra, il campo della ricerca.
C’è un po’ di tutto: video, audio, ebook, programmi, archivi di varie biblioteche, eccetera. Se non sapete esattamente cosa state cercando (per esempio il titolo del video, o del file audio), potrebbe essere piuttosto difficile trovarlo, ma ci sono altri sistemi per la ricerca.

Wayback Machine

Appena più in basso, troviamo un riquadro dal titolo “Web”, caratterizzato da questo logo
A cosa serve? Serve a fare un viaggio nel tempo, attraverso la Rete. Se vogliamo vedere come era un sito anni fa, allora è questa la sezione che ci interessa. Possiamo cercare nell’archivio di Internet Archive, ordinato per anno, e guardare tutte le vecchie copie di una pagina, anche se il sito originale non esiste più. Basta inserire l’indirizzo del sito, scegliere l’anno che ci interessa e potremo navigare attraverso il passato di quel sito. È molto interessante osservare come si sia evoluto negli anni, ma anche rileggere oggi le notizie e le “profezie” che si facevano dieci o più anni fa sul futuro della Rete...
A parte questo, ha anche altri usi più importanti, come ad esempio ha permesso di conservare quei siti che, altrimenti, sarebbero svaniti con la chiusura di GeoCities, due anni fa. Se non sapete cosa sia GeoCities o non avete mai sentito questo nome, significa che siete troppo giovani: vergognatevi profondamente e leggete questa pagina.

Oltre alla “macchina del tempo” per i siti, ci sono altri riquadri utili, sempre nella home di Internet Archive, e li troviamo appena sotto: Moving Images (che sarebbero video di vari tipi), Live Music Archive, Audio e Texts.
Il loro contenuto dovrebbe essere sufficientemente chiaro già dal nome. Come ho detto in precedenza, Internet Archive ha allargato il proprio raggio di azione e oggi non raccoglie più solo le pagine web, ma anche altri documenti digitali: queste sono le sezioni per accedere agli archivi di quei documenti, se non riusciamo a trovarli attraverso la normale ricerca. Cliccando su “Browse”, che troviamo accanto a ogni sezione, potremo accedere all’archivio e setacciarlo così in ordine alfabetico, alla ricerca di quello che ci interessa. Cliccando sul nome della sezione, invece, saremo portati a una breve introduzione, che ci presenterà il contenuto di quell’archivio.

venerdì 7 ottobre 2011

Aggirare la censura con Osiris e Isis

In un periodo in cui, tra leggi bavaglio e minacce di carcere, il governo del nostro paese sembra prendere sempre più una piega autoritaria e repressiva (alla faccia delle “libertà” che ha nel nome), è forse utile tornare a parlare di Osiris, che proprio alla fine di settembre ha visto il rilascio della sua ultima versione, la 0.14, compatibile anche coi sistemi Macintosh, oltre ai “vecchi” Windows e Linux, supportati anche dalle precedenti versioni.

Che cos’è Osiris? Una descrizione di Osiris e una breve guida alla sua installazione sono state argomento di due miei articoli precedenti, per cui oggi mi limiterò a un rapido riassunto. Osiris è un sistema per creare e condividere siti senza usare un server. Il che forse non vi dirà molto, per cui vediamo di precisare.
Ogni sito è ospitato su un server, che possiamo immaginare come una specie di computer-deposito, nella cui memoria si trova il sito. Quando accediamo a un sito, di fatto il nostro computer si sta collegando al server su cui il sito si trova e le pagine che vogliamo visitare sono copiate all’interno del nostro browser (ossia il programma con cui navighiamo in Rete). I siti più grandi dispongono di più server, per gestire il traffico, ma il concetto di base è lo stesso ed è che ogni sito si trova su un server. Per bloccare un sito, si blocca l’accesso al server su cui il sito si trova: a volte solo per gli utenti di una certa zona geografica, a volte per tutti gli utenti
Tutto ciò, detto in modo molto sommario, vale per i siti tradizionali. Osiris è un programma nato per aggirare questo sistema, proponendo la creazione di siti che non richiedono un server, ma che si trasmettono direttamente da un computer all'altro. Un concetto simile a quello di eMule e del P2P in generale, insomma: i siti non si trovano su server distanti e fuori dal controllo diretto degli utenti e degli amministratori di un sito, ma sono sui computer stessi di chi condivide il sito. Chi si collega al sito ne scaricherà una copia sul proprio computer, esattamente come scaricherebbe un MP3 o un video con eMule.
Quali sono i vantaggi? Senza un server fisso, su cui si trova il sito, diventa parecchio difficile poter censurare un sito o farlo sparire dalla circolazione, proprio come è parecchio difficile eliminare tutte le copie di un MP3, una volta che abbiamo cominciato a condividerlo su eMule (o Torrent, o il sistema che preferite). Ogni volta che un utente si collegherà a un sito creato con Osiris, si produrrà una nuova copia (totale o parziale) del sito, aumentandone così le aspettative di vita. Esistono poi molti altri vantaggi offerti da Osiris, come un maggiore controllo sulla propria riservatezza, o una struttura “anarchica” priva di un controllo centrale, eccetera eccetera, ma i dettagli li potrete trovare (in italiano) sul sito stesso di Osiris: Osiris è un progetto italiano, per cui tutta la documentazione è disponibile in italiano, oltre che in inglese.
Se non avete voglia di leggere, potete guardarvi anche i video tutorial, presenti sul canale di YouTube:

Come si può dunque aggirare la censura con Osiris? Beh, più o meno nello stesso modo in cui si usa il P2P. Se vogliamo pubblicare qualcosa che, temiamo, potrebbe darci problemi legali, oppure se vogliamo condividere notizie e informazioni che, se pubblicate su un sito normale, avrebbero alte probabilità di finire rimosse od oscurate, allora potrebbe essere utile creare un nostro portale con Osiris (sì, i siti creati con Osiris si chiamano “portali”) e servircene per condividere ciò che vogliamo. La condivisione del sito e dei suoi contenuti avverrà quindi da computer e computer, in forma diretta, e senza passare attraverso la Rete tradizionale.

Isis

Per visitare un portale creato con Osiris, e interagire coi suoi contenuti, è normalmente necessario aver installato Osiris sul nostro computer. Se per qualsiasi ragione, però, non vogliamo o non possiamo installarlo, allora esiste un sistema alternativo, che permette di “agganciare” un portale di Osiris alla Rete tradizionale: si tratta di Isis.
Isis è un programma gratuito che funziona come una sorta di proxy. Senza dilungarmi su dettagli tecnici, che potrete comunque trovare sulla sezione apposito del loro siti, diciamo che Isis è un ponte, che collega i portali creati con Osiris alla Rete tradizionale, gestendo gli accessi e dando la possibilità di indicizzare i contenuti del portale sui motori di ricerca. Normalmente, infatti, un portale creato con Osiris non comparirebbe sui motori di ricerca come Google, proprio perché è staccato dalla Rete tradizionale: Isis permette di effettuare questo collegamento. Il sito in sé continuerà a possedere tutte le sue caratteristiche, ma in più avrà un oblò che si affaccia sui motori di ricerca.
Con Isis, è dunque possibile accedere a un portale di Osiris anche senza aver installato Osiris, ma la modalità di accesso sarà di semplice visione: potremo accedere come spettatori e osservatori, per leggere i contenuti, ma non li potremo modificare. Per questo motivo, se possibile, è sempre meglio utilizzare Osiris; Isis, però, resta fondamentale per mostrare i contenuti del sito anche agli “altri”, cioè alla maggioranza della popolazione di internet (se vogliamo che siano visibili anche agli altri, ovvio). Il sito stesso del progetto Osiris è un portale creato con Osiris, che si collega alla Rete attraverso Isis e, di fatto, si comporta come un sito normale. Maggiori dettagli li troverete sul loro sito, come già detto, incluse le guide alla installazione.

lunedì 3 ottobre 2011

Ne.Me.Sys., per misurare la velocità ADSL

La velocità dichiarata di una connessione ADSL, di solito, si comporta come quello che Douglas Adams avrebbe definito un “essestescluson”, ossia un numero che possiede la bizzarra proprietà di poter essere qualsiasi numero, all’infuori di se stesso. Nel caso di un ADSL, questo numero è sempre molto inferiore a se stesso. Di conseguenza, una connessione che viene pubblicizzata con numeri del tipo “X Mega al secondo”, nel migliore dei casi si rivelerà essere di X/2 (o anche X/3) Mega al secondo, perché la velocità dichiarata è quella che, teoricamente, potrebbe raggiungere in perfette condizioni di linea (cioè mai).
Per verificare quale sia la differenza tra velocità dichiarata e velocità reale, e cioè quanto la nostra connessione sia più lenta rispetto alla velocità pubblicizzata dal provider, esistono diversi strumenti di misurazione, più o meno validi, che possono informarci su quanto la realtà sia lontana dalla fantasia dei provider. I provider, per intenderci, sono quelle società che ci forniscono la connessione internet, dietro pagamento (di solito mensile): non farò nomi di aziende, per non pubblicizzarle, ma conoscerete di sicuro i vari operatori telefonici attivi in Italia. In quanto fornitrici di un servizio (nel nostro caso la connessione), queste società sono definite provider (dall’inglese to provide, fornire).
Dicevamo che esistono vari strumenti per misurare la velocità reale della connessione, ma nella maggior parte dei casi serviranno solo a farci venire l’ulcera o ad aumentare il tasso di maledizioni nei confronti del nostro operatore telefonico. Se invece vogliamo utilizzare una misurazione della velocità reale, per poi magari protestare col provider o recedere dal contratto per inadempienza (perché ci ha bidonati, rifilandoci una connessione molto più lenta di quanto dichiarata), allora avremo bisogno di un misuratore che abbia validità legale: non basta una misurazione qualsiasi, se vogliamo utilizzarla come prova, ma ce ne vuole una certificata.
Per quanto riguarda l’Italia, l’unico misuratore che abbia valore legale è quello fornito dalla AGCOM, la famosa (e anche un po’ famigerata, di questi tempi), Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, e che possiamo trovare sul sito Misurainternet (un nome molto originale, vero?). Il misuratore in questione porta il bizzarro nome di Ne.Me.Sys., che sta per Network Measurement System.
A differenza di altri misuratori, che funzionano via browser e se la sbrigano in pochi minuti, Ne.Me.Sys. è un programma gratuito, che dobbiamo scaricare e installare, e che soprattutto effettuerà le sue rilevazioni durante un arco di tempo che può variare dalle 24 alle 72 ore. Richiede anche una procedura di registrazione (gratuita) un po’ complicata.
Ne.Me.Sys. permette dunque di verificare che la velocità reale, misurata sulla nostra linea, sia più o meno corrispondente alla velocità dichiarata dal provider al momento della stipula del contratto. Se la velocità non corrisponde, il risultato dei test di Ne.Me.Sys. può essere usato come prova di inadempienza contrattuale e, a seconda dei casi, come strumento per richiedere all’operatore o il ripristino della velocità minima di connessione, oppure la rescissione del contratto senza penali a nostro carico. Tutto questo, però, vale solo per le connessioni da rete fissa: sono escluse pertanto le connessioni da rete mobile, ossia chiavette e cellulari.

Come funziona? Il test vero e proprio consiste nello scambio di una serie di pacchetti di dati, che dal nostro computer sono inviati a un server. Questo invio si effettua in diversi momenti della giornata, per testare la velocità della linea nelle varie fasi del giorno: per ognuno di questi invii, sarà testato il tempo e la velocità dello scambio di dati tra il nostro computer e il server. Se tutto va bene, bastano 24 ore per eseguire la sequenza di test programmati; in caso contrario, possono proseguire per un massimo di tre giorni (72 ore), ma sarà tutto automatico e gestito dal programma stesso. Ciò che dovremo fare noi, invece, sarà di avviare il programma e rispettare alcune condizioni di uso della rete per la durata del test, in modo da non falsarne i risultati, ma lo vedremo in seguito. Intanto, vediamo di procurarci il programma.
Per scaricare Ne.Me.Sys. è necessario prima di tutto registrarsi presso il sito che ho indicato prima. La procedura di registrazione comincia da questa pagina:
Troveremo un form per la registrazione, ossia un modulo digitale da compilare coi nostri dati. Con una avvertenza MOLTO importante: i dati che inseriremo dovranno essere gli stessi della persona a cui è intestata la linea fissa. Se gli intestatari siamo noi stessi, allora non c’è problema e possiamo inserire i nostri dati; se l’intestatario della linea è un’altra persona, allora dovremo inserire i dati di quella persona. I dati sono i soliti, ossia nome, cognome, eccetera, ma in più dovremo indicare il nome del nostro provider (ossia dell’operatore telefonico con cui abbiamo il contratto per la rete fissa) e il tipo di contratto stipulato.
Dopo aver completato la registrazione, si potrà accedere all’Area Privata (il link lo troviamo nella Home del loro sito): una volta eseguito il login, ossia dopo aver inserito nome e password, potremo scaricare il programma Ne.Me.Sys., selezionando ovviamente la versione adatta al nostro sistema operativo. A questo punto, si può procedere con l’installazione.
La prima parte dell’installazione consiste nella solita routine di “Accetto” e “Avanti”, con un’altra avvertenza: siccome in fase di installazione Ne.Me.Sys. effettuerà alcuni test sulla qualità della rete, è meglio installarlo in una fase in cui la rete è libera e non stiamo magari scaricando una carriolata di film con eMule. Verso la fine, richiederà di inserire il Codice di Licenza, che possiamo trovare nella nostra Area Privata sul sito www.misurainternet.it e che consiste in un codice alfanumerico, ossia una serie di lettere e numeri. Copiamo e incolliamo e l’installazione è conclusa.

La misurazione concreta si avvierà quando vorremo noi, cliccando sull’icona di Ne.Me.Sys. (se abbiamo scelto di aggiungere l’icona del desktop) e durerà per un minimo di 24 ore, durante le quali il computer dovrà rimanere sempre acceso e connesso alla Rete. Sempre durante il periodo del test, meno il computer sarà utilizzato e meglio sarà, proprio per non invalidare casualmente il risultato del test. Una discreta rottura di scatole, insomma, per cui è meglio eseguire il test se ne abbiamo bisogno e non solo per “vedere se funziona”.
Dettagli più specifici possono essere trovati nella Guida disponibile sul sito:
Oppure, se preferite, potete guardare il video, che spiegherà in modo altrettanto semplice (e forse più rapido) il funzionamento del programma: